"In magazzino" (87°- 88° Parte)
Le finestre della Sala Mensa erano spalancate, mentre alcune persone stavano uscendo dalla struttura. Le telecamere del perimetro erano puntate verso gli ingressi dell'acquario, dove avvenivano gli scontri più cruenti fra l'esercito e gli infetti.
“Aspetta, ti do una mano.” disse Charles mentre Jasmine stava scavalcando per fuggire via. Si ritrovarono fuori, insieme agli altri membri del gruppo, mentre a qualche decina di metri c'era il caos totale.
I cinofili si misero in ginocchio come una squadra ben affiatata, dovevano richiamare i propri cani. Allargarono le braccia in un gesto veloce ed essi ubbidirono all'istante: i cinque cani corsero verso di loro. Erano esercizi di ubbidienza fatti migliaia di volte, anche fra confusione e rumori assordanti, senza mai tradire le aspettative dei loro amici umani.
Alan era andato più avanti, insieme agli altri compagni, dirigendosi verso la fine del pontile. Non era solo, ma con lui c'erano Roger, Stephen e Barbara. Le esplosioni si susseguivano, gli spari sembravano essere diminuiti, mentre l'elicottero volteggiava quasi sopra le loro teste.
Qualcuno sembrava restìto a seguire il gruppo di testa, osservava il mare e le sue coste. C'erano degli strani colori, abiti in fondo al mare e il fondale non era visibile a causa della sabbia mossa. L'acqua, tutt'altro che calma, ingrandiva strane figure che si muovevano sotto di esso. Il movimento delle onde ne mutava le immagini, rendendole distorte.
Charles, l'ultimo a chiudere il gruppo, ne rimase affascinato. I cani cominciarono a guaire, correndo lungo il pontile, mentre altri cominciavano a capire cosa stesse accadendo.
“E' meglio che veniate via di là!” urlò Alan verso i cinofili.
“Non è possibile!” disse Roger, osservando la costa che risaliva verso i pontili: una lingua di terra li univa tramite una salita poco ripida. I primi zombi erano usciti dall'acqua, gocciolanti, pesanti, ma senza fermare la lunga marcia.
Alan aveva una sua teoria, ma la disse con tono perplesso: “Hanno seguito il rumore, senza dubbio, ma non immaginavo che sarebbero giunti attraverso il mare. Adesso c'è un grosso problema: i militari verranno accerchiati!”.
Non si trattava di poche decine di mostri, ma di centinaia, forse anche di più. Il mare, il suo fondale, prendeva i più svariati colori a causa degli abiti che indossavano, iniziava ad incresparsi a causa del loro movimento continuo, finché le teste emergevano. L'orrore e la paura si disegnò nei volti dei superstiti.
Roger prese una pietra dal pontile e tentò di non guardare più verso la base militare: aveva davanti a sé una cassetta verde scuro, proprio sotto a delle lampade. Colpì con violenza una, due volte, senza riuscire ad aprirla. La sua fronte si fece perlata di sudore, per la paura. Sentiva qualcosa allo stomaco, come se si fosse chiuso: aveva un brutto presentimento.
(88° Parte)
Stephen aveva preso una lunga rincorsa saltando sulla poppa del motoscafo, mentre, il resto del gruppo, si avvicinava a Roger per dargli una mano.
I primi zombi si erano accorti della loro presenza, scindendosi dal gruppo più numeroso. Li avevano visti, li avevano fiutati, camminando a passo incerto verso la fine del pontile.
Alla base, intanto, qualcosa era cambiato: l'esercito aveva ricominciato a sparare, ancora più violentemente. Alcune esplosioni sembravano provocate dalle granate, molte di più rispetto a prima.
“Ma dove cazzo li mettono?” urlò Stephen frugando a bordo del natante, aprì un paio di gavoni rovesciando ciò che trovava, finché si fermò a raccogliere una pistola, una lancia-razzi. Inserì un razzo nella culatta e richiuse l'alloggio. I suoi occhi vagavano nervosamente dall'arma al pontile, il suo sangue si gelò quando vide le creature avvicinarsi ai suoi compagni.
Qualcuno aveva gioito quando la cassetta aveva ceduto e lo sportello si era aperto, un portachiavi giallo dalla forma di timone a ruota era appeso ad un chiodo, una chiave dalla forma anonima era appesa ad esso.
“Non c'è tempo da perdere, stanno arrivando!” urlò Alan. Le prime due creature erano a meno di cinque metri da Jasmine. Il gruppo si spostò verso la fine del pontile, che distava dalla barca quasi un metro e mezzo.
Un razzo partì dalla canna della pistola, seguito da una scia di fumo, e si conficcò nel petto della creatura. L'impatto la fece cadere a terra, mentre gli altri, uno ad uno, saltavano sulla barca.
Vennero divisi i compiti: Charles si mise al timone mentre qualcuno avviava il motore, Alan e Roger pensarono alle cime di ormeggio, gli altri non potevano far altro che guardare quello che accadeva alla base militare. L'acquario di Port Sigmunt non era visibile a causa del fumo che si sprigionava da esso.
Una serie di esplosioni dilaniarono la struttura in cui erano stati poco tempo prima. Tutti osservarono il cielo: diversi detriti erano saltati in aria colpendo la cabina dell'elicottero, che si era andata a schiantare sul secondo edificio distruggendolo in parte. Nuvole di fumo nero e denso si sollevarono, scurendo un sole in lento declino.
La motovedetta prese il largo mentre i suoi occupanti si chiedevano cosa ne sarebbe stato del loro futuro in un mondo dominato dalla Morte che cammina in terra.






