venerdì, 20 luglio 2007
Il maniero (prima parte)
Un’ombra furtiva si aggirava nel bosco che cresceva intorno ad una collina. I pini e gli abeti sembravano immobili, rami e foglie erano immersi nella semioscurità del crepuscolo.
In quel sinistro luogo il silenzio la faceva da padrone, il sole calava presto fra quelle sperdute lande e l’aria diveniva fresca e umida appena faceva sera.
All’improvviso lo scalpitio di zoccoli di cavallo irruppe alla base della collina ed il silenzio cessò. Cinque cavalli procedevano lentamente verso l’apice della collina, scrutando alcune orme su tappeti di foglie cadute da poco.
“Non può essere lontano” disse uno dei cinque cavalieri in sella ai cavalli. “Dobbiamo trovare quel piccolo furfante prima che faccia notte” continuò un altro colmo di collera.
Fra loro tornò il silenzio, l’attenzione verso le tracce che stavano seguendo, non permetteva a nessuno di continuare a parlare. L’unico suono che si udiva era quello prodotto dai loro cavalli, che lentamente salivano il pendio, cercando di seguire le piccole orme nella terra.
“Maledetto ladro” borbottò uno degli uomini, era l’ultimo dei cinque ed il più lento a causa della sua mole fisica.
Karmo rallentò l’andatura del suo cavallo ed attese che il goffo Otto lo raggiungesse. “Proprio tu parli, non riusciresti ad acciuffare quel piccolo Leonte nemmeno se ci cadessi sopra”. Le risate degli altri tre quasi coprirono il rumore degli zoccoli fra sassi e terra, Otto mugugnò qualcosa a voce bassa, ma non replicò affatto a quella battuta, si aggiustò il grosso elmo sulla testa e guardò fisso in avanti.
“La notte incalza, cosa facciamo?” torniamo verso Kardanet?” chiese Bercy scrutando il cielo fra i rami d’albero che li sovrastavano. Le prime stelle si facevano sempre più luminose, mentre il freddo e l’umidità autunnale incalzavano.
“Niente affatto” esclamò Dunne sollevando la visiera del suo elmo, poi scrutò in terra cercando di distinguere le ultime tracce quasi inghiottite dalla notte.
Scesero tutti da cavallo e si armarono di torce. Le fioche luci scacciavano l’oscurità per almeno qualche metro e la caccia ricominciò.
* * *
I cavalieri proseguirono la spasmodica ricerca seguendo le tracce della creatura, esse proseguivano verso la cima della collina, facendolo apparire una continua fuga.
“Non vi sembra tutto troppo facile?” chiese Storn agli altri, “Sembra quasi che voglia essere seguito”. Un cavallo nitrì improvvisamente davanti ad un banco di nebbia. Gli alberi nelle loro vicinanze sembravano flebili apparizioni.
Otto rise di gusto osservando il compagno, “Non dirmi che un po’ di nebbia ti spaventa, vuoi recuperare o no la coppa di Eremit?”. Storn tacque, poi passò lentamente fra gli altri quattro, penetrando la nebbia. Il riverbero della sua torcia quasi scomparve, emanando solo un leggero chiarore. Uno ad uno seguirono la sua direzione e l’ultimo fu Otto, che, prima di entrare fra la foschia, esclamò: “Non è mica colpa mia se la gente del nostro villaggio è superstiziosa”.
Alcune cornacchie gracchiarono sopra le loro teste, poi si udì il battito delle loro ali. I cinque uomini a cavallo proseguirono lentamente a salire il pendio della collina, la terra sotto le zampe dei cavalli somigliava tanto a fanghiglia per l’umidità che aumentava quella notte. Lo scalpitio, adesso, era l’unico e monotono rumore fra la coltre nebbiosa e l’oscurità persistente. Tuttavia le orme che stavano seguendo, proseguivano lungo un sentiero ben largo, verso una direzione precisa.
“Sentite anche voi questo tanfo?” chiese Dunne, nessuno gli rispose, erano tutti intenti a guardarsi intorno, di fronte a loro la foschia tendeva a diradarsi. Tutti e cinque fermarono i cavalli rendendo quel posto ancora più silenzioso. “Vedo qualcosa là davanti” esclamò Karmo, la visiera del suo elmo cigolò, i suoi occhi scrutavano avanti alla ricerca di sicurezza, perché ciò che vide sembrò solo una specie di miraggio.
Un mastodontico castello, proprio davanti ai cinque cavalieri, si ergeva cupo e fra le tenebre. La nebbia formava quasi una cortina di protezione su quelle grosse e massicce mura, rendendo quella visione quasi eterea.






