"Uno strano viaggio" (Quinta Parte)
Jack guardò Max, aspettando un qualche accenno di protesta. Lo vide solo alzare lo sguardo, si sentì scrutato nell’anima, si sentì scandagliato. Max non disse nulla, il suo sguardo diceva tutto.
“Per fortuna” aggiunse l’uomo, “Non tutti sono così. Alcuni sopravvivono cacciando, proprio come fai tu su Ethel”.
Non ti devi giustificare con me, sono solo un curioso ascoltatore.
“Non credo di aver fatto fare una buona impressione al mio mondo. Mi dispiace, ma non mi sento di raccontare bugie, non mi piace illudere. Spero solo che tu non abbia voglia di seguirmi sulla terra, se mai ci tornerò”. L’espressione del cane mutò: da quella attenta ed incuriosita, divenne confusa ed avvilita. Almeno quella era l’impressione di Jack.
Max diventò smanioso, sembrava in allerta e spesso fiutava nell’aria qualche tipo di odore: sembrava che fosse in attesa.
Mi dispiace interrompere questo dialogo interessante, ma credo che presto avremo visite. Max distolse lo sguardo da Jack e si girò oltre i tre alberi. In lontananza apparvero cinque cani, sembravano hasky, dai peli lunghi e lucidi, alcuni erano neri e marroni.
“Chi sono?” chiese l’uomo osservandoli. Si muovevano in branco e venivano proprio dalla loro parte, con movenze sicure e senza alcun timore. Quello che sembrava il capo branco guidava gli altri, erano apparsi dal nulla, come spettri irrequieti, forse guidati da un nuovo odore, mai sentito finora.
Lupi selvaggi disse Max annusando l’aria. Jack udì per la prima volta ringhiare il suo piccolo amico, con estrema aggressività, mentre i cinque lupi si avvicinavano con fare guardingo.
Mi raccomando, non fare mosse avventate si raccomandò il piccolo quadrupede, potremmo cavarcela.
Jack non si mosse, ma si ritrovò a toccare il tronco di salice, con le mani che stringevano distrattamente la grossa corteccia. Non emise un solo fiato, si limitò a guardare Max, il suo comportamento.
I cinque lupi si avvicinarono a loro, forse mossi da curiosità e fame: davanti a loro c’era un nuovo tipo di preda.
Per l’uomo il tempo era come essersi fermato, di fronte a lui c’era un piccolo cane, ma con un grande cuore. Il branco procedeva come in uno schema: circondare la preda lentamente, con movimenti uniformi e senza offrire vie di fuga.
Jack non percepiva più alcun pensiero di Max, forse perché era intento a comunicare con i lupi, ma di questo non era sicuro.
Max non faceva altro che fissare il capo-branco, il lupo più anziano, il più forte. I piccoli muscoli erano tesi, il suo sguardo profondo ed i peli sul dorso erano arruffati. Jack notò come tenesse la bocca aperta per mostrare le file di denti aguzzi e bianchi. Un ringhio prolungato gli usciva dalla sua bocca aperta.
La miglior difesa è l’attacco, questo pensiero sopraggiunse a Jack e poi divenne tutto caos ed azione.
Max attese solo una minima distrazione del lupo, poi con un balzo gli saltò addosso, cercando di morderlo in più punti. Jack cercò di difendersi come poteva, la giacca color crema attorcigliata al braccio per bloccare le mascelle del primo lupo che gli si fosse avvicinato troppo.
Confusione e guaiti ne scaturirono, il sangue macchiò il manto d’erba e poi qualcosa successe.
Le lune di Ethel si avvicendarono con i tre soli, uno di essi era nero come una eterna eclissi. Qualcosa volò sul lupo più anziano, qualcosa che era giunto dall’alto.
La battaglia scemò al sorgere dei tre soli e Jack si ritrovò a terra, la giacca ridotta a brandelli, nell’altra mano teneva un mazzo di chiavi intriso di sangue. La scena era agghiacciante, vera e drammatica. Disteso al suo fianco c’era un lupo bianco, il suo pelo, una volta immacolato, era impregnato di sangue. Gli occhi gialli e immobili a fissare un punto vicino ai salici.
Il capo-branco giaceva morto e dilaniato da molte ferite, gli altri erano fuggiti da dove erano venuti.
Salve straniero.
“Va bene Max, mi alzo” disse Jack, cercando di rimettersi in piedi come meglio poteva. Sussultò, Max era disteso su un fianco, immobile. Un’altra creatura se ne stava in piedi tra l’uomo ed il piccolo cane. Jack vide una splendida aquila dalle piume candide come la neve, era lì, sulle sue due zampe poderose e lo fissava con due occhi color verde smeraldo.
Mi chiamo Misy, gli disse, sono la principessa di Ethel.
Jack quasi la ignorò, vedendo lo stato in cui versava il cane. La superò, inginocchiandosi al suo fianco. Il torace di Max quasi non si muoveva più e molto sangue aveva perso a causa delle ferite riportate dallo scontro.
Mi rincresce per Max disse l’aquila, volgendogli uno sguardo colmo di compassione. La principessa guardò entrambi, aveva le grandi ali richiuse sulla schiena, le zampe artigliate rilucevano fra l’erba.
Puoi ancora salvare il tuo amico, disse guardandoli, mentre Jack prendeva in braccio il cane, sincerandosi che fosse ancora vivo. Presto, torna nel lago e porta Max con te. Sulla terra potrebbe ancora sopravvivere, su Ethel morirebbe.
Gli occhi dell’uomo ripresero un guizzo di vita, qualcosa come la speranza pervase il suo cuore, così si diresse verso il lago. Stringeva al petto quel piccolo cane, quel piccolo amico che si era sacrificato per salvargli la vita.
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Ecco la creatura, ecco Max!