11 settembre 2001
Una splendida mattina dell’undici Settembre anno 2001 a New York, Stati Uniti D’america, il cielo era terso ed azzurro, su quest’enorme metropoli abitata da milioni di persone. Il sole, ormai alto, riscaldava tutto con gli ultimi tiepidi raggi solari estivi; l’estate stava lasciando posto ad un autunno ancora addormentato, presto si sarebbe affacciato con i suoi venti più freddi e le abbondanti piogge su questa parte del nostro pianeta. La città, ormai desta da ore, era popolata da tutte quelle miriadi di persone, riversate sulle grandi strade e superstrade di cui era composta. Le automobili e le persone d’ogni razza e religione, calpestavano il suolo Newyorkese per dirigersi ai propri luoghi di lavoro, dando un senso di frenesia a posti che, qualche ora prima, sembravano essere dormienti ed assonnati.
Peter O’Neill, impiegato di banca, si doveva recare al suo ufficio, al 47° piano del Word Trade Center. Ci andò in taxi, quel giorno non aveva voglia di prendere la metropolitana oppure i mezzi di superficie, sempre caoticamente pieni di persone, soprattutto nelle ore di punta. Chiamò comodamente da casa la compagnia di taxi, attese fuori, in strada, per cinque minuti e poi vide quell’auto gialla comparire da dietro l’incrocio. Salì dal fianco destro e si sedette comodo in uno dei posti posteriori. “Buon giorno” esclamò il conducente del mezzo pubblico, aveva un sorriso smagliante ed ottimista, gli trasmise un po’ di buon umore. “Dove la porto?” gli chiese gentilmente, Peter contraccambiò il saluto con un modesto sorriso, non era un buon giorno per lui, non lo era da due mesi. Giunse di fronte alle torri gemelle, due dei più alti grattacieli del mondo, fatti di cemento armato e vetri.
Erano un monumento nazionale, vanto dei Neworkesi e del quartiere di Manhattan. L’altezza di ben 431 metri ed il panorama mozzafiato che si poteva gustare dalla terrazza panoramica della torre Sud, alimentava ogni giorno migliaia di visitatori e turisti.
Peter arrivò alle otto in punto all’entrata principale della torre Nord (la più alta delle due se si considerava l’altezza dell’antenna), scese dal taxi e pagò l’autista, lasciandogli cinque dollari in più per la mancia. Non lo ammetteva, ma quel fare così cordiale, gli mise un po’ di buon umore per affrontare la giornata. Entrò all’interno del mastodontico edificio e si recò verso uno dei numerosi ascensori. “Buon giorno, Peter” esclamò una voce alle sue spalle, si girò di scatto e vide il suo collega d’ufficio, “Mi vuoi far prendere un colpo? Che scherzo idiota!”, sottolineò con tono serio. Il suo collega si chiamava Ben Povalsky, era per metà americano e metà polacco. Il padre, anni prima, emigrò negli Stati Uniti, come fecero tante persone, conobbe una giovane donna e da quest’incontro nacque il giovane Ben.
Ben e Peter si conoscevano da cinque anni, da quando iniziarono a lavorare per quella Banca, furono selezionati fra tanti e si ritrovarono nel medesimo ufficio: piano 47° delle Torre Nord nel World Trade Center. Peter amava recarsi prima in ufficio, almeno mezz’ora, si sedeva alla sua scrivania ed alzava le tendine della sua finestra, ammirando il panorama: la statua della Libertà, il traffico caotico che rumoreggiava a quasi duecento metri sotto di lui, tutto era minuscolo, quasi una miniatura del mondo e faceva uno strano effetto trovarsi a quell’altitudine, nel mezzo di una città come New York. I mille colori che poteva vedere, tutte le terrazze degli altri grattacieli più bassi del piano in cui si trovava, lo facevano rimanere lì, attonito ad osservare tutte quelle vite che continuavano ad andare avanti.
“Che ne dici se andiamo a prendere un caffè?” gli chiese Ben seduto di fronte a lui, “No grazie. Vai pure tu, oggi non mi và. Comunque grazie”. Peter tornò con lo sguardo verso la città, a guardare tutte quelle formiche che si muovevano lentamente. “Ok. Io vado allora! Ci vediamo fra un po’” disse Ben sconsolato, aprì la porta dell’ufficio, richiudendosela dietro le spalle. Nella stanza tornò un opprimente silenzio, per Peter era una giornata nera. Si sentiva depresso, perciò spesso tornava con lo sguardo sul panorama che, con quella maestosità, lo faceva sentire meglio. Udì bussare alla porta, “Avanti” urlò un po’ seccato, era Ben e portava con se due caffè in bicchierini di plastica. “Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto” esclamò trionfante, “Ora ce li gustiamo qua” sottolineò Ben. Conosceva bene il suo collega ed amico, quando una giornata cominciava storta, doveva spronarlo, farlo sorridere.
Peter alzò lo sguardo sull’orologio che gli stava di fronte, segnava le 08:40, squillò il telefono, era quello sulla sua scrivania, alzò il ricevitore portandolo all’orecchio, “Pronto? Parla Peter O’Neill”. Il suo viso sbiancò e Ben se n’accorse subito, osservò la sua espressione e non capì cosa stava accadendo. “Ma chi parla!” urlò infuriato Peter, “Questi scherzi sono di pessimo gusto!” sentenziò. Ben udì una voce femminile dall’altro capo del filo, così si avvicinò incuriosito. “Ma con chi stai parlando?” gli chiese Ben quasi bisbigliando. Peter lo zittì con un gesto della mano e guardò fuori della finestra, verso la statua della libertà, come se verificasse un ipotesi. Notò una macchia scura nell’azzurro del cielo. “Cos’è quello?” ed indicò con la mano per farlo notare anche a Ben, posò la cornetta sul tavolo. “Mi sembra un aereo”, azzardò verso Peter aguzzando la vista per capire meglio cosa fosse. Peter afferrò il suo amico per un braccio, trascinandolo verso la porta. “Dobbiamo uscire di qui, forza! Scendiamo” ma Ben non capiva cosa stava accadendo, “Perché? Cosa sta succedendo?” chiese quasi supplicando, mentre faceva resistenza Peter lo spinse con forza verso l’ascensore più vicino e caddero entrambi a terra. La situazione stava precipitando, se solo si fossero chiariti…..Non c’era tempo, niente parole, niente perdite di tempo! Peter scattò in piedi, Ben lo imitò. La porta dell’ascensore si aprì, sembrava lenta, come se il tempo stesse rallentando ma non ce n’era molto, qualcosa stava per accadere! Entrarono all’interno e non erano soli, c’erano altre dieci persone con loro. “A che piano andate?” chiese un uomo “Dobbiamo uscire da questo edificio” urlò Peter. Il tono della sua voce era alterato, tutti lo notarono e l’aspetto suo e del suo amico, non erano dei migliori. Avevano le cravatte messe male, le giacche e le camicie erano stropicciate: pochi istanti prima avevano avuto una colluttazione e Peter non ci andò leggero. Avevano il fiatone ed il cuore in gola. Ben si sentì osservato ed era a disagio, Peter era in ansia, non voleva che quelle persone uscissero dall’ascensore, se non per abbandonare la torre nord. Non poteva disubbidire a quella voce, doveva fare quello che gli era stato chiesto. L’ascensore riprese a scendere, destinazione 5° piano. Ci mise quasi un minuto, rallentò la corsa fino a fermarsi. Le porte si aprirono ma Peter si mise davanti all’uscita con le braccia che bloccavano il passaggio. “Ma non capite! Non potete uscire. Dobbiamo abbandonare il World Trade Center”, urlò. Questa volta Peter urlò. Gli occhi fuori delle orbite, il respiro affannato ed il suo torace si gonfiava e sgonfiava. Ammutolirono tutti. Ben premette il tasto zero, le porte si chiusero e l’ascensore scese.
Ore 08:46, un fortissimo boato si levò sulla metropoli di New York. Un aereo si schiantò sulla Torre Nord del World Trade Center. Ne scaturirono fiamme e fumo, pezzi di cemento caddero giù ferendo ed uccidendo ignari passanti ed auto di passaggio. Peter, Ben e quelle dieci persone uscirono indenni ed inconsapevoli di ciò che stava accadendo. Forse Peter lo sapeva, quella voce al telefono, quelle frasi che aveva udito…..ora era confuso. Uscirono in strada ed alzarono lo sguardo in cielo, una colonna di fumo si levava dalla Torre Nord, interi piani erano distrutti. Sembrava una scena di un film catastrofico, ma invece era la realtà. “Un aereo… un aereo si è schiantato” urlò qualcuno. Erano poche le persone che potevano reagire, pensare di fare qualcosa, molte erano rigide ed immobili, quasi ipnotizzate da quell’immagine. “Peter! Ma chi era prima al telefono? Che cosa stava dicendo?” chiese Ben. Peter si svegliò dal torpore in cui era entrato “Era Eveleen” gli urlò. Ben rimase a pensarci un paio di secondi, poi sbottò “Ma non può essere Eveleen! E’ morta due mesi fa” Peter corse verso l’entrata della Torre appena colpita, sembrava stesse oscillando. Forse appariva e basta. Era tutto confusione e caos, le sirene dei soccorsi diventavano sempre più forti, stavano arrivando. Centinaia di persone uscivano fuori come potevano, molti erano bloccati ai piani alti, erano affacciati e si vedevano appena. Sembrava che il grattacielo stesse bruciando, il fumo continuava a levarsi in cielo scurendo la luce del sole. Ben seguì Peter e si ritrovarono all’interno, aiutarono tutte le persone che poterono, li guidarono verso una probabile salvezza nel caos totale.
Giunse l’autopompa dei vigili del fuoco, era una delle tante. La squadra 18, capeggiata da un comandate, Donovan Cube che era di colore. Prepararono l’attrezzatura per entrare in sicurezza e capire come agire. Alle 09:03 in cielo notarono un altro aereo a bassa quota. Un’ennesima esplosione potente si diffuse per la metropoli americana, questa volta colpì la Torre Sud del World Trade Center. I feriti non si contavano, i morti neppure. Squadre di polizia e pompieri entrarono come potevano, spostavano i detriti dai corpi riversi in terra, cercarono i superstiti. Donovan cominciò a salire con altri due colleghi, chi poteva camminare con le proprie gambe, scendeva per mettersi in salvo, altri avevano bisogno d’aiuto ed assistenza medica. Arrivarono al terzo piano, le urla disperate si levavano da ogni singolo angolo, qualcuno stava zitto per lo shock ed il terrore. Nella semioscurità, in un angolo di due pareti, Donovan notò una persona. Gli occhi erano aperti e fissi, sembrava guardasse nel vuoto. Ad attirare la sua attenzione fu proprio lo scintillio di quelli con la luce della torcia elettrica. Era una bambina, stava seduta ed immobile, con le piccole ginocchia portate al petto. Cominciò a dondolare fermandosi con la schiena contro le pareti, per poi ricominciare. I lunghi capelli biondi stavano appoggiati sulle spalle, sembravano sporchi di polvere e sangue. Non parlava, né reagiva ai richiami di Donovan. La sollevò di peso e la prese in braccio, lei si strinse forte forte, come se avesse paura che la lasciassero lì. “Qual è il tuo nome?” le chiese il capo squadra dei vigili del fuoco, passò qualche secondo, forse una decina, poi rispose balbettando “Melissa”. Due lacrime le rigarono le delicate guance, cominciava ad uscire dallo shock lentamente. “Portiamo giù tutte le persone che riusciamo ed in fretta. Non è sicuro qua” ordinò ai suoi uomini, cominciarono a scendere. Durante la discesa incontrarono altri colleghi, oltre ad agenti della polizia. Molti feriti furono sgombrati, e portati all’ospedale più vicino, il lavoro sembrava non cessare mai. Donovan si ritrovò fuori, per strada, continuava a tenere quella bambina fra le braccia. Peter e Ben uscirono in quell’istante ed erano le 10:07, la Torre Nord si piegò su se stessa, sbriciolandosi. Un immensa nube di polvere inghiottì tutto e tutti. Alle 10:28 la Torre Sud seguì il medesimo destino della gemella. Il World Trade Center scomparve seppellendo circa 3752 persone.
Ho scritto questo racconto basato su avvenimenti realmente accaduti e che conosciamo tutti. I personaggi, i dialoghi e tutti i contorni, sono frutto della mia fantasia. Ho scritto tutto ciò semplicemente per non dimenticare……. Sono morte 3752 persone circa, a causa di quegli attentati terroristici. Desidero ricordarle, come vorrei ringraziare tutti quei Vigili del Fuoco, tutti gli agenti di polizia e gli addetti alla sicurezza che persero la vita nel tentativo di salvare altri innocenti che si trovavano nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Vorrei ricordare inoltre, tutte le vittime degli altri attentati che, da quel giorno, furono fatti contro tutte le Democrazie del nostro pianeta.
Saryo






