martedì, 15 gennaio 2008

"Uno strano viaggio" (Quinta Parte)

 

 

    Jack guardò Max, aspettando un qualche accenno di protesta. Lo vide solo alzare lo sguardo, si sentì scrutato nell’anima, si sentì scandagliato. Max non disse nulla, il suo sguardo diceva tutto.

     “Per fortuna” aggiunse l’uomo, “Non tutti sono così. Alcuni sopravvivono cacciando, proprio come fai tu su Ethel”.

     Non ti devi giustificare con me, sono solo un curioso ascoltatore.

     “Non credo di aver fatto fare una buona impressione al mio mondo. Mi dispiace, ma non mi sento di raccontare bugie, non mi piace illudere. Spero solo che tu non abbia voglia di seguirmi sulla terra, se mai ci tornerò”. L’espressione del cane mutò: da quella attenta ed incuriosita, divenne confusa ed avvilita. Almeno quella era l’impressione di Jack.

     Max diventò smanioso, sembrava in allerta e spesso fiutava nell’aria qualche tipo di odore: sembrava che fosse in attesa.

     Mi dispiace interrompere  questo dialogo interessante, ma credo che presto avremo visite. Max distolse lo sguardo da Jack e si girò oltre i tre alberi. In lontananza apparvero cinque cani, sembravano hasky, dai peli lunghi e lucidi, alcuni erano neri e marroni.

     “Chi sono?” chiese l’uomo osservandoli. Si muovevano in branco e venivano proprio dalla loro parte, con movenze sicure e senza alcun timore. Quello che sembrava il capo branco guidava gli altri, erano apparsi dal nulla, come spettri irrequieti, forse guidati da un nuovo odore, mai sentito finora.

     Lupi selvaggi disse Max annusando l’aria. Jack udì per la prima volta ringhiare il suo piccolo amico, con estrema aggressività, mentre i cinque lupi si avvicinavano con fare guardingo.

     Mi raccomando, non fare mosse avventate si raccomandò il piccolo quadrupede, potremmo cavarcela.

     Jack non si mosse, ma si ritrovò a toccare il tronco di salice, con le mani che stringevano distrattamente la grossa corteccia. Non emise un solo fiato, si limitò a guardare Max, il suo comportamento.

     I cinque lupi si avvicinarono a loro, forse mossi da curiosità e fame: davanti a loro c’era un nuovo tipo di preda.

     Per l’uomo il tempo era come essersi fermato, di fronte a lui c’era un piccolo cane, ma con un grande cuore. Il branco procedeva come in uno schema: circondare la preda lentamente, con movimenti uniformi e senza offrire vie di fuga.

     Jack non percepiva più alcun pensiero di Max, forse perché era intento a comunicare con i lupi, ma di questo non era sicuro.

     Max non faceva altro che fissare il capo-branco, il lupo più anziano, il più forte. I piccoli muscoli erano tesi, il suo sguardo profondo ed i peli sul dorso erano arruffati. Jack notò come tenesse la bocca aperta per mostrare le file di denti aguzzi e bianchi. Un ringhio prolungato gli usciva dalla sua bocca aperta.

     La miglior difesa è l’attacco, questo pensiero sopraggiunse a Jack e poi divenne tutto caos ed azione.

     Max attese solo una minima distrazione del lupo, poi con un balzo gli saltò addosso, cercando di morderlo in più punti. Jack cercò di difendersi come poteva, la giacca color crema attorcigliata al braccio per bloccare le mascelle del primo lupo che gli si fosse avvicinato troppo.

     Confusione e guaiti ne scaturirono, il sangue macchiò il manto d’erba e poi qualcosa successe.

     Le lune di Ethel si avvicendarono con i tre soli, uno di essi era nero come una eterna eclissi. Qualcosa volò sul lupo più anziano, qualcosa che era giunto dall’alto.

     La battaglia scemò al sorgere dei tre soli e Jack si ritrovò a terra, la giacca ridotta a brandelli, nell’altra mano teneva un mazzo di chiavi intriso di sangue. La scena era agghiacciante, vera e drammatica. Disteso al suo fianco c’era un lupo bianco, il suo pelo, una volta immacolato, era impregnato di sangue. Gli occhi gialli e immobili a fissare un punto vicino ai salici.

     Il capo-branco giaceva morto e dilaniato da molte ferite, gli altri erano fuggiti da dove erano venuti.

     Salve straniero.

     “Va bene Max, mi alzo” disse Jack, cercando di rimettersi in piedi come meglio poteva. Sussultò, Max era disteso su un fianco, immobile. Un’altra creatura se ne stava in piedi tra l’uomo ed il piccolo cane. Jack vide una splendida aquila dalle piume candide come la neve, era lì, sulle sue due zampe poderose e lo fissava con  due occhi color verde smeraldo.

     Mi chiamo Misy, gli disse, sono la principessa di Ethel.

     Jack quasi la ignorò, vedendo lo stato in cui versava il cane. La superò, inginocchiandosi al suo fianco. Il torace di Max quasi non si muoveva più e molto sangue aveva perso a causa delle ferite riportate dallo scontro.

     Mi rincresce per Max disse l’aquila, volgendogli uno sguardo colmo di compassione. La principessa guardò entrambi, aveva le grandi ali richiuse sulla schiena, le zampe artigliate rilucevano fra l’erba.

     Puoi ancora salvare il tuo amico, disse guardandoli, mentre Jack prendeva in braccio il cane, sincerandosi che fosse ancora vivo. Presto, torna nel lago e porta Max con te. Sulla terra potrebbe ancora sopravvivere, su Ethel morirebbe.

      Gli occhi dell’uomo ripresero un guizzo di vita, qualcosa come la speranza pervase il suo cuore, così si diresse verso il lago. Stringeva al petto quel piccolo cane, quel piccolo amico che si era sacrificato per salvargli la vita.           

Saryo alle 14:19 in: racconti, fantasy, uno strano viaggio
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sabato, 12 gennaio 2008

"Uno strano viaggio" (Quarta Parte)

                                                                                                                     

 

L’uomo si alzò aiutandosi con il tronco di salice, troppo a lungo era rimasto seduto e aveva bisogno di sgranchirsi le gambe. Max lo seguì con lo sguardo, annusando l’aria, la brezza che portava nuovi odori da chissà dove.

     Guarda tu stesso, guarda l’armonia di Ethel. Ogni essere bada a se stesso, non c’è nessun padrone che comandi: soltanto la natura. Ma Jack s’insospettì, guardando il lago e gli animali che vi vivevano. Le luci, le tre lune e quell’ambiente paradisiaco gli sembravano uno specchio per le allodole.

     “Allora quella principessa che dovrei incontrare? Non dirmi che non governa” disse Jack incredulo. No, è una creatura al di sopra delle altre. Quando la vedrai, capirai. Jack s’incuriosì oltre modo. I pensieri di Max, i suoi movimenti mentre ne parlava, lo fecero rimanere a bocca aperta. Intuì che c’era del rispetto e ammirazione in ciò che aveva appena detto il cane.

     Quando la vedrai, capirai ribadì Max.

     “Sulla terra è diverso” disse Jack controllando i suoi abiti. Erano quasi asciutti, la brezza era piacevole e asciugava velocemente i suoi vestiti. “Non potrebbe esistere un sistema di vita simile, finché l’uomo governa il suo mondo. Sarebbe bastato che al posto mio fosse giunto qualcun altro. Qualcuno che avesse visto Ethel e avesse deciso di sfruttarlo. Persino tu saresti stato in pericolo” disse guardando Max. “Un classico fenomeno da baraccone, gli sarebbe bastato capire che sai comunicare, per fare carte false e portarti sulla terra”.

     Max lo guardò, aveva la stessa espressione d’ilarità di prima. Proprio ora mi hai confermato quello che dicevo, comunicò all’uomo, se tu fossi crudele e volessi arricchirti con questo mondo…non lo avresti certo detto…

     Jack sorrise: “Già, sarei stato uno stupido” confermò a Max.

     Uno stormo di anatre sorvolò il lago, volavano in formazione ed una di esse guidava le altre verso il centro dello specchio d’acqua. Starnazzavano a gran voce, rompendo l’incantesimo di quiete che c’era stato prima. Il bagliore delle tre lune illuminò quelle creature, le colorò di un azzurro intenso e fece rimanere Jack a bocca aperta. Tutto sapeva di magia, suoni e colori ammaliavano in ogni istante l’uomo, facendolo sentire parte di un nuovo insieme, rendendolo un fortunato spettatore.

     Max osservò la squadriglia di anatre planare nel centro del lago e Jack gli fece una domanda: “Come fanno a volare in perfetto equilibrio fra loro? Sulla terra si dice che usino l’elettromagnetismo terrestre per seguire rotte precise, per darsi le distanze giuste”.

     Parlano fra loro come faccio io con te, poi urlano per dire a tutti che sono arrivate.

     “Una scena così sulla terra mi avrebbe un po’ rattristato…”, Max fu attirato da quella frase così malinconica, “Già…” disse l’uomo rimettendosi appoggiato al salice, “Gli uomini sono spietati cacciatori. Nascosti tra le fronde e armati di fucili, avrebbero atteso il loro arrivo, proprio attirati dai loro versi e poi: PAM”.

     Max deglutì rumorosamente, capì che gli uomini avrebbero fatto del male alle anatre, ignorando il modo. Cosa sono i fucili? Cos’è un PAM? Jack rise amaramente, portandosi una mano sul viso: “Giusto” disse grattandosi il mento. Sospirò guardando le anatre al centro del lago, nuotavano in circolo, una vicino all’altra e si pulivano le penne e i piumaggi.

     Jack fece passare qualche minuto, mentre sentiva lo sguardo arguto di Max su di sé, facendolo sentire un po’ a disagio. “E va bene…” disse con voce arrendevole, “Cominciamo dal principio: l’uomo sulla terra è l’animale più razionale e complesso che ci sia sul mio mondo. Diciamo che lo governa e, a volte, lo fa così male, che riesce a rovinare tutto ciò che lo circonda: compreso natura e animali”.

     Max lo guardò titubante: Evitate che i padroni sbagliati si prendano cura di voi disse il cane scodinzolando. Guardava Jack con sincero interesse, cercando di capire i suoi ragionamenti, come farebbe un uomo sulla terra.

     “Va bene, ho esagerato” ammise accarezzando Max sulla testa, “Non voglio annoiarti con l’etica o la politica del mio mondo. Ti assopiresti in cinque minuti. Torniamo ai fucili, al PAM” disse con un sorriso amaro dipinto sulle labbra.

     Max si sdraiò al fianco dell’uomo, senza però dimostrare di aver perso la curiosità di conoscere il suo mondo, continuando ad osservarlo in faccia.

     “Molti uomini, chi per passione, chi per passatempo e chi per necessità, uccidono altri animali. Usano delle armi che sputano fuoco e quando senti un PAM, qualche animale…muore. E’ un suono inconfondibile e mette i brividi sulla pelle, almeno a me”.

 

Saryo alle 21:42 in: racconti, fantasy, uno strano viaggio
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venerdì, 28 dicembre 2007

"Uno strano viaggio" (Terza parte)





MaxyEcco la creatura, ecco Max!

  "Adesso cosa stiamo aspettando?” Max si grattò un orecchio con la zampa posteriore: Fra poche ore sorgeranno i tre soli, la luce inonderà tutto e sarà tempo per presentarti ad una mia conoscenza. Ma tu non temere straniero.
  Jack sospirò, appoggiandosi al tronco di uno dei salici.
  Ethel.
  Jack sobbalzò: “Cosa?”
  Sei finito sul mondo di Ethel, sottolineò Max.
  L’uomo pensò a quel nome e a chi avrebbe dovuto incontrare, la fantasia gli si accese come un fiammifero: rifletté su una persona, forse una donna…oppure un uomo.
  Una principessa, sarà curiosa di conoscerti, immagino.
 Jack sorrise e si guardò intorno e, quando il suo sguardo s’incrociò con quello di Max, il cane scodinzolò.
  Cosa c’è di più bello nell’entrare in un mondo nuovo e scoprirne la bellezza, il fascino. Jack non rispose, si limitò a fissare il piccolo cane capace solo di stupirlo con frasi che neppure la maggior parte degli esseri umani che aveva conosciuto, erano in grado di pensare. La quotidianità del suo mondo era di una sciattezza tale, che, di fronte a frasi dette con il cuore oppure con l’anima, si poteva rimanere solo che impressionati.

  "Ma tu…” disse Jack osservando altre due lune che si levavano in cielo, “Qui a Ethel, siete tutti come te?”. I colori dei tre astri cominciarono a fondersi nel cielo e ne scaturì una luce strana ed affascinante: mai vista sulla terra, in nessuna delle città in cui era stato. Persino l’aurora boreale sembrava un semplice gioco di luci, rispetto a ciò che si andava a creare davanti ai suoi occhi.
  Alcuni si, altre creature invece…sarebbe meglio non incontrarle, tenersi alla larga. Le parole di Max entravano nella sua testa fluide, quasi fossero suoi pensieri. Tuttavia, qualche istante prima che il cane gli mandasse i suoi messaggi, la sua mente diventava sgombra, vuota e pronta a recepire. A Jack gli parve una cosa naturale, forse indotta proprio da Max stesso e per lui ne era una prova tangibile. Non stava affatto sognando, accadeva tutto veramente.

  "Lo sai cosa si dice dei cani nel mio mondo?” Max scodinzolò, poi si mise a terra, assumendo la posizione della sfinge. Jack notò quanto fosse bello, avrebbe detto che fosse di razza York-Shire, il muso pieno di peli biondi gli scendevano come baffi lunghi. I suoi occhi trasparivano dolcezza. L’uomo catturò l’attenzione del piccolo amico e disse: “Il migliore amico dell’uomo”. Prese fiato e: “Solo che…a volte molti cani vengono abbandonati a se stessi”.
 Max emise un sospiro profondo, allungò avanti le zampe anteriori e vi appoggiò il muso. L’erba gli arrivava quasi all’altezza degli occhi, senza però dargli alcun fastidio. Jack gli appoggiò una mano sulla testa, lo accarezzò lentamente giungendo fino alla coda. Max ne rimase turbato, un fremito percorse il suo corpo, come una sorta di brivido. Cosa mi stai facendo? chiese. “Sono solo carezze” disse Jack quasi sbalordito, guardò Max e vide che ne voleva ancora, poi ancora e ancora.
  Nessuno mi ha mai fatto una cosa simile. Jack scese con la mano fino alle zampe distese, poi gli massaggiò il collo e sotto il muso e vide che il cane socchiudeva gli occhi, fino a ridurli a due fessure. “Ti piace?”, ma Max non rispose perché sembrava assente, lasciando il corpo e i muscoli rilassati al piacere.
  Parlami ancora dei cani del tuo mondo, disse Max lasciandosi ancora accarezzare dall’uomo. Jack osservò il cielo terso e pieno di colori, le tre lune erano alte e rischiaravano tutto il mondo di Ethel, donando forme e colori alle cose, alla vegetazione. La natura era colma di vita nuova, perfino l’aria sembrava diversa da quella della terra.
  Jack accarezzò Max sopra le orecchie provocando in lui nuovo piacere, ma la voce dell’uomo parve senza tono: “I cani” disse, “Non parlano nel mio mondo, magari lo facessero”. Max si svegliò dal torpore e si sgrullò rumorosamente, poi si allungò tutto, sbadigliando.

  "Sulla terra abbiamo tante razze di cani e di varie grandezze. Tu dovresti appartenere a quella media” disse Jack guardandolo negli occhi.
  Come comunicate con loro?

  "Bhé…spesso si fanno capire, assumono alcuni comportamenti da essere compresi. Poi sta ai loro padroni capirne il significato”. Max si girò sulla schiena contorcendosi, grattandosi il dorso sull’erba appena bagnata dall’umidità. Andò avanti così per alcuni minuti e senza badare alla presenza dell’uomo. Successivamente tornò vicino a Jack.
  Vuoi dire che nel tuo mondo i cani hanno un padrone?, Jack rimase di sasso e ci pensò su: “Si. Anche se alcuni, dopo averne avuto uno, vengono messi in alcune strutture, finché non ne trovano un altro”. Jack fece una pausa, forse alquanto lunga, per tutte le informazioni non belle che stava dando.

  "Non tutti gli uomini sono buoni, non tutti sono in grado di amare i cani, oppure altri animali”. Max recepì il messaggio, lo si poteva leggere nei suoi occhi, nella sua espressione intelligente. Guaì per qualche istante, come farebbero i cani sulla terra. Entrambi si fecero silenziosi.
  Le luci e le fluorescenze delle tre lune s’infransero sul lago. Quei magnifici riflessi giunsero a Jack e Max quasi colpendoli. Gli astri cominciavano il lento declino, la lenta discesa verso la fine della notte e l’inizio del giorno, a cui Jack non aveva ancora assistito.
  Manca ancora tempo…perché non mi fai ancora un po’... Jack interruppe il suo pensiero: “Carezze?”. Max si leccò il muso con la lingua rosa e umida, come farebbe un cane terrestre davanti ad una ciotola colma di cibo. Il cane si avvicinò a Jack, il suo alito era caldo ed umido, ma era piacevole quel calore sulla mano in una notte come quella.

  "D’accordo” assentì l’uomo e prese in braccio la creatura confortandola con le sue attenzioni
  Certo che…mi domandavo come facessero tutti i cani della terra a comunicare fra loro. Non che siano inferiori a me, questo mai. “Già” disse Jack e poi rise guardando Max. “Pensa se mi vedesse qualche terrestre, qualcuno del mio mondo…immagina cosa direbbe di me – guarda quel mentecatto che parla da solo come un cane – e invece io sto parlando con un cane”. Jack rise più forte e Max digrignò i denti, forse era il suo modo per esprimere ilarità.
  Entrambi si ammutolirono e Jack si asciugò alcune lacrime scese lungo le guance e si fece serio. E dimmi, come passano il tempo i cani terrestri, non certo a raccontarsi quello che hanno fatto durante il giorno. Jack si sfregò una mano nell’altra e fece scendere Max dalle sue gambe: “Bhè, cosa fanno?” chiese ad alta voce l’uomo, come se lo stesse chiedendo a qualcun altro.
  "Mangiano, dormono, sognano e fanno i bisogni per tracciare il loro territorio”. Fanno soltanto questo? Chiese Max, seduto proprio davanti a Jack. Solo il tono che il cane aveva usato verso di lui, l’indispettì inducendolo a rivedere ciò che aveva detto.

  "Ricapitolando” mugugnò Jack facendo mente locale, “I cani della terra fanno molte cose: per esempio aiutano persone che hanno perso la vista, guidandoli verso un tragitto. Altri cercano persone scomparse fra boschi, montagne o quando avvengono disastri naturali. Ci affidiamo al loro fiuto e all’istinto, ci affidiamo a loro per cose che noi non riusciremmo mai a fare”.
  Facciamo così disse Max, non nascondo che sono curioso del tuo mondo…poi, se tutti gli uomini fossero come te, non si dovrebbe vivere male sulla terra.
  Jack sorrise alla proposta e fu lusingato dalle sue parole, tuttavia rispose: “Come puoi conoscermi, sono qui da quanto tempo? Pensi veramente che io sia una buona persona?”. Il cane si mosse, fiutò le sue mani, il suo avambraccio e poi si mise seduto.
  Ho fatto un controllo gli disse, se il mio fiuto non m’inganna…sei una persona socievole, a volte timida. Hai pregi e difetti come qualsiasi creatura, hai buon cuore: si dice così?
  Jack stava per interromperlo, ma Max abbaiò con una voce possente, per un cane della sua taglia. Quando vide di aver attirato la sua attenzione disse: So che non hai mai fatto del male a nessuna creatura, o animale, come li chiamate nel vostro mondo. Ogni cane capisce queste cose, solo che sulla terra non conosce modi per farvelo sapere. Puoi fidarti delle mie parole.


Saryo alle 19:40 in: racconti, fantasy, uno strano viaggio
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giovedì, 27 dicembre 2007

"Uno strano viaggio" (Seconda parte)

 
 





 Il formicolio s’impossessò del suo corpo, una corrente strana lo afferrò trascinandolo via. L’uomo s’irrigidì temendo fosse arrivata la sua ora, ma tenne chiusa la bocca e trattenne il respiro.
 Uscì fuori dall’acqua in un solo impeto. Tutto ciò che c’era in quella via svanì nel nulla, persino le luci arancioni e la fontanella.
 Jack fu inghiottito da uno strano silenzio e si ritrovò in un placido lago. Rimase immobile e sbigottito. Il suo respiro non accennava a diminuire, ma almeno il cuore pompava ancora sangue nelle vene, era ancora vivo.

  ‘Dove sono’ si domandò incredulo, ‘Dov’è finita Roma’.
  Jack passò alla fase successiva: studiare il nuovo luogo dove era capitato, capire in quale modo ci fosse finito. L’acqua era quieta e dolce, perciò ne dedusse che si trovava in un lago; toccava con i piedi un fondo morbido e fangoso.
 Avanzò verso la riva osservandosi intorno, un paio di cigni bianchi nuotarono verso il centro del lago. “Scusate l’intrusione” urlò verso di loro, “Giuro che non l’ho fatto apposta. Non volevo spaventarvi”. I cigni si voltarono verso di lui e, come per risposta, diminuirono l’andatura.
 Jack uscì dal lago e si tuffò sulla sabbia asciutta. Era notte in quel posto e non c’erano luci a sostegno della sua vista, solo ombre scure distanti qualche decina di metri.
 Prese coraggio e andò avanti, i suoi abiti erano bagnati, la giacca gocciolante era stretta nella mano, si sentiva sporco di sabbia ovunque e non aveva la benché minima idea di dove si trovasse. Avanzò e le ombre scure si tramutarono in tre enormi salici, tronchi larghi e radici grosse quanto un suo braccio.
  Jack, ormai, si era abituato all’oscurità e riusciva bene o male a distinguere sagome o altro. Notò qualcosa di piccolo alla base dell’albero centrale, qualcosa che gli parve peloso: una piccola creatura.

  Salve straniero
 Jack trasalì, quelle due parole toccarono la sua mente sovrastando i suoi cupi pensieri.
  Salve straniero. Mi chiamo Max.
  L’uomo cercò la sagoma della creatura, ma invano: era sparita. Si sentì toccare delicatamente un polpaccio ed egli indietreggiò inciampando su una delle radici. Si ritrovò a terra, le sue mani tastarono il terreno e capì che era caduto su un folto prato.
  Rimase immobile, due piccoli occhi lo scrutavano nell’oscurità e un piccolo muso annusò il dorso della sua mano.

  “Cosa sei?” chiese Jack parlando all’oscurità. La risposta non tardò a giungergli sotto forma di pensiero: Cosa credi che sia? Sono un cane. Max continuò ad annusarlo: vestiti, braccia e gambe. Si fermò proprio davanti al viso dell’uomo e Jack fissò i suoi occhi, erano stranamente scintillanti.
  “Un cane telepatico” disse ad alta voce, come per conferma di ciò che aveva percepito.
  Il mio nome è Max! questa volta il pensiero parve seccato, oppure alquanto offeso. “Perdonami Max, ma non riesco a credere ai miei occhi…anzi, alla mia mente” disse l’umano con tono affabile ed irrequieto.
  Max gli leccò una mano e Jack ne rimase stupito. L’uomo non parlò, non disse una sola parola perché stava rimuginando, si appoggiò solo con la schiena al salice tenendo gli occhi sul piccolo cane.
  Attendi ancora qualche minuto e vedrai ciò che ti circonda lo ammonì Max. Attesero entrambi senza dirsi nulla e un leggero ma piacevole vento mosse i rami dei tre alberi, un piacevole fruscio ne scaturì, come il rumore delle spighe di grano mosse dalla brezza.
  Jack guardò davanti a sé, oltre il lago: una catena montuosa divenne visibile, una luce color zaffiro cominciò ad illuminare la vetta dei monti più alti. Era uno spettacolo inenarrabile, di questo Max ne era cosciente. Sta sorgendo una luna gli comunicò il cane e l’umano rimase affascinato da quei colori che timidamente sovrastavano le alte vette montuose.
  L’uomo ora poté vedere Max, un adorabile cane dai peli color oro, piccole ma graziose orecchie e occhi color nocciola. Un’espressione simpatica si disegnò sul volto di Max ed entrambe le creature si ritrovarono ad osservarsi alla luce della luna nuova, che diveniva ogni minuto sempre più sgargiante.
  Jack mosse lo sguardo qua e là, spinto dalla curiosità di vedere i luoghi vicini al lago: molti uccelli di varie specie nuotavano sullo specchio d’acqua quasi immobile. Tutto intorno alla riva crescevano alberi grandi e piccoli cespugli verdi, i colori mutavano a causa della luce lunare, ma questo era uno spettacolo nuovo per l’essere umano e ne parve molto compiaciuto.

  “Perché prima hai detto che sarebbe sorta una luna?” chiese Jack al suo nuovo amico, il cane distolse lo sguardo dall’astro e fissò lui: Abbiamo tre lune che illuminano la notte, di giorno ci sono tre soli per dare luce al nostro mondo. E’ così da sempre rispose Max.
  Una volta, quando Jack era ancora piccolo, un uomo gli disse: “Quando crescerai, quando diventerai grande e maturerai, vedrai il mondo in maniera diversa. Il destino potrà prendersi gioco di te, sarà compito tuo contrastarlo, oppure soccombere ad esso. Ricorda Jack…noi siamo artefici della nostra vita, il destino, oppure il fato, potrà farci cambiare il percorso, ma la via che dovrai seguire…quella che hai nella mente, nel cuore, dovrai trovarla tu stesso”.
  Quelle parole gli tornarono in mente, guardando i tre salici. Un piccolo cane dalla peluria dorata gli sedeva accanto, in un mondo sconosciuto. Telepatia…profumi intensi e mai sentiti, lo circondavano e quelle parole, così strane un tempo, divennero per lui di vitale importanza.


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mercoledì, 26 dicembre 2007

"Uno strano viaggio" (Prima parte)

  La vita di Jack era cambiata in un solo istante, come uno schioccare di dita. Si trovava a Roma, una città antica e mistica allo stesso tempo, meta di molti pellegrini e turisti: mischiati in un solo essere, come uno sciame di molte farfalle di svariati colori. Libere di visitare e curiosare per le varie vie che sapevano di antico.
  Una notte di maggio, una delle tante notti calde ed afose che presagivano il sopraggiungere dell’estate, l’aria in quella città era densa di umidità. Jack si aggirava per una via silenziosa: Borgo Pio. Il silenzio era quasi opprimente alle due di notte ed un chiaro bagliore arancione illuminava l’intera via. Qualche falena sbatteva le ali rumorosamente sul vetro di un lampione e l’umidità rendeva quel luogo un po’ magico.
  Jack si fermò ad un incrocio, alle sue spalle c’era il cancello per accedere alla Città del Vaticano, grandioso per la sua struttura centenaria e gli era piaciuto subito appena l’aveva visto.
  Si tolse la giacca leggera color crema e le chiavi all’interno della tasca tintinnarono: la ripiegò su se stessa diligentemente. Non sapeva dove recarsi, il suo albergo era distante e lui non aveva sonno, doveva visitare luoghi, curiosare in giro. Ma l’uomo non sapeva che aveva un appuntamento con il destino, un viaggio da compiere ed incontri da fare. Tutto questo a sua insaputa.
  Lo scrosciare continuo dell’acqua attirò Jack verso una vecchia fontana e all’improvviso gli venne sete. Un gatto striato sbucò da dietro un auto parcheggiata e si fermò in mezzo alla via. Osservò l’uomo per qualche istante, spostando successivamente l’attenzione sulle proprie zampe: una pulizia accurata degli arti posteriori.
  “
Hei, bel micio” disse Jack, il felino si fermò impietrito come una statua, mentre i suoi occhi mettevano a fuoco l’uomo chinato quasi su di lui. Il gatto osservò la sua mano avvicinarsi lentamente, poi un forte rumore di fusa partì quasi distrattamente dall’animale, abbandonandosi alle carezze dell’essere umano.
  L’incontro fra Jack ed il gatto durò poco, forse qualche minuto e l’uomo si avviò di nuovo verso quella fontanella. L’acqua era rumorosa, quasi una nenia continua.
 “
Ma che diavolo…”, le parole gli uscirono di bocca spontaneamente, soffocandosi in gola mentre Jack scrutava la fontanella. Un misterioso bagliore ne fuoriusciva. Un’unione di azzurro e viola coloravano il marmo sporco di cui era fatta quella piccola fontana.
  Distrattamente gli cadde la giacca in terra, la raccolse senza distogliere lo sguardo. Egli era affascinato ed intimorito da quello strano fenomeno, qualcosa che non aveva mai visto.
  “
Non può essere vero” disse a se stesso. Prese coraggio ed avanzò e l’acqua divenne più rumorosa, più colorata. Jack si affacciò su di essa, vide la sua immagine riflessa e mossa dall’altra che cadeva. Le piccole onde correvano s’infrangevano sul bordo di marmo, il viso dell’uomo era azzurro e viola, il suo sguardo attratto da quel connubio affascinante.
 All’improvviso la sua mente prese una decisione, doveva comprendere ciò che stava accadendo. Le sue mani tremanti s’immersero nel liquido lentamente e non accadde nulla. Jack non percepì alcuna fine, sembrava che quella vasca di marmo non terminasse mai e sentì uno strano formicolio alle sue braccia. Perse l’equilibrio sporgendosi troppo e tutto il suo corpo fu attraversato da quello strano formicolio.

* * *


Saryo alle 22:01 in: racconti, fantasy, uno strano viaggio
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