venerdì, 06 luglio 2007

L'edificio (parte terza)

Sembrava che fossero sospesi nel nulla ma poi Bob girò le chiavi del quadro e accese le luci anabbaglianti poi quelle abbaglianti e John contrariato gli disse “Ma sei pazzo!! E se li attiri verso di noi?” fece appena in tempo a finire la frase che i due poliziotti udirono un forte colpo contro la fiancata della macchina. Si girarono verso destra e ne udirono un secondo ancora più forte e poi un altro sul cofano davanti, un bagliore rosso li accecò e Jonh per la paura aprì lo sportello e subito sentì un forte dolore alla coscia destra e dopo alla caviglia e gli scappò un urlo e gli cadde la pistola di mano quindi con un ultimo sforzo si buttò verso destra e cadde giù dalla macchina. Bob solo allora si rese conto che cinque di quei mostri stavano assalendo il suo collega e vide una scena raccapricciante, orrenda e indescrivibile. Il sangue iniziò ad uscire a fiotti da quel poveraccio, le mosse convulse che faceva nell’ultimo tentativo di liberarsi da tutti quei morsi, le urla quasi stavano cessando e quelle bestiacce si accanivano su quel corpo ormai quasi privo di vita. Le ferite non erano grandi ma profonde ed il corpo ormai senza vita continuava a muoversi solo perché quelle creature continuavano a farlo a pezzi staccando qua e là brandelli di carne. Bob cominciò a piangere e a ripetersi ad alta voce “Sono fottuto, mi uccideranno, mi uccideranno è la fine” poi si accorse che il silenzio tornò e tirando su con il naso si guardò intorno, in tutte le direzioni. Tremava come una foglia e si asciugò la faccia con la manica destra e caricò la pistola.  
     Brian non si dava pace, era preoccupato per quei due agenti, quei due ragazzi là fuori e così si decise, doveva uscire in loro aiuto ed era rischiosissimo ma in cuor suo doveva agire e non stare lì ad aspettare chissà cosa, forse una sorta di miracolo. Dentro la casetta erano tutti svegli e preoccupati, stavano con le orecchie aperte in attesa……….
“Io non ce la faccio, devo uscire e non mi fermate. Se venisse un altro con me sarebbe meglio”. Si girarono verso Brian ma l’unico che si oppose fu Chester “Ragazzo è meglio che non vai là fuori, non voglio perderti. Lascia che ci vada qualcun altro, non andare” ma Brian ormai determinato non lo sentì neppure, l’adrenalina già pompava a mille e sentiva la fronte perlata, alcune gocce di sudore gli scesero fino al mento e lui se le asciugò con il braccio, lo esaminò poi guardò Chester negli occhi “Ormai ho deciso, devo andare. Chi viene con me?”, si guardò intorno ma non ottenne risposta nemmeno dagli sguardi degli altri quindi se ne fece una ragione “Ok vado solo, copritemi le spalle almeno quando sarò fuori”.
     Bob sedeva al posto di guida, mise una mano in tasca del giubbotto e tirò fuori un pacchetto di sigarette, ne prese una e con la mano tremante l’accese. Vide la nuvola di fumo spandersi lentamente per l’abitacolo e si disse ad alta voce “Sembra questa fottuta nebbia”, poi all’improvviso con uno scatto prese la sua pistola e tirò fuori il caricatore per esaminare quanti colpi aveva e lo rimise dentro. Era sconvolto aveva appena visto morire il suo collega, una morte orribile e non se ne dava ragione. Non aveva neppure tentato di aiutarlo perché era successo tutto così in pochi secondi, ed ormai quella scena gli rimaneva davanti agli occhi come una fotografia, ed ora che fare? Aspettare in auto i rinforzi o raggiungere i compagni di corsa fino alla casetta? Ipotesi rischiose entrambe. Fuori non si vedeva niente, proprio niente. Era buio ed era circondato da quella nebbia che ormai aveva circondato tutto e tutti da diverse ore e chissà fino a dove. Cominciò a riflettere ‘E se tutto il mondo fosse inghiottito da questa nebbia mai vista prima? E se queste piccole creature avessero attaccato tutto il pianeta?’ e questi pensieri cominciarono a balenargli per la testa ma senza potersi dare delle risposte. Qualcosa scattò nella mente di Bob e strinse i pugni sul volante poi girò le chiavi ed accese il motore, poi i fari e quindi mise la prima e partì alla volta della casetta che era quasi a una cinquantina di metri. Sudava freddo e sperava che gli spuntasse uno di quei cosi davanti così lo avrebbe investito e non vedeva l’ora. Si fermò a tre metri dalla porta quando udì dei rumori provenire da quella direzione e spense il motore e si affrettò a spengere le luci per non attirare ancora attenzione. Estrasse prontamente la pistola caricando il colpo in canna e rimase in attesa cercando di captare un qualsiasi rumore. Un leggero sorriso gli comparì sulle labbra, gli sembrò di essere un cieco visto che con questa nebbia la vista poteva servire a ben poco quindi poteva usare giusto gli altri sensi, soprattutto l’udito. Si concentrò nuovamente e riuscì a sentire rumore di passi provenire proprio dalla sua destra e sembravano più vicini, venivano proprio verso di lui perciò puntò la canna della pistola verso il finestrino lato passeggero e si accorse che gli tremava la mano, tenne la pistola con due mani e disse ad alta voce “E’ solo suggestione cazzo, non sono quelle bestiacce, è solo illusione!”. Vide aprirsi lo sportello ed udì una voce urlare “Fermo non sparare sono io, non sparare!” ma Bob ormai quasi piangente e con un filo di voce gli rispose “Che razza di scherzi idioti, mi vuoi far prendere un infarto? Bé ci sei quasi riuscito”. Abbassò l’arma e lo fece sedere ma chiese “Brian che ci fai fuori è pericoloso, quelli non scherzano”, Brian si guardò intorno e non vide il suo collega perciò gli bastò vedere l’espressione di Bob per capire che John non ce l’aveva fatta. Un altro morto a causa di quei mostri usciti dal nulla, anzi da quella nebbia. Bob non riuscì a non domandare a Brian cosa lo avesse spinto fuori dal loro rifugio, finora unico luogo quasi più sicuro e Brian senza giri di parole “Per venirvi a cercare. Ho visto cosa possono fare e non so minimamente quanti ce ne possano essere qui in giro” Bob lo contraddisse “No! Non puoi minimamente immaginare di cosa sono capaci quei piccoli mostri. Hanno ucciso John in pochi minuti ed erano in cinque! Ho veramente paura questa volta di non farcela e non voglio morire come John, è una cosa atroce”. Brian percepì lo stato d’animo di quel poveraccio che aveva appena visto la morte in faccia e soprattutto del suo collega quindi con voce persuasiva tentò di calmarlo “Se restiamo uniti, forse ce la faremo. Sarà la fine sicuramente se ci dovessimo separare”. Bob sentendo quelle parole così sicure si tranquillizzò soprattutto perché in quella macchina non era più solo, ma aveva un compagno. Non rischiava la vita da solo e questo gli risollevava un po’ il morale e gli dava più coraggio. Ora nell’auto 31 della polizia regnava silenzio ed entrambi erano chiusi nei loro cupi pensieri, due corpi fermi quasi come statue nell’attesa di un cambiamento. Non si udiva alcun rumore, nuovamente silenzio ed entrambi non sapevano se tornare nel loro rifugio con gli altri o rischiare rimanendo chiusi in quel piccolo rifugio che però poteva muoversi per andare chissà dove. “Sei riuscito a chiedere aiuto?” fu Brian a rompere questo agghiacciante silenzio con questa domanda ma a voce molto bassa “Si, ho chiamato la centrale ed ho chiesto un decina di pattuglie ma non so quanto ci metteranno ad arrivare e non ho spiegato cosa sta succedendo, non mi avrebbero creduto. E’ una storia assurda e ancora stento a crederci”. A questo punto tornò il silenzio e la preoccupazione. Non passò tanto tempo che i due udirono piccoli passi e numerosi allora Brian bisbigliò a Bob “Eccoli arrivano” e lui annuì con un gesto, Brian con voce bassa e preoccupata “Che facciamo?” “Aspettiamo, forse non ci notano” rispose Bob con voce tremolante. Sentirono un tonfo sul tetto della macchina poi uno sul cofano proprio davanti a loro e ai due scappò un grido soffocato quindi videro quella creatura alta circa mezzo metro, girata di schiena. Si girò lentamente verso di loro e quegli occhi piccoli scuri piano si accesero di rosso sempre più intenso, li aveva visti ormai erano scoperti. Bob e Brian contemporaneamente estrassero le pistole guardando fissi quella cosa la sul cofano, la paura cominciava a invaderli sempre di più ed il fatto di non sapere cosa fare amplificava tutto. Udirono tantissimi passi tutto intorno a loro, erano circondati ma lo potevano solo percepire mentre continuavano a fissare ciò che stava sul cofano.
Era tutto fermo e statico, Brian e Bob non osavano muovere un muscolo e aspettavano solo di vedere cosa volessero fare quei mostri là fuori. La creatura che stava ferma sul cofano, aprì la bocca mostrando loro i denti che erano lunghissimi ed affilatissimi e sporchi di sangue e questo li impressionò tantissimo quindi Brian chiese a Bob continuando a guardare quella cosa orrenda “Cosa facciamo ora?” ma Bob non rispose, girò le chiavi del quadro ed accese l’auto senza pensarci due volte e partì all’improvviso facendo sbattere quel mostriciattolo contro il parabrezza. L’auto iniziò la sua corsa squarciando il silenzio che finora era il padrone di quel luogo e si diresse a tutta velocità in direzione dei serbatoi. A causa della nebbia Bob aveva tantissime difficoltà a vedere dove stesse andando ma per loro l’importante era scappare lontano da quei denti così aguzzi e quegli occhi rosso fuoco, per la velocità l’auto andò a sbattere contro un muro di cemento che serviva a separare un serbatoio dall’altro. Il motore si spense e il cofano si fracassò ed il parabrezza andò in mille pezzi e così anche l’ultimo loro riparo. I due uscirono dall’auto illesi ma storditi dall’urto e non sapevano in che direzione fuggire. Tutto intorno si udirono passi e poi si intravidero tante lucine rosse che venivano velocemente verso di loro. Che fare? Brian impugnò la pistola caricò il colpo in canna e puntò nella direzione di quei mostri e preso dal panico sparò dei colpi verso quelle luci che si facevano sempre più vivaci e forti. Tutto negativo, ormai erano circondati da una quindicina di quelle creature che si stavano avvicinando da tutte le direzioni ed a Brian e Bob non rimaneva che stare spalla a spalla per proteggersi. Bob disse con voce fiera al suo nuovo compagno “E’ stato un piacere conoscere un ragazzo così coraggioso come te” e Brian lo apprezzò molto ma non si diede ancora per spacciato. All’improvviso il colore della nebbia iniziò a cambiare soprattutto dall’alto, cominciava a diventare più chiara, quasi illuminata da una luce come quella di un faro e Bob se ne accorse ed indicò verso l’alto, Brian lo imitò e vide che dal cielo proveniva veramente un fascio di luce ma potentissimo e rischiarava tutto intorno a loro. Rimasero entrambi a bocca aperta e non pensarono più a quei mostri che ormai li avevano circondati e stavano a due metri, con fare minaccioso. Brian guardò rapito quella scena tanto fantastica, dal cielo stavano scendendo lentamente quindici luci potenti che venivano giù proprio verso di loro e queste luci erano così forti che si notavano anche in quella fitta nebbia.
     Alla vista di quelle luci le creature iniziarono ad emettere strani suoni e lamenti, si misero le piccole braccia alla testa e si contorsero tutti e fu allora che Brian riuscì a contarli tutti: erano quindici creature. Iniziò a cambiare qualcosa in loro, le voci da stridule e acute cominciavano a divenire voci basse e gutturali, pure i loro corpicini iniziarono a crescere e ad ingrandirsi. Era uno spettacolo spaventoso ed ora Brian iniziò a preoccuparsi ancora di più e Bob aveva gli occhi sgranati dall’incredulità. Brian approfittò di questo momento e prese il braccio di Bob e lo tirò a se ed i due iniziarono a correre nella direzione da cui erano giunti con la macchina, lasciandosi dietro tutti quei lamenti e quei versi che emettevano quei mostri, ogni minuto che passava diventavano sempre più grossi. Mentre correvano via Bob, guardando verso l’alto, gridò a Brian “Guarda quelle luci in cielo stanno venendo qui” e Brian col fiatone ed il cuore in gola “Non guardare su, pensa a correre”. Ritenuto di essere ad una distanza di sicurezza e abbastanza vicino alla casetta Brian si fermò e si girò per cercare di capire quello che stava succedendo e vide quelle luci che stavano venendo dal cielo, avevano toccato terra e rimase esterrefatto e con gli occhi imbambolati e Bob vedendo l’espressione del compagno si girò ed esclamò “Ma quelli che cosa sono?” e Brian con un filo di voce “Sembrano ………” e con le mani si stropicciò gli occhi. Brian disse a Bob “Senti tu vai alla casetta per ora non corriamo pericoli, io devo andare….. mi devo avvicinare” ma Bob non acconsentì “Tu non vai solo, vengo con te” “Ok” ed i due si avvicinarono ulteriormente verso quelle luci. Eccole, ad una ventina di metri. Erano luci brillanti e toccarono terra e Brian cercò di scrutare nella nebbia ancora fitta, vide quella scena e la vide pure Bob ed erano proprio rapiti ed ipnotizzati. Le immagini migliorarono ulteriormente e le contarono, erano proprio quindici ed ora iniziò a diventare più nitido, tutto più chiaro e delineato, i contorni e le facce, tutte quelle ali. Erano proprio angeli, quindici angeli con le ali, alti e belli ed emanavano una luce fortissima e nella mano stringevano tutti una spada argentata. Erano tutti schierati in fila, fieri e forti con i loro capelli lunghi biondi e mori, erano uno spettacolo. Brian e Bob rimasero rapiti da quelle figure bellissime che emanavano tutte le più belle virtù che il genere umano avesse mai avuto. Si avvicinarono ulteriormente, tanta era la curiosità ormai cresciuta in loro, e fu allora che videro i due schieramenti: a destra c’erano i quindici angeli e di fronte a loro c’erano quindici mostri con ali nere ed occhi rosso fuoco, braccia enormi ed alti almeno due metri e mezzo. Bob con un filo di voce disse a Brian “Mio Dio, questo è da Apocalisse! E’ lo scontro tra il male ed il bene” l’altro non gli rispose nemmeno. Una scena apocalittica, il bene contro il male. Queste creature stavano le une di fronte alle altre in uno spazio grande (vicino ai serbatoi) e la nebbia le circondava, ma la luce che emanavano quelle figure angeliche la rendeva meno fitta a chi era nei paraggi.
     Chester aveva sentito gli spari e come lui anche gli altri. Erano tutti nelle vicinanze della finestra nella speranza di vedere cosa stesse accadendo fuori ed anche se non lo davano a vedere tutti avevano paura. Ormai erano trascorse diverse ore da quando era cominciato questo assedio e poi avevano perso la vita molte persone, era tutto confuso ed incerto. Gli occupanti della casetta ormai erano cinque e di Brian, Bob e John non si sapeva più nulla. Qualcuno fu preso da crisi isteriche subito placate da Chester che era il più anziano e saggio lì dentro. Il nervosismo e la paura erano i loro compagni.
     “Cosa faranno adesso?” chiese a bassa voce Bob a Brian. Erano entrambi sdraiati nell’erba per non farsi notare, tutti e due bagnati ed infreddoliti dall’umidità che c’era nell’aria e nel terreno.
     I quindici angeli sguainarono le spade, erano bellissime con la lama argentata ed i manici dorati ed emettevano una luce propria e fu il caos totale. Le due fazioni si scontrarono senza esclusione di colpi, tutti potevano volare quindi la battaglia non avveniva solo a terra ma anche in aria. Il primo Demone cadde a terra con un frastuono assordante trafitto da una spada di un angelo ed il corpo dopo qualche secondo si polverizzò. Bob e Brian rimasero immobili e occhi fissi sulla scena scioccante e poi ripresisi dallo shock tornarono a seguire quelle creature che in cielo ed in terra si davano battaglia. Un angelo inseguito da due demoni cercò di sfuggire girando intorno ad un folto albero ma fu raggiunto dai lunghi ed affilati artigli, perse un’ala e precipitò giù dissolvendosi nel nulla e la spada cadde in terra disintegrandosi. Le scene correvano veloci davanti ai loro occhi, con la loro inaudita ferocia, le spade degli angeli si infrangevano contro gli artigli dei demoni provocando scintille.     
     Angeli di luce contro Demoni neri ecco da chi era combattuta questa feroce battaglia, e due ignari spettatori che si trovavano nel mezzo. Era pericoloso stare là ma Brian e Bob non potevano scappare, non volevano scappare, volevano assistere sperando di non essere scoperti. Uno spettacolo insolito, una guerra tra il bene ed il male e poi qualcosa cambiò: iniziarono a partire palle di fuoco lanciate dai demoni. Una nuova arma e tutto intorno focolari accesi e Brian disse ad alta voce “Potrebbe saltare tutto qua, ci sono tre serbatoi”. I due indietreggiarono, sempre pancia a terra e videro che gli angeli cambiarono tattica di attacco, andavano alti su nel cielo per poi piombare in picchiata sui demoni. Luci candide e splendenti si levavano dal suolo per poi scendere velocemente a terra, argento e oro facilmente distinguibili nella nebbia si muovevano in tutte le direzioni scontrandosi con l’oscuro colore di quegli artigli così affilati dei demoni, quei ghigni, denti aguzzi ed ali nere si muovevano contro il candore e quelle belle luci che al solo guardarle ci si sentiva confortati. Questo scenario ormai regnava da diversi minuti e non si vedevano ne vinti, né vincitori. “Senti Bob, io so da dove vengono questi mostri, ho visto da dove sono usciti” disse Brian folgorato da un’idea, “Da dove arrivano?” chiese Bob incuriosito. I due mentre parlavano non staccavano gli occhi dalla scena che gli si presentava davanti, “C’è un edificio qua vicino, è abbandonato e dentro c’è un totem, da lì sono usciti questi mostri e se andassimo a distruggerlo forse quelli scompariranno!” “E se ci vedessero?”, attese la risposta invano perché Brian iniziò ad indietreggiare ulteriormente e lui lo seguì. Mentre Brian indietreggiava pensava a quel totem ‘deve essere una specie di porta per l’inferno’. Guadagnati metri e più sicurezza i due si alzarono ed iniziarono a correre in direzione della casetta e arrivati davanti alla porta l’aprirono ed entrarono.
     “Ma che diavolo………” esclamò il commissario. Si girarono tutti verso l’entrata “Ah siete voi!” esclamò Chester. Andò subito ad abbracciare Brian e lo strinse forte a se dicendogli ad un orecchio “Sono contento che tu stia bene, eravamo preoccupati per voi”, il commissario vide che mancava un suo agente e chiese a Bob “E John che fine ha fatto?”, gli rispose scuotendo la testa e tutti capirono che non ce l’aveva fatta.
Brian iniziò a raccontare quello che era accaduto da quando era uscito, quello che era successo a Bob e poi raccontarono delle luci e tutto quello che ne conseguì, rimasero tutti interdetti ed increduli a quelle parole, poi disse solennemente “Forse abbiamo trovato un modo per uscirne tutti sani e salvi. Dobbiamo tornare a quell’edificio e distruggere il totem” ma il commissario chiese “E con quelle creature là fuori come la mettiamo? Sono diventate più grosse” ma Brian non si scoraggiò a quella domanda “Quelle non mi preoccupano più di tanto, hanno il loro da fare adesso che pensare a noi”. Prese la parola Bob e disse “Dobbiamo uscire almeno in quattro con torce e una tanica di benzina, vedrete sarà un gioco da ragazzi”, rimasero un po’ tutti perplessi ed esitanti tranne Chester che con entusiasmo disse “Ok, sono dei vostri! Cosa stiamo aspettando?”. Un altro si fece avanti, era Sullivan un altro giovane agente che forse per la prima volta decise di rischiare. Non aveva mai partecipato ad azioni pericolose, preferiva una vita alla scrivania piuttosto che uscire di pattuglia con gli altri colleghi ma questa volta si superò e tutti, compreso il commissario, rimasero stupefatti della scelta. Bob gli si avvicinò e lo abbracciò rassicurandolo “Coraggio, non ti accadrà niente Sul”.
     I quattro uscirono dalla casetta richiudendo in fretta la porta, si fermarono per qualche istante ed udirono rumori in lontananza, pure strani bagliori nella nebbia alla loro destra, si diressero verso il cancello d’entrata. Tutti erano armati e avevano una torcia, si fermarono presso un auto della polizia e aprendo il cofano posteriore, presero una tanica vuota ed un tubo. Mentre Chester e Sullivan stavano con le pistole spianate e le orecchie aperte, Brian e Bob inserirono il tubo nel serbatoio dell’auto e succhiarono diversi litri di benzina. Ripartirono tutti in fretta verso il cancello, torce accese e cercando di non fare rumore. Il cancello si aprì emettendo un leggero cigolio, uscirono dall’area a passo svelto e restando vicini, la nebbia era ancora molto fitta, e seguirono la stradina che passava a fianco alla recinzione di quella costruzione. “Ci siamo” li ammonì Brian con voce un po’ tremolante “Questo è il cancello e lì davanti c’è l’entrata”. Seguirono tutti Brian, tenevano stretti in una mano la torcia e nell’altra la pistola invece Brian portava la tanica di benzina, un fruscio dietro di loro li fece bloccare, si girarono tutti e quattro di scatto verso la fonte del rumore e puntarono le pistole. Bob rise istericamente “Un gatto, è solo un gatto” un sospiro generale uscì dalle loro bocche, i loro cuori si potevano sentire battere forte in petto, e la paura li accompagnava passo passo verso la meta.
“Che facciamo, entriamo?” chiese Chester dopo aver ripreso fiato, i quattro si misero di fronte alla porta e Brian diede un calcio e la spalancò. Puntarono i fasci di luce verso l’interno e poi entrarono esitando un poco. Era buio, polveroso e un ambiente enorme. “Laggiù in fondo c’è il totem” disse con sicurezza Brian, lo seguivano senza parlare ed era l’unico che lo aveva visto quindi si fidavano. “Come facciamo a distruggerlo soltanto con la benzina?” chiese Sullivan a Brian “Bella domanda, alla nostra destra ci sono dei cubi di legno che erano uffici una volta, prendiamoli e accatastiamoli sul totem, il fuoco farà il resto”, si diressero verso le infrastrutture in legno e a calci ne fecero dei piccoli pezzi, ormai il legno era poco resistente ma secco. Brian si diresse verso il fondo del palazzo, lo vide in lontananza e gli puntò il fascio di luce della sua torcia. Rabbrividì rivedendolo, era brutto e metteva paura solo a guardarlo, non voleva neanche toccarlo dopo quello che era successo a quel poliziotto davanti ai suoi occhi. Si affrettò a raggiungere gli altri, presero tutti i pezzi di legno, erano parecchi. “Ora faremo un bel falò” disse Sullivan ridacchiando ed iniziò ad accatastare la legna su quella strana scultura. Era tutto pronto e Brian con impazienza prese la tanica e bagnò tutti i legni con la benzina, Bob prese l’accendino e gli diede fuoco. Una fiammata enorme, alta un paio di metri e iniziò a bruciare tutto e abbastanza velocemente, il calore raggiunse alte temperature e quel manufatto iniziò a inclinarsi, sciogliersi e a piegarsi su se stesso. Iniziò a tremare tutto con una scossa sismica e poi dei forti lamenti uscirono da quella specie di statua che piano si scioglieva, mutò colore e divenne rossa, come quegli occhi che tanto avevano spaventato Brian e i suoi compagni. Corsero verso l’uscita un po’ per paura e perché iniziava a crollare tutto, non appena fuori si girarono appena in tempo per vedere tutto il fabbricato cadere in pezzi, sbriciolarsi in una grande nuvola di fumo. La nebbia iniziava a sparire lentamente aumentando così la visibilità ed i quattro se ne accorsero subito, iniziava ad albeggiare ed un nuovo giorno stava per cominciare e Brian, Bob, Chester e Sul si abbracciarono urlando di gioia. Tornarono alla casetta per dare la bellissima notizia agli altri e quando ci arrivarono la nebbia era quasi totalmente scomparsa. Perlustrarono tutta l’area ma di quei mostri non c’era più traccia, nemmeno delle creature di luce, spensero gli ultimi focolari che fortunatamente erano lontani dai serbatoi di carburante. Tutto era tornato alla normalità, non c’era più traccia di niente, era scomparso tutto come quella nebbia tanto strana e Brian non vedeva l’ora di tornare a casa da suo fratello e Chester se ne accorse così gli disse “Vai pure a casa, ci penso io qua, non ti preoccupare” e Brian ancora euforico di come fosse finito tutto bene abbracciò nuovamente il suo anziano collega “Grazie a Dio è finito tutto bene, non ci speravo proprio”.
     “Micheal sono a casa, dove sei?” Brian corse in camera del fratello e lo vide nel letto, dormiva profondamente. Gli uscì un sospiro di sollievo e quindi andò in camera sua e si sdraiò sul letto e mise le mani dietro la nuca, gli tornarono in mente tutti i momenti belli e brutti, la paura, quella nebbia e poi quelle creature prima piccole poi trasformatesi in Demoni, infine quelle figure di luce tanto belle e forti, forse venute dal cielo per proteggerli, sarà stato tutto vero o un’allucinazione? Si addormentò profondamente.
                                                                                                                                          
 
Saryo alle 14:02 in: racconti, un uomo qualsiasi
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martedì, 03 luglio 2007

L'edificio (parte seconda)

Mentre avanzavano lasciavano le loro impronte sul pavimento per quanta ce ne era, e Brian disse “Ma qui sono anni che nessuno ci mette piede”. La porta cigolò e si chiuse sbattendo. I tre si immobilizzarono dallo spavento e poi preso coraggio Paul disse: “Sarà stato il vento dopo tutto c’è una finestra aperta di sopra ed una rotta”, Brian disse loro “Guardate che fino a ieri le finestre erano sempre state chiuse”. Fred gli ribatté “Saranno venuti a far cambiare aria a questo posto”, Paul invece guardando in terra “Non vedo altre impronte oltre le nostre !”, ad un tratto udirono dei rumori come se qualcuno stesse grattando qualcosa, e Paul già quasi in preda al panico “Forse sono dei tarli nel legno, i pannelli sono vecchi”. Brian deglutì talmente forte che anche gli altri lo sentirono, andò verso sinistra nella parte vuota del palazzo. In maniera circospetta si diresse verso l’angolo inferiore, la sua andatura era lenta e cauta per via dell’oscurità che lo circondava. Cercava di scorgere qualsiasi cosa, ad un tratto gridò agli altri due “Cristo! Presto, venite a vedere”. I due agenti non ci pensarono due volte e si misero a correre in direzione della voce di Brian. Non lo ammettevano, ma avevano una tale paura di questo posto così sinistro e cupo. Arrivarono da Brian e con sorpresa gli chiesero “Che cavolo è questa roba?”, Brian con voce roca e perplessa “Sembra una specie di totem ”. Paul tirò fuori un accendino (quale accanito fumatore che era) e lo accese vicino a quella specie di scultura. Era alta quasi due metri e mezzo , per poco toccava il soffitto, e sembrava fatta di materiale simile al bronzo, molto pesante e fatta da due travi verticali ed un architrave orizzontale, come quei monumenti megalitici costruiti durante l’età della pietra (monumento di Stonehenge). Le due travi verticali erano ornate con tante piccole facce, tutte diverse fra loro, come dei ritratti tridimensionali. Paul ne toccò una con un dito, seguendo i lineamenti del viso ed esclamando” Che brutto!”. I tre fecero un salto indietro urlando dal terrore. Gli occhi di quella faccia emisero una luce rossa come un laser, sprigionando per la maggior parte dell’edificio un colore quasi infernale. Per la sorpresa e lo sbigottimento Brian e Fred fecero una corsa sfrenata verso la porta d’uscita. Girarono la maniglia della porta ma questa non si aprì, era bloccata. Urlavano come due ossessi dandoci calci, pugni ma senza successo, udirono un urlo provenire dalla parte da dove erano scappati. I due si cercarono e con voce esile dissero in coro ”Dov’è Paul?”, come per risposta “Aiuto! Aiutatemi vi prego! Nooo…. Pietà!”. Si udirono degli spari, poi la porta si spalancò e dovettero chiudere gli occhi per quanta luce solare provenisse da fuori, si misero la mano sugli occhi per ripararsi, poi intravidero delle ombre davanti a loro e si sentirono toccare. Come due fratelli siamesi iniziarono a correre fuori, spalla a spalla, come se qualcuno li avesse cuciti assieme, spinsero via qualunque cosa gli sbarrasse la strada urlando e dicendo parole incomprensibili. In quel momento il loro intelletto li aveva abbandonati, lasciando liberi l’istinto e la paura. Una volta che capirono di non essere più in pericolo, si girarono e videro i quattro colleghi di Fred in terra con lo sguardo sbalordito. Jason si alzò da terra e disse loro “Ma che cavolo succede? Siete impazziti? Abbiamo sentito le urla e gli spari e siamo corsi qui”. Brian disse “Ho idea che le pistole serviranno a ben poco.” Jason con aria di sfida “Perché pulcino ti tremano troppo le mani per sparare? E poi dov’è Paul?” Fred gli rispose ancora tremante “Non lo so, è rimasto dentro e qualcosa lo ha preso”. Dick disse “Ma diamo i numeri? Abbiamo perlustrato tutto il perimetro e non c’è assolutamente niente” e allora Fred iniziò ad alzare la voce “Ma lo vuoi capire che dentro c’è una specie di Totem, Paul lo ha toccato e quello ha aperto gli occhi e noi siamo scappati, poi quelli se lo sono preso” iniziò a piangere istericamente. David lo guardò stupito e chiese “Totem? Aperto gli occhi? Che cosa se lo è portato via?”, Brian si intromise “E’ meglio lasciar perdere ed andarcene via, prima che sia troppo tardi” allora Jason urlò con voce stupita ed incazzata “Ma cosa dite? Noi entreremo lì dentro e cercheremo Paul! Chiaro?” e Brian con lo stesso tono “No! Se ci tieni vacci da solo, io ci tengo alla vita”. I quattro varcarono la soglia con leggera incertezza e scomparirono nell'oscurità.
          Brian guardò l’orologio e vide che erano appena le 15:00, a lui sembrò che fosse passato un secolo intero e cominciò a dirsi “ magari è un sogno, sto leggendo un libro ed è solo una storia inventata da qualche scrittore” e poi si diede un pizzico, sperando di svegliarsi sotto le coperte in casa sua, ma non accadde nulla.
         I due battenti della porta iniziarono a muoversi provocando un sinistro cigolio e poi, con un forte rumore, si chiusero. Fred e Brian corsero alla porta e tentarono in vano di riaprirla, sembrava che dall’altra parte ci fossero centinaia di persone a fermarla. Fred disse a Brian con voce frignante “Ma che cosa c’è lì dentro?”. Cominciava ad avere crisi di pianto alternate a risatine isteriche, mentre Brian strattonava la porta cercando di aprirla, gli rispose “Non ne ho la più pallida idea ma ho una paura fottuta”.
         Jason e gli altri tre avanzavano nella semioscurità a poca distanza l’uno dall’altro, forse per farsi coraggio. David aveva con se una torcia e quando sentì che la porta si era chiusa, esclamò “Ma guarda quei due! Vogliono metterci paura” poi puntò nuovamente il fascio di luce in avanti. All’interno dell’edificio c’era una strana atmosfera e la si poteva respirare, era pesante. Superato il labirinto di cubi andarono a sinistra, verso quella strana scultura che venne illuminata dalla torcia. La guardarono attentamente chiedendosi cosa fosse e che cosa ci facesse in un posto simile. Jason percepì qualcosa, prese con prepotenza la torcia ed illuminò verso destra in terra e vide una pozza rossa quasi asciutta per quanta polvere ci fosse. Si chinò su di essa per esaminarla meglio e poi esclamò “Ehi, questo è sangue! Forse è di Paul” e Dick “Potrebbe essere di chi lo ha aggredito”. David si avvicinò a quello strano “Totem” e con fare diffidente, accarezzò una delle facce che usciva da quella specie di orribile scultura. Ne toccò una in particolare con un naso prominente, occhi sporgenti, gote magre e con la bocca aperta e dei denti affilati. Sentì al tatto le labbra che erano state scolpite grandi e poi gli parve che qualcosa si fosse mosso. Il silenzio fu interrotto da un urlo agghiacciante che rimbombò in tutto l’edificio, gli occhi sporgenti di quel viso si fecero rossi come il fuoco e David urlò “Aiutatemi! Mi sta staccando il dito”. I tre si fecero avanti ed impallidirono di fronte a quello spettacolo. La testa che usciva da quel “Totem” si muoveva ed aveva in bocca il dito di David, il sangue cadeva in terra espandendosi sempre di più ed il colore di quegli occhi si faceva sempre più acceso, mentre quella bocca si chiudeva lacerandolo ancora di più. Jason e gli altri due erano impotenti di fronte a quello che stava accadendo davanti ai loro increduli occhi. David ormai non aveva più la forza di urlare, cadde in ginocchio senza reagire e vomitò in terra e perse i sensi. Gli altri tre in preda al panico si girarono in tutte le direzioni cercando una via di uscita. D’un tratto l’oscurità, che prima aveva la meglio su tutto, dovette lasciar spazio ad un bagliore rosso, prima leggero poi sempre più forte. Iniziarono ad udire lamenti prima deboli che andavano crescendo, e si accorsero che tutte quelle teste stavano prendendo vita. Jason indietreggiò e cadde a terra, poi si rialzò senza riuscire a togliere lo sguardo da quella visione quasi apocalittica. Riuscirono ad arrivare alla porta solo Dick e Jason, mentre James urlava come un pazzo, poi nulla più. Tentarono di aprire la porta ma era bloccata, Dick fu attratto da un rumore come di passi e pensò fossero i colleghi, ma poi entrambi furono circondati da decine di luci rosse, nate o partorite dall’oscurità.
         Brian e Fred udirono quelle urla dannatamente colme di paura e di disperazione, tentarono nuovamente di forzare la porta ma senza risultato, poi si accorsero che dall’interno non vi fu più movimento, al contrario un silenzio di tomba.
         Ora si poteva “Sentire” che quell’edificio nascondeva un qualche segreto che difficilmente un essere umano ci avrebbe potuto mettere le mani sopra e sia all’interno che all’esterno era circondato da un alone di mistero.
         I due non riuscivano ancora a comprendere quello che accadde poco prima, e più ci pensavano più gli sembrava di uscirne pazzi. Fred aveva due occhi fuori dalle orbite, uno sguardo assente. I due erano indecisi sul da farsi e ad un certo punto Brian gli disse “Che facciamo? Proviamo ad entrare lo stesso?” l’altro non ribatté nulla. Brian lo prese per il colletto della divisa scrollandolo da quel sonno ipnotico che sembrava lo avvolgesse, e gli urlò “Se non ci muoviamo ora, quelli saranno spacciati, se già non lo sono!”
         La porta era lì, immobile, ferma come fosse un muro di cemento. Non era molto robusta ma non cedeva.
         Ad un tratto, si aprì con quei cigolii sinistri, come fosse una bocca. I due timidamente si affacciarono, erano titubanti. Nella loro mente si fece strada un interrogativo e quasi contemporaneamente dissero, “E se entriamo e la porta si richiude?” Fred tirò fuori la pistola dalla fondina, caricò il colpo in canna e guardò Brian.
         Aveva uno sguardo cattivo, gli si leggeva in faccia la rabbia e la paura che aveva, ma quella che prevalse fu la rabbia. Corse dentro senza tentennamenti chiamando a gran voce i nomi dei colleghi. All’interno si udiva la sua voce e null’altro.
         La porta si richiuse violentemente colpendo in pieno Brian, che cadde a terra privo di sensi. Si sentì muovere prima piano, poi sempre più forte ed aprì gli occhi e vide la faccia di Chester, lo strattonava, chiedendogli con tono preoccupato “Brian che ci fai qui? E le macchine della polizia?” Brian si alzò ancora barcollante, si toccò la fronte dolorante, poi cominciò a spiegargli tutto. Chester gli chiese “Che fine hanno fatto gli agenti?” e Brian con voce quasi da crisi isterica “Non lo so, credo che siano tutti morti!” e l’altro “Morti? Ma che diavolo c’è lì dentro?” Brian lo guardò bene in viso, sembrava ancora più vecchio del giorno prima, le rughe gli mostravano quanta paura ed incertezza avesse. La porta era chiusa ed i due decisero di tornare nell’area in cui prestavano servizio.
         Tirando le somme Brian gli spiegò di Mel, di quello che aveva trovato nella sua macchina, delle finestre, dei bossoli e di ciò che aveva vissuto dentro a quell’edificio.
I sei agenti erano morti, lui ne era convinto, come lo era di quello strano “Totem”, non ne aveva mai visto uno così. Con tutte quelle facce che sembravano avere una dimensione, fredde al tatto ma vive allo stesso tempo e come se ti guardassero,  la luce proveniente da una di esse e precisamente dai suoi occhi, si accendeva come una lampadina.
         Chester non riusciva a crederci ma le macchine della polizia e la scomparsa di Mel ed infine il ritrovamento di Brian svenuto davanti a quella porta, qualcosa doveva essere accaduto, non si poteva essere inventato tutto.
         I due non sapevano cosa fare, cosa dire alla polizia e della scomparsa di quei poveri ragazzi. Brian chiese a Chester “Domani è 11?” Chester annuendo “Ma cosa c’entra questo ora?” Brian con aria pensosa “Domani avverrà l’eclissi, giusto?” “Si, e allora? Cosa?” “Conviene avvisare la polizia dell’accaduto”, “Cosa dici? Non ti crederanno mai! Persino io stento a crederci”, “Allora lo vedranno coi loro occhi, già, questa notte!” con espressione incredula Chester “Cosa vuoi fare?”, “Io niente, saranno loro a muoversi, vedrai” “Loro?” Chester non ebbe risposta. Nel frattempo cominciava a farsi più scuro, si stava avvicinando la sera.
         La radio delle pattuglie gracchiavano e si udivano le chiamate ma naturalmente non c’erano risposte. Allora Brian chiamò la centrale con il telefono spiegando di mandare parecchie pattuglie per la scomparsa dei sei agenti avvenuta la mattina stessa.
         Erano già le sette passate, delle nuvole minacciose cominciavano ad avvicinarsi velocemente, per strada non passava nessuno. Brian telefonò a casa di Jennifer chiedendo a Micheal di tornare a casa presto e di non riuscire, aveva paura, tanta paura. Mentre attaccava la cornetta del telefono Chester chiese “Se vuoi andare a casa vai, aspetto io la polizia”, “No! Lo vuoi capire che stanotte te la potresti vedere brutta?”.
         La discussione fu interrotta da una serie di tuoni e saette impressionanti. Il cielo era nero ormai il sole stava lasciando spazio alla giovane notte. Intorno a quell’edificio cominciava ad alzarsi una foschia strana, quasi fosforescente. Le prime gocce d’acqua cominciarono a cadere bagnando i vetri del posto di guardia dove erano chiusi.
         Chester disse con voce e con espressione quasi da automa “Che tempo strano”. Guardavano verso l’edificio, che non era molto distante, mentre quella foschia piano piano si faceva più densa e l’illuminazione scarsa della strada si rifletteva su quel muro di nebbia, che aumentava sempre più di volume. Erano attratti da quel fenomeno, quasi fosse ipnotico e i loro sguardi si perdevano nell’aria, dolce e silenziosa, quasi confortevole. Ma chissà cosa nascondeva. Non battevano ciglio, immobili come oggetti. Si destarono all’improvviso per un tuono, talmente forte che fece vibrare i vetri. Rimasero storditi, come uno che si è appena svegliato dopo un lungo sonno. Brian con voce tremolante disse a Chester “Sento che arriveranno presto”, “Chi, i poliziotti?” “No, Loro”.
         Videro delle luci avvicinarsi al cancello, mentre la nebbia cominciava piano ad inghiottire ogni cosa trovasse sulla sua strada. Ci furono dei colpi di clacson e Brian capì pur non vedendo che si doveva trattare della polizia, uscirono dalla garitta per andare ad aprire il cancello, si sentì una voce “Sono il commissario Larson, chi è Brian?”. Aprì il cancello, pioveva appena, entrarono cinque pattuglie e richiuse. Scesero dalle macchine e qualcuno disse “Non ho mai visto pioggia e nebbia insieme”. Brian consigliò alle forze dell’ordine di ripararsi dentro un locale antincendio posto quasi ad un cinquantina di metri dal posto di guardia, seguirono lui e Chester e ci si chiusero dentro.
         Non era molto confortevole ma c’era una stufa al centro della stanza e qualche sedia vecchia, due finestre ai due lati ed un odore di muffa spaventoso.
         Ci furono le presentazioni di rito e poi il commissario chiese a Brian di raccontargli tutto quello che sapeva della scomparsa degli agenti. Brian prese coraggio e gli raccontò l’accaduto. Ci fu una risata generale e poi il commissario, accendendosi una sigaretta, lo guardò negli occhi chiedendogli “Ragazzo, non è che ti sei inventato tutto?”
         Larson era un uomo sui quarantacinque anni, di media statura, capelli grigi corti, vestito con abiti civili, giacca grigia, impermeabile della polizia aperto e mocassini marroni. Gli altri otto agenti in divisa, erano tutti giovani e probabilmente poco esperti con le armi.
         Uno disse al commissario “Che facciamo?” e Larson “Aspettiamo che il tempo migliori, poi daremo un’occhiata a quel magazzino”. Brian lo ammonì “Commissario glielo sconsiglio vivamente” e lui “Ancora con questa storia? Come pensa che io ci possa credere?”. Brian allora si mise in disparte, vicino alla finestra guardando la nebbia che piano piano si muoveva, come un ballo gioioso di bambini che tenendosi per mano fanno il girotondo.
         La finestra all’esterno era un po’ umida a causa di quella foschia così grigia scura, ma per quelle poche luci che c’erano sulla strada dava un senso di chiarore. La stanza in cui si trovavano era illuminata da una lampadina attaccata al soffitto, cominciava ad entrare umidità e faceva più freddo rispetto alle altre notti d’Agosto.
         Ormai erano le 21:00 passate e questa nebbia non accennava a diminuire. Un poliziotto si affacciò alla finestra esclamando con sorpresa “Guardate che strana questa nebbia, sembra che ora pulsi”. Si affacciarono tutti e ci fu una voce generale di consensi, fissavano all’interno di essa per scorgere almeno le autovetture, ma nulla di fatto, c’era solo quel colore monotono e spaventoso. Un agente aggiunse “Una foschia così non l’avevo mai vista!”. Sembrava tutto fermo, immobile, come se quel grigiore avesse cancellato tutto il resto del mondo, Brian guardò un punto fisso e si accorse palesemente che all’interno apparivano e scomparivano, ritmicamente dei deboli bagliori di luce, come se fosse la freccia di una macchina. Sembrava che vivesse e respirasse. Poi gli sembrò di scorgere in quel grigiore continuo, una luce rossa, anzi due. Gli venne un brivido per la schiena, guardò meglio, più attentamente e le rivide, erano deboli e ferme, sentitosi osservato indietreggiò barcollante e andò a scontrarsi con un agente che gli disse “Ma che fai! Stai attento!”. Brian farfugliò qualcosa a bassa voce. Quella scena attirò l’attenzione di tutti gli altri che si avvicinarono, lui tremando e balbettando disse “Sono qui. Loro sono qui!”. Chester gli domandò con voce calma e rassicurante “Chi è qui?” e Brian guardando verso quella finestra cominciò ad urlare pieno di sgomento “Eccoli guardate”. Si girarono tutti e da un’espressione di tranquillità generale mutò tutto in confusione. Erano in undici ma sembravano molti di più a causa del panico che subentrò così all’improvviso. Brian sarebbe voluto scappare via, ma le gambe non glielo permisero, era come se qualcuno gliele avesse incollate al pavimento, poi Larson tuonò “Fermi!”, guardò alla finestra e fissò quei due punti rossi che rispetto a prima sembravano più vicine, erano meno fiochi e più accesi. Cominciarono a ragionare e a chiedersi cosa fossero e da dove venissero, erano tutti con le orecchie tese per captare un qualsiasi rumore, un passo o chissà……..
         Passarono del tempo a decidere su chi facesse il primo turno di guardia, aspettando che le condizioni migliorassero, due persone alle finestre, e gli altri si potevano riposare, chi sulle sedie e chi in terra. Nessuno aveva il coraggio di uscire da quel piccolo locale, fuori nulla era cambiato tranne l’ora e la guardia. Era mezzanotte passata quando gli agenti del secondo turno si accorsero che il colore del banco di nebbia cominciava a mutare da grigio scuro in verde, una fusione di colori. Per la sorpresa lo fecero notare anche agli altri, per tutti fu una cosa senza precedenti. D’un tratto Brian disse a Chester “Oddio! Attila e Sansone?” ed il commissario gli chiese “Ora chi sono questi due?”, gli rispose Chester “Sono due cani che stanno con noi, sono addestrati alla guardia e chissà che fine avranno fatto.”
         Il poliziotto alla finestra ritornò a guardare nella nebbia e vide che quelle due luci erano sparite, volatilizzate oppure spente? Pensò che magari erano solo due luci di posizione di una macchina, ma come facevano a spegnersi ed accendersi da sole? Rabbrividì e poi girandosi piano disse “Ehi! Sapete quelle due luci là nella nebbia?” annuirono tutti con il fiato sospeso, “Non ci sono più, sono sparite”. Si tuffarono tutti verso la finestra per vedere con i loro occhi e rimasero tutti perplessi. Comunque decisero lo stesso che alle due finestre ci sarebbero rimasti di guardia due persone.
         Tutto era tranquillo e silenzioso, gli altri dormivano seduti in terra appoggiati alle pareti, Chester dormiva su una sedia con i gomiti appoggiati alle ginocchia. Non era una posizione comoda, nessuno stava comodo ma lo stress accumulato in quelle ore permetteva di riposare. La lampadina emetteva una luce, come quelle che emettono due candele, lasciando in penombra i quattro angoli della stanza. Brian dormiva in uno di quegli angoli, era seduto in terra con le gambe al petto e le bracciaintorno alle ginocchia e la testa china alle braccia. Quel silenzio che regnava là fuori conciliava il sonno, ma più che altro erano la stanchezza e la paura.
         I turni di guardia si successero in tranquillità fino ad arrivare a Brian e Chester. Alle 3:00 in punto infatti arrivò un poliziotto da Brian e lo scrollò delicatamente chiamandolo per nome. Si svegliò tirandosi su a fatica sentendo scrocchiare ogni singola vertebra, quindi si diresse barcollando leggermente verso una delle due finestre, ancora in preda al sonno. Appoggiò le mani sul marmo che dava verso l’interno e con lo sguardo ancora assonnato guardò perdendosi nella nebbia. All’altra finestra c’era Chester che invece era già desto.  
         Brian si mise di fronte alla finestra ed il suo sguardo si perse nella nebbia, Chester prese delicatamente una sedia e la mise di fronte all’altra finestra e si sedette, si sentiva stanco e preoccupato. Si guardò intorno e vide il commissario Larson seduto con la schiena appoggiata al muro, doveva avere un sonno pesante ed era immobile. Poi il suo sguardo si mosse nelle altre direzioni e via via guardò gli altri. Erano tutti immobili e dormivano profondamente, e questo gli tirò un pò su il morale. Avrebbe voluto conversare con Brian ma ciò avrebbe potuto dar fastidio agli altri e così si mise l’anima in pace e mosse lo sguardo fuori.
         Tutto taceva ma Brian iniziò a muovere la testa verso destra e poi a sinistra, come per cercare di vedere qualcosa, poi si girò verso Chester e bisbigliando disse “Sento dei rumori sotto la mia finestra ma non vedo niente!” Chester si alzò dalla sedia e si diresse verso Brian. Rimasero entrambi in ascolto, poi udirono dei piccoli battiti veloci, come fossero passi. Brian si alzò sulle punte dei piedi cercando di scorgere sotto il parapetto della sua finestra ma non poté vedere nulla, la nebbia era troppo fitta. Il rumore era cessato ma Brian continuò a guardare in basso e cadde in dietro con un tonfo. Il rumore destò tutti, Chester prese Brian e lo aiutò ad alzarsi ma lui si divincolò e tirò fuori la pistola. Tutti si allarmarono, poi Brian urlò “Guardate fuori cazzo!!! ” e tutti obbedirono a quel comando e subito dopo ci fu un urlo generale, qualcuno cadde in terra, un agente aprì la porta ed uscì fuori senza indugi ma gli altri la richiusero subito. Brian prese bene la mira puntando la sua pistola verso la finestra ed inquadrò nel mirino “quella cosa”.
          Era alta una cinquantina di centimetri e di colore scuro, occhi rossi lucenti e denti aguzzi ed emetteva un lamento infernale, si muoveva velocemente e stava lì sul marmo della finestra e con quelle mani piccole cercava di entrare dentro.
          Un fragore ruppe la finestra e quella creatura cadde giù e dalla canna della pistola di Brian uscì del fumo. Ci fu nuovamente silenzio, poi il primo a parlare con voce tremolante fu il commissario Larson “Cosa diavolo era quella cosa? Rispondetemi cazzo!” ci fu nuovamente silenzio, poi Brian prese coraggio e disse “Sono quelle cose che ci hanno attaccato in quel capannone, non ho idea di quante ce ne siano”. Brian si affacciò alla finestra e cercò di vedere se quella creatura fosse ancora lì ma non si vedeva, era scomparsa. Chester si guardò intorno e disse “Ehi manca uno di noi” e Larson “un agente è uscito fuori”, Brian aprì la porta e si affacciò ma non udì nulla, si sentì chiudersi uno sportello di una macchina e poi delle urla provenire dalla stessa direzione, infine silenzio. Brian rientrò e chiuse la porta, aveva lo sguardo triste e preoccupato ma poi con vigore disse “Aiutatemi a chiudere quella finestra o ce li ritroveremo dentro”.
      Erano rimasti in otto e a quanto pare le pistole facevano ben poco a quei mostri lì fuori, quella maledetta nebbia li proteggeva ed in più quegli sguardi, quegli occhi rosso fuoco facevano accapponare la pelle. Nessuno era al sicuro ma già il fatto di impegnarsi a trovare qualche sorta di materiale per quella finestra rotta, metteva ognuno di loro in condizione di non pensare alla peggio. Fu proprio Brian a dare l’esempio e tutti lo seguirono. Setacciarono ogni angolo in penombra di quel angusto locale e fu Chester a trovare due pannelli di legno e a metterli in corrispondenza delle due ante.
       Il problema era stato risolto in parte, ora cosa si poteva fare? Aspettare! Ma chi o cosa? Questa era la domanda che si stava ponendo Brian e anche tutti gli altri. Da dove venivano questi mostri? Brian chiamò Chester e gli disse “Senti, io devo uscire da qui, devo andare da Micheal” ma l’anziano amico gli mise le braccia sulle spalle e lo scrollò dicendogli “L’unica cosa che puoi fare è attendere qui con noi, non puoi uscire là fuori e lo devi fare per tuo fratello. Lui è al sicuro in casa e tu non lo saresti se ora esci”. L’unico punto per vedere l’esterno ora era una sola finestra ed era anche un punto debole quindi spesso ad ognuno di loro veniva spontaneo dare un’occhiata verso l’esterno ma nulla era cambiato, erano tutti chiusi dentro quella maledetta casetta e sempre circondati da quella strana nebbia ormai da tempo.
       Due poliziotti chiamarono il commissario e uno gli fece “Abbiamo deciso di uscire a dare un’occhiata e chiamare rinforzi via radio”, il commissario li guardò e con aria perplessa chiese loro “Siete sicuri di quello che dite? Non posso ordinare né di restare qui né di uscire, stiamo rischiando la vita e non so ancora per cosa e cosa ci sia la fuori ma se ve la sentite…….” I due annuirono e si diressero verso la porta. Brian mise la mano sulla maniglia e nell’altra stringeva la pistola, i due coraggiosi impugnarono le pistole e si misero di fronte all’ingresso pronti ad uscire. Tutti e tre avevano paura di affacciarsi e si vedeva da come indugiavano, stavano tutti in silenzio cercando di captare un qualsiasi rumore ma là fuori regnava solo silenzio, poi Brian aprì piano la porta e tutti intravidero quel colore che ormai li circondava da parecchio tempo e poi i due si mossero cercando di fare meno rumore possibile. Una volta usciti Brian li seguì con lo sguardo e l’arma puntata verso terra finché non li perse nella nebbia, poi la richiuse.
       Bob e John corsero verso le auto parcheggiate vicino all’entrata, correvano veloci e con tutte due le mani stringevano le pistole d’ordinanza, avevano il fiatone un po’ per la corsa e anche per la paura. Cercavano di sentire qualsiasi rumore e stavano vicini per non perdersi, poi cominciarono ad intravedere le sagome delle auto e non rallentarono la corsa quindi quasi ci si schiantarono contro, John aprì lo sportello dell’auto e Bob ci si tuffò dentro e freneticamente prese in mano il microfono della radio e schiacciò il bottone per parlare. “Centrale, centrale qui auto 31 mi sentite passo…..”, la radio gracchiò ed i due rimasero in attesa di una risposta che non tardò ad arrivare “Avanti auto 31, qui centrale vi sentiamo ma che fine avete fatto tutti quanti?”. Bob fece un sospiro rumoroso scaricando l’ansia accumulata, poi riprese fiato e premette nuovamente il pulsante attendendo pochi secondi “Ci troviamo al deposito di carburanti con il commissario e abbiamo parecchie difficoltà, abbiamo bisogno di rinforzi, molte unità temo”. La voce dall’altra parte gli chiese “Della scomparsa dei sei agenti di questo pomeriggio ne sapete qualcosa?” “Negativo, mandateci almeno una decina di pattuglie, è urgente!”. La voce di Bob si fece più forte, non aveva il coraggio di dire per radio quello che stava accadendo quindi ad ogni domanda tentò di essere più vago possibile, mentre John cominciava ad innervosirsi ed iniziò a guardare in tutte le direzioni. I due si sentivano molto vulnerabili e avevano una paura fottuta. Sedevano entrambi sui posti davanti e l’auto era chiusa, tuttavia non erano tranquilli perché non vedevano nulla solo il grigio che li inghiottiva.
Saryo alle 15:26 in: racconti, un uomo qualsiasi
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martedì, 26 giugno 2007

L'edificio (prima parte)

  
                                     
 
     Era un pomeriggio di Agosto del 1999, faceva molto caldo ed era molto umido. Verso le ore 12:00 per fortuna si alzò una leggera brezza, in cielo c’erano molte nuvole, alcune delle quali erano minacciose di pioggia.
         Brian quel giorno faceva il turno di guardia giornaliero (dalle 8 alle 16) in un deposito di carburanti. Era un lavoro piuttosto noioso perché non accadeva mai nulla, quindi per passare il tempo si portava da casa dei libri da leggere. I suoi preferiti erano libri sull’horror, fantastici ed avventurosi, che lo accompagnavano sempre durante i pomeriggi caldi ed assolati delle sue guardie.
         L’area che aveva il compito di sorvegliare non era molto vasta, usava la sua macchina per fare le ronde sia diurne sia notturne solamente quando il tempo non gli permetteva di andare a piedi. Aveva a disposizione una garitta molto piccola in cui stare quando pioveva o faceva freddo, una torcia per le ronde notturne, la pistola di ordinanza (mai usata tranne che per esercitazioni al poligono), un registro per annotazioni e novità.
         Brian era un ragazzo venticinquenne, al suo primo impiego che svolgeva da cinque anni sempre nello stesso luogo, che ormai conosceva come le sue tasche. Era biondo e molto alto, abbastanza robusto ed aveva due begli occhi azzurri. Aveva un fratello di nome Micheal, di quindici anni che andava a scuola. La loro mamma era ricoverata in un ospedale psichiatrico da due anni, il padre invece si trovava in carcere da tre per tentata rapina ed omicidio. I due fratelli si trovarono a dover condurre una vita da soli, senza l’aiuto dei genitori. Vivevano in una casa ad un piano, a pochi isolati da dove Brian lavorava. Avevano a disposizione due camere da letto (una dei genitori), una cucina, un bagno ed un bel giardino con molte piante e fiori. La porta d’ingresso dava sulla cucina non molto grande, in mezzo alla stanza c’era un tavolo bianco per sei persone con quattro sedie, sulla sinistra il lavello, la macchina del gas con il forno, il frigorifero. Dalla parte opposta invece c’era un mobile usato come cambusa. Superata la cucina c’era un corridoio e a sinistra c’erano le porte che davano alle stanze da letto, a destra una che dava al bagno. La prima stanza era quella di Brian e Micheal con due letti l’uno di fronte all’altro, la seconda dei genitori che non vivevano più in quella casa. Brian si prese quella stanza per comodità e per lasciare libertà al fratellino, era composta da un letto matrimoniale a destra, a sinistra un armadio marrone a quattro ante e due comodini vicino al letto. La stanza di Micheal invece era luminosa visto che aveva una finestra proprio di fronte alla porta. Superati i letti, sulla destra c’era un armadio nero con due ante, a sinistra una libreria con sopra uno stereo e dei libri e più avanti vicino alla finestra, una scrivania dove studiava. Il bagno aveva a destra la vasca da bagno, più avanti il water, di fronte il bidè e la lavatrice vicino al lavabo.
         Il luogo in cui Brian lavorava non era bellissimo ma a lui era congeniale per rilassarsi e leggere. Ogni ora faceva la ronda di controllo, poi si rimetteva seduto a leggere. Con lui c’erano anche due cani da guardia. Il primo si chiamava Attila ed era un pastore tedesco di due anni, l’altro Sansone era un pastore belga di quattro. Entrambi erano affidabili e di buona compagnia soprattutto durante il turno di notte.
         Brian non era l’unico che svolgeva questo compito in quel luogo, ma c’erano altri due colleghi, uno di trentacinque anni bruno con delle basette lunghe e folte, alto sul metro e sessanta ma molto tarchiato. Si chiamava Mel e portava occhiali da sole anche quando era buio, amava bere qualche sorso di whisky soprattutto la notte quando faceva freddo. L’altro collega si chiamava Chester che invece ne aveva cinquantotto, ed era prossimo alla pensione. Aveva i capelli brizzolati, occhi molto scuri e sopracciglia folte. Era il più anziano di tutti e preferiva fare il turno pomeridiano (dalle 16 alle 24) in modo da poter passare la mattina con la famiglia. Spesso portava con se le fotografie delle due nipotine a cui era molto legato, Monique e Sarah.
         Era il nove di agosto e Brian stava facendo la ronda con Attila e Sansone. Passavano lungo il recinto con filo spinato che circondava il deposito, l’erba era verde ed arrivava elle ginocchia ed il vento cominciava ad alzarsi e muoveva i fili d’erba a destra e a sinistra, come fa un’onda in mezzo all’oceano. I cani avevano difficoltà a muoversi nell’erba, così saltavano qua e la per potersi muovere più velocemente. Erano partiti dalla garitta che si trovava ad un metro dalla rete e vicino al cancello d’ingresso, e dopo aver percorso quasi tutto il perimetro dell’area Brian si fermò. Di fronte a lui c’era un grosso edificio alto almeno sei metri e lungo quaranta. Correva parallelo alla recinzione ed aveva molte finestre sia nella parte inferiore che in quella superiore, quindi dedusse che avrebbe avuto dai due ai tre piani. Dopo cinque anni che prestava servizio di guardia si chiese sempre chi ci lavorasse mai o cosa contenesse. Non ebbe mai risposta a quelle domande e ne vide mai nessuno entrarvi ed uscirvi, mai nessun movimento lì intorno. L’erba incolta, i rovi, le erbacce, le finestre chiuse e coperte dall’interno con delle tende scure, come per nascondere ai curiosi cosa vi ci fosse. Brian era lì, fermo come incantato da quella costruzione, aveva gli occhi fissi per scorgere qualsiasi movimento, mentre i cani erano irrequieti e correvano abbaiando in tutte le direzioni. Ad un tratto Attila correndo non si era accorto che di fronte c’era Brian, lo urtò mandandolo a terra. Brian si rialzò si tolse l’erba che aveva sui pantaloni e sulla camicia e si incamminò verso la garitta seguito dai cani. Cominciò a riflettere sull’accaduto, guardò Attila e Sansone accorgendosi che non avevano più quel comportamento agitato quando erano di fronte all’edificio. Mentre accarezzava i cani si chiese cosa potesse aver provocato quelle reazioni così anormali in loro. Uscì dalla garitta e prese le chiavi del cancello, lo aprì e uscì fuori dell’area richiudendolo. Cominciò a camminare lungo la recinzione di ferro di quel magazzino, voltò al primo angolo e dopo circa venti passi si fermò proprio davanti a quella che sembrava essere l’entrata principale. Si avvicinò alla ringhiera, guardò in terra e vide che il pavimento era composto da mattoncini autobloccanti e tutti i ciuffi di erba uscivano dalle minuscole fessure che vi erano fra l’uno e l’altro. Cominciò a tornare indietro ma non era tranquillo e cominciò ad avere una sensazione strana, come se avesse qualcuno o qualcosa che lo stesse fissando.
         La zona in cui si trovava il deposito era industriale, tuttavia era molto trafficata sia da mezzi pesanti che da autoveicoli, visto che era un’area di transito per andare da una parte all’altra della città. Di giorno vi passavano molti mezzi, invece di notte non c’era vita. Un tempo per le vie di questo quartiere giravano bande di teppisti e la gente per paura di fare spiacevoli incontri non usciva di casa. Da dieci anni a questa parte cominciarono a nascere miti e leggende sulla zona, composta da una via principale ed altre secondarie. Potranno essere casualità ma molte persone scomparvero nel nulla transitando in questo posto. Brian ne aveva sentito parlare ma non ci dava molto peso, raramente uscivano lui ed il fratello e quando lo facevano Brian si portava la pistola.
         Quando Brian rientrò nell’area quando erano già le 14:00 passate, le nuvole si muovevano velocemente spinte da un forte vento ad alta quota e la brezza che prima soffiava, cominciò a diminuire dando spazio nuovamente al caldo e all’afa. I cani stavano sdraiati all’ombra della garitta con gli occhi semichiusi come se si stessero per addormentare mentre Brian si diede nuovamente alla lettura aspettando il cambio di Chester e cercando di dimenticare quelle odiose sensazioni che lo avevano perseguitato. Si immerse nuovamente nelle sue fantastiche letture ed il tempo passò velocemente, verso le 15:50 udì un clacson, alzò gli occhi e vide la Ford Orion di Chester. Aprì il cancello e lo fece entrare, Attila e Sansone gli andarono incontro scodinzolando e cominciarono a saltargli addosso mostrando quanto gli volessero bene. Brian e Chester si strinsero la mano e quest’ultimo diede una pacca sulla spalla a Brian domandandogli “Tutto bene oggi ?” rispose “Tutto ok”. Chester continuò “Visto che caldo infernale oggi?” Brian rispose “Già ho sentito” e gli chiese “Monique e Sarah come stanno?” Chester rispose “Sono al mare con la mamma e la nonna, comunque grazie stanno bene e Micheal ?”e Brian “A casa presumo.” I due si misero seduti mentre la brezza cominciò ad alzarsi nuovamente. I capelli di Brian si muovevano su e giù per l’intensità del vento e ad un tratto Chester guardò fisso Brian e gli chiese “Ragazzo è successo qualcosa oggi ? Ti vedo preoccupato”. Brian impallidì e cominciarono ad affiorare gocce di sudore dalla fronte, gli rispose “Nulla di grave solo che ho degli strani presentimenti su quell’edificio” e lo indicò. Chester disse allora “Non è mai piaciuto anche a me, solo che da dieci anni che c’è non ho mai notato nulla di strano” Brian allora disse “durante il giro di ronda qualcosa, ma non so cosa, mi ha stregato e sono rimasto a guardare non so per quanto tempo, mentre Attila e Sansone hanno cominciato a correre ed abbaiare all’impazzata, ed hanno smesso solo dopo che siamo rientrati”. Chester lo ammonì “Lascia perdere neanche a me ispira fiducia”. I due si strinsero nuovamente la mano e si salutarono, Chester aprì il cancello e Brian uscì con la sua macchina. Arrivò davanti casa, parcheggiò ed attraversò il marciapiede, aprì il cancello del giardino ed entrò in casa, guardò sul tavolo della cucina e vide un biglietto, lo prese in mano e lesse:
 
                            CARO FRATELLONE SONO ANDATO A CASA
                                  DI JENNIFER TORNO PER LE 19:00
                                                                            MICHEAL
 
Posò le chiavi della macchina sul tavolo, si spogliò e si fece la doccia per rinfrescarsi.
Fatta la doccia si sdraiò sul letto e prese una foto che era posta sul comodino.
         La fotografia ritraeva i genitori abbracciati l’uno all’altra felici. Lei aveva un vestito lungo di colore blu chiaro e lui invece un paio di jeans e una camicia verde chiara. Mentre veniva scattata la foto si trovavano nel giardino di casa loro ed il verde del prato e delle piante facevano da sfondo dando un effetto bellissimo.
         Brian cominciò a piangere mentre ricordi di un infanzia felice cominciavano a passargli davanti. La sua famiglia era molto legata, il padre era un uomo dedito al lavoro ed avrebbe fatto qualunque cosa per non far mancare nulla ai figli ed alla moglie. Faceva il rappresentante di articoli sportivi e quindi spesso era costretto a rimanere diversi giorni fuori casa. La madre era una casalinga e passava molto tempo con i figli. Nonostante avesse già superato la quarantina, aveva un carattere giovanile, era premurosa e non aveva mai osato usare maniere forti verso Brian e Micheal. Quando il padre tornava dal lavoro anche se era stanco rimaneva a giocare con loro. Portava sempre dei regali come trenini elettrici oppure automobiline, insomma tutto ciò che potesse piacere loro. Il rapporto fra i due genitori poi era affiatato ed era molto difficile che i due figli li potessero sentire discutere.
         Brian prese la fotografia e con cura la ripose sul comodino, si alzò e si affacciò alla finestra. Il cielo era tornato sereno ed il vento muoveva le foglie delle piante in giardino. Si rimise sul letto e si assopì.
         Erano passate da poco le 18:30 e Chester era seduto di fianco alla garitta all’ombra, Attila e Sansone dormivano nella cuccia dalla parte opposta. Chester giocava con le foto delle sue nipotine e si annoiava molto. Aveva ricominciato a fare caldo ed il vento era debole e l’aria molto afosa. Si asciugò la fronte sudata con il braccio destro, poi si alzò, chiamò Attila e Sansone avviandosi a fare il solito giro di controllo lungo la recinzione. I cani non tardarono ad arrivare, entrambi con la lingua a penzoloni per il caldo, si misero a camminargli avanti come per prevenire qualsiasi pericolo, fiutando e scrutando ogni cosa gli si presentasse davanti. Finito il controllo Chester mise nelle ciotole dei cani della carne in scatola e gli cambiò l’acqua. Mentre si rialzava si toccò la schiena dolorante e sudata. Il suo sguardo venne attirato da alcune luci che provenivano da una delle finestre dell’edificio che a lui non piaceva affatto. Continuò a guardarle e gli sembravano dei flash di una macchina fotografica. Poi pensò tra se e se “Non c’è mai stato nessuno lì dentro! Cosa mai saranno?” Avevano una luce ad intermittenza come quelle dell’albero di Natale, ad un tratto cessarono. Chester si girò di centottanta gradi e vide Attila e Sansone che abbaiavano al vento, come impazziti. Si affrettò a tornare indietro e accarezzò i cani molto nervosi, poi prese il telefono e compose il numero di casa di Brian con mano tremolante. Passò un po’ di tempo prima che qualcuno rispondesse, poi udì una voce stanca ed assonnata, chiese “Pronto Brian sei tu?” la voce rispose “Si sono io, chi parla?”, “Sono Chester, a proposito di quel discorso che hai fatto oggi, poco fa’ ho visto delle strane luci provenire da una delle finestre di quell’edificio, poi i cani hanno cominciato a dare i numeri, non li ho mai visti così e ti confesso che ho un po’ paura.” Brian ribatté “Cerca di stare calmo, come stanno i cani ora?” e Chester rispose “Grazie a Dio si sono calmati.” Brian comunque desto e preoccupato gli disse “Ho deciso che andrò al catasto domani, voglio sapere di più su quell’edificio ed i suoi costruttori. Hai bisogno di qualcosa? Vuoi che venga lì?” e Chester con fare più calmo “Non preoccuparti per me, sto bene ma dovrò avvisare Mel di tenere gli occhi aperti questa notte.” Brian assentì e i due si salutarono. Brian una volta abbassata la cornetta, si accorse che il fratello non aveva fatto ancora rientro a casa, così accese il televisore. In televisione quel pomeriggio non facevano niente di bello, a parte un cartone animato che amava guardare, quello di Willy il coyote e Beep Beep , che gli ricordavano quando aveva dieci anni e Micheal era appena nato. Brian era molto geloso del fratello perché attirava sempre l’attenzione della madre quando piangeva e crescendo otteneva sempre quello che voleva senza nessuna opposizione da entrambi i genitori. Si alzò di scatto e prese a calci la porta, non riusciva ancora a credere che la madre fosse stata ricoverata ed il padre dovesse passare molti anni ancora in galera.
         Provò diverse volte ad andare a trovare la madre passando con lei diverse ore, anche se ormai non riconosceva più suo figlio, Brian davanti alla gente non pianse mai per far vedere che era una persona con il carattere forte, ma la notte ci pensava molto e ne soffriva e alle volte piangendoci anche su senza farsi vedere neanche dal fratello.
         All’improvviso udì la porta della cucina aprirsi “Brian sono tornato a casa”, Brian guardò l’orologio e vide che erano già le otto passate e gli andò incontro dicendogli “Ti pare l’ora di rientrare, potevi, anche avvisarmi!” con tono adirato. Micheal lo guardò e trattenendo le lacrime gli disse “Ma chi ti credi di essere papà o mamma?”, e Brian “Allora non capisci! Mi hai fatto preoccupare, sono io quello che si prende cura di te!”, Micheal corse in camera sua sbattendo la porta. Brian adirato preparò la cena per Micheal e gli lasciò un biglietto sul tavolo della cucina dove c’era scritto:
                  SCUSA MIKY SONO MOLTO NERVOSO NON VOLEVO
                  PARLARTI IN QUELLA MANIERA, PASSERA’
                                                                TI VOGLIO BENE
                                                                           BRIAN
Prese ed uscì di casa. Micheal sentì la porta chiudersi ed uscì dalla stanza andò in cucina e vide il biglietto sul tavolo lo lesse e se lo strinse al petto commosso da quelle parole. Lo rilesse di nuovo e poi ancora, mentre le lacrime gli scendevano dagli occhi e andavano ad accarezzare la delicata pelle delle guance. Aveva gli occhi azzurri come il fratello, capelli biondi a caschetto e una costituzione non troppo esile ed era più alto rispetto ai ragazzi della sua età. Si mise seduto con il piatto davanti e guardò le tre sedie vuote e ripensò a quando era più piccolo, a quando si cenava tutti insieme come in tutte le famiglie. Gli venne una tale rabbia dentro che sembrava essere una bomba ad orologeria, strinse i pugni e si mise a piangere per non aver più quella felicità passata che forse non sarebbe mai più tornata.
         Brian uscito dal cancelletto cominciò a guardarsi intorno e vide che non c’era nessuno, udì una cicala cantare e guardò verso destra e notò che la luce di un lampione cominciava a cambiare colore fino a che non si spense del tutto, e la parte di strada che era illuminata venne invasa dalla penombra. Si girò di scatto verso sinistra attratto da un rumore come uno scrosciare di cespugli. Con passo felpato, come quello di una pantera, comincio a muoversi verso la fonte di quel rumore e si domandò con aria preoccupata cosa potesse esserci. Di fronte al cespuglio in preda al panico cominciò ad urlare con voce minacciosa e spaventata “Chi c’è là dietro? A me non piacciono gli scherzi e sono armato”. Non udì nessuna risposta e con voce tremolante ripeté la frase, ma non udì nulla. Era terrorizzato e riusciva a sentire il battito del suo cuore che andava così forte che gli parve stesse per scoppiare. Con molta esitazione tirò fuori la pistola dalla fondina e la caricò, si avvicinò piano piano al cespuglio. Ci fu come un lampo di colore rosso e chiuse gli occhi per il forte bagliore ed indietreggiò di tre passi mettendosi una mano sugli occhi. Dopo qualche istante ricominciò a vedere e si riavvicinò ancora stordito, preso coraggio, si affacciò dietro il cespuglio ma non vide nulla. Notò inoltre una bruciatura circolare in terra, non riuscì a capire cosa fosse successo ma, ancora confuso, decise che era meglio tornare a casa. Arrivato a casa trovò la cucina tutta in ordine e Micheal a letto, andò nella sua stanza e mentre si spogliava ripensava a quello che aveva visto, si sdraiò e si addormentò.
         Erano ormai le 2:00 passate e Mel stava giocherellando con i cani, mentre ripensava a quello che due ore prima gli aveva detto Chester. Lo ammonì di tenere d’occhio quella strana costruzione che, sotto una normale apparenza, riusciva ad emanare “Un qualcosa” di oscuro e malefico. Quelle finestre che sembravano essere tanti occhi scrutatori, la tetra atmosfera che sempre, da qualche anno a questa parte, ristagnava su quel palazzo. Chester gli sottolineò di come avesse notato che uccelli come rondini o passeri non si avvicinavano più a quel luogo misterioso. Mel si ridestò dai quei cupi pensieri e disse a voce alta “Forza! Andiamo a fare il nostro giro”. Prese la bottiglia di birra che teneva vicino alla sua gamba, e bevve tre sorsi e si incamminò verso il recinto seguito da Attila e Sansone. Iniziò il suo giro di controllo sempre in senso antiorario e mentre camminava puntava il fascio della sua torcia lungo la rete. Si fermò e vide che il tempo cominciava a mettersi alle brutte, la Luna e le stelle non si vedevano più ed in lontananza si percepivano lampi e tuoni che via via si facevano sempre più forti e vicini. I cani avanzavano titubanti e Mel iniziò a guardarsi intorno, si sentiva minacciato e non sapeva da chi o da cosa ma cominciava ad avere paura, forse irrazionalmente ma era una paura come quella che provano i bambini quando rimangono al buio e urlano e piangono. Iniziava ad intravedere la cupa sagoma di quel maledetto palazzo (mai visto intorno nessuno e chissà perché). Era alto, immenso, oscuro e misterioso e nessuna luce che lo illuminasse, era più scuro della notte e come se non bastasse iniziò ad alzarsi una strana foschia. Mel cominciò a farsi coraggio e si disse che era solo autosuggestione, ma cominciò a venirgli il dubbio che forse aveva bevuto un goccio di troppo e intanto avanzava lentamente lungo la recinzione dell’area. Si girò e non vide più i cani. Cominciò a chiamarli disperatamente puntando la torcia qua e là ma senza alcun successo. Si disse che erano solo stupide coincidenze per darsi più coraggio. Ora si trovava vicino alla rete e proprio di fronte a lui sorgeva il palazzo e con la torcia illuminò la facciata di questo, poi una finestra , poi un’altra. Si fermò e gli parve di vedere due occhi che lo stavano fissando, si stropicciò i suoi, come un bambino appena destato da un lungo sonno, riguardò, forse era solo un’allucinazione pensò. Rimase impietrito dalla paura perché li rivide, erano rossi come il fuoco, fissi su di lui e minacciosi. Allora in preda al panico tirò fuori la pistola e dopo averla caricata, cominciò a sparare all’impazzata, verso quella finestra mandandola in frantumi.    
         La mattina seguente Brian uscì a prendere il giornale, mentre il fratello dormiva ancora. Tornò a casa per preparare la colazione, si sedette come tutte le mattine a leggere il giornale, allora ripensò a quello che successe la notte precedente. Finita la colazione si vestì ed andò a lavoro. Arrivò al lavoro con la sua macchina e non trovò nessuno, solo i cani che lo aspettavano davanti al cancello ma non avevano la solita aria giocherellona, e poi si domandò dove fosse Mel. Aprì il cancello ed entrò pensando che Mel fosse a fare il solito giro d’ispezione, ma gli sembrò strano che i cani non fossero andati con lui. Entrò nella garitta e controllò il registro, ma questo era regolare e non presentava nulla di strano. Allora pensò che Mel si fosse sentito poco bene e fosse andato a casa, come già successe, questa volta senza averlo chiamato. Guardò i cani che erano ancora strani, non volevano giocare con lui. Passata qualche ora andò a fare il giro d’ispezione e la sua mente tornò a quello che era accaduto la sera precedente e che c’erano state troppe coincidenze, ma poi la sua attenzione venne distolta dai suoi pensieri perché i cani cominciarono ad abbaiare e piangere di fronte all’edificio, ma non ne riusciva a capire il motivo. Li richiamò per tornare indietro verso la garitta, ma ci riuscì solo dopo molti tentativi. Brian andò verso le loro ciotole e gli cambiò l’acqua, visto che quella giornata era molto calda anche se le nuvole come al solito erano minacciose. Squillò il telefono ed andò a rispondere ma non udì nessuna voce e riagganciò. Dopo qualche istante squillò di nuovo e lui rispose “Pronto chi è?” e dall’altra parte “Ciao Brian sono Micheal, volevo ringraziarti per la colazione e……. volevo anche scusarmi per quello che era accaduto, mi dispiace averti fatto preoccupare e ti prometto che non succederà più, se farò tardi ti chiamerò” e Brian rispose “Non ti preoccupare, ieri sera ho esagerato ed anch’io volevo chiederti scusa” Micheal disse ancora “Senti, oggi vado da Jennifer ci vediamo stasera, verso le otto va bene?” e Brian “Si, va bene ma fai attenzione a quando torni a casa, ciao fratellino”, “Ciao Brian a stasera” disse Micheal.
     
 
Saryo alle 12:51 in: racconti, un uomo qualsiasi
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giovedì, 21 giugno 2007

Una luce nell'oscurità (parte seconda)

     Entrammo in casa ed andammo in soggiorno, ci sedemmo comodi tutti e sei, andai in cucina e presi due bottiglie di tè freddo e qualcuna di birra, presi sei bicchieri e tornai da loro. Avevamo avuto una giornata piuttosto dura ed eravamo tutti stanchi. Presi un bicchiere e lo riempii di birra fredda e schiumosa “Servitevi da soli, c’è della birra fredda e del tè al limone”. Josh e Robert si riempirono i bicchieri di birra mentre le ragazze optarono per l’altra bevanda, “Allora, che si fa con questa scoperta?” ci chiese Joshua, rimanemmo tutti in silenzio poi Robert mi guardò e disse “Se siete tutti d’accordo domani potremmo proseguire con la perlustrazione”. Io e Charleen ci guardammo e poi mia moglie disse “Potete dormire qua, posti ce ne sono: abbiamo un’altra camera da letto ed un divano letto e adesso che ne dite di mangiare qualcosa”, si alzò ed andò verso la cucina, si alzarono anche Monica e Stefany e la seguirono “Ti possiamo aiutare?” e mia moglie le rispose “Come no! Venite”. 
Andammo a letto dopo mezzanotte ma nessuno di noi si addormentò subito, io mi girai nel letto non so quante volte perché ero troppo eccitato al pensiero di tornare in quel posto. Quella galleria era diventata importante, dovevo sapere dove portava e che cosa c’era là sotto. Era diventata un chiodo fisso. Ero sdraiato sul letto con Charleen e ne discutemmo, lei cercò di persuadermi “E’ pericoloso, non puoi sapere cosa ci può essere lì” ma le risposi “Tutto quel tufo, quell’umidità, lì sotto sapeva tutto di vecchio anzi d’antico ed io devo scoprire dove porta, che cosa nasconde. Lo dovresti vedere poi cambieresti idea”. Mi addormentai e credo di aver sognato quel luogo. Ci svegliammo verso le nove arzilli e vispi, facemmo un’abbondante colazione “Come avete dormito stanotte?” chiesi ai nostri ospiti, fu Joshua a rispondere “Bene grazie, credo di aver sognato il tunnel e quello spiazzo, è stato veramente strano, oggi spero che troveremo qualcosa laggiù” “Lo spero anch’io, questa storia mi diventare pazzo” continuò Robert tra un sorso di caffèlatte e dei biscotti.
     Il sole era già alto, era il 10 Agosto 1999 ed il caldo afoso già si sentiva, all’orizzonte non c’era neanche una nuvola ed il cielo era di un bell’azzurro. Uscimmo di casa tutti e sei ed io portavo sulle spalle uno zainetto con dentro dell’acqua, dei panini, tre torce elettriche, una bussola, dei gessetti bianchi per segnare il sentiero, una cassetta di pronto soccorso ed altri accessori utili per un’escursione. Per l’occasione misi delle scarpe da trekking che mi regalò mia moglie durante una vacanza passata in montagna. Ci preparammo tutti e tre con l’occorrente e mi venne in mente di portare delle felpe in caso facesse freddo.
     Ci calammo attraverso il buco aperto il giorno prima, Joshua in testa, poi Robert ed infine io; torce alla mano percorremmo il tunnel in tufo e sbucammo in quello che si può definire “atrio”. Era vasto e circolare, un po’ sparsi c’erano degli spuntoni di roccia e, come un bambino incuriosito, sentii il bisogno di toccarne uno, era liscio e scuro. L’ambiente era piuttosto umido e da qualche parte ci doveva passare un corso d’acqua, a tratti lo sentivamo. “Per di qua! Venite” ci gridò Robert e noi non esitammo, andammo verso il nostro compagno “Guardate il sentiero prosegue”, iniziammo a percorrerlo, era stretto, tortuoso e leggermente in pendenza. Il passaggio diventava alto e stretto e noi procedevamo in fila indiana ed i tre fasci di luce si muovevano in tutte le direzioni. Ero eccitato ed incuriosito, mai avrei pensato di trovare una cosa simile, soprattutto sotto la mia proprietà, avrei voluto condividere tutto questo con mia moglie Charleen. Mentre gli altri avanzavano io mi fermai e mi accucciai, vidi qualcosa che attirò la mia attenzione “Ehi, venite a vedere” urlai al resto del gruppo. I miei due amici tornarono indietro “Cosa hai visto?”, lungo i bordi della stretta stradina vidi qualcosa di colore verde, verde fosforescente “Ma questa è erba!”, la toccai ed era piccola e molto colorata di un verde intenso, alla luce della torcia risplendeva come la luce del sole e quando spostavi il fascio, continuava a brillare nell’oscurità per qualche minuto fino a che non finiva quell’effetto. “Hai visto che roba?” mi disse Joshua, Robert disse “Quel tipo d’erba credo che non esista, non ne ho mai sentito parlare”. Mi guardai intorno e vidi che quest’erbetta cresceva lungo le pareti, era tanta. Proseguimmo lungo il sentiero ed era affascinante, notai che continuava a scendere, andavamo in profondità e poi mi fermai e puntai la torcia, fermai gli altri due con un gesto della mano “Mi è sembrato di vedere qualcosa laggiù”. Scrutai nel buio e Robert mi chiese “Cosa c’è?” “Mi è parso di vedere….. Lascia perdere, sarà stata la mia immaginazione” rimasi immobile, mi era parso di vedere due occhi brillare nel buio, due riflessi come quelli che hanno gli occhi dei gatti. Un brivido mi percorse la schiena, presi una felpa dallo zaino e me la misi, “Le volete pure voi? Comincia a fare freschetto quaggiù”, “Grazie Sean, in effetti la temperatura è bassa qua sotto” presi le due felpe e gliele passai.
     Continuammo ad avanzare molto cautamente perché ci accorgemmo che il posto era probabilmente sconosciuto a noi esseri umani, insomma quel tipo di erba che cresceva lungo i bordi del sentiero era un organismo che forse fuori di qui non sarebbe sopravissuto ed eravamo solo all’inizio del viaggio, non sapevamo cosa ci aspettasse ancora. Il sentiero proseguiva in discesa e lo scenario che avevamo intorno a noi era strano, eravamo circondati da rocce ma il luogo sembrava essere molto antico e suggestivo.
     Joshua era davanti e si fermò, mi accorsi che guardava le pareti allora gli chiesi “Cosa c’è che non va?”, lui si girò e mi puntò la torcia e mi disse “Sembra che nella roccia ci sia anche del marmo bianco, guardate” ci avvicinammo ed esaminammo la parete, sembrava veramente marmo bianco, Robert ci superò ed andò avanti, io e Josh rimanemmo sul posto ancora per qualche minuto. “Venite a vedere, presto!” ci gridò Robert, proseguimmo verso di lui. Rimasi sconcertato, guardai le facce dei miei amici e vidi lo stupore nei loro sguardi, il sentiero si era allargato, ora aveva la larghezza di una strada a due corsie e alle due estremità si ergevano due colonne in marmo bianco più alte di due metri. Le guardai affascinato, erano lisce e bianche come un lenzuolo, nella parte superiore avevano due capitelli, il tronco invece aveva tutte striature che arrivavano fino alla base. ‘Chi mai può costruire delle colonne in un posto simile?’ mi chiesi, “Qualcuno ci vive oppure ci ha vissuto!” dissi a Josh ed a Robert, “Proseguiamo!” ci disse Robert divorato ormai dalla curiosità, lo seguimmo e oltrepassammo le due sculture. Avanzavamo a passo più spedito ora, il sentiero aveva lasciato posto ad una specie di strada e noi tutti volevamo sapere cosa avremmo ancora trovato. Puntai il fascio di luce della mia torcia in avanti ed intravidi una sorta di costruzione in lontananza, mi avvicinai e percepii che si poteva trattare di un tetto, mi avvicinai ancora e metro dopo metro la vidi bene, era una costruzione in mattoni e marmo. Era ad un piano, la porta era in legno ed aveva una serratura in ferro ma tutto arrugginito, il tetto era in tegole un po’ a spiovente e le imposte delle due finestre in legno. Ci fermammo a contemplare la nostra scoperta, una costruzione in piena regola, Joshua si avvicinò alla porta e girò la maniglia rotonda in ferro e con un po’ di forza aprì la porta, emise un cigolio, ci guardammo tutti e tre ed entrammo. Molto tempo era passato prima che qualcuno rimise piede in questa dimora, la polvere era ovunque e tutto era stato lasciato al suo posto, c’era un tavolo in legno, quattro sedie, un lavatoio ed un piccolo forno, tutto era in ordine. Notai che sotto una finestra c’era un letto, le coperte erano vecchie ed al tatto si disfacevano, si polverizzavano, tornammo fuori e cercammo di capirci qualche cosa. Non avevamo risposte e questo ci spingeva ad andare oltre, a continuare a cercarle perlustrando in giro, dovevamo proseguire, volevamo sapere chi c’era stato qui e perché proprio nel sottosuolo.
     Superammo la casetta proseguendo la strada, scendendo ancora e dopo una cinquantina di metri vedemmo………. “Ma questo è proprio un paese intero!” esclamò Joshua. Ci trovavamo proprio nella strada principale di quel paesino composto forse da un centinaio di case, erano costruite come la prima che avevamo già visitato, qualcuna però aveva due piani. Lungo la strada, da entrambi i lati, sorgevano tutte queste costruzioni in fila, come se fossero schierate e poi delle piccole traverse portavano verso quelle dietro. Queste piccole vie andavano in salita, finendo bruscamente contro le pareti di roccia. Molte avevano le finestre e le persiane chiuse, alcune ce le avevano aperte. Era un posto molto strano, mi incuteva timore ed ebbi la sensazione di essere osservato, mi resi conto di provare paure forse infantili ma il pensiero di attraversare luoghi lasciati a se stessi chissà da quanto tempo e soprattutto non potevo immaginarne il motivo.
     Attraversando questo posto immaginavo tutte quelle finestre, immerse nella semioscurità, come tanti occhi scrutatori, occhi sempre aperti che continuavano ad osservare i nostri movimenti. Avevo paura in fondo, la curiosità iniziò ad abbandonarmi lasciando spazio a timori superficiali, nemmeno io sapevo quali. Sicuramente una comunità dimorò in questo luogo, forse scomparve misteriosamente lasciando tutto quello che aveva in questo luogo abbandonato da Dio. Il silenzio che regnava qui era pesante ed opprimente, veniva a tratti squarciato solo dai nostri passi e qualche volta dalle nostre voci, per il resto tutto quello che avevamo intorno a noi era abbandonato a se stesso.
     Arrivammo in fondo al paese e notammo subito la costruzione più grande di tutte quelle che avevamo visto, era sulla destra del sentiero, costruita totalmente in marmo bianco ed in cima al tetto c’era una croce. Era una chiesa, il portone in legno era alto quasi due metri e mezzo, c’erano due colonne ai fianchi. Il portone aveva la forma rettangolare ed era composta da due grossi battenti, nel legno c’erano incisi diversi disegni, cominciavano dall’alto verso il basso ma parecchi si notavano appena. Uno in particolare mi rimase subito impresso, c’erano raffigurate diverse pallette, un sacerdote ed il sole, nel disegno seguente erano disegnati i raggi del sole che colpivano quelle strane cose rotonde. Robert guardando tutti quei disegni ci chiese “Cosa ne pensate? Voglio dire di tutto quello che abbiamo visto?”, il cugino si girò verso di lui “Non mi convince”, la voce era assai perplessa. Era tutto strano, non ci saremmo mai aspettati di trovare qua sotto, tutto questo. Joshua continuò “Questo posto è stranissimo, un paese intero costruito nel sottosuolo e poi abbandonato. Cosa sarà successo? Vorrei tanto saperlo”. “Che ne dite, vogliamo vedere anche la chiesa?” disse Robert, “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno” risposi loro. Cominciammo a spingere uno dei due battenti dell’ingresso della chiesa ma non si mosse minimamente, forse troppo tempo era rimasta chiusa. Per nulla scoraggiati, ci riprovammo ed un po’ si mosse, al terzo tentativo si aprì a fatica, quello che bastava per entrare. Ci trovammo subito in un grande ambiente, a destra ed a sinistra c’erano diverse panche in legno che arrivavano fino all’altare, lungo i muri c’erano attaccati diverse torce che accendemmo subito con un accendino e la luce schiarì l’ambiente, finalmente l’oscurità si fece da parte per lasciar spazio alla luce. Erano ore che vedevamo grazie alle torce, finalmente ora i nostri occhi potevano vedere con più nitidezza ed a vasto raggio. A Joshua venne un’idea per capirci di più in questa faccenda, “Proviamo a vedere se c’è un registro delle nascite, così sapremo da quante persone era composta questa comunità, forse sapremo pure quello che è successo”, fu un’idea geniale, iniziammo subito a cercare, staccammo tre candele dai muri per vedere bene anche negli altri ambienti.
     Josh guardò l’orologio e ci disse "Ehi! Sono già le 13:00, che dite di mangiarci un panino e poi cominciamo a rientrare? Le ragazze saranno un po’ preoccupate”, entrambi acconsentimmo, l’idea era buona e la fame si faceva sentire. Aprii lo zainetto e tirai fuori tre panini ed una borraccia, uscimmo dalla chiesa e ci portammo dietro due torce, ancora bagnate di combustibile, per vederci meglio. Ci mettemmo comodi sui tre scalini bianchi davanti all’ingresso e mangiammo di gusto. Tra un morso e l’altro Robert si guardò intorno "Il sentiero che ci ha condotti fin qui continua, guardate”, mi girai ed in effetti vidi che continuava, passava alla sinistra della chiesa e manteneva la solita larghezza. "Ci converrà proseguire domani, partiremo da qui. Sono proprio curioso di vedere dove porta” ci disse Joshua. Finito lo spuntino iniziammo a percorrere il sentiero e ritroso, passammo nuovamente in mezzo al paese ma questa volta con una luce un po’ più potente, quella di due fiaccole. Tutto il materiale che trovammo nella chiesa lo mettemmo nello zaino per controllarlo con calma a casa. In serata (quasi le 19.00)arrivammo al passaggio, lasciammo cadere le sue torce e salimmo. Le tre ragazze ci attesero con ansia, erano circa dieci ore che non avevano nostre notizie ed appena entrammo a casa lessi nei loro sguardi la preoccupazione che le aveva divorate tutto questo tempo. Raccontammo loro tutto ciò che avevamo visto, nessun pericolo apparente solo un paese abbandonato, una strana erba fosforescente e quel sentiero che prosegue dalla chiesa. Riuscimmo a convincerle a seguirci il giorno dopo.
     Controllammo quei documenti che trovammo nella chiesa ma la lingua con cui erano stati scritti era sconosciuta, anche quei disegni sul portale erano strani.
     Cenammo ed andammo a letto tutti stanchi e spossati. Non ci misi molto ad addormentarmi. Ero combattuto dalla curiosità, dal conoscere quei luoghi oscuri ma avevo paura che forse tale per la sicurezza di tutti.
     Sognai quel paese, quella polvere posata su ogni cosa, quella chiesa così grande e lasciata morire negli anni . Tutto questo non aveva senso. Quei sentieri là sotto quanto saranno lunghi? Dove porteranno? Questa volta mi svegliai alle sette ed uscii dalla camera, Charleen era già in piedi. “Volete ancora del caffè?” disse Joshua agli altri. La tavola era apparecchiata e tutti gli altri stavano finendo la colazione. Io fui l’ultimo a svegliarmi “Siete già tutti in piedi?” chiesi loro “Si! Dobbiamo partire, tutti quanti” disse Robert con un sorriso che mostrava tutto il suo buon umore.
     Mangiai a sazietà mentre gli altri erano intenti nei preparativi degli zaini e con attrezzature varie da portarci dietro. Partimmo alle otto dal passaggio ed utilizzammo le tre torce lasciate là la sera prima faceva già caldo ma mi consolai pensando al fresco che avremmo trovato scendendo per quei sentieri ancora sconosciuti. Per precauzione portammo con noi un fucile che tenevo nel mio zaino, e una telecamera per riprendere le cose più interessanti. “Portiamole a vedere l’erbetta” disse Joshua, camminavano spediti ed i sentieri erano ben visibili grazie alla luce di quelle torce imbevute di alcool. “Eccoli qua! Guardate e stupitevi” disse Robert. Illuminammo l’erba togliendo poi la luce, era nuovamente fosforescente. “E’ fantastico!” esclamò Charleen. Ci fermammo per diversi minuti ad osservarla ed era uno spettacolo. Le portammo ad ammirare le due colonne, poi la prima casetta infine il villaggio abbandonato. Stavamo tutti e sei in silenzio, le torce scoppiettavano leggermente la luce era soddisfacente. Arrivammo di fronte alla chiesa, il portale era leggermente aperto e tutto intorno a noi regnava il silenzio e l’oscurità.
     “Allora proseguiamo?” chiese Joshua, ci muovemmo oltrepassando la chiesa ed il sentiero era largo, avanti andavamo noi e le ragazze ci seguivano. Il sentiero cominciò a curvare a sinistra, poi un rumore ci fece fermare. Tenemmo le orecchie aperte,poi Monica disse “Sentite? Questa è acqua. C’è un fiume sotterraneo”, ci tranquillizzammo tutti, era il primo rumore che sentivamo qua sotto. Continuammo a camminare ed il rumore aumentava sempre di più, il sentiero cominciò a scendere e poi arrivammo davanti a un laghetto e questo posto era molto esteso rispetto al primo atrio che incontrammo.
     Decidemmo si riposarsi un po’ e mangiare il pranzo,tirammo fuori dei teli e ci sedemmo sopra. Per pranzo panini, birra e acqua. Facemmo un picnic sotto terra, Joshua ed io ci alzammo per andare verso il laghetto, toccai l’acqua era molto fredda ma limpidissima, naturalmente non c’era alcun segno di vita. “Cosa pensi che troveremo qua sotto?” mi chiese ma io “Non so cosa pensare” “Questo posto è strano, gallerie così lunghe e grosse non ne conosco” mi disse Joshua.
     “Guarda!?” urlò Joshua con un tono di meraviglia e stupore, puntò il fascio di luce alla sua sinistra, uno strano riflesso, forse due occhi, non so. Prendemmo coraggio. Non credevo ai miei occhi e penso che fosse lo stesso per lui. Una strana creatura ci stava osservando, incuriosita dalla nostra presenza, io e Joshua cominciammo ad avvicinarci per vedere meglio e lei rimase immobile.
      Nella semioscurità s’intravedeva appena ma quello che attirò la mia attenzione era la forma del corpo, somigliava ad una pera. Aveva due braccia piccole e le mani erano formate da un piccolo palmo, all’estremità c’erano tre dita che sembravano prensili, erano lunghe e sottili. Il corpo era scuro, un verde bottiglia ed aveva la testa minuscola. Gli occhi erano dannatamente chiari, quasi bianchi, molto grandi. I piedi erano lunghi e anch’essi prensili, probabilmente per via dell’ambiente.
     Questa non fuggì, sembrava non avesse paura, “Come mai non scappa?” mi chiese Joshua, la domanda rimase senza risposta perché non sapevo cosa dirgli e poi rimasi a fissare quello strano animale, ero fermo davanti a noi a quasi due meri e con sicurezza posso dire che era alto un metro e sessanta circa. Notai delle piccole orecchie sopra la testa e niente peli per tutto il corpo; c’era una piccola fessura sotto i due occhi dandomi l’impressione che fosse la bocca. Si mosse dondolando, socchiuse i due bulbi oculari e si girò su se stessa di 180°, ci rivolse le spalle e a passi lenti tornò da dove era venuta. Ci raggiunsero gli altri “Che cos’è quel coso?” chiese balbettando leggermente Monica, “Una creatura che vive qua, suppongo”disse Joshua senza dare tono alle parole che aveva appena pronunciato.
     Raccogliemmo in fretta e furia le nostre cose e tornammo al punto preciso di quello strano incontro. La riva di quel lago stava alla nostra destra, in terra notammo che cresceva quell’erba fosforescente ma solo in alcuni punti, in altri c’era solo la nuda roccia.
    “Guardate!!! Rimanete fermi!” non so quanti fossero ma eravamo circondati da quelle creature, i loro occhi riflettevano la luce delle nostre torce. I corpi non erano ben visibili ma c’erano tutti quei riflessi tutto intorno a noi e non sapevamo cosa fare, se scappare oppure attendere la loro prossima mossa. Sinceramente mi ero fatto un’idea che non fossero ostili ma vedendoli così numerosi non avevo la più vaga idea di come potessimo cavarcela. “Non facciamo gesti inconsulti” disse Joshua a bassa voce. Sentii uno strano rumore provenire dalla mia sinistra, come se qualcosa stesse rotolando e poi urtò il mio piede. Abbassai la torcia per fare più luce e vidi una cosa rotonda, era marrone e sembrava fosse solida. Si mosse vicino al mio piede e poi tirò fuori cinque tentacoli ed afferrò la mia gamba, per lo spavento e la sorpresa credo di aver urlato, cadendo a terra. Un dolore acuto partì dalla mia gamba ed arrivò al cervello in brevissimo tempo, la mia vista si annebbiò per pochi secondi, sentii del calore avvolgermi il polpaccio e mi accorsi che stavo perdendo sangue. “Attento! Ti sta mordendo” urlò Charleen e divenne bianca in viso, Joshua la tenne in piedi, stava per perdere i sensi. Si agitarono tutti e puntarono le luci verso di me, che ero riverso a terra e li vedemmo tutti quei tentacoli viscidi e forti, quella bocca con tanti denti aguzzi. Non riuscivo a parlare per il dolore per il dolore che mi provocava, potevo solo cercare di soffocare il dolore che era in me. Robert urlò “Bruciamolo!” e così avvicinò la torcia a quella bestia attaccata alla mia gamba, questa sentendo il calore lasciò la presa, ritrasse i tentacoli tornando ad essere un’innocua palla, Joshua gli diede un calcio facendola finire nel laghetto. Mi alzai a fatica, aiutato dagli altri e Charleen strappò una manica della mia felpa e me la legò sopra la ferita, per non perdere troppo sangue.
     Robert e Joshua si misero affianco a me per aiutarmi a camminare, arrivammo alla chiesa e al paese abbandonato in poco tempo, questa gita si rivelò tutt’altro che una semplice passeggiata ed io me la vidi brutta, ho temuto il peggio. Ora eravamo in pericolo, quante creature rotonde potevano vivere in queste gallerie? Dovevamo tornare in superficie il più in fretta possibile, non avevamo molto tempo. Cominciammo a tornare verso casa, superammo il villaggio ed io zoppicavo vistosamente.     Quando si è in tensione tutto è più complicato, avevamo i nervi a pezzi,e io mi sentivo debole e stremato. Avevo paura di sentire rumori dietro di noi, eravamo tesi e purtroppo la mia condizione non facilitava il nostro ritorno in superficie.
     “Fermiamoci un attimo, non ce la faccio più ad andare avanti così” dissi agl’altri. Mi misi seduto in terra e bevvi due sorsi d’acqua dalla borraccia, stavamo in totale silenzio e con le orecchie aperte. L’oscurità ci circondava, solo le due torce ci permettevano di vedere fino a qualche metro da noi e la paura di udire che qualcosa ci seguiva, ci attanagliava lo stomaco. La bellezza di quei posti antichi, l’atmosfera che si respirava in quelle gallerie ignote, la lasciai, la misi da parte. Pensavo solo al presente, a fuggire lontano ed a salvarmi.
     “Ascoltate…..” disse a bassa voce Monica, dei rumori arrivavano da dietro alle nostre spalle, erano in lontananza ma qualcosa ci stava seguendo, si avvicinava. “Dobbiamo andare, svelti!” disse Robert, la sua voce marcava la sua pura, le nostre le nostre paure. Joshua mi aiutò ad alzarmi, mi rimisi lo zaino sulle spalle ma prima tirai fuori la pistola. Tornammo a risalire il sentiero, l’uscita non era lontana ma per noi era come se fosse a cento chilometri.
     Arrivammo all’atrio, non ci sembrò vero, ancora poche decine di metri e saremmo stati in salvo. Sentii alle mie spalle dei rumori, qualcosa rotolava velocemente verso di noi. Mi voltai e puntai la torcia in terra e vidi quelle creature rotonde a due metri da me, “Fate salire le ragazze svelti!!!” Robert corse verso l’apertura con Charleen, Monica e Stefany, Joshua rimase con me.
     Ne arrivarono delle altre, erano di diverse dimensioni,tutte tirarono fuori quei tentacoli e spalancarono quelle bocche, emisero dei versi striduli ed acuti, era tutto così agghiacciante ed irreale. Pensai di morire, il cuore batteva a forte velocità nel mio petto ,il sudore colava dalla mia fronte, poi quella voce….. “Portateli verso la luce, portateli qua sotto”, Robert ebbe una bellissima idea, la luce solare.
     Indietreggiammo tenendo a bada quei mostri, arrivammo alla corda “Vai prima tu, presto!” mi urlò Joshua. Mi arrampicai e Robert mi tese la man, ora era il turno di Joshua e lo tirammo su con tutte le ultime energie che avevamo in corpo, ma una di quelle cose si attaccò ai pantaloni, quei tentacoli neri si abbracciarono alla gamba di Josh. Mi misi le mani alle orecchie e così fecero gli altri , quella creatura cominciò ad emettere dei suoni acuti, iniziò a vibrare e si sciolse in una melma marrone, quasi liquida. Eravamo tutti e tre sdraiati sulla terra, dentro quello scavo; eravamo vivi sani e salvi.
     “Che ne dite se ricopriamo quella buca con del cemento?”.
    Di quell’avventura rimasero in noi solo dei ricordi che nel bene o nel male ci accompagnarono per sempre.       
 
    
Saryo alle 11:22 in: racconti, un uomo qualsiasi
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martedì, 19 giugno 2007

Una luce nell'oscurità (prima parte)

   
 
     Era una sera dell’otto agosto 1999, io e mia moglie eravamo usciti in giardino per prendere un po’ di fresco dopo una giornata di caldo impressionante, ma fuori non tirava un alito di vento però sempre meglio che stare in casa, si boccheggiava. Fuori la luna era alta ed emanava un bagliore piacevole, quasi argentato ed illuminava parecchio, il cielo era limpido e lo spettacolo che ci offriva il cielo era magnifico. “Guarda, una stella cadente!”, lei si girò nella mia direzione ma fu vano perché quella scia durò pochi istanti. “Peccato è andata” le dissi, poi proseguimmo la nostra passeggiata in giardino in cerca di fresco che non voleva venire. Le foglie erano immobili e il gracidio delle cicale ci accompagnava come se scandisse il tempo che implacabile stava passando, qua e là c’erano delle lucciole che s’illuminavano ad intermittenza, che bello spettacolo ci offriva la natura.
     Vivevamo in una villetta ad un piano, molto isolata e per accedervi c’era solo una strada sterrata lunga quasi seicento metri che portava da casa nostra ad una via poco trafficata, soprattutto di notte.
     Iniziavano a costruire diverse abitazioni lungo quella via, la gente stava scappando dalla vita caotica della città per rifugiarsi nella tranquillità della campagna. Abbiamo fatto lo stesso anche noi da quasi un anno, c’è costata tanti sacrifici ma n’è valsa la pena, credetemi.
     Un anno fa, prima di venire a vivere in questa bella casetta, abitavamo in un appartamento al terzo piano in città e la vita era più incasinata, solo per trovare un parcheggio ci portava via quasi mezz’ora, sembrava una gara fra condomini a chi lo trovasse prima e il più vicino possibile a casa. Tutti i giorni quelle scale perché spesso l’ascensore era guasto e poi non potevi fare rumore in certi orari, altrimenti davi fastidio ai tuoi vicini; era una vita stressante per noi.
     Mi chiamo Sean e mia moglie Charleen e ci conosciamo da dodici anni e siamo sposati da sette e per fortuna da un anno viviamo in una casa indipendente e immersa nel verde, finalmente. Era il nostro sogno da parecchio tempo.
     Quella sera io e Charleen non trovammo tanto fresco in giardino, solo tante punture di zanzare, così decidemmo di rientrare in casa e accendere i ventilatori, qualcosa avrebbero fatto. Quel posto aveva tanti pregi ma anche molti difetti, d’estate combattevi contro gl’insetti quindi eri costretto ad applicare delle zanzariere alle finestre se non volevi essere mangiato vivo da quelle fastidiose creature. D’inverno invece faceva molto più freddo che in città, accendevi il camino e la stufa per riscaldarti, il vento lo sentivi molto di più essendo una casa isolata perciò passavi i pomeriggi grigi, ventosi e piovosi con qualche spiffero che ti teneva compagnia.
     Andammo a sdraiarci sul divano in soggiorno ed io presi il telecomando del televisore dal tavolino che era davanti a noi, lo accesi e girai i canali ma non c’erano programmi interessanti, quindi spensi la televisione. Decidemmo di accendere la radio ed ascoltare un po’ di musica, Charleen decise di mettersi a stirare e quindi si alzò dal divano, prese la tavola da stiro e posizionò un ventilatore sul tavolo per avere un po’ d’aria. Diceva sempre che stirare la rilassava, così spesso lo faceva soprattutto la sera quando si stava più freschi, ma non in questo caso perché la brezza notturna tardava ad arrivare. Mi misi a leggere un libro stando comodamente sul divano quando Charleen mi chiese “Invitiamo per domani sera a cena Josh e Monica? Che ne dici?”, non mi parve una cattiva idea perciò accettai e le dissi “Va bene domani mattina li chiamo e sento quali programmi hanno per cena”. Eravamo in piena estate, io e mia moglie decidemmo di prenderci le ferie (ci furono date due settimane) per dedicarci un po’ di tempo e per riposarci.
     Charleen lavorava come segretaria presso uno studio d’avvocati, erano in due con questa mansione quindi le diedero le ferie senza alcun problema mentre io lavoravo presso un grande negozio, facevo il commesso ma di un genere che adoravo. Una delle mie passioni è collezionare film, ne ho di tutti i generi (circa 500) e spesso ne scegliamo uno per rivedercelo. Ho iniziato a registrarli quando avevo dieci anni, ora ne ho poco più di trenta, quando in tv trasmettevano un bel film, io lo registravo. Parecchi ne ho comprati nuovi e lavorando presso un negozio che li affitta e li vende posso avere dei vantaggiosi sconti. Mi ritengo fortunato a svolgere questo lavoro, mi piace e mi coinvolge molto ed ho la possibilità di consigliare i clienti sul tipo di prodotto che faccia al caso loro.
     Era passata da poco la mezzanotte ma entrambi non avevamo sonno e faceva ancora caldo, facevano venticinque gradi in casa e l’aria si muoveva solo grazie ai nostri due ventilatori (uno su piantana), decisi di farmi una doccia fresca e rilassarmi quindi andai in bagno. Quando tornai in soggiorno vidi mia moglie che si era addormentata sul divano, i panni stirati stavano appoggiati sul tavolo da pranzo. Mi fermai a guardarla, era una donna bellissima con capelli biondi mossi, alta quasi un metro e settanta ed era dolcissima. Il suo carattere era combattivo ma docile, sapeva quando prendere le cose di petto e quando fermarsi, saper aspettare. La conobbi ad una festa quasi tredici anni fa, dopo esserci frequentati molto giovani, ci fidanzammo per poi fare il grande passo cinque anni fa.
     “Charleen, svegliati” le sussurrai ad un orecchio ma lei niente neanche mi sentì, al terzo tentativo aprì gli occhi piano e mi guardò con espressione assonnata e con gli occhi socchiusi a causa della luce accesa in soggiorno. “Andiamo a letto, è tardi. Domani forse avremo visite”. Si alzò lentamente dal divano e si stiracchiò, si diresse in bagno per lavarsi. Portai in camera nostra un ventilatore e l’accesi, ci addormentammo quasi all’istante per la stanchezza. La sveglia suonò alle nove e mezzo in punto, ci alzammo dal letto per andare in bagno ed in casa c’erano due bagni quindi nessuno di noi doveva attendere che l’altro finiva per andarci, un altro punto per la casetta in campagna. Facemmo una squisita colazione e poi alzai la cornetta per chiamare Josh “Pronto Joshua? Sono Sean, come state? Tutto bene grazie. Ti ho chiamato per sapere quali programmi avevate per stasera. Volete venire da noi?” tappai la cornetta con la mano e dissi a mia moglie “Dice che stanno con suo cugino e sua moglie” mi rimisi la cornetta all’orecchio e dissi a Josh “Non c’è problema, venite tutti e quattro, vi aspettiamo”. Si prospettava proprio una bella serata. La casa era un po’ in disordine perciò dedicammo buona parte della mattinata    per riordinarla, mi affacciai alla finestra della camera da letto e vidi che il tempo iniziava a cambiare. Faceva sempre caldo ma cominciò ad alzarsi del vento. All’orizzonte si affacciavano nubi nere cariche di pioggia ed energia elettrostatica, quindi dissi a Charleen “Sta per arrivare un temporale”, lei mi rispose “Almeno si starà più freschi stasera, meno male”. Avevo paura dei temporali, soprattutto quelli d’estate, perché erano precipitazioni brevi ma molto intense e spesso causavano disagi, case e strade allagate, fiumi in piena. Il clima stava mutando e questo un po’ mi preoccupava. Il vento iniziava ad alzarsi, sentivo le imposte che sbattevano, uscii di casa per fermarle dall’esterno e mi fermai un attimo ad osservare le nuvole che si erano avvicinate, erano nere, gonfie e venivano verso di noi spinte dal vento che iniziava a crescere sempre più. Il sole era già coperto, la luce da fuori calò improvvisamente ed io mi affrettai a finire quello che ero venuto a fare fuori. Tornai di corsa in casa e Charleen mi venne incontro “Ha chiamato Josh dicendo che non sono distanti da casa nostra, gli ho detto di venire mangeranno il pranzo da noi. Vado a preparare” “Ok, ti do una mano se vuoi”. Andammo in cucina e Charleen prese una pentola e la riempì d’acqua, la mise sul fuoco e si girò verso di me “Che facciamo di buono, Amore?” la guardai e con incertezza le dissi “Un bel piatto di pasta. Che ne dici?” lei annuì “E per secondo carne alla piastra e patate?” mi chiese ed io feci un cenno con la testa. Le pentole erano sul fuoco, dovevamo solo attendere che l’acqua nella pentola iniziasse a bollire, la tavola in soggiorno era apparecchiata ed i nostri quattro amici stavano per arrivare. Andai in camera a mettermi qualcosa di più carino per ricevere i nostri ospiti e così fece anche Charleen, stavamo seduti sul letto quando fuori della casa s’illuminò tutto a giorno, dopo qualche secondo udimmo un forte boato. I vetri delle finestre tremarono tutti, così come i bicchieri ed i piatti nella credenza. Un frastuono che ci spaventò entrambi, non me l’aspettavo proprio. Charleen si girò verso di me e disse “E’ caduto vicino questo fulmine!”, il citofono suonò ed io andai ad aprire il cancello. Pigiai il bottone e dalla finestra vidi il cancello che si apriva, una mercedes nera entrò e percorse il lungo viottolo che porta fino a casa. Andai loro incontro e mi seguì anche mia moglie, uscimmo e percorremmo il perimetro di casa, il vento soffiava forte ed a raffiche, il cielo era nero sembrava notte e le prime gocce d’acqua iniziarono a cadere. Entrammo subito in casa, la temperatura diminuì di diversi gradi, faceva fresco ed in casa si stava bene. Lasciammo una sola finestra aperta, le altre le chiudemmo per il vento che soffiava forte fuori, Joshua disse appena varcata la soglia “Che tempaccio che c’è”. Ci salutammo e raccolsi i giacchetti estivi dei nostri ospiti e li appesi all’appendiabiti di legno che avevamo vicino l’ingresso. Joshua, Monica, Robert e Stefany si sedettero su un divano e due poltrone in soggiorno e si misero comodi, Charleen arrivò dalla cucina con un vassoio con sei bicchieri e una bottiglia di vino bianco. “Servitevi da soli, volete del vino? E’ fresco”, presi la bottiglia, e versai del vino nei bicchieri. Iniziò a piovere forte, con le finestre chiuse si sentivano le gocce che cadevano giù fitte e quel borbottio di tuoni che continuava, nelle grondaie l’acqua scorreva a fiumi. Presi uno dei bicchieri e bevvi un sorso di vino, era fresco e andava giù che era un piacere, era dolce e frizzantino, aveva un buon sapore. Andai in cucina da mia moglie e l’abbracciai da dietro, lei mi afferrò le braccia e le accarezzò “Che buon profumo!”, lei si girò e mi disse “Sarà un buon pranzo, si leccheranno i baffi, vedrai”, le risposi “Non avevo dubbi! Sei una brava cuoca”. Dalla pentola col sugo veniva su un profumo niente male, la pasta era quasi cotta. Misi sul tavolo un paio di bottiglie di vino rosso e bianco e bevvi altri due sorsi di vino dal mio bicchiere e m’intrattenni con gli ospiti.
     Joshua e Monica erano amici di vecchia data e spesso uscivamo con loro, lui faceva il programmatore ed aveva una società che produceva software per altre aziende, lei era casalinga. Con il suo lavoro guadagnava abbastanza da mantenersi lui e la fidanzata. Amava mostrarsi in giro vestito con abiti di marca, mentre lei era più modesta forse perché era nata e cresciuta in una famiglia poco benestante e non poteva permettersi spese esose. Entrambi avevano quasi la nostra età e, come Joshua guadagnò un bel po’ di soldi per un lavoro andato bene, si comprò una bella mercedes nera dotata d’accessori e questo non dispiacque tanto alla moglie. Robert e Stefany erano sposati, lui era il cugino di Josh e ne avevo sempre sentito parlare, non ero mai riuscito a conoscerlo. Robert lavora presso una pompa di benzina, Stefany invece in un negozio di uno stilista, fa di tutto e segue i lavori di sartoria.
     “Allora come ve la passate qui in campagna?” mi chiese Joshua “Veramente bene e poi c’è una pace fuori dal mondo, niente traffico. Una pacchia!” mi rivolsi sia a Joshua che al cugino “E voi invece in città come state?” “Bhe, il solito traffico, i clacson che suonano, le sirene. E’ sempre un via vai infinito”. La nostra conversazione fu interrotta da mia moglie che disse a gran voce “E’ pronto, tutti in tavola”. Andai in cucina e presi la pentola con la pasta calda e fumante e la portai in tavola, mia moglie preparò i piatti e cominciammo a mangiare. Il tempo non migliorava, continuava a piovere ed il vento si faceva sentire. I rami degli alberi si muovevano per le raffiche ed era bello stare in casa mentre fuori faceva brutto tempo, mi sentivo bene ed in buona compagnia. Credo che provassero tutti questa sensazione e poi uno dei discorsi che intraprendemmo fu proprio quello del tempo, di quanto fosse cambiato negli anni il clima. Piogge brevi ma intense.
     A proposito del tempo, ricordo che una volta in ottobre ci fu uno di quegl’acquazzoni così forti da far uscire l’acqua dal fosso in poche ore. Il fosso in questione passava poco distante da casa nostra, la strada principale fu invasa da alberi e massi perciò le auto non poterono circolare per diverso tempo. Quella sera uscii di casa con la macchina per vedere in quali condizioni fosse il canale e perché si udiva un forte rumore d’acqua e vidi un’auto che era finita contro un palo della luce. Sul tetto c’era una ragazza che agitava le mani, l’acqua era arrivata all’altezza dei finestrini e portava via tanti detriti come tronchi e rami d’albero. Fermai la macchina nei pressi e vidi che c’era qualcuno lì intorno ed aveva delle corde. La ragazza piangeva disperata, aveva paura era terrorizzata ed infreddolita. Mi avvicinai e vidi che la corrente del fiume era forte e l’auto non avrebbe resistito a lungo in quella posizione. Decisi d’intervenire ed attirai l’attenzione di un uomo che era riuscito a tirare la corda di sicurezza alla ragazza. Chiesi se ne avesse un’altra e lui me la lanciò, me la legai alla vita e cominciai ad attraversare quel fiume d’acqua che c’era tra me e la ragazza, intanto l’uomo legò l’altra estremità ad un albero. La corrente era forte ed io avanzavo adagio, sentì una botta alla caviglia e immaginai che era stato un sasso che rotolava a valle, per poco non caddi in acqua. La temperatura era bassa, faceva freddo ma almeno smise di piovere. Avanzai ancora e ancora e mi accorsi che mi battevano i denti, avevo un freddo cane e pure un po’ paura, quando arrivai alla macchina il livello dell’acqua mi arrivava poco oltre la vita. Il rumore era assordante e cercai di dire a quella poveretta di scendere giù e tenersi forte a me, ma non mi capiva. Eravamo ad un metro e non riuscivo a farmi sentire, grottesco. Cominciai a farle dei segni, a quel punto comprese e scese in tre tentativi perché sicuramente era sotto shock e lo capivo. Una volta scesa dal tetto l’abbracciai e piano tornammo dall’altra parte, ce la siamo vista brutta.
     Raccontai questa storia ai nostri ospiti ed il tempo era quello giusto. Rimanemmo al buio, tutte le luci si spensero “Deve essere saltato il contatore” disse Charleen, mi alzai ed accesi il mio accendino, presi due candele e le misi sul tavolo. Le accendemmo ed un po’ di luce fioca riempì la stanza. Mi affacciai ad una delle finestre che dava verso il cancello “Non c’è luce neanche nelle altre case” esclamai e rimasi a guardare i lampi e le saette che dal cielo venivano a toccare terra. La strada oltre il nostro cancello era buia, non si vedeva passare neanche una macchina e fuori era tutto un lago per la quantità di pioggia che era caduta in poco tempo. Tornai al mio posto e iniziammo a mangiare il secondo, sembrava una cenetta romantica con quelle due candele che illuminavano il soggiorno. Joshua prese il bicchiere e lo riempì di vino, lo alzò in alto “Propongo un brindisi a Sean, l’eroe che ha salvato quella ragazza”. Credo di essere diventato rosso e poi gli risposi “Lo avrebbe fatto chiunque in quella situazione”. La carne e le patate erano squisite, cotte al punto giusto ed i nostri ospiti fecero i complimenti alla cuoca che divenne rossa in viso, “Chi vuole del caffè?” chiesi, tutti risposero di volerne, presi una candela ed andai a preparare la caffettiera grande e misi la macchinetta sul fuoco. Preparai su un vassoio le sei tazzine ed una zuccheriera e mi affacciai alla finestra, aveva smesso di piovere ma le nuvole correvano veloci sopra di noi ed erano ancora cariche d’acqua e nere come la notte. Tornai dagli altri con il vassoio e le sei tazzine di caffè fumante, rimanemmo seduti a chiacchierare mentre aspettavamo che la luce tornasse.
     Era raro che la luce se ne andasse, andava via solo a casa nostra magari per qualche luce di troppo che era stata accesa, bastava uscire andare al contatore che era poco distante ed azionare la leva e tutto tornava come prima. Ora era diverso, la luce mancava proprio nella zona, da casa non si vedeva neanche una luce, nemmeno in strada ed era sicuramente dovuto da questo temporale, i fulmini che cadevano nelle vicinanze avevano fatto scattare qualcosa alla centrale.
     Charleen si alzò da tavola e disse “Scusate vado un attimo in bagno”, prese una candela e si avviò. Fuori era tutto silenzioso, ogni tanto le raffiche di vento si facevano sentire ed io mi affacciai alla finestra, mi sentivo irrequieto, sentivo qualcosa che non andava, avevo uno strano presentimento. I lampi si erano allontanati, sentivamo il brontolio dei tuoni che via via andavano verso le colline. Notai alla mia sinistra una luce giallastra, più che altro un puntino, sembrava che si stesse avvicinando, si stava avvicinando! Diventava sempre più grande e non riuscivo ad immaginare di cosa potesse trattarsi. Mentre ammiravo quello spettacolo, quasi rapito ed ipnotizzato, mi sentii toccare le spalle. “Che cosa stai guardando?” mi chiese Charleen, non le risposi nemmeno perché ero troppo preso dall’osservare quella luce che scendeva veloce. “Che cos’è quella luce?”, la domanda rimase senza risposta “non ne ho idea” e la mia voce era fredda e senza tono, come se non fossi stato io ad emettere quei suoni e a dire quelle parole. Non riuscivo a levare gli occhi da quella scena, ora era vicina, era una palla infuocata, si vedeva benissimo e si dirigeva verso di noi, verso casa nostra. Quelle lingue di fuoco le vedevo bene ed al centro una cosa scura, venivano giù velocemente e poi ci fu un’esplosione, un boato ed i vetri delle finestre si ruppero tutti ed io e mia moglie ci ritrovammo in terra. Mi alzai da terra e chiesi a Charleen “Tutto bene?” e l’aiutai ad alzarsi, andammo di corsa in soggiorno e vidi i nostri quattro ospiti che stavano in ginocchio sotto il tavolo, “State tutti bene?” chiesi loro, Robert alzandosi disse “Si, ma che cazzo è successo? Cos’era questa esplosione?”. Si alzarono tutti, apparentemente stavamo tutti bene ma eravamo un po’ scioccati e spaventati. In terra c’era un po’ di tutto, dai bicchieri ai piatti e notai che alcune ante della credenza erano aperte, quell’esplosione là fuori era stata piuttosto potente e ne era scaturita un’onda d’urto che aveva provocato questo casino in casa nostra. Tornai in cucina e mi affacciai timidamente alla finestra, volevo vedere che cosa fosse caduto vicino a noi.
     Erano le sedici passate, le nuvole erano ormai lontane ed il sole risplendeva di nuovo alto nel cielo. Il vento era calato, c’era rimasta solo una leggera brezza che muoveva appena le foglie ed i rami delle piante e degli alberi. Il caldo tornava a farsi sentire, la terra bagnata iniziava già ad asciugarsi e l’acqua delle pozzanghere cominciava ad evaporare. Le cicale tornarono a farsi sentire, tutto tornò alla normalità, come se niente fosse accaduto, come se quella cosa non fosse mai caduta dal cielo. Raccontai quello che avevo visto ai nostri amici e Charleen diede la conferma e tutti rimasero perplessi. Non sapevo con esattezza dove fosse caduto ma ero sicuro che era nel perimetro del mio terreno ma dalla finestra della cucina non si vedeva. Decisi di uscire per dare un’occhiata e Josh e Robert mi dissero “Veniamo con te”, le ragazze non erano tanto d’accordo “Ma siete sicuri che non sia pericoloso?”, “Che volete che ci accada? E prima o poi dovremo uscire da qui, non credete?” rispose prontamente Joshua.
     Aprii la porta di casa e fummo investiti dalla luce del sole forte e calda, il cielo era sereno, azzurro e noi varcammo la soglia forse un po’ titubanti, non sapevamo bene cosa cercare. Girammo intorno alla casa, la temperatura esterna era tornata quella estiva (oltre trenta gradi al sole) e sentivo già il sudore colarmi dalla fronte sia per il caldo e sia per la paura e l’adrenalina che avevo in corpo. Controllammo l’intero perimetro di casa ma non notammo nulla di strano, poi dissi a Josh ed a Robert “Controlliamo il viale”, loro annuirono. La strada era asfaltata e lunga quasi cento metri, era divisa dal terreno da due siepi alte e folte che arrivavano quasi al cancello. Di fronte alla facciata di casa c’era un piazzale che poteva contenere fino a cinque automobili e una delle finestre era proprio quella della cucina. Le ragazze erano affacciate da quella finestra e seguivano i nostri spostamenti. “Trovato niente Sean?” mi gridò Charleen con tono inquieto, “Ancora niente Amore” le risposi. Imboccammo la strada asfaltata ed iniziammo le ricerche, ci affacciavamo dalle due siepi mentre procedevamo verso il cancello, poi Robert gridò “L’ho trovato, venite presto!”. Corremmo verso di lui, verso la siepe di destra e vedemmo un cratere enorme, quattro metri circa per due metri e profondo altrettanti. Sembrava uno scavo come quelli fatti al cimitero per seppellire le bare dei defunti, e notai che intorno c’erano dei minerali neri e lucenti, non ne avevo mai visti prima. Ne presi uno e lo esaminai, era lucido e nero come la notte e freddo al tatto. “Questo cos’è?” chiesi loro, lo tirai a Joshua che lo afferrò e poi disse “Deve essere un minerale ma non ne ho mai visti come questi”, Robert guardando quel grosso buco chiese “Cosa può aver fatto una cosa simile?”, “Io un’idea l’avrei, un frammento di stella cadente oppure un pezzo di meteorite” gli risposi riflettendoci su. “Già e questi minerali sono quello che ne rimane” continuò Joshua. Guardammo nella profondità del cratere tutti e tre in silenzio, poi udimmo dei passi alle nostre spalle “Allora, che cosa è successo? E’ un’ora che vi chiamiamo”, le ragazze ci raggiunsero e rimasero a bocca aperta guardando quella voragine così grande e profonda. “Cosa l’ha provocato?” mi chiese mia moglie “Pensiamo sia stato un piccolo meteorite oppure un frammento di stella” le risposi. Notai che c’erano frammenti di tufo oltre a sassi comuni e terra all’interno di quella buca, vidi qualcosa che attirò la mia attenzione, era di metallo e quindi scesi nel cratere scivolando sui vari sassi e pietre stando bene in equilibrio. “Dove vai?” mi chiesero tutti con un tono di preoccupazione nelle loro voci, “Devo dare un’occhiata, ho visto qualcosa d’interessante”. Scesi fino a due metri di profondità e toccai quel pezzo di metallo, lo strinsi nella mano destra e vidi con stupore che era agganciato a qualcosa, iniziai a scavare intorno, era umido e freddo, era altro tufo marrone, poroso e fresco al tatto. Chiesi a Josh di portarmi un piccone ed una pala e lui andò a prenderli nel mio sgabuzzino in casa insieme a Charleen. Tornarono con l’occorrente e Joshua scese giù con me mentre gli altri osservavano incuriositi quello che cercavamo di riportare alla luce. Usammo i due arnesi per scavare ed estrarre terra da quel buco già profondo di per sé e portammo alla luce una piattaforma tutta in tufo formata da mattoni, sembrava una costruzione antichissima ed ogni mattone aveva il suo pezzo di bronzo attaccato, come ornamento. Scavammo per circa un’ora, usammo un secchio di plastica per tirare su la terra mentre gli altri lo svuotavano in superficie per poi calarlo con una corda, non so quanta terra tirammo su ma so che faceva caldo, un caldo pazzesco e la mia maglietta era zuppa di sudore. Erano le diciotto passate quando liberammo completamente quella struttura in tufo, ancora ben conservata e ci sembrò un tetto. Andai in casa e presi un piede di porco, una mazzetta ed uno scalpello, tornai allo scavo e ridiscesi nel fondo. Per salire e scendere usammo una scala e delle corde legate in cima ad un tronco d’albero. “Adesso che facciamo?” chiese Robert a tutti noi, “Non siete curiosi di vedere cosa ci sia qui sotto?” chiesi a tutti, in fondo alla buca eravamo in tre, le ragazze guardavano da sopra e ci passavano gli arnesi quando richiesti, nessuno rispose ma tutti guardavano quei blocchetti di tufo e tutti erano curiosi di sapere cosa ci fosse dietro. Presi il piede di porco e lo puntellai tra due mattoni e feci leva, si sgretolarono in parte, presi lo scalpello e lo colpii con la mazzetta spaccando il tufo, andai in profondità, sempre di più e feci un buco di una ventina di centimetri e poi lo allargai. Mi diede il cambio Josh che continuò finché creammo un passaggio. Guardai dentro con cautela ma non si vedeva nulla, era troppo buio e puzzava di muffa. “Ragazze ci andate a prendere un paio di torce, per favore che non si vede niente qua”, Charleen e Monica si avviarono verso casa, io non stavo più nella pelle, non vedevo l’ora di scendere a dare un’occhiata, anche gli altri due fremevano, lo avevo notato guardandoli al lavoro mentre tentavamo di liberare quel passaggio. Le ragazze invece erano più timorose di noi, erano curiose ma non al punto da voler scendere in quel posto. “Vi rendete conto che saranno passati secoli da quando un uomo ha messo piede lì dentro, e noi avremo l’onore di essere i primi!”ci disse Joshua preso dall’entusiasmo, cosa che ci accomunava tutti e tre, l’entusiasmo per una probabile scoperta. Tornarono le nostre consorti con le torce, ne portarono tre e le calarono giù nel secchio “Tirateci un’altra corda” urlò Robert che fu accontentato. “Fate attenzione, può essere rischioso!” ci gridò Charleen con voce un po’ preoccupata, io mi legai la corda alla vita, mi affacciai nel buco e puntai la torcia nell’oscurità, mi misi seduto e piano mi calai. Toccai terra e provai a mettermi dritto e mi accorsi che l’ambiente era alto due metri circa “Venite giù, è tutto a posto, venite”, Josh e suo cugino non se lo fecero dire due volte, scesero. “Che cos’è questo posto?” “Non ne ho idea” gli risposi, puntai la torcia verso sinistra e vidi che quel luogo continuava. Puntai il fascio di luce in terra e vidi che c’erano sassi e pietre messi con precisione e ne dedussi che questo era un vecchio sentiero. I sassi erano lisci e messi in due file parallele, il sentiero proseguiva e sembrava che andasse in discesa. “Che facciamo, andiamo avanti?” chiesi agli altri, Josh si avvicinò a me e disse “Per me si può proseguire” Robert mi guadò e disse “Ok ma avvisiamo le ragazze” e così dicendo si affacciò al buco da cui eravamo entrati e urlò “Quaggiù è tutto a posto, diamo un occhiata in giro e poi torniamo indietro, ancora una ventina di minuti o forse mezzora, non preoccupatevi”. Una delle ragazze rispose “Va bene ma fate attenzione, non potete sapere cosa ci sia là sotto”, Robert si girò e tornò verso di noi.
     Cominciammo a seguire quella specie di sentiero, puntai la luce verso destra e sinistra e mi accorsi che era tutto tufo “E’ una specie di galleria scavata nel tufo” dissi loro, era umido e faceva fresco. Le nostre voci si perdevano in quell’ambiente fino a che non arrivammo in uno spiazzo grande, le pareti si allargavano parecchio ed anche il tetto era molto più alto di diversi metri e mi chiedevo di quanti ne fossimo scesi. Avevamo percorso quella galleria per una ventina di metri almeno guardandoci intorno affascinati da un ambiente mai visto prima, per poi giungere in quello che sembrava un atrio. “Che ne dite se ci fermiamo qua per ora? Ci torneremo domani e proseguiremo da quest’atrio” chiesi a Joshua e a Robert, ai due non dispiacque quindi ci avviammo verso l’uscita. Arrivati all’apertura, ci tirammo su e raggiungemmo le nostre compagne che ci aspettavano con impazienza e tanta curiosità, “Allora, cosa avete visto, che c’è la sotto?” ci chiese Charleen appena arrivati su. “Abbiamo seguito una galleria in tufo lunga una ventina di metri che porta ad un posto più ampio, poi prosegue e chissà per quanto, ci torneremo domani”, Joshua abbracciò Monica e la strinse forte, anche Stefany si avvicinò a Robert. Le ragazze non lo ammettevano ma avevano avuto paura per noi, erano combattute dalla curiosità di sapere cosa ci fosse e allo stesso tempo avrebbero voluto averci vicino. Conosco mia moglie, lei è un tipo cauto e non istintivo come lo sono io, una cosa simile non mi era mai capitata e non me la sarei fatta scappare così facilmente.
   
Saryo alle 13:42 in: racconti, un uomo qualsiasi
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mercoledì, 13 giugno 2007

Un uomo qualsiasi

 
 
                         
 
    Jack, mentre stava aspettando l’autobus alla fermata, cominciò a guardarsi in torno e sudava sia per il caldo che per l’agitazione che aveva in corpo, si tolse un fazzoletto dalla tasca della giacca e ci si asciugò la fronte bagnata poi si tolse il cappello e si aggiustò i capelli. Era in attesa di quel maledetto autobus che sembrava non arrivasse mai, lo aspettava oramai da diverse decine di minuti. Cominciò a temere di fare tardi all’appuntamento, forse il più importante della sua vita, e non poteva mancare o se ne sarebbe pentito.
    Portava un completo grigio topo, una camicia rosa pallido ed una cravatta e teneva con la mano destra una valigetta. Insomma era un perfetto figurino e lui ne era convinto.
    Erano quasi le undici di mattina e si doveva recare dall’altra parte della città in poco più di un’ora, difficilmente sarebbe arrivato in tempo. Cominciò a guardarsi in torno sperando di vedere un taxi libero ma non se ne vedeva. Il sole era alto e facevano venti gradi all’ombra ed era proprio una bella giornata primaverile.
    Decise di incamminarsi a piedi anche se la strada era molto lunga. Avrebbe dovuto percorrere decine di chilometri in quasi un’ora, una prova molto ardua e lui lo sapeva. Portava ai piedi dei mocassini un po’ scomodi e non adatti per lunghe passeggiate, figuriamoci per tutta quella strada che avrebbe dovuto percorrere, così si mise l’anima in pace ed iniziò a correre lungo il marciapiede. Teneva il cappello con la mano sinistra e con la destra stringeva forte la ventiquattr’ore e saltellava qua’ e la’ schivando le persone che incontrava per la strada, come un ladro inseguito dalla polizia. Aveva appena percorso qualche centinaio di metri e già non ne poteva più, era esausto e zuppo di sudore e si sentiva solcare la fronte ed il collo da quelle fastidiosissime gocce. Sentiva il cuore battere all’impazzata e se lo sentiva in gola, quindi rallentò il passo, anzi si fermò e tolse nuovamente il fazzoletto dalla tasca e si asciugò la fronte appoggiandosi ad un semaforo. Il respiro non accennava a rallentare quindi si accasciò in terra con la mano destra sulla valigetta, sentì scivolare diverse gocce di sudore sulle guance e le vide cadere in terra poi si sentì una mano sulla spalla e udì una voce “ Signore sta bene? ”. Jack si rialzò lentamente e girandosi vide una figura femminile, si passò un braccio sulla fronte e la vide in tutti i suoi contorni e colori. Era bellissima, era una donna sulla trentina con capelli biondi e grossi occhi azzurri, alta e bellissimi lineamenti ed indossava una camicetta bianca di seta e una minigonna mozzafiato. Sembrava una visione e Jack rimase sconcertato da tanta bellezza e non rispose, si limitò ad osservarla. Si destò non appena udì nuovamente quella voce, quel canto che gli richiese “Allora, sta bene? ”. Si schiarì la voce e le confermò “Si grazie signorina sto bene”. “Le chiamo un dottore? Vedo che respira a fatica”, ma senza indugio le rispose “No grazie ora mi sento meglio, devo aver corso troppo”. I due si guardarono negli occhi come se già si conoscessero e poi Jack iniziò a presentarsi “Mi chiamo Jack Poison, piacere”, la ragazza arrossendo “Io sono Elise Mongomeri, molto piacere” e si strinsero la mano.
Si accorse di essere in ginocchio davanti ad una ragazza, la più bella che avesse mai visto e si alzò lentamente con un po’ d’imbarazzo. La guardò negli occhi e le disse
 “Ho proprio bisogno di un bicchiere d’acqua”, Elise gli disse “Andiamo in quel bar” e glielo indicò. Entrarono ed andarono al banco ed ordinarono due limonate fresche e si sedettero ad un tavolo. Erano entrambi un po’ imbarazzati, non si conoscevano neanche, sapevano appena i loro nomi e non avevano argomenti. Fu Jack il primo a rompere il ghiaccio con una frase molto banale “Fa molto caldo oggi, vero?” Elise arrossì, era una persona timida e le guance le si accesero di un rosso fuoco, poi prese coraggio e gli chiese “Ma dove correva così di fretta?”. Jack guardò l’orologio e sgranò gli occhi ed esclamò “Oh cacchio! È tardi”. Lei lo guardò e gli chiese “Tardi per cosa?” e Jack “Ho un appuntamento vitale per me e temo che arriverò molto in ritardo, devo raggiungere l’altra parte della città in mezzora e taxi non ne vedo e nemmeno autobus”. Con voce dolce e calda quasi sussurrando Elise disse “Se vuoi ti accompagno io, ho la macchina qua dietro e non ho da fare ora”, udendo queste parole Jack si sentì rinato, ringiovanito e rinvigorito e gli tornò la fiducia. “Non so come sdebitarmi, oggi mi hai salvato due volte Elise ” e lei tornò ad arrossire più di prima. Lasciarono i soldi delle due limonate sul tavolo ed uscirono dal locale a passo spedito, girarono l’angolo del palazzo ed Elise mise la mano nella borsetta per estrarre le chiavi dell’auto, inserì la chiave nella toppa e le chiusure si alzarono. Entrarono nella Nissan Micra verde metallizzato ed uscirono dal parcheggio. L’auto sfrecciava nelle vie della città e durante il viaggio i due rimasero in silenzio come se entrambi fossero intenti alla guida. Jack in ogni caso si sentì orgoglioso di trovarsi in quell’auto con quella ragazza così bella ed affascinante e molto cordiale nei suoi confronti. 
    Mentre guidava Elise si cominciò a fare molte domande e si sentiva molto confusa, era la prima volta che dava un passaggio ad un perfetto sconosciuto anche se Jack tutto poteva sembrarle tranne che un maniaco o un pervertito, anzi le sembrava un uomo dolce, premuroso ma non ne poteva essere certa. “Senti Jack ma tu non hai una macchina?” gli fece questa domanda con una punta di curiosità e Jack la guardò     “Certo che ho una macchina ma purtroppo si è rotta e l’ho portata ad aggiustare, forse ho fuso il motore”. “Non mi hai detto qual’è la via precisa del tuo appuntamento”   “Uh che scemo! Mi sono dimenticato” tirò fuori da un taschino della giacca un foglietto e le disse “Via Giulio Cesare 17 e grazie per quello che stai facendo per me, so che è strano, non ci conosciamo nemmeno ma se vuoi possiamo rivederci, scambiare due chiacchiere e prendere due limonate……. ”. Elise si girò verso di lui e sorridendo “E perché no si può fare, non ho nulla in contrario” e gli porse un biglietto da visita “Qui c’è il mio numero del cellulare, chiamami e poi fammi sapere come è andato il tuo appuntamento”. Jack lo prese con sicurezza e si mise a leggerlo.
 
 
 
 
C’era scritto:  
 
                                     ELISE MONGOMERI           
                                  ASSISTENTE SOCIALE         
                            VIA LUDOVICO IL MORO N° 3 
                     
 

    Jack lo prese e se lo mise nel taschino, poi si girò verso di lei e le disse “Così fai l’assistente sociale, e immagino che aiuterai molte persone”, lei con aria molto soddisfatta ed orgogliosa gli rispose “Bé veramente faccio quello che posso, non è un lavoro facile e a volte non si riesce a fare quello che si vuole, ci sono molti cavilli burocratici e spesso ci rimettono i miei assistiti. Mi capita di frequente di occuparmi di bambini e sono quelli che poi ci soffrono più di tutti. È un lavoro stressante ma a me piace tantissimo aiutare il prossimo. E tu invece di cosa ti occupi? ”.
    La guardò assorto e meravigliato. Quella ragazza gli piaceva da morire, era confuso ormai non pensava più nemmeno all’appuntamento e non sapeva se tutto ciò era un colpo di fulmine oppure una semplice cotta, ‘aiuta pure il prossimo ed è sicuramente altruista’ pensò tra se e se.
    “Emh io faccio il rappresentante di armi, lo faccio da circa un anno e molti le comprano, sai viviamo in un mondo di balordi e l’azienda per cui lavoro offre una vasta gamma di articoli per la difesa personale e del proprio patrimonio. Oggi ho un appuntamento con un tizio che dovrebbe acquistarne molte e quindi non posso fare tardi”.
    Elise rimase interdetta, non se lo sarebbe mai aspettata. Aveva l’aria di un rappresentante ma non certo di armi, non ne aveva proprio la faccia.  
    Gli chiese incuriosita “Allora cosa porti in quella valigetta?” Jack se l’aspettò quella domanda prima o poi e senza indugi le rispose “Porto dei depliant e dei campioni di pistole di piccolo calibro, naturalmente sono smontate. Ti turba il lavoro che faccio?” Elise fece no con la testa mentre guidava.
    Erano quasi arrivati a destinazione e nell’auto tornò a regnare il silenzio ed entrambi guardavano la strada. 
     All’improvviso uno squillo di cellulare ruppe il silenzio, Elise accostò l’auto e rispose alla chiamata. Jack riuscì ad udire una voce femminile che stava parlando con la sua nuova amica, ma non poté capire cosa le stesse dicendo, poi Elise iniziò a piangere e Jack non sapendo cosa fare o dire l’abbracciò a se. Passarono pochi minuti, poi prese coraggio e le chiese “Elise mi vuoi dire cosa è accaduto? Non ci capisco niente”. Elise fra un singhiozzo ed un altro gli spiegò che al telefono poco fa era la Tata e che la figlia Jasmin era scomparsa.
    Jack la strinse nuovamente a se e poi le disse con voce ferma e convinta “Vedrai che la ritroveremo, te lo giuro! Ora andiamo a casa tua e vedremo il da farsi”. Elise come d’incanto smise di piangere e lentamente si girò verso di lui e con appena un filo di voce “E il tuo appuntamento?” e Jack con tono tranquillo e pacato “Lo rinvierò, possono aspettare, tua figlia no!”. Elise fece inversione e cominciò ad aumentare l’andatura. L’auto verde sfrecciava per le vie della città evitando auto e pedoni, ma Jack non sembrava minimamente impaurito, anzi avrebbe voluto guidare lui stesso, erano entrambi seri e preoccupati per la situazione. Il viaggio non fu lungo ma ai due parve durare un secolo.
    Elise non abitava in città ma in un paesino appena fuori, in una graziosa villetta su due piani ed un giardino ben curato in torno. La casa era di colore giallo chiaro e non era circondata da recinti ma da belle siepi verdi e rigogliose che regalavano un aspetto pulito e ben tenuto. Il cancello d’ingresso aveva lo stesso colore delle siepi solo che era in po’ più alto, il prato era molto corto, diciamo all’inglese. La zona in cui viveva la famiglia Mongomeri era tranquilla e silenziosa e le altre case erano state costruite con lo stesso criterio, erano tutte uguali alla loro. Il centro abitato aveva un nome che era tutto un programma: Serenity. Le vie ed i viali erano puliti, gli alberi e le siepi erano potati, foglie in terra non se ne vedevano e né cartacce, le poche macchine che circolavano rispettavano i limiti di velocità. Sembrava di essere in una località perfettamente bella, silenziosa e molto curata.
    Jack si pose molte domande, rimase stupefatto ed un posto così bello non lo aveva mai visto. Parcheggiarono l’auto davanti al cancello e scesero, poi Jack chiese ad Elise “Ma da quanto vivete in questo posto?”, Elise ci pensò un po’ “ Da quasi nove anni”, poi aprì la sua borsetta e tirò fuori le chiavi di casa ma non servirono a nulla perché il cancello non era chiuso ma accostato. Lo varcarono in fretta, salirono le scale di corsa ed Elise girò la maniglia della porta d’ingresso e l’aprì. La casa all’interno era buia e silenziosa. Elise gridò a gran voce “Jasmin! Jasmin dove sei? Rispondimi ti prego” ma non ci fu nessuna risposta. A Jack venne un’idea e così chiese a Elise “Ma non avevi parlato con la Tata poco fa? Dove sarà finita?” .
Elise si buttò di peso sul divano che era dietro di lei mettendosi le mani sul viso e cominciò nuovamente a piangere e chiedendosi a gran voce “Ma mia figlia che fine ha fatto? Dov’è mia figlia?”. Jack fu preso da sconforto, si sentiva inutile, era lì impalato di fronte a lei e non sapeva cosa fare, poi d’impulso prese il suo cellulare e disse “Senti io chiamo la polizia, dobbiamo denunciare la scomparsa di tua figlia e della Tata. A proposito quanti anni ha tua figlia?” Elise alzò lo sguardo e con voce rotta dai singhiozzi disse “Ha solo otto anni, la mia bellissima bambina….. solo otto anni”. Jack le chiese “E la Tata come si chiama?”, “Barbara, si chiama Barbara” . Elise si sedette sul divano gomiti sulle ginocchia e con le mani si coprì il viso, Jack la guardò e vide apparire delle lacrime così si sedette sul divano accanto a lei ‘Chiameremo la polizia in un secondo tempo’ pensò. Alzò il braccio e lo appoggiò sulle spalle e la consolò, poi andò in cucina e prese un bicchiere d’acqua e glielo portò. “Grazie Jack per quello che stai facendo, neanche ti conosco!” e lui un po’ commosso le rispose “Veramente non ho fatto nulla e comunque in questa situazione mi sento impotente”. “Ti dispiace se vado un secondo al bagno?” e lei “Fai pure”. Jack si diresse verso la cucina e poi aprì la porta adiacente ed entrò in bagno ma ne uscì subito dopo e con voce preoccupata le disse “Credo di aver trovato Barbara ma è morta”. Elise si alzò di scatto dal divano e si diresse verso il bagno ma fu fermata da una frase : “E’ meglio che non entri, non è un bello spettacolo” . Jack aprì la porta del bagno, accese la luce e vide il corpo della tata riverso sul pavimento e una grossa chiazza di sangue vicino alla testa e pensò ‘devono averla colpita alla testa con qualcosa di contundente’. Sulle pareti c’erano schizzi di sangue e sparsi in terra diversi flaconi di profumi, due spazzolini ed un tubetto di dentifricio, il corpo giaceva a faccia in giù e sicuramente non era passato molto tempo dal decesso. Jack richiuse la porta del bagno e le chiese “Hai dei sospetti su qualcuno? Chi potrebbe volere tua figlia?”, ma non ebbe risposte. La udì nuovamente singhiozzare e piangere e con la coda dell’occhio vide Elise cadere in ginocchio, si girò di scatto e la raggiunse abbracciandola forte accarezzandole i biondi lunghi capelli mentre con l’altra mano le massaggiava la schiena, poi la prese fra le braccia e la posò delicatamente sul divano e le si sedette vicino. Attese pazientemente che Elise si calmasse da quel pianto isterico cercando di rassicurarla.   
     Si sentiva a pezzi era comprensibile e poi una persona così sensibile, dolce e premurosa come lei, trovarsi davanti dei tali avvenimenti………….
In poco tempo aveva perso tutto, sua figlia e la persona che ne aveva cura in sua assenza! Due punti di riferimento, due assi portanti della sua difficile vita sono scomparsi in brevissimo tempo e soprattutto senza ne segnali e né avvisaglie. Qualcuno le aveva portato via la sua ragione di vita: Jasmin, una bambina dolcissima e bellissima con tantissime qualità!
     Jack prese in pugno la situazione, attese che Elise si addormentasse (tanto era lo stress accumulato) e poi cominciò a cercare qualche indizio su chi potesse essere stato a commettere sia un omicidio che un rapimento. Il classico rapimento a scopo di estorsione lo escluse perché collocò Elise e la sua famiglia in una fascia benestante, non di lusso da permettergli di pagare un riscatto chiesto da eventuali rapitori. Entrò nelle stanze e si guardò intorno ma non notò nulla di sospetto, sembrava tutto normale ed in ordine, poi entrò in una stanza, una bella cameretta colorata con un letto, un comodino, un piccolo televisore sulla scrivania e diversi disegni attaccati alle pareti e la maggior parte raffiguranti una bella signora bionda. ‘Questa è la camera di Jasmin’ pensò Jack mentre si guardava intorno cercando chissà cosa. Scese al piano sottostante e si diresse nuovamente in soggiorno e diede un’occhiata ad Elise che dormiva profondamente, sembrava un angelo ed era bellissima con quel viso finalmente rilassato e poi si girò intorno a guardare le diverse fotografie appoggiate sulla mobilia e vide che in diverse c’era un uomo di bell’aspetto, moro e robusto e si disse ‘Forse è il marito di Elise e papà di Jasmin’. Andò in cucina e prese la caffettiera e si disse ‘Quello che ci vuole adesso è proprio un bel caffè caldo e forte per tutti e due’. Attese che uscisse quel liquido denso e profumato poi lo versò in due tazzine e lo portò in soggiorno. Si mise in ginocchio vicino al divano e diede un bacio sulla guancia di Elise, lei si destò aprendo piano gli occhi e gli sorrise. “Bevi un po’ di caffè, ti tirerà su” e le porse la tazzina, Elise si appoggiò sul gomito e si portò la tazzina alle labbra e quel gesto gli parve sensuale e bellissimo, era normale e comune ma a lui scaturì un qualcosa dentro che non era spiegabile a parole e divenne rosso in viso. A quel punto Elise se ne accorse e gli chiese “A che pensi? Sei diventato rosso” e Jack per cambiare discorso “Ho dato un’occhiata alle foto e ho notato che in parecchie c’è un uomo, chi è tuo marito?” ma a quella domanda il suo viso si rattristò. “Era mio marito ma purtroppo è morto in un incidente stradale quattro anni fa, da allora è finita la mia favola”. Jack sarebbe voluto sprofondare…….. “Scusa per la domanda inopportuna, sono stato uno stupido e non dovevo….. ”, Elise si mise seduta e lo rincuorò “Guarda che non ti devi scusare, tanto alla fine lo avremmo toccato quest’argomento e quindi non ti devi sentire così anzi fa bene anche a me ricordare quei momenti”. Si guardarono negli occhi e Jack tornò a sentirsi un po’ a disagio, era una persona di carattere timido. “Chissà dove si trova adesso mia figlia………” disse con voce triste e malinconica, ma Jack scrollandosi di dosso la sua timidezza le rispose con voce ferma e sicura “La ritroveremo, giuro che la ritroveremo ve lo devo e poi l’ho vista in foto, è bellissima proprio come la mamma e la voglio conoscere” questa volta ad arrossire fu Elise.
“La chiamiamo la polizia?” chiese lei cercando di togliere quell’imbarazzo che le si leggeva in viso, Jack riflettendo sul da farsi “E’ meglio attendere che si facciano vivi i rapitori (se lo vogliono) ma forse prima è meglio coprire quel cadavere in bagno, ce l’hai una coperta o un lenzuolo vecchio?” Elise andò di sopra e torno due minuti dopo portando un grande lenzuolo bianco e lo diede a Jack che lo usò per coprirci la tata poi si girò verso di lei le chiese “Perché non mi parli di Jasmin? Quale classe frequenta e dei suoi amichetti, insomma ……… parlami di lei”. Questa domanda la rese felice ed in fondo la rincuorò perché la fece sentire come se Jasmin stesse per rientrare a casa da un momento all’altro e forse perché era stata posta al presente e in ogni caso le piaceva parlare di sua figlia quindi si misero comodi su quel divano ed Elise iniziò a parlare, anche per non pensare tanto ai brutti momenti del suo presente, così incerto. “Mia figlia frequenta la quarta ed è una persona molto speciale, ha un’intelligenza oltre la media ed è spontanea, piena di vita e poi ride sempre……….. certo ha pure lei dei momenti brutti, come tutti del resto, ma penso anzi sono sicura che sia la persona più bella dell’universo”. Jack mentre ascoltava già se la vedeva davanti agl’occhi come una bambina veramente speciale, spiritosa e bella d’animo.
“Ma c’è anche un aspetto di Jasmin che è ancora più fuori dal comune……” prima di finire la frase Elise guardò fisso negli occhi di Jack “Ha dei poteri, delle facoltà che pochi possiedono. C’è anche chi lo chiama ‘un dono’! Lei riesce a muovere delle cose con la forza della mente ed a volte legge i pensieri della gente, non so come faccia e all’inizio non volevo crederlo ma poi ho dovuto cedere. Sai, ero scettica e a queste cose non ho mai creduto” guardò Jack e pensò ‘ecco ora si metterà a ridere e penserà che sono una pazza, una da manicomio!’ ma Jack non fece nulla di tutto questo, anzi sembrò interessato all’argomento o più che altro incuriosito. “Penso che al mondo non siamo soli (almeno lo spero) ed ho sempre sentito di questi fenomeni, alcuni sono ciarlatani ed imbroglioni che approfittano del prossimo ma qualcuno che abbia questi ‘doni’ penso che esista”. Elise lo guardò stupita e meravigliata perché, fra i pochi che lo sapevano, era stato l’unico a non ridere di lei ed a mettere poi del sarcasmo dopo aver affrontato questo argomento particolare. “A scuola come l’hanno presa? Hanno scoperto quello che può fare Jasmin?” chiese incuriosito          “Veramente non lo ha mai dimostrato a nessuno altrimenti sarebbe stata isolata da tutti e probabilmente l’avrebbero etichettata come ‘Mostro’ e questo noi non lo volevamo, quindi fin da piccola le abbiamo spiegato di non far mai vedere a nessuno quello che poteva fare” e Jack annuendo le disse “Saggia decisione, la gente è stupida e quando vede qualcosa che non conosce o non capisce la evita e scappa. E’ sempre stato così purtroppo!”.
“Tuo marito che lavoro faceva? Se posso farti questa domanda” Elise ormai era a suo agio e si accorse che parlare le faceva bene e senza indugio acconsentì a cambiare argomento e le andava bene di parlare di Sean il suo ex “Mio marito si chiamava Sean ed era un dottore specializzato in pediatria, quindi faceva un lavoro che si avvicinava al mio, insomma avevamo un lavoro simile. Io mi occupavo di bambini in difficoltà e lui li curava ed era bellissimo poi parlarne a casa la sera, ci faceva sentire vicini ed il fatto di aiutarli il più possibile era affascinante” .
     Jack fu incantato da come Elise parlava sia di Jasmin che di Sean, si vedeva che li amava e che non avrebbe mai rinunciato a ritrovare sua figlia, ormai sua unica cosa importante rimastale, e poi sprizzava forza ed orgoglio da tutti i pori mentre la descriveva e fu anche attratto dai movimenti delle sue mani che cercavano di esprimere e descrivere quello che provava in cuor suo. Quell’uomo l’ammirava, anzi cominciava a nascere un forte sentimento per lei anche se si conoscevano da poche ore. Gli piaceva il carattere, l’aspetto fisico e il suo modo di fare e di porsi alle difficoltà e ne era pure attratto. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per quella donna, per vederla felice come quando l’aveva conosciuta. Aveva già perso un cliente importante quella mattina ma a lui non importava tanto ne avrebbe incontrati altri, ora voleva solo aiutare la sua nuova amica e solo questo aveva in mente. Soldi da parte ne aveva messi e quindi anche il lato economico non lo turbava minimamente, si sarebbe preso volentieri anche diversi giorni di ferie per lei e sua figlia. Si conoscevano solo da poche ore e già iniziava ad amare questa famiglia, quello che nasceva in lui proveniva dal cuore ed era tutto nuovo perché sentimenti simili non ricordava di averli mai provati.
       Jack all’improvviso fu folgorato da un’idea e chiese ad Elise se il suo telefono di casa avesse il trasferimento di chiamata verso un altro apparecchio, la risposta fu affermativa ma lei dubbiosa gli chiese “Jack che cosa hai in mente?” e lui con fare serio e pensieroso “Non ti preoccupare, non possiamo stare con le mani in mano, ci dobbiamo muovere! Attiva il trasferimento verso il tuo cellulare e andiamo”. Lei obbedì senza fare altre domande ed uscirono di casa. “Lo studio dove lavorava tuo marito è ancora aperto? Ci lavora qualcuno?” ed Elise pensandoci su “Credo che ci lavori ancora il suo socio, si chiama Billy Payton, ma perché vuoi andare là?” “Credo di aver avuto un intuizione, devo fare qualche domanda perché non abbiamo nessuna traccia di tua figlia. Inizieremo proprio da lì”.
      I due salirono in auto destinazione studio medico ma Elise non era entusiasta visto che, da quando morì suo marito, non ci mise più piede e ritornarci non le faceva tanto bene. Sapeva che le sarebbero tornati alla mente tanti ricordi e questo non era piacevole, aveva faticato tanto anche per la casa in cui aveva vissuto con Sean per cinque lunghi anni prima di quel fatidico incidente che glielo aveva portato via. Quante volte sarebbe voluta scappare da quella casa e quante volte l’aveva odiata, ogni stanza e ogni centimetro le faceva ricordare tutti i momenti belli e brutti vissuti assieme a lui e a sua figlia. Ora era sola, era rimasta sola!
      “A cosa pensi?” chiese Jack e lei trasalì “Niente d’importante sono solo preoccupata, non so proprio dove sbattere la testa e mi manca da morire Jasmin, vorrei tanto che fosse solo un brutto sogno”. I due arrivarono a destinazione e parcheggiarono davanti allo studio, scesero dalla macchina e Jack si guardò intorno. Il sole era ancora alto e faceva caldo erano le cinque passate e la ricerca era molto ardua, era come cercare un ago nel pagliaio ma lui non si sarebbe dato mai per vinto, non era nel suo carattere. Arrivarono davanti all’ingresso di un edificio di otto piani e lo studio era al quinto e la zona in cui stavano era una delle migliori della città, il palazzo era di costruzione recente (dieci anni circa) e l’interno era molto lussuoso. Jack si chiese quanto potesse costare l’affitto di un ufficio in una zona come quella. Si fermarono davanti al citofono ed Elise con l’indice premette l’interruttore alla voce Studio medico Payton e non attesero molto per la risposta “Chi è” una voce femminile chiese ed Elise “Sono la moglie del Dottor Mongomeri e vorrei parlare con il Dottor Payton”. Il portone scattò ed i due entrarono e si diressero verso l’ascensore. “A che piano andiamo?” chiese Jack “Al quinto”, si guardò intorno mentre Elise premeva il tasto cinque e l’ascensore iniziò a salire silenzioso. Uscirono e alla loro sinistra li attendeva un’avvenente segretaria tutta curve e minigonna e scarpe con tacchi, un camice bianco con una targhetta con scritto Samntha. “Buona sera, il dottore vi attende nel suo ufficio, accomodatevi” i due ringraziarono la bella segretaria ed entrarono nell’appartamento adibito come studio medico ormai da anni. Attraversarono la saletta d’aspetto bella ed accogliente con due poltrone, tre sedie e un divanetto, qualche quadro alla parete, un tavolino al centro con qualche rivista ed un appendiabiti. Di fronte tre porte, una portava all’ufficio della segretaria, quella al centro al bagno e quella di destra all’ufficio del Dott. Payton. Bussarono alla porta e Payton li accolse immediatamente “Prego accomodatevi” e Jack si presentò stringendogli la mano. Elise si sedette sulla poltrona posta davanti alla scrivania e così fece anche Jack.
     Payton Billy era un dottore di bell’aspetto, alto e castano e per molti anni aveva frequentato la famiglia Mongomeri, fino alla morte di Sean, da allora tutto era finito ed Elise infatti non lo vedeva da parecchi anni salvo che per incontri occasionali. Non aveva fatto neanche una telefonata per sapere come se la passassero lei e la figlia, rapporti finiti.
     “Dottore di cosa si occupa?” chiese Jack “Sono dottore del lavoro e generico ma oggi il mio studio riposa, ecco perché non ho pazienti. Solitamente il mio studio è pieno” poi Payton guardò Elise e le chiese “A cosa devo questa inaspettata visita, cara?” Elise non rispose subito ma prese dei secondi, poi gli disse “Mi è successa una cosa brutta, è scomparsa mia figlia”. Payton addrizzò la schiena “Ah! Hai avvisato la polizia?” “Non ancora perché io e Jack pensiamo che sia imminente che si facciano vivi i rapitori, se di rapimento si tratta” poi Elise riprese in mano il discorso “Tu hai tanti amici e mi chiedevo se potevi aiutarmi a trovarla, è importantissimo” Elise crollò nuovamente e non riuscì a trattenere due lacrime che le scendevano sulle guance. Billy Payton se ne accorse e le diede un fazzoletto “Farò quanto è in mio potere te lo prometto”. Jack ed Elise si alzarono dalle poltrone, lo salutarono e lasciarono lo studio. Presero nuovamente l’ascensore e scesero a piano terra, uscirono dal palazzo e Jack aveva una faccia cupa e pensierosa, Elise se ne accorse subito e gli chiese “Cosa c’è che non va?”, ma lui ci pensò su, poi rispondendole “Quel Payton non mi piace per niente, vorrei saperne di più”.
     Una sorpresa inaspettata, una farfalla bellissima con ali azzurre si posò sulla spalla destra si Jack e sembrava non avesse paura di quell’essere umano, al contrario. Muoveva le ali ritmicamente come se volesse dirgli qualcosa e poi volò via verso un balcone che stava al quinto piano. “Dovevi piacergli proprio a quella farfalla” apostrofò Elise sorridendo, “Già, perché sei gelosa per caso?” rispose lui con lo stesso tono. I due si avviarono alla macchina ma jack la fermò e le disse “Aspettami in auto, io devo fare una telefonata importante e ti raggiungo”. Jack tirò fuori dalla tasca il cellulare e fece un numero, non attese a lungo la risposta “Pronto Mark, sono Jack, come va? Senti…… ho un lavoretto per te se hai tempo, dovresti seguire i movimenti di un tizio, si chiama Billy Payton. Vorrei sapere dove abita, chi incontra e il più possibile sul suo conto e questa è una faccenda di vitale importanza. Grazie e a presto!”. Rimise il telefono nella tasca e raggiunse Elise.
    Mark Jekkins conosceva Jack da diverso tempo, era stato suo cliente e poi nacque una bell’amicizia tra i due e, a parte gli impegni di lavoro, spesso s’incontravano per far due chiacchiere o prendere un caffè al bar. Mark era un investigatore privato e lo faceva da parecchio tempo, era anche uno dei migliori della città. L’incarico che ricevette da Jack lo intrigò non poco, anche perché quel nome lo aveva sentito più volte perciò tornò in ufficio e si diede subito da fare. Andò alla sua scrivania, accese il computer e andò su internet ed iniziò i controlli incrociati su quel tipo: Billy Payton. Tutti i risultati li stampò e su di un foglietto si annotò gli indirizzi in cui viveva e dove lavorava ed infine chiamò la sua segretaria e la informò che di lì a poco sarebbe uscito per fare delle commissioni. Prese il distintivo e la pistola ed uscì dall’ufficio, prese l’auto e si diresse all’indirizzo dell’abitazione di Payton. Rimase a bocca aperta, si aspettava di trovare magari un appartamento a quell’indirizzo invece possedeva una villa bellissima in una zona isolata ed immersa nel verde. Di fronte aveva un cancello in ferro battuto con le iniziali dorate B. P. e poi una recinzione alta circondava la villa ed i giardini (tanti mq). Una strada asfaltata portava fino all’entrata che era mastodontica e davanti ad essa una fontana ed un’aiuola con tanti fiori colorati. La grossa costruzione era suddivisa in quattro piani, uno dei quali era sotto terra ed aveva la stessa metratura del perimetro della villa. Mark pensò ‘Ha buon gusto questo Payton’ poi prese la macchina fotografica digitale e scattò qualche foto all’entrata, alla recinzione ed alla villa stessa.
     La nissan Micra partì e Jack ed Elise non parlavano, andavano verso casa di lei, un raggio di sole illuminò il suo viso, Jack ne rimase affascinato ‘E’ proprio una bella donna’ pensò l’uomo. “Allora dove andiamo?” chiese lei “Dirigiamoci alla centrale di polizia e denunciamo l’accaduto, è la cosa più giusta da fare e poi ci aiuteranno a cercare tua figlia”, Elise annuì con il capo e dopo un sospiro ripeté “E’ la cosa più giusta”.
     La centrale di polizia si trovava in un edificio su tre piani e per accedervi bisognava fare una rampa di dieci gradini, Jack ed Elise dopo aver parcheggiato l’auto lì fecero e varcarono la soglia e subito un agente in divisa, giovane e molto cordiale gli si fece incontro “In cosa posso esservi utile?”, gli rispose subito Jack “Dobbiamo denunciare la scomparsa di una bambina e la morte di una persona”. “Accomodatevi in questo ufficio” e ce li accompagnò. L’ufficio in questione era un classico, come quelli che si vedono nei film ed era composto da una scrivania, un computer, una poltrona con le rotelle e due sedie in metallo con cuscini in pelle nera. Le pareti erano in vetro oscurato (tu potevi vedere all’esterno ma non si vedeva niente da fuori) e l’ambiente era piuttosto confortevole. La porta si aprì ed entrò un uomo robusto sulla cinquantina, baffi lunghi ed abbastanza calvo, portava gli occhiali da sole “Buon giorno sono il detective Johnson, sarò io ad occuparmi del vostro caso”. Ci furono le presentazioni di rito e poi i due raccontarono l’accaduto nella casa di Elise quel pomeriggio. Furono registrati tutti i dati di Jasmin, l’ora della presunta scomparsa e le circostanze della morte della tata Barbara, poi fu presa la decisione di recarsi presso l’abitazione di Elise Mongomeri.
     L’auto con Elise e Jack partì seguita da una pattuglia della polizia con dentro il detective Johnson e due agenti che si chiamavano James e Charles. Arrivarono ed entrarono in casa, tutto era in ordine ed i poliziotti fecero un controllo accurato, presero le impronte in bagno, scattarono delle foto sul luogo del delitto e tutti usavano guanti in lattice per non inquinare possibili prove o indizi. Jack ed Elise attendevano pazientemente in soggiorno mentre gli agenti facevano il loro lavoro. Il villino fu messo sotto sequestro per indagini in corso, quindi Elise dovette trovare un’altra sistemazione per i giorni avvenire. Il telefono fu messo sotto controllo e le indagini per la scomparsa della bambina iniziarono subito con la diramazione dei dati e foto di Jasmin a tutte le auto pattuglie, Elise era stanca e lo si leggeva nel viso, si sentiva giù di morale ed era comprensibile questo stato d’animo che ormai la divorava da ore. “Dove andrò adesso? E se mia figlia tornasse a casa?” Jack la guardò ed era preoccupato per lei, sola e senza un letto ed un tetto dove riposare “Non ti preoccupare, ti porto da dei miei amici, starai lì qualche giorno finché le cose non si saranno aggiustate”. Aveva una voce calda e persuasiva, il timbro di voce era di quelli che ti davano sicurezza e poi la strinse a se cercando di rassicurarla ulteriormente e gli riusciva bene perché Elise smise presto di piangere. Salutarono il detective e salirono in macchina e Jack mise nella tasca della giacca il biglietto da visita di Johnson “Non preoccupatevi mi farò presto vivo e con buone notizie” disse loro prima di salutarsi. L’auto di Elise partì, destinazione casa degli amici di Jack, distava quasi una decina di chilometri ed era accogliente con persone simpatiche e cordiali, amici fidati. Li avvertì prima di partire e loro accolsero la visita con entusiasmo.
     Arnold, Jessie e Severino, questi erano i loro nomi e conoscevano Jack da parecchi anni. Arnold era un uomo sui quarantacinque ed era grosso ed alto quasi due metri, un gigante con capelli ricci e mori, forse un po’ rozzo ma simpatico, Jassie era magro, abbastanza alto e con la carnagione quasi mulatta, amava tingersi i capelli con un biondo oro e poi c’era Severino che era un italo – americano ed era calvo ma sembrava che i capelli che aveva perso gli fossero cresciuti sul petto, sulle spalle e dietro la schiena, era piuttosto bruttino però era allegro. Vivevano in un villino su due piani, i posti letto non mancavano e la visita di Jack e la sua amica avrebbe portato loro un po’ di novità nelle loro giornate. Jassie era un patito del computer, era praticamente un “Haker”, si occupava di programmazione ad alti livelli, aveva diversi clienti, tutti dei privati che gli chiedevano programmi che curassero le più svariate faccende oppure calcoli, database e gestioni. In questo campo era uno dei migliori, passava minimo otto ore al giorno davanti allo schermo, percepiva il compenso dopo ogni programma che terminava. Severino ed Arnold erano due amici di Jessie, da qualche mese si erano stabiliti a casa sua dopo che erano stati sfrattati, erano disoccupati e non riuscirono più a pagare l’affitto di casa quindi furono buttati fuori senza tanti problemi.
     Elise parcheggiò l’auto davanti ad un cancello marrone, scesero e Jack guardò l’orologio, erano le diciotto passate ed il sole cominciava a nascondersi dietro i palazzi, l’ombra prendeva il posto della luce del sole. “Dove abitano i tuoi amici?” chiese Elise con curiosità “Proprio qui” rispose Jack indicando il cancello affianco alla macchina, Jack aprì il portabagagli posteriore e tirò fuori due valige ed uno zainetto e si diressero verso il cancelletto. Suonarono il campanello e senza risposta scattò la serratura del cancello che si aprì lentamente da sola, Elise rimase stupita e si guardò intorno e vide due telecamere piazzate sopra il cancello, altre due erano sopra le porta d’ingresso e poi guardò in faccia Jack che capì subito dallo sguardo le mille domande che si stava ponendo “Jessie è un mago dell’informatica e della tecnologia, qua dentro è quasi tutto computerizzato, non stupirti vedrai tante cose che non avresti mai immaginato esistere, è un tipo un po’ bizzarro ma vedrai, ti andrà a genio”. Elise avanzò titubante e Jack la seguì. La porta d’ingresso si aprì da sola ed entrarono in casa, furono accolti da Jessie che abbracciò subito Jack “Allora, come ti va? E’ tanto che non ci vediamo, è lei Elise!” esclamò girandosi verso di lei e le strinse tutte e due le mani “Piacere di conoscerti, io sono Jessie e fai come se questa fosse casa tua, cara”. Arrivò Arnold, poi Severino e si presentarono a lei, poi salutarono Jack con strette di mano. Arnold prese subito le valige e disse ad Elise “Seguimi, ti mostrerò la tua stanza, così ti potrai riposare e darti una rinfrescata, ti vedo spossata”, annuendo con la testa Elise lo seguì al piano superiore.
     “Mi dispiace per Elise, si vede che sta soffrendo” disse Jessie a Jack, “Già! Tutto questo non lo merita proprio”. I due andarono in cucina e si presero due lattine di birra dal frigo, poi si misero comodi sul divano. Squillò un cellulare, era quello di Jack, lo tirò fuori dalla tasca dei pantaloni e rispose “Pronto! Ah ciao Mark, allora come va? Sono a casa di Jessie. Ok! Ci vediamo dopo. Hai delle novità? Va bene, a dopo” Jack guardò in faccia Jessie e poi disse “Era Mark Jekkins, te lo ricordi? L’investigatore privato!”, Jessie ci pensò su poi si mise una mano in fronte “Certo! Che stupido, Mark Jekkins”. Jack continuò a parlargli della telefonata “Ha detto che deve vedermi, ha delle novità per Elise”, Jessie gli rispose “Non c’è problema, i tuoi amici sono i benvenuti qui”. Jack posò la lattina sul tavolino e disse “Grazie. Ora se permetti, vado in bagno a darmi una rinfrescata”.
     Elise posò una valigia sul letto e ne aprì la cerniera, tirò fuori un paio di sleep, un reggiseno bianco, una gonna ed una camicetta, li posò sul letto. Si tolse i vestiti ed andò in bagno, si guardò allo specchio e vide il suo viso, era stanco e stressato, per lei era stata una giornata pesantissima.
     Il campanello suonò e Jessie andò subito alla consolle posta su di un tavolo, con due computer si poteva tenere sotto controllo l’intera casa, il perimetro e la porta d’ingresso. Guardò su sei piccoli schermi, un bottone rosso ed uno verde aprivano prima il cancello d’entrata, l’altro la porta d’ingresso.
     "E’ arrivato Mark!” urlò Jessie poi tornò a guardare quegli schermi ed a seguire i movimenti del suo nuovo ospite. Mark rimase immobile, attendeva che il cancello si aprisse totalmente, alzò la testa verso una telecamera e gli mandò un gran sorriso.
     Varcò la soglia ed entrò, si tolse il cappello e salutò Jessie con un abbraccio. “Dove si è cacciato Jack? Non vedo l’ora di salutarlo, è tanto che non lo vedo”, Mark era impaziente. “Vecchio mio! Come va?” disse Jack uscendo dal bagno, i due si abbracciarono, sembravano due amici di vecchia data che non si vedevano da vent’anni “Ho tante cose da dirti e poi vorrei tanto conoscere Elise” disse Mark “Ora Elise sta riposando, è stremata. La conoscerai più tardi”. Mark poggiò sul tavolo la valigetta e l’aprì, tirò fuori un dischetto di computer ed un blocchetto per appunti e chiese a Jessie “Puoi mettere questo dischetto sul pc, ho delle foto da mostrarvi”, Jessie prese il dischetto e lo inserì nel floppy disk e poi aprì i file, sul video comparvero una decina di fotografie. 
    
     L’auto di Mark si accostò presso uno spiazzo della strada. Avevano percorso una trentina di chilometri prima di giungere nei pressi della villa, decisero di parcheggiarla circa duecento metri prima, per non dare nell’occhio.
     Grazie alle foto scattate da Mark, si erano studiati l’intero perimetro, le recinzioni, le telecamere e trovarono un punto debole del sistema di sorveglianza. Erano entrambi armati, prima di giungere lì Jack si fece accompagnare nel suo appartamento, prese due pistole (le sue preferite), una di queste aveva proiettili soporiferi, l’altra quelli normali ed entrambe avevano il silenziatore.
     Passarono per la boscaglia con due torce, stando attenti a non farsi notare, si diressero verso la parte ovest, era la più vulnerabile perché composta da un muro, le altre zone erano circondate da alte recinzioni e filo spinato. Arrivarono sotto il muro di cinta ed era quasi mezzanotte. Il cielo era sereno, la luna splendeva alta, emanava un bagliore che permetteva loro di vedere abbastanza nell’oscurità della notte. I due optarono per un vestiario scuro per mimetizzarsi meglio. Mark tirò fuori da una sacca che aveva con se, due ancore legate a due corde, le lanciò oltre il muro e poi verificò che avessero fatto presa. All’estremità delle ancore, le due corde erano legate tra loro come una scaletta. Salì per primo Jack, arrivò in cima al muro e si guardò intorno "Dai! Vieni su. E’ tutto libero” gli fece Jack quasi bisbigliando, l’altro ubbidì e salì un po’ impacciato a causa della sua mole abbastanza grossa. Rimasero sul muro per controllare che non ci fosse nessuno nelle vicinanze, dopo qualche minuto saltarono giù ed atterrarono nell’erba ben curata che circondava l’intera villa. Jack sentì sul viso la freschezza delle gocce d’umidità che c’era su ogni singola foglia, era un piacere ed un sollievo, faceva caldo quella notte ed era molto umido. Stava salendo una leggera foschia, segno d’una forte umidità notturna. Mentre erano in attesa di muoversi, Jack si accorse del canto dei grilli, in qualche modo lo confortava, era molto insicuro e sapeva di rischiare grosso entrando in quella villa. Se l’avessero scoperti, probabilmente li avrebbero uccisi senza pensarci due volte.
    Aveva conosciuto molte persone come Payton ed erano tutte senza scrupoli, uomini d’affari e politici, tutti dei buoni clienti ma era gente che poteva ottenere quello che voleva, avevano potere, conoscenze, soldi e fama, tutti fattori che potrebbero portare uomini semplici, con dei valori, in persone spietate, arroganti e prepotenti.
     La stanza era buia, tutte le finestre erano chiuse e le tende tirate avanti, un tavolino era posto al centro della stanza di quella camera con sopra tre candele messe a triangolo, erano l’unica fonte di luce. Due occhi le fissavano senza batter ciglio, spaventati ed infuriati allo stesso tempo, erano fissi su quelle luci fioche. Le tre fiammelle non si muovevano neppure. Tutto era sigillato e chiuso, l’aria non circolava. Era tutto immobile , fermo. La porta si spalancò ed una folata d’aria investì le tre lucine che si mossero a sinistra poi a destra come in un veloce danzare. Le ombre nella stanza si distorsero tutte. Una voce disse “Sei pronta? Questa notte farai vedere di cosa sei capace”. Una folta chioma bionda brillò nella semi oscurità, una figura seduta sul letto stava immobile e due occhi che prima fissavano le candele, si mossero verso quella figura appena apparsa nella stanza. Non una parola uscì da quella minuta creatura,non un solo bisbiglio.
      Mark e Jack stavano immobili circondati da un verde prato,delle luci tenue provenivano dagli angoli di quella possente villa ed illuminavano tutto il giardino. Si accorsero di essere esposti e di essere allo scoperto,corsero chini verso delle siepi e lì attesero nascosti. Jack estrasse una pistola, avvitò il silenziatore ed esclamò a Mark a voce bassa “Proiettili soporiferi” e strisciando si diresse verso l’angolo destro della villa. Si girò verso Mark e con un gesto gli fece segno di avvicinarsi; il compagno senza indugio lo seguì. I due si accostarono alla fine della siepe per dare un’occhiata e videro due figure,due uomini in piedi vicino all’ingresso principale. Parlottavano fra loro,uno di essi teneva una sigaretta nella mano destra e tra una frase e l’altra espelleva nuvole di fumo che piano si disperdevano nell’aria , sospinte da una leggera brezza notturna.
     Billy Payton prese una tunica nera sullo schienale della sedia, con una sola mossa. Con le mani la allargò ben bene togliendo le pieghe che si erano formate e poi si mise ad osservarla. Nera come la notte, con le maniche adornate con dei segni fatti con del filo dorato, un tocco di bellezza per la sua divisa da maestro per la dottrina che portava avanti da anni in gran segreto. Era giunto il momento del sacrificio per eccellenza. Una creatura con dei poteri fuori dal comune, innocente e pura. Una chiave per aprire una porta tra due mondi paralleli, tanto vicini quanto scissi tra loro. Due esistenze che in quella notte dovevano avere un punto in comune: una bella fanciulla, la prescelta, la chiave di Mumdol che voleva prepotentemente irrompere in questo mondo e dichiararne l’assoluto ed incontrastato predominio. Il Dio Mumdol, un’entità così malvagia e potente da schiavizzare un uomo e soggiogarlo al suo volere promettendogli fama, ricchezza e potere.
     Gli appariva in sogno ogni notte, il luogo dei loro incontri era sempre il medesimo, una verde collina, la più alta di tutte, un luogo tranquillo solcato soltanto da vento tiepido che muoveva l’erba in varie direzioni e ad intervalli. Un mare di verde erba che si perdeva oltre l’orizzonte. Due soli erano in cielo, uno di fronte all’altro e donavano il loro calore a tutte quelle distese verdi e a chi le stesse solcando. Dopo una breve attesa gli veniva incontro in sella ad un cavallo nero. Portava un’armatura dorata che con i riflessi dei due soli, emanava una luce strabiliante, quasi ne veniva accecato. Questi incontri si susseguirono negli anni, Mumdol si faceva chiamare e poi “Il signore dei due mondi”. Per entrare nel nostro aveva bisogno della chiave, questa entità aveva bisogno di un corpo per poi regnare sul nostro piccolo e vulnerabile pianeta, soggiogare con i suoi poteri ed arti malefiche tutti gli esseri viventi che lo abitavano. I sogni che faceva erano così reali da spaventarlo, percepiva tutto persino il calore, l’erba che spesso toccava con le sue mani; una volta strappandola si tagliò leggermente il palmo della mano, al risveglio notò quei tagli leggeri. La voce dell’oscuro signore era sgradevole e profonda quasi venisse da molto lontano ed incuteva terrore. L’elmo che portava gli copriva l’intera testa e solo gli occhi erano visibili di colore rosso. Molte volte Billy pensò che l’intera armatura servisse a coprire una creatura che alla vista avrebbe fatto scappare chiunque. Nell’arco degli anni imparò a temere e servire il suo signore, spesso attraverso tangibili prove che quello che sognava da una parte era la nuda e cruda realtà che stava vivendo.
     “Dobbiamo attirarli da questa parte” bisbigliò Mark. Si mise in una posizione più comoda ma muovendosi schiacciò un ramo che fece “Crack”. I due uomini cessarono di conversare e si girarono nella loro direzione, non ci fu tempo per decidere il da farsi, Jack si preparò, attese che si avvicinassero a portata di tiro, non poteva fallire. Erano a due metri da loro, due colpi, uno a testa. Il sonnifero ci mise poco a fare effetto e caddero giù come due sacchi di patate. “Hai avuto una brillante idea di attirarli così, non avrei saputo fare di meglio”. Mark accettò i complimenti dell’amico ed uscirono allo scoperto, presero i due corpi e li nascosero dietro la siepe. “Ed ora cosa facciamo?” chiese Mark, “Presumo che dobbiamo entrare”. Si mossero verso l’angolo destro della villa, si affacciarono prudentemente. Nessuno in vista “Quei due dormivano per almeno due ore, speriamo di non fare altri brutti sogni incontri” disse Jack. A quel punto Mark si sentì di dover confidargli una cosa “Nono lo so come ne usciremo da questa storia, questa gente non scherza io la conosco! Non sarebbe meglio chiamare la polizia?” “Non abbiamo né il tempo né le prove per far venire la polizia, ci arresterebbero, non quel buffone che fin dal primo momento mi ha puzzato di marcio, lo capisci?”. Jack fu chiaro ed esplicito. Era tempo di muoversi, entrare nella tana del lupo. Cambiò il caricatore della pistola, questa volta erano pallottole vere. “Ora si fa sul serio” esclamò Jack al suo amico, “tenteranno di ucciderci, quindi occhi aperti!” Ormai erano andati troppo dentro, non si potevano ritirare. Uno sbatter d’ali attirò l’attenzione di Jack. Una farfalla gli volò vicino l’orecchio sinistro e Jack la fissò e d’istinto allungò la mano destra per afferrarla ma la farfalla visi posò sopra continuando a sbattere le ali ad intermittenza. Aveva due occhi piccoli e neri, le zampe avevano una forte presa sul dito indice e Jack quasi in trance sussurrò “Credo che dovremmo seguirla”. Mark rimase stupefatto “Cosa hai detto? Seguirla? Ma sei impazzito!?” la farfalla si lanciò in volo verso la porta d’ingresso, Jack la seguì. Girò la maniglia della porta ed entrò. Mark rimase fermo per alcuni secondi, non sapeva cosa fare, rivide nella sua mente quella creatura alata poi come svegliatosi all’improvviso da un pesante sonno esclamò “Al diavolo tutto” ed entrò senza esitare in quella enorme dimora.
    La maniglia della porta scese, questa si aprì, una mano toccò l’interruttore, la luce illuminò l’intera stanza. La bambina socchiuse gli occhi per il fastidio che gli procurava la troppa luce. Un uomo in tunica nera si avvicinò al bordo del letto fissandola. “Ciao Jasmine, come ti senti? Ti hanno trattato bene spero” La bambina aprì gli occhi e guardò l’uomo in faccia “Tu sei Billy?” l’uomo le sorrise “Non ti sfugge nulla! Sei una bambina sveglia, vedo!” e si sedette sul bordo del letto. Con una mano tentò di accarezzarle la testa ma con un gesto di stizza lei l’allontanò. “Perché mi avete portato qui? Dov’è mamma?”, Billy si alzò dal letto, fece un gesto con la mano e nella stanza entrarono due uomini anch’essi con tuniche nere, però senza disegni. Portarono un cappuccio nero ed a Jasmine mettevano paura. “Preparatela, presto! Abbiamo poco tempo. “Billy uscì dalla stanza. Uno dei due soffiò sulle tre candele e le spense, il fumo salì fino al soffitto provocando un odore sgradevole nell’intera stanza, l’altro tirò fuori una siringa di liquido trasparente. Applicò l’ago, fece uscire qualche goccia di quel liquido “Tienila  ferma” urlò all’altro. Jasmine cominciò ad agitarsi, l’uomo l’afferrò per le braccia tenendola ferma sul letto, sgranò gli occhi, fissò il tavolino ai piedi del letto e si concentrò. “Tienila ferma ho detto !” urlò l’uomo con la siringa, il tavolino saltò in alto come se qualcuno gli avesse dato un calcio, uno spigolo urtò violentemente sulla schiena dell’uomo che tentava di tenerla, cadde in terra contorcendosi dal dolore. La bambina di scatto diede un calcio alla mano che teneva la siringa, questa volò contro la parete rompendosi, il liquido si sparse in terra. Billy rientrò nella stanza, in mano teneva un idolo fatto in bronzo, raffigurava una creatura piccola con molti peli ed al posto degli occhi c’erano due smeraldi. “Olof-Patrin-Tuelfe” urlò tenendo stretta la statuetta, la bambina si calmò all’improvviso mentre gli occhi di quella strana statuetta si accesero ed una luce verde illuminò l’intera camera. La bambina perse i sensi e rimase immobile sul letto, l’uomo che giaceva in terra si alzò a stento e dolorante, quello della siringa rimase fermo ed impaurito “Siete degli idioti!” urlò Billy, “Non sapete tenere a bada nemmeno una mocciosa, guarda che ha combinato”. “Adesso preparatela e portatela nella sala della cerimonia, svelti!”. Billy era fuori di se, era anche provato e molto teso, non poteva fallire o per lui ci sarebbe stato scampo.
     Il corridoio dell’ingresso era buio, Jack tirò fuori una torcia, così fece anche Mark. Cominciamo a cercare qualche indizio sulla probabile presenza della bambina. Mark illuminò una porta poi il pomelli e vide la farfalla che vi si era posata sopra. Jack avvicinò lentamente la mano e la farfalla riprese a volare, le ali erano azzurre ed a tratti riflettevano la luce delle torce, aprirono la porta ed entrarono senza far rumore. La stanza era piccola e veniva usata come ripostiglio, cerano sedie accatastate sopra a due tavolini e poi altre cianfrusaglie. I due rimasero immobili, la farfalla si posò sulla torcia, udirono delle macchine avvicinarsi alla villa e poi lo sbattere di diverse portiere. Un vociare in lontananza si fece più forte. “Chi erano questi?” si chiese Jack. La porta d’ingresso si aprì e diversi passi per il corridoio si sentirono sempre più vicini. Spensero le luci delle torce ed a tastoni si avvicinarono alla porta. I passi si allontanarono, ed anche le voci. Jack cercò di capire chi fossero, una voce in particolare gli parve famigliare ma non riuscì a farselo venire in mente. Nel corridoio tornò a regnare il silenzio, Mark bisbigliò “Ora possiamo riaccendere le luci”. Tornò un po’ di luce in quella piccola ed angusta stanza. Jack con un po’ di timore aprì nuovamente la porta e si ritrovarono nel corridoio nuovamente buio. Girarono a sinistra e la farfalla tornò nuovamente a volare, si fermarono, il corridoio svoltava a destra ed era prudente controllare se era libero. Tutto bene, era sgombro. La farfalla si posò sulla maniglia della porta di sinistra, jack si fermò “Entriamo a dare un’occhiata”, Mark fece un cenno col capo. Aprirono la porta ed entrarono, videro un letto matrimoniale, tutto in disordine, in terra c’erano tre candele e la cera aveva fatto presa sul pavimento. Un tavolino con le zampe rotte, schegge di legno in giro per la stanza e poi una siringa rotta con del liquido sul pavimento. “Sembra che ci sia stata una colluttazione” disse Mark a voce bassa. “Già! Sono convinto che tenevano qua Jasmine, quelle carogne”, “Proseguiamo per il corridoio, forse dovremo scendere” tornarono sui loro passi. Proseguirono ancora per una decina di metri, una rampa di scale scendeva e portava al piano inferiore della villa. La percorsero in silenzio, erano entrambi nervosi, l’adrenalina pompava a più non posso, le loro fronti erano madidi di sudore ed il battito cardiaco era accelerato.
     Quattro uomini in tunica nera sollevarono la bambina ed attraversarono l’intera sala. Due uomini la afferravano per le braccia, gli altri per le gambe come se la portassero in trionfo. I biondi capelli scendevano giù dondolando ad ogni passo, il viso angelico della prescelta era rilassato e sereno in quel profondo sonno in cui era sprofondata. Al centro della sala c’era un tavolo lunghissimo e rettangolare fatto di quercia, ai lati dieci sedie per parte. I muri bianchi e sdrucciolosi avevano un riflesso rosso a causa delle tante torce che rischiaravano questo luogo malefico, in fondo un altare eretto per la venuta di Mumdol. Riti magici ed arcani stavano per essere iniziati dal maestro, unico conoscitore di quest’antica dottrina.
     La piccola fu adagiata sull’altare di marmo, coperta da una veste bianca e sui quattro angoli quattro ceri rossi accesi. Al di sopra di essa, in una nicchia nel muro, c’era una statuetta dagli occhi verdi, la quale vegliava che tutto procedesse bene. Tutto era pronto. Il maestro si fece avanti, gli adepti si misero ai bordi del lungo tavolo, uno strano silenzio regnava in quel luogo. Il tempo cominciò a mutare, nuvole nere e dense d’elettricità si ammassarono sopra la grande villa, il vento cominciò a soffiare, il cielo si schiarì per i diversi fulmini che caddero sulla terra. Il borbottio si fece sempre più forte, i vetri delle finestre tremarono. Il maestro di cerimonia alzò in alto il braccio destro, le luci dei quattro ceri si fecero più intense e si respirava un’aria strana perché l’ignoto si stava preparando a svelarsi.
     Mark e Jack proseguirono lungo il tetro corridoio, alla fine vi scorsero una luce quindi spensero le torce ed avanzarono con le pistole alla mano. Si avvicinarono sempre di più fino a che non scorsero quella scena, Jasmine sdraiata su quel freddo marmo e quell’uomo vestito di nero che urlava frasi incomprensibili, i tuoni erano boati fragorosi ed i fulmini emanavano dei brevi ma intensi lampi di luce dall’esterno. I dieci adepti non si accorsero della loro presenza perché presi da ciò che stava accadendo davanti ai loro occhi. Jack era confuso e non era preparato ad una simile visione non seppe resistere preso dal panico istintivamente urlò con tutta la voce che aveva in corpo “Jasmine!!”. Quella voce per un istante sovrastò su tutto. Gli occhi della ragazzina si aprirono, quell’oscuro incantesimo si spezzò e gli occhi verdi della statuetta puntarono sui due sventurati testimoni. Una luce verde si sprigionò nella sala e tutti presero coscienza di ciò che stava accadendo notando i due intrusi. Jack e Mark indietreggiarono verso l’oscurità del corridoio mentre i seguaci di Mumdol si facevano avanti minacciosi, i due puntarono le pistole verso i primi che si avvicinavano facendo fuoco colpendo i primi tre che caddero a terra senza vita. “non sprecare i colpi Mark o siamo fregati” urlò Jack mentre a piccoli passi si riparava nell’oscurità. L’azione era frenetica, non c’era tempo per pensare perché ne valeva delle loro vite. Il maestro della cerimonia guardò la fanciulla, era cosciente e desta quindi l’afferrò per le braccia “Tu non ti muovi da qua” le disse con un ghigno.
     Jasmine svegliatasi in quel logo così strano e poco accogliente si spaventò, guardò una delle candele che stava vicino al suo piede destro e si concentrò, questa si rovesciò sul vestito nero che prese fuoco. Lasciò la presa e vide con orrore che la veste intera stava prendendo a bruciare, sentì dei dolori lancinanti su braccio destro e poi per tutto il corpo. Corse via urlando come un pazzo e finendo sopra al tavolo di quercia e morì bruciato. Una voce si udì nella sala, non era umana e le parole che tutti udirono erano incomprensibili. Questa veniva da un’altra dimensione e metteva i brividi soltanto ad udirla, Jasmine alzò gli occhi e vide la statuetta, quegli smeraldi verdi, quella luce strana. La prese in mano e la buttò in terra con tutte le sue forze si sbriciolò ed i due smeraldi si dissolsero nell’aria dando vita ad un fumo verde. Visti gli ultimi sviluppi gli adepti che videro morire il maestro e poi la distruzione della statuetta fuggirono da quella villa, non si presero cura dei due intrusi, pensarono solo a salvarsi.
     Il tempo fuori si placò d’incanto non appena quegli occhi verdi malvagi scomparirono e la voce si dissolse con la distruzione di quell’idolo. Mumdol cessò di esistere in questa dimensione.
     Jasmine scese dall’altare stravolta ed impaurita, ma lieta del ritorno del silenzio e della tranquillità. Jack si fece avanti, si avvicinò piano alla bambina e si mise in ginocchio dinnanzi a lei. “Sono un amico della tua mamma” le disse, la guardò negli occhi e vide sgorgare le prime lacrime che scesero subito lungo le sue delicate guance. “E’ finita, è tutto a posto e presto rivedrai tua madre” Jasmine appena sentì quelle parole così gentili ed amiche, l’abbracciò con tutte le sue forze.
     Mark rimase in disparte preferendo guardare quella bella scena molto toccante.
     Uscirono dalla villa, il cielo era limpido come non lo si vedeva da molto tempo. Le stelle erano brillanti. Una farfalla seguì in lontananza quelle tre persone, aveva le ali azzurre, poco dopo cambiò direzione ed andò per la sua strada.
Saryo alle 15:50 in: racconti, un uomo qualsiasi
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martedì, 12 giugno 2007

La casa stregata

                 

                       

“Per fortuna che è a piano terra” esclamò David al collega Steve, “Non ci giurerei se fossi in te, visto l’andazzo della giornata” rispose di rimando.

     Lavoravano insieme ormai da oltre sette mesi ed ogni giorno per quasi 13 – 14 ore, ormai erano diventati una coppia affiatata. Il lavoro che svolgevano era molto duro e faticoso, trasportavano mobili per conto di una grossa società nazionale, poi arrivati dai clienti, li montavano. Ogni giorno era una scommessa, poteva capitare di tutto: cucine, soggiorni, camere complete, camerette per bambini e tutti i tipi d’arredamenti per la casa, ogni volta poteva capitargli qualsiasi piano, la loro speranza era che gli capitassero piani bassi, ma non era sempre così.

     La consegna che dovevano fare: un armadio a sei ante con vano tv, un comò e due comodini e sulla bolla di trasporto c’era scritto che il montaggio sarebbe dovuto avvenire a piano terra, ma loro sapevano che non era così, se lo sentivano dentro, perciò si misero l’anima in pace e cercarono con pazienza la via. David scese dal camion dal lato passeggero e si guardò in torno, il sole picchiava già (era luglio inoltrato) ed erano appena le dieci di mattina, “Vado a cercare l’interno, ok?” ed attese la risposta del collega che non tardò ad arrivare “Va bene, io intanto parcheggio il bestione”. David si avviò a passi lunghi verso il vialetto d’ingresso per accedere alle villette, girò per un paio di stradine e trovò il numero dell’interno corrispondente. S’accostò al citofono e premette il pulsante, attese una risposta. “Chi è?” fece una voce dal citofono, “Siamo i trasportatori, abbiamo l’armadio”, dopo un paio di secondi uscì un uomo enorme, fece cenno di entrare.

     L’individuo era vestito con dei pantaloncini blu ed una camicia bianca, sotto le ascelle aveva due chiazze di sudore e con un vocione alquanto sgradevole invitò nuovamente il ragazzo a varcare la soglia del giardino, David spinse con la mano il cancello, cigolando si aprì a fatica. “Dove va montato l’armadio?”, il cliente alzò i due pollici delle mani ed indicò il piano superiore, David capì e sconsolato tornò indietro e raggiunse il collega fino al camion. I due ragazzi si misero d’accordo sulle modalità del trasporto dei colli (quell’armadio ne era composto da parecchi), quindi iniziarono a scaricare il mezzo per poi portarli fino al giardino, dove li attendeva il cliente. Trasportati tutti i pezzi dell’armadio, il comò ed i comodini in giardino, il cliente con arroganza disse loro “Avete portato anche lo schienale del mobile?”, i due caddero dalle nuvole “Quale mobile, ci scusi?” chiesero in coro David e Steve, lo indicò con l’indice e fu in quell’istante che Steve guardò meglio la figura di quell’uomo tanto grosso che aveva di fronte e lo studiò, aveva la faccia larga e le guance sembravano morbide come una mozzarella, il doppio mento e pochi capelli in testa: somigliava grottescamente ad un bulldog. Portava sul naso un paio d’occhiali piccoli che rispetto alla grandezza del viso rotondo ed enorme, sembravano scomparire.

     “Veramente lo schienale non lo abbiamo portato! Non c’era nella bolla di carico”, “Avete solo l’armadio?” chiese quell’omone ai due ragazzi “Esatto! Abbiamo solo l’armadio, il comò ed i due comodini”.

     Incominciarono a portare i pezzi al piano superiore: i fianchi, i tramezzi, i ripiani, poi le basi ed i cappelli (le parti superiori).

     Il villino era disposto su tre livelli e l’arredamento era di colore noce scuro, era tutto ben abbinato. “Seguitemi, vi mostro la stanza” disse il grosso cliente ai due ragazzi, salirono le scale che erano di legno e ad ogni passo scricchiolavano, salito l’ultimo piolo della scala David e Steve si guardarono in torno, questo piano era composto da due camere da letto, un bagno, un ripostiglio ed un corridoio che collegava tutte le stanze. Nella camera in questione c’erano già un letto matrimoniale, un mobile per la televisione ed una cassettiera, il lavoro che avrebbero dovuto svolgervi era semplicemente il montaggio dell’armadio, portare i due comodini ed il comò, ma lo spazio a disposizione era piuttosto piccolo, perciò si sarebbero dovuti adattare sfruttando anche il corridoio. Cominciarono a preparare ogni singolo pezzo, Steve occupò la camera con basi e cappelli mentre David mise a terra fianchi e tramezzi nel corridoio per prepararli. Il cliente li guardò incuriosito e poi gli disse “Scusate, non vi voglio intralciare perciò se avete bisogno di me, mi troverete giù di sotto” e così scese lentamente le scale.

     I due ragazzi notarono che in casa c’era solo quell’uomo, non c’erano tracce di bambini, ma solo un reggiseno poggiato sul letto che era nella stanza affianco. A quel piano della casa erano soli, le uniche porte aperte erano quelle delle due stanze da letto. David si mise in ginocchio a preparare i fianchi dell’armadio, si sentì toccare il polpaccio della gamba destra ‘Che scherzo idiota’ pensò, si girò verso la camera da letto e vide che Steve era vicino alla finestra, troppo lontano per giocargli uno scherzo simile, si guardò intorno ed esclamò “Ma che diavolo….”. Udì dei passi provenire dalle scale, si affacciò e non vide nulla. Si alzò di corsa ed entrò nella camera “Che c’è? Che cos’hai?” chiese Steve a David “Niente….Niente, ho quasi finito di là”.

     Terminata la preparazione cominciarono l’assemblaggio dei vari pezzi, “Puoi chiedere al cliente se ci può prestare una scala? La nostra è dentro il furgone” chiese Steve a David, “Ok vado giù”, scese le scale con circospezione. Tornò dopo due minuti “Ha detto di prenderla nel ripostiglio”, così Steve si diresse verso una delle porte chiuse e ne aprì una, entrò guardandosi intorno nella penombra. Alzò lo sguardo e vide una stampella agganciata ad un tubo fissato tra le due pareti, la guardò meglio e vide che dondolava, stupito l’afferrò fermandola poi prese la scala e si girò. Rimase immobile si sentiva osservato, come se qualcuno fosse proprio dietro di lui, quindi si voltò lentamente e alzò lo sguardo “Non è possibile!” esclamò, vide che la stampella si muoveva nuovamente, girò i tacchi e chiuse la porta all’istante tenendo la scala con la mano destra. Tornò nella camera dove era David e pallido in viso, non riusciva ancora a credere a quello che aveva appena visto, era impossibile ed irreale ‘Come cazzo faceva a muoversi ’ pensò tra se e se. David tornò in corridoio ed afferrò il fianco completato per portarlo nella stanza, ed una cosa attirò la sua attenzione: la porta dell’altra stanza era chiusa ( prima era aperta), incuriosito si accostò alla porta per ascoltare….. “Ah – Ah – Ah” udì una risata di un bambino, poi sentì dei passi venire verso la porta, si allontanò da essa ed i passi cessarono. Prese coraggio e mise la mano sulla maniglia ed aprì di scatto la porta e con un balzo entrò nella stanza, guardò in tutte le direzioni. Si tuffò a terra e guardò sotto il letto, poi sopra, frugò dappertutto ma quella camera era vuota – Niente – Nessuno ed il suo viso sbiancò. Tornò in camera e raccontò tutto al collega, così fece anche l’altro. Era tutto chiaro, in quella casa non erano soli. Udirono salire qualcuno e si catapultarono in corridoio “Signore è lei?” chiese Steve con voce insicura ma non ottenne alcuna risposta. “Signore? Mi sente?” i due scesero al piano sottostante. “Dov’è finito?” un dubbio assalì entrambi…..

Scesero all’ultimo piano, era tutto buio, non c’era nemmeno una luce. Non riuscivano a vedere nulla poi Steve trovò un interruttore e lo premette “Signore ci sente?” i due chiamarono a gran voce ma non ottennero nessuna risposta, non c’era nessuno!

     Uscirono da casa ed andarono in giardino, udirono delle porte sbattere al piano superiore, non sapevano cosa fare.

“Che cosa ci fate qui?” chiese un uomo oltre il cancelletto del giardino “abbiamo portato un armadio al Sig. Smith ma non riusciamo a trovarlo, ci deve ancora pagare”, quel tipo attraversò il cancello e si avvicinò a loro “Ma qui sono mesi che non ci abita nessuno, Smith è morto un anno fa’ ”. 

Saryo alle 10:12 in: racconti, un uomo qualsiasi
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martedì, 12 giugno 2007

Lo speccho d'acqua

 

 

 

 

                  


  Luca era un ragazzo semplice, allegro e pieno di vita. Aveva ventiquattro anni , un lavoro in un bar ed amava girare. Quando aveva tempo prendeva la macchina e con la sua ragazza Francesca andavano in cerca di posti belli, affascinanti e romantici. Amavano cercare posti isolati, possibilmente lontano dalla gente e poi stendersi su un plaid, ascoltare musica e parlare.

    Un giorno, finito prima di lavorare, Luca prese la sua macchina e si recò nei pressi di un fiume. Lo attraversò passando sopra un ponte e si fermò a leggere il nome di quel fiume. Rimase un po’ perplesso, pensò di aver letto male e quindi lo rilesse. Non si era sbagliato, era proprio Nameless (Senza nome) e si chiese come mai a quel fiume, che non era nemmeno tanto piccolo, non  era mai stato dato un nome. Si trovava in un posto isolato e quella strada non era nemmeno trafficata, infatti da quando la imboccò, non incrociò nemmeno una macchina. Accostò l’auto a lato della strada, scese, la chiuse e si incamminò per un sentiero che portava nel bosco. Era un sentiero appena visibile e Luca avanzava a fatica spostando con le braccia i rovi che aveva davanti a se. Una volta arrivato ai primi alberi, si accorse che la fitta vegetazione di rovi ed arbusti secchi cominciava a diminuire lasciando spazio a buie gallerie di alberi e rami molto fitti, che creavano dei sentieri paralleli. Luca ne scelse uno, quello che andava verso destra, quello più vicino al fiume. Iniziò a seguirlo ed era talmente incuriosito che non si accorse che erano già le diciassette passate. Percorse metro dopo metro guardandosi sempre intorno, meravigliandosi di come la natura avesse potuto fare un bosco così perfetto, così tanti alberi uguali tra loro, così grandi e maestosi. In un posto del genere non c’era mai stato e non ne aveva mai sentito parlare. Pensò di essere la prima persona ad entrare in un simile bosco. Cominciò ad intravedere dei bagliori di luce davanti a se ed affrettò il passo. Era talmente eccitato ed incuriosito, voleva a tutti costi sapere dove portasse quello strano sentiero. Uscito da quella buia galleria dovette chiudere gli occhi per la quantità di luce che lo investì. Rimase qualche secondo fermo, poi iniziò ad aprire gli occhi piano e rimase sbalordito dallo spettacolo che gli si presentava davanti. Non aveva mai visto un posto così bello. Si trovava su una roccia alta circa dieci metri e sotto di lui scorreva il fiume.

     Il cielo era sereno, il sole ancora abbastanza alto gli baciava il viso con i suoi raggi così tiepidi, l’acqua del fiume era verde, forse per il colore degli alberi che rifletteva su di esso. Si girò verso destra e vide un sentiero  in discesa che percorreva parallelo il fiume. Lo seguì ed arrivò su una roccia piatta appena pochi centimetri sopra l’acqua che scorreva piano a valle in un moto lento e perpetuo. Immerse le mani nell’acqua gelida e si sciacquò la faccia bagnata dal sudore. Si massaggiò le tempie e guardò ancora quello spettacolo meraviglioso. In quel punto il fiume era circondato da rocce che si alzavano da entrambi i lati per metri e metri, al centro c’era una spiaggetta di ghiaia e più in là un’altra con dei sassi.  Luca si mise in ginocchio a contemplare tutta quella quantità d’acqua che sotto i suoi piedi piano piano scorreva via. Poi si alzò di scatto e si mise in ascolto di un qualsiasi rumore. Nulla! Non c’era nessuno dei suoni che di solito si sentono nei boschi. Guardò nell’acqua cercando disperatamente qualche segno di vita, qualche pesce o qualche girino. Cominciò ad urlare: “C’è qualcuno qui? Possibile che non ci sia nemmeno un uccello?”. Rimase in ascolto ma riuscì ad udire solo l’eco della sua voce. Cominciò a farsi mille domande e fu preso da una paura quasi palpabile, il cuore cominciò a battere più forte, la fronte tornò a bagnarsi di sudore, mentre il sole iniziava a tramontare colorando le rocce di rosa e l’acqua di un verde scuro. Guardò in alto e vide quegli alberi così alti, fieri e mastodontici, erano immobili con un silenzio strano, irreale quasi a marcare la mancanza del vento. Non c’era proprio nulla in quel luogo, a parte il movimento dell’acqua che scorreva inesorabile e silenziosa come a scandire il passare del tempo. Luca prese immediatamente il sentiero in salita tornando in cima al costone, si girò attorno ma con terrore constatò che il sentiero non c’era più. Fu preso dal panico e toccò quei rami così scuri e fitti cercando di vedere all’interno un modo per poter passare ed andare via di lì. Cominciò ad urlare “Che scherzo è questo? Dov’è l’uscita?” poi con impeto scese giù per il sentiero, si fermò sopra l’acqua vedendo che non c’era nessun riflesso su di essa. Cadde in ginocchio portandosi le mani al viso e disperandosi urlò “Che fine ha fatto il riflesso?”. Ad un tratto si svegliò nel suo letto e si accorse che tutto quello che aveva visto non era realtà ma un incubo, per lui che era un amante della natura e degli animali. 

 

                                                                              Saryo


 

 

 

 

       

Saryo alle 09:57 in: racconti, un uomo qualsiasi
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