lunedì, 28 settembre 2009

"Io, Katy e Lupo" (8° Parte)

Dove sono?”. Donovan aprì gli occhi ma non vide nulla, sentì solo la sua voce in un ambiente insonorizzato, almeno così gli era sembrato. Nessun eco, nessuna distorsione come accadrebbe in stanze grandi e poco arredate.

Ti hanno portato in una camera, in macchina sei stato narcotizzato con qualcosa.

Rapito!” disse Donovan ancora in cerca di dettagli, di qualcosa che gli facesse ricordare l'accaduto. Se avesse tenuto gli occhi aperti o chiusi, non avrebbe fatto alcuna differenza. Le tenebre regnavano in quel luogo.

Donovan sorrise: “Almeno ho ancora te!” disse, sedendosi sul materasso. Con le mani tastò sotto di sé e capì che era seduto su una branda di ferro e un materasso. C'era anche un cuscino, in fondo al letto. Non aveva le mani legate, tantomeno i piedi, ma con quel buio che opprimeva la stanza...

Chissà come sta Lupo.”.

Io non mi preoccuperei per Lupo, vedrai che ci troverà. Ha un ottimo fiuto e...

Katy, sei ancora qui?” chiese Donovan. Il ragazzo si alzò in piedi, braccia avanti mosse i primi passi per sondare l'ambiente in cui si trovava rinchiuso. La stanza era priva di finestre, ma percepiva dell'aria che probabilmente proveniva da alcune bocchette: un ricambio di aria continuo. L'arredamento era tutto lì: una vecchia branda, una semplice scrivania alla parete opposta e una sedia di legno. Avrebbe potuto urlare, ma, tastando le pareti, si accorse che c'era qualcosa di morbido applicato su di esse. La sua voce non l'avrebbe mai sentita nessuno.

Sembra una stanza di un manicomio” disse facendosi cadere sul materasso.

Un rumore alla porta fece mettere seduto Donovan, le mani che si strinsero ai bordi della branda. Non sapeva se essere felice, o avere paura.

Una debole luce si accese nella stanza, con il passare dei secondi si faceva più luminosa e un uomo vestito in completo grigio entrò. “Vedo che ti sei ripreso, Donovan.” disse avvicinandosi a lui.

Mhm...sanno il tuo nome! Non so se sia un buon segno!

Donovan sorrise appena, poi scrutò il volto dell'uomo. Lo riconobbe, si trattava di quello della banca, da quei curiosi occhiali dalle lenti azzurre. Donovan si limitò a fissarlo, poi cambiò idea: dopotutto gli aveva salvato la vita.

Mi chiamo Tom Loud” e gli porse la mano. Donovan la strinse, ma senza l'energia che di solito voleva dare quando conosceva qualcuno.

Donovan Pierce” rispose secco.

Ti va di fare un giro? C'è una persona che vorrei farti conoscere, lui è molto ansioso di vederti.”, Tom lo scrutò aspettando una risposta, che Donovan stava valutando.

Spero non abbiano a che fare con la pedofilia, disse Katy. Donovan fu percorso da brividi sulla schiena, poteva essere in trappola.

Tom Loud si portò una mano all'orecchio e, quel gesto, fece scorgere un piccolo apparecchio fissato all'interno. Donovan pensò che si trattasse di micro ingegneria. L'uomo gli sorrise: “Puoi dire alla tua amica che non siamo una banda di pedofili, che non ti faremo nulla di male e che con noi sei al sicuro.”.

Donovan drizzò la schiena, veramente si sentì quasi colpito da un pugno in pieno viso. Potevano ascoltare la voce di Katy...

Accetto!” disse il ragazzo alzandosi in piedi, “mi ha convinto!”.

Percorsero dei lunghi corridoi pitturati di blu, il soffitto bianco e decine di porte chiuse dello stesso colore. Forse si trattava di uffici. Ci avevano impiegato quasi una decina di minuti per giungere ad una porta in fondo a un lungo corridoio: avevano anche preso due ascensori e, probabilmente, avevano passato due ali ben distinte di quel palazzo.

Tom Loud tirò fuori una tessera magnetica che infilò in un lettore con un led rosso e uno verde, dopo un paio si secondi si accese quello verde e la porta si aprì verso l'interno. Entrarono in una stanza illuminata dal sole, lunghe vetrate mostravano il panorama della città. Forse si trovavano al trentesimo piano.


Saryo alle 06:49 in: racconti, horror, la scelta, io katy e lupo
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giovedì, 24 settembre 2009

"Io, Katy e Lupo" (7° Parte)

Dobbiamo parlare, Katy!” disse Donovan dopo essersi chiuso in bagno.

Sono qui, non ti abbandono. Cosa c'è? Anche Lupo s'infilò nel bagno, mettendosi seduto sul tappetino. “Che situazione imbarazzante, mia madre potrebbe sentirmi e...cosa le dico?”.

La madre bussò alla porta: “Sei pronto tesoro? Con chi stai parlando?”.

Donovan sbuffò irritato, poi si accorse della presenza del cane: “Parlavo con Lupo, mamma. Potresti lasciarmi un attimo in pace? Non ho più tre anni!”.

Cos'è che ti ha mandato in paranoia?

Cos'è?”, poi il ragazzo abbassò il tono della voce, quasi bisbigliando: “Cos'è? E' solo che è tardi e nell'ultimo sogno non ho visto la morte. Devo andare in banca e, guarda caso, ci devo andare con mamma. Solo che avverrà una rapina!”. Donovan si guardò allo specchio, il viso ancora assonnato, gli occhi rossi: “Ti bastano come lamentele? Se vuoi continuo!”.

Lupo sbadigliò, arpionò il tappetino con le zampe e si stiracchiò. “Hai finito, mammoletta?” disse il cane al ragazzo.

Mammoletta? E dove l'hai sentito questo termine? Che diavolo vuoi da me?”. Donovan alzò la voce, quasi si era dimenticato della madre. “Sei solo un cane! Comportati da cane e non dirmi che sono una mammoletta!”.

E' sempre suscettibile, la mattina. “ disse Lupo a Katy. Il cane poteva percepire dove si trovasse, come se usasse qualcosa in più che agli umani mancava. Donovan si sciacquò il viso e si vestì in fretta: la madre lo attendeva fuori casa, in macchina.

Mi aspetti mentre vado a comprare due cose?”, la madre non attese una risposta, si limitò a scendere e poi a sorridere al figlio.

Che ore sono?”, il cruscotto dell'auto era spento, mancava la chiave nel quadro. Donovan si spazientì.

E lo chiedi a me?” disse Lupo.

Lascia perdere, non sono in vena per questi giochetti!”.

Qualcosa toccò Donovan sulla spalla, il ragazzo aveva sentito un formicolio concentrato alla sua destra, così sapeva che Katy era lì con lui. Non sei da solo, qualsiasi cosa succeda, quindi cerca di rilassarti. Io e Lupo ti staremo sempre vicini.

E' già qualcosa!” disse Donovan, mentre osservava sua madre che tornava all'auto.

Tieni, tesoro!” disse la madre passandogli due buste della spesa. La donna sembrava contenta. “Mettiti la cintura, che adesso andiamo in banca.”.

Donovan aveva quindici anni, ormai un adolescente, ma continuava a chiedersi come mai la madre insistesse ancora a farlo mettere nei posti dietro.

L'auto ripartì e Donovan si affrettò a controllare l'ora: le 13:07. Faceva ancora in tempo!

* * *

Buon giorno, vorrei depositare questi soldi a questo conto.” la donna mostrò il foglio di versamento al dipendente dietro al bancone, Donovan si guardava intorno e non era tranquillo. Guardò l'orologio fissato al muro: mancava un minuto.

Lupo aspettava in macchina, l'ingresso ai cani era vietato, così il ragazzo si sentiva ancora più vulnerabile.

Rifletti, Donovan, perché fra poco faranno ingresso!

Le avrebbe voluto rispondere, magari urlando tutta l'ansia che aveva accumulato, ma doveva tenersi tutto dentro. Si girò a guardare le vetrate oscurate, ma dall'interno vide una macchina fermarsi davanti all'ingresso, tre tizi uscirono guardandosi intorno, il quarto aspettava in auto.

Non so che fare!” disse Donovan a voce un po' alta.

Aspetta che abbiamo finito” gli rispose la madre voltandosi.

Il ragazzo si allontanò dal bancone, cercava di mettersi nello stesso posto in cui stava durante il sogno: a fianco a una delle vetrate e alle sue spalle un vaso con una pianta. Donovan vide un tizio con gli occhiali azzurri, ce lo aveva di fronte mentre aspettava in fila.

Forse, potresti aprire l'uscita di emergenza alla tua sinistra: se non sbaglio sono allarmate!

Donovan non le rispose, ma spinse la maniglia rossa anti panico e una sirena acuta iniziò a suonare. La guardia giurata si diresse dalla sua parte, mentre tre uomini facevano ingresso in banca.

Accadde tutto in pochi minuti, forse anche meno, e Donovan si ritrovò a terra, con l'uomo dagli occhiali azzurri che gli salvava la vita. Scintille, pallottole che si conficcavano nella parete in un susseguirsi assordante.

Il ragazzo sentì l'uomo urlare: “Tieni la testa giù e fai come ti dico!”, poi esplose un altro colpo. Il terzo uomo cadde all'indietro, finché finì contro la vetrata d'ingresso e Donovan vide le scie di sangue mentre il corpo si accasciava a terra.

Ci fu un attimo di silenzio, la gente si voltava lentamente, poi le urla, il panico.

Donovan fu spinto all'esterno dell'edificio, senza poter ancora realizzare...

Una macchina si fermò davanti a loro, il tizio aprì lo sportello posteriore e spinse Donovan all'interno. In lontananza si udivano delle sirene, la polizia stava arrivando.


Saryo alle 07:20 in: racconti, horror, la scelta, io katy e lupo
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lunedì, 21 settembre 2009

"Io, Katy e Lupo" (6° Parte)

Come ci si sente ad aver sconfitto la Morte nella tua prima battaglia? C'era una punta di soddisfazione nelle parole pronunciate da Katy, che Donovan era riuscito a percepire. Dopo tutto anche Katy era un'anima strappata alla vita, rimasta a vagare sulla terra senza un'apparente spiegazione. Ma forse una spiegazione c'era: quello che era accaduto a lui un paio di notti fa, il fatto di poter ascoltare sia Lupo che la stessa Katy. Poter far sopravvivere qualcuno ad una morte certa. Donovan cominciava a sentirsi quasi importante.

Era rientrato tardi quella notte, più tardi del previsto, ma per fortuna che i suoi non erano rimasti svegli ad aspettarlo. Le coperte leggere frusciavano sul suo pigiama, mentre era lì a trovare una comoda posizione: le braccia portate fra nuca e cuscino.

La stanza era buia, solo i lampioni esterni emanavano luci e ombre su una parte del soffitto. Lupo era silenzioso, quella notte. Rovesciato su un fianco e occhi aperti che fissavano una zona della stanza: faceva troppo caldo per dormire nella cuccia. Lupo sospirò.

“Abbiamo salvato una persona, oggi. Ancora no so se sia successo realmente.” disse Donovan a voce bassa.

Si addormentò.

E' giorno e non so bene dove mi trovo. Katy mi ha detto di memorizzare più dettagli possibili, così mi giro e cerco di capire l'indirizzo. E' un giorno comune in mezzo alla settimana, i negozi sono aperti e la gente gira a curiosare, a fare compere. Certe volte mi chiedo perché sia capitato a me, ma forse dovrei prenderlo come una sfida, qualcosa che mi faccia crescere.

Nessuno crederebbe a quello che mi sta accadendo e sono consapevole che questo è un altro di quei dannati sogni. Come lo so? Prima di addormentarmi il mio corpo formicola, ho la sensazione di sollevarmi e tengo gli occhi chiusi, finché...eccomi qua. Davanti a una banca.

Banca Centrale Popolare, agenzia 13. Ancora questo 13, come il civico di John Duly.

Mi fermo davanti alla vetrina perché mi pare ci sia movimento, decido di entrare – tanto nessuno mi noterà – e mi sento un po' uno spettro.

Attraverso la porta con vetri anti-sfondamento, persino la guardia giurata nemmeno si volta al mio ingresso. Ma cosa ci dovrebbe venire a fare la morte in questo posto? In pieno giorno?

Mi volto verso le casse, ma non c'è niente che possa farmi credere a chissà cosa: la solita fila agli sportelli, gente che sbraita per la lentezza con cui viene servita, ha fretta perché ha altri impegni. Credo che il mio sogno, questa volta, si sia sbagliato.

Sento delle grida alle mie spalle, così mi volto. Tre tizi hanno fatto ingresso e portano dei passamontagna: Cazzo, una rapina! Mi volto a guardare l'ora, dietro il bancone c'è un orologio appeso al muro e segna...13:13.

Non è possibile, è una persecuzione!

Gli uomini estraggono le pistole gridando: “Non vogliamo farvi del male, perciò seguite attentamente le nostre indicazioni e uscirete da questa banca con le vostre gambe.”.

Il panico dilaga nei clienti, come nel personale agli sportelli. Si gettano a terra chiedendo di essere risparmiati, che hanno figli, mogli e mariti. Qualcuno si è ammutolito ed è rimasto in piedi, così, i rapinatori, si gettano su di lui e lo atterrano col calcio della pistola. Il tizio stramazza al suolo, ma non credo sia morto.

C'è solo una cosa che non mi quadra: ho visto un uomo che guardava dalla mia parte, indossava un paio di occhiali da sole, le lenti hanno un colore che non avevo mai visto: azzurre.

Alza gli occhiali e guarda verso di me, se li rimette fissandomi. Io mi giro, ma dietro di me non c'è nulla che possa attirare la sua attenzione, solo una pianta in un vaso, vicino alla vetrata oscurata della banca.

Donovan, sei sveglio?”, la mamma del ragazzo entrò in camera. Si era messa in quella posizione d'attesa che usava sempre: le mani appoggiate ai fianchi e l'aria di chi stava per urlare verso il figlio. “Non ricordi? Oggi dobbiamo andare in banca, tu hai promesso di accompagnarmi.”.

Donovan si mise seduto sul letto e sgranò gli occhi: “Che ore sono, mamma?”.

Le 12 passate, perché?”.


Saryo alle 06:46 in: racconti, horror, la scelta, io katy e lupo
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lunedì, 14 settembre 2009

"Io, Katy e Lupo" (5° Parte)

“Gli incidenti domestici sono la prima causa di morte!” si ripeteva Donovan salendo le scale. L'interno del palazzo era sudicio e trascurato, proprio come ricordava nel sogno. Le pareti di un verde patetico, con pezzi di intonaco che sporcavano scale e pianerottoli.

Hai paura? Chiese Katy.

“Si!” rispose Donovan, posando il piede sull'ultimo gradino prima di giungere alla meta.

“Se può consolarti, anche io ho paura!” s'intromise Lupo appena dietro di lui.

Tienitela stretta, la tua paura. Potrà esserti d'aiuto.

“Credevo che fossi tu a dovermi aiutare” ribatté il ragazzo, poi si fermò ad osservare la porta che aveva di fronte e la scritta in piccolo a destra. La luna piena illuminava il cielo e quel bagliore penetrava attraverso l'unica finestra del quarto piano di quel palazzo. Una lampadina fioca era l'unica fonte di luce in quel posto, ma non era nulla al confronto di quella che emetteva la luna quella notte.

La luce nel pianerottolo diminuì l'intensità un paio di volte, come se c'era stato uno sbalzo di tensione.

“Non è un buon segno, vero?” chiese Lupo.

Ci siamo!

Donovan fece un respiro profondo e spinse la porta verso l'interno. Cigolò appena rivelando un ambiente piccolo, poco arredato e senza alcun tocco femminile. Un divano letto appoggiato alla parete di sinistra, un vecchio tavolo con sopra un portatile acceso, un'abatjour che illuminava una parte della stanza. Un odore di cibo avariato invase con prepotenza le narici di Donovan, provocandogli disgusto.

Lupo avanzò fino al centro della stanza, un'altra luce proveniva dal bagno con la porta appena accostata. “John Duly si sta facendo il bagno” disse a voce bassa Donovan, osservandosi intorno.

Cosa succederà? Chiese Katy, la voce sembrava provenire dalla zona del portatile, forse stava osservando attentamente ogni angolo del monolocale.

“La porta si aprirà e questo farà uscire il ciccione!” bisbigliò il ragazzo.

Potresti usare altri termini? Non è carino.

“Parli così perché ancora non l'hai visto!” le rispose. Quello scambio di battute aveva allentato la tensione in lui, quasi facendolo sorridere.

La porta d'ingresso si aprì verso l'interno e Donovan percepì quella stessa paura che aveva avuto nel sogno: una folata di vento aveva mosso i fogli a lato del portatile, ma le tende alla finestra non si erano affatto mosse.

Lupo mostrò i denti e parve che il pelo si fosse quasi drizzato. I canini scintillarono alla luce dell'abatjour.

“Chi è?” gridò John Duly dal bagno.

Nascondetevi!

C'era poco tempo, ma Donovan aveva già pensato a cosa fare: tirò in avanti il divano letto ricavandone un nascondiglio temporaneo, la luce fioca li avrebbe resi quasi invisibili.

John Duly arrivò al centro della stanza munito di asciugamano fermato alla vita, convinto che in casa non ci fosse nessuno.

“Avevo dimenticato un'altra volta la porta aperta! Devo smetterla di prendere quelle pasticche.” disse osservandosi intorno. Richiuse la porta con una spinta e si girò verso il portatile.

Donovan si affacciò quel tanto per vedere, mentre John gli dava le spalle. Qualcosa di sinistro era lì con loro, in quella stessa camera. Qualcosa che si poteva solo percepire, e non si trattava certo di Katy. Lupo era accucciato a terra, immobile, ma si vedeva che aveva paura.

Il ragazzo non aveva idea di cosa fare perché il sogno non gli aveva mostrato altro, ma quasi se la faceva addosso. La camera era invasa da un'aria elettrizzante, una presenza che si muoveva senza toccare nulla, senza farsi vedere, ma era lì per reclamare un'altra vita come era successo per quella famiglia. E solo lui e Katy e Lupo sapevano, quasi un fardello che gli faceva sentire le gambe molli.

“Come diavolo agirà?” si chiese Donovan, osservando John Duly che trafficava con il portatile. Nemmeno si era seduto, ma se ne stava in piedi con la mano sul mouse e a leggere alcuni appunti che aveva scritto.

Donovan si fermò ad osservare il pavimento, le pozze d'acqua che aveva lasciato John che non portava nemmeno un paio di ciabatte. Il cavo del portatile scendeva fino a toccare terra, proseguendo fino alla prima presa utile e la luce si spense per un attimo, finché riprese la stessa intensità.

John Duly bofonchiò qualche parola incomprensibile e si diresse di nuovo in bagno, Donovan sarebbe voluto uscire da dietro il divano per avvisarlo che sarebbe morto, ma in che modo? Prese coraggio e sentì la presenza di Lupo dietro di lui, le zampe che ticchettavano appena sul pavimento.

Sbirciò facendo attenzione a non farsi vedere: il tizio era di fronte allo specchio e si stava radendo con una lametta, nulla di pericoloso ma vide un ripiano in vetro. John aveva acceso una piccola radio che vi era appoggiata sopra.

Stava accadendo qualcosa, ora, nel bagno. Stava diventando freddo, come se qualcuno avesse aperto un grande frigo proprio nel bagno. Il vetro si crinò leggermente, provocando una piccola vena nella mensola. In pochi istanti la mensola si ruppe in due e la radio cadde nel lavabo mentre l'acqua ancora scorreva.

John Duly fu attraversato da una scossa, il cuore si fermò facendolo cadere a terra.

Coraggio, fagli il massaggio cardiaco!

Donovan entrò in bagno e girò il corpo a pancia in su, praticandogli il massaggio e soffiando nella sua bocca. Il torace si gonfiava senza avere segni di ripresa, finché, come una specie di convulsione, il corpo di John Duly riprese a vivere. John Duly non era morto.

Un'ambulanza arrivò a piazza Columbus a sirene spiegate, fermandosi al civico 13. Donovan, Katy e Lupo uscirono dal palazzo pochi minuti prima.


Saryo alle 06:50 in: racconti, horror, io katy e lupo, primo sogno
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mercoledì, 09 settembre 2009

"Io, Katy e Lupo" (4° Parte)

Donovan correva in bicicletta – una montain bike rossa e nuova di zecca – con Lupo che lo seguiva a poca distanza. Sulla parte destra del manubrio aveva fissato un piccolo congegno elettronico a cristalli liquidi, un navigatore satellitare di ultima generazione che gli indicava il luogo di destinazione.

Sei proprio sicuro che l'indirizzo sia quello? La voce di Katy gli teneva compagnia, mentre Lupo evitava di parlare.

“Oh cavolo, certo che ne sono sicuro!” disse quasi seccato. Fece una smorfia di disapprovazione, non voleva attirare su di sé troppa attenzione per non sembrare un pazzo che parlava da solo.

Donovan si fermò ad un incrocio pedonale per attendere il semaforo verde, mentre una voce femminile lo avvisava che mancava mezzo chilometro alla destinazione.

“Per tutti gli ossi di questo mondo, cosa darei per avere meno peli!”. Lupo si mise seduto sul cemento, solo il tempo per grattarsi un orecchio con la zampa posteriore, poi guardò Donovan: “Manca molto?”.

Scattò il verde e il ragazzo continuò a pedalare dirigendosi verso la piazza, evitando di rispondere al suo cane: c'era molta gente che affollava quelle strade. Qualcuno si era fermato ad osservare Lupo, mentre muoveva in modo strano la bocca come se stesse masticando della mollica di pane.

Il ragazzo tirò a sé il freno, le ruota posteriore si bloccò lasciando una scia scura fra l'asfalto e il brecciolino. Si trovava di fronte alla rotatoria di piazza Columbus, ma il sole non era ancora tramontato. Una voce femminile disse: “Siete arrivati a destinazione, grazie per aver scelto i servizi Game Plus!”.

Succederà di notte?

Donovan quasi cadde dalla bicicletta, Katy gli aveva sussurrato quella frase all'orecchio, spaventandolo.

“Ma mi volete lasciare in pace? Sto pensando!”, Donovan si guardò intorno, sperando che nessuno lo stesse osservando. “Comunque si! Succederà di notte, questa notte!”.

Si fermarono sul marciapiede e Donovan s'immaginò Katy, ferma a fianco a lui che fissava il palazzo che avevano di fronte mentre le macchine attraversavano la rotatoria, e le persone che camminavano vicino a loro senza sapere...

Donovan sbuffò spazientito, la sola attesa gli corrodeva l'anima. Trovò il posteggio per le bici, così legò la sua inforcando la ruota nell'apposito spazio e si riprese il navigatore mettendoselo in tasca.

C'era qualcosa che non andava osservando la facciata del palazzo, la finestra al quarto piano. Forse si trattava di una stupida sensazione, una paura che gli usciva dai più profondi recessi della sua anima. Ma tutta questa storia gli sembrava un'esagerazione della fantasia. Donovan, ora, provava ansia.

Sei pronto ad affrontare il tuo destino?

Donovan si limitò ad annuire, Lupo si leccò il naso e si mise seduto al suo fianco. Attesero nella veranda di un bar che la notte avesse la meglio sul giorno, mentre Donovan sorseggiava una Coca Cola.

Ricordati dei dettagli, memorizza la casa di John Duly. Non vedrai la Morte in faccia, come non puoi vedere me. Ricordalo. Ma devi cercare di capire i meccanismi con cui lavora.

Un brivido attraversò la schiena di Donovan, come fosse uno strano presentimento. Ma lui non si sentiva ancora pronto, almeno non lo sapeva ancora. Distrattamente tirò fuori il navigatore, era ancora acceso ma sul video erano apparse delle linee di disturbo. Le immagini che trasmetteva la televisione del locale presero a sfarfallare, un fruscio copriva la voce di un giornalista che dava le ultime notizie.

Lupo si girò a guardare Donovan, mentre lui avrebbe voluto risentire la voce di Katy.

E' ora di muoversi!

Saryo alle 21:53 in: racconti, horror, io katy e lupo, primo sogno
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domenica, 06 settembre 2009

"Piecary"

Piecary

David attraversò ettari di terreno con la sua macchina e la parcheggiò vicino a uno dei grossi alberi di quercia. Il sole stava calando ed era tempo di mettere da parte tutta la sua vita per dedicarsi al suo nuovo lavoro.

Uscì dall'auto e tirò su le braccia per stiracchiare le membra provate dal lungo viaggio. Respirò a pieni polmoni l'aria pulita, piena d'ossigeno e lontana da quel veleno che aveva respirato nelle grandi metropoli. Un'oasi di pace e tranquillità: proprio quello di cui aveva bisogno.

Si fermò per alcuni secondi a contemplare le querce secolari che circondavano la tenuta di famiglia, alberi enormi, più alti della casa a due piani che si apprestava ad abitare.

L'estate stava finendo, lasciando spazio a un autunno freddo, forse piovoso e malinconico, ma l'ideale per procurargli concentrazione e dedizione al romanzo per eccellenza: Il romanzo perfetto. Sapeva di magia, di una magia antica come lo erano le fondamenta di Piecary.

David era rimasto solo, la moglie e la figlia erano morte in un incidente stradale due anni prima lasciandolo solo a vivere una vita povera di tutte quelle certezze che aveva avuto. Le fondamenta stesse che si era costruito in oltre trenta anni, dopo quel giorno, crollarono come un castello di carte.

“Questo posto è speciale!” urlò alzando le braccia al cielo. Non era ancora tempo di varcare la soglia della sua nuova casa, c'era abbastanza luce per osservare la natura intorno a lui, i rami, le foglie che presto sarebbero planate in terra, le chiome maestose cullate da un vento quasi gelido. “Che meraviglia!”.

Fece un giro su sé stesso, come quando era piccolo e giocava con gli altri coetanei, poi ne fece un altro e iniziò a ridere. Si alzò la brezza, che prese ad agitargli la giacca che indossava, oltre ad alberi e piante, come se volesse dargli il benvenuto in quell'angolo di paradiso. Isolato, tagliato fuori dal mondo e da molte comodità che l'uomo si era creato nei secoli.

David voleva godere appieno di ciò che il destino gli aveva servito su un piatto d'argento.

“Destino!” aveva urlato fermandosi a fissare l'ingresso a due battenti. Una piccola veranda proteggeva l'entrata, due maestose colonne di marmo reggevano il peso del tetto esterno. La struttura, i muri esterni, sembravano in buone condizioni nonostante l'età centenaria. Erano passati venti anni dall'ultima sua visita a Piecary e ancora possedeva ricordi della sua infanzia in quel luogo dominato dalla natura, dalle gocce di sudore versate dai suoi antenati e lontani parenti. Ora Piecary era sua, ogni zolla, ogni centimetro quadrato, ogni albero o scoiattolo che vi dimorasse.

Alcuni sussurri accolsero David all'ingresso, forse provocati dal vento che attraversava tronchi d'albero o piccole fessure fra vecchie tegole che formavano il tetto. Misteri della vita. Quando era ragazzo li aveva sentiti, ogni tanto.

Una civetta cantò non lontano dall'abitazione, altre le risposero dopo qualche istante di silenzio.

Prima di aprire la porta, David tornò alla macchina per prendere i bagagli, compreso il suo portatile per scrivere la sua storia. Fu quando chiuse il portabagagli dell'auto che si fermò a guardare la dimora e a gioire per quello che aveva davanti. Quanto avrebbe voluto avere al suo fianco la sua famiglia e dividere con loro quello che provava. Una sensazione che tutti avevano avuto varcando il primo cancello d'ingresso. Accoglienza. Non esistono posti che possano accogliere le persone, ma Piecary non era un posto qualunque. C'è sempre stato qualcosa che ha accolto ospiti o famigliari, oppure amici. Ma da anni non veniva nessuno.

David portò i bagagli fin sotto la veranda e cercò le chiavi. La serratura non era arrugginita e, di questo, ne fu contento; non vedeva l'ora di entrare e dare un'occhiata all'interno e già si pregustava un tiepido focolare nel camino di uno dei soggiorni. Ricordava quanto fossero fredde le notti in quel luogo.

La porta cigolò e David fu inghiottito dall'oscurità, finché trovò l'interruttore. Quanti ambienti, quante stanze erano state costruite? Abbandonò in terra i bagagli e cominciò ad ispezionare la casa. Alcuni ricordi assalirono parte del suo cervello, quello che immagazzina i ricordi vecchi di anni. L'odore del pane cotto al forno, le voci di sua madre e dei tanti zii che avevano condiviso con lui alcuni momenti della sua adolescenza.

Aprì l'ennesima porta ed entrò in una stanza ampia, forse una delle più illuminate per le due finestre che si affacciavano su un lato della casa: da lì nasceva il sole fra gli alberi, fra i boschi di betulla e querce che circondavano Piecary.

David si fermò a contemplare il cielo e aprì la doppia finestra per far cambiare aria all'ambiente. La puzza di chiuso era uno degli odori predominanti. Quasi gli sembrò di sentire la sua voce di quando era piccolo, tanto era l'emozione di rimettere piede dopo tanti anni. La spensieratezza dell'età. Quanto era cambiata la sua vita? Tanto!

Spesso le emozioni giocano brutti scherzi, quasi ti distolgono dalla realtà, spingendoti a chiuderti in te stesso e proteggere il mondo che stai contemplando.

Papà, questo posto è favoloso! Posso andare a giocare fuori?

David si fermò a guardare Ellys, la sua piccola Ellys, con le lacrime agli occhi. I capelli biondi legati in una lunga treccia, la faccia espressiva di chi vorrebbe che un desiderio si avverasse, le piccole mani che poggiavano sul tavolo di quercia.

“Dovresti chiederlo alla mamma” disse David in un sussurro. L'immagine di sua figlia si mosse verso la porta da cui era entrato, dissolvendosi lentamente.

Non credo sia una buona idea. David si voltò verso il camino e vide Amanda che spingeva due ciocchi di legno all'interno del camino fatto di ghisa. Sua moglie si voltò e gli sorrise: fuori fa freddo!

David non disse nulla, afferrò solo una sedia e si mise seduto senza smettere di fissare Amanda. Non voleva smettere di guardarla, nemmeno per tutto l'oro del mondo.

David balbettò qualcosa verso di lei, qualcosa di impercettibile che attirò l'attenzione della donna. Lei gli mandò un sorriso carico d'amore che gli provocò un attacco di pianto: alcune lacrime gli rigarono le guance. “Ti prego, non te ne andare...”.

L'immagine della donna si dissolse come fumo spazzato via dal vento e lui si accasciò al tavolo cingendosi la faccia con le braccia.

Qualcosa bussava alla finestra e David aprì gli occhi spaesato. Era seduto, si doveva essere addormentato. Il soggiorno era rimasto come la sera prima e stava facendo giorno.

David alzò la testa di scatto e guardò alla finestra, fissando la creatura che vi era affacciata. Un piccolo picchio se ne stava appoggiato a un ramo di vite, che da quel lato colorava le pareti esterne come fosse una ragnatela fatta negli anni. L'uccellò volò via emettendo dei richiami.

Il sole era sorto da poco, colorando il mondo che circondava la sua nuova casa e David si sentiva confuso, spaesato, stordito. Aveva un sapore disgustoso in bocca e sentiva le palpebre pesanti. Non aveva lo stesso umore di poche ore prima.

David non aveva superato il dolore per la perdita dei suoi cari, di Amanda e Ellys, ma come aveva potuto vederle, sentirle, quasi toccarle? Si portò le mani alle guance pensando alla notte prima. Doveva anche avere una brutta cera, la barba incolta e...

“E' solo suggestione” si disse, mentre era in bagno. L'acqua fredda lo avrebbe svegliato, dando un po' di vigore alla faccia pallida e trasandata che aveva visto allo specchio. “E' solo roba da film horror di seconda serie”. Si asciugò e cercò di vedere nella sua faccia quel bravo scrittore che era sempre stato.

“Sei solo una vecchia casa!” gridò David, “Quei sussurri, quelle visioni, provengono solo dalla mia fantasia. E ne ho tanta, sai?”. L'acqua continuava a scrosciare finché del vapore salì fino allo specchio, appannandolo. David trasalì, non ricordava che avessero messo boiler in quel bagno. Poi c'era solo un rubinetto per l'acqua fredda.

Chiuse l'acqua e raggiunse il soggiorno, quello vicino alla porta d'ingresso.

Udì un cigolio all'esterno, alcune risate. “Che diavolo succede qua dentro?” urlò David, così uscì per capirci qualcosa.

Più forte, più forte mamma! Voglio toccare il cielo con un dito. David udì quella voce, inconfondibile, quella di Ellys. La vide sull'altalena fissata ad una quercia, Amanda la spingeva sempre più in alto.

David si portò le mani al volto coprendosi gli occhi.

Amore, non vieni? Amanda lo fissava da lontano, facendo un gesto con la mano libera.

Dai papà, spingimi anche tu, come facevi al parco, ricordi?

David sentì le gambe pesanti, le ginocchia non reggevano più il peso del corpo, la mente gli suggeriva di fuggire. Le lacrime tornarono ad affacciarsi cercando un varco.

Non mi vuoi più bene? Chiese la bimba e gli sorrise.

David cadde in ginocchio credendo che sarebbe impazzito, sperando che quel dannato cuore si fermasse per sempre, che morisse in quell'istante. Raccolse tutto il fiato che gli rimaneva in corpo e urlò: “Perché, perché mi stai facendo questo?

Noi ti amiamo, siamo una famiglia unita. La mano di Amanda gli accarezzò la spalla in un gesto affettuoso, come aveva sempre fatto quando rientrava in casa dopo una giornata pesante.

Mi vuoi bene papà? Chiese Ellys ferma davanti a lui. Erano faccia a faccia e gli occhi di Ellys luccicavano come se stesse per piangere. Le manine abbracciarono le spalle del padre, mentre Amanda cantava una nenia che David conosceva a memoria, perché la cantavano sempre prima che la piccola si addormentasse.

Vieni con noi, staremo per sempre insieme, disse Amanda. La mamma prese per mano la figlia andando verso il bosco. Si girarono entrambe verso David, aspettandolo.

Lui si alzò in piedi e le osservò in silenzio, mentre tentava di fermare l'angoscia che provava. Mosse i primi passi verso di loro e le vide sorridere. Lo presero per mano e s'incamminarono in una galleria di abeti.

Piecary tornò silenziosa.

Bosco

Saryo alle 21:46 in: racconti, horror, piecary
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venerdì, 04 settembre 2009

"Io, Katy e Lupo" (3° Parte)

Luna di notte

Mi trovo in piazza Columbus, proprio sopra la rotatoria che sta in mezzo alla piazza. Calpesto l'erba alla faccia delle regole comunali, poi è buio e non ho visto nessuno qua intorno. Annuso l'aria che, nonostante sia notte, è calda e umida. Una leggera foschia aleggia per le vie della città e sembra volermi accompagnare. Sono solo, non so dove siano finiti Katy e Lupo.

Comunque ora sono qui, e cosa faccio? C'è una finestra al quarto piano, l'unica accesa dell'unico sfigato che è rimasto in città ad agosto, le altre sono tutte chiuse. Il numero civico è il 13. Ma perché non sono a casa mia, nel mio letto? Che cavolo ci faccio qui a quest'ora?

Entro nel palazzo con circospezione e salgo le rampe di scale fino al quarto piano. C'è un'etichetta con nome e cognome: John Duly, credo sia lo sfigato. Appoggio la mano sulla porta d'ingresso e noto la vernice marrone scura che è sfaldata dal tempo. Che faccio, suono? La porta non è chiusa, ma leggermente accostata, così la spingo piano verso l'interno.

Sono in un monolocale e c'è una puzza insopportabile, un paio di fioche lampadine illuminano la stanza. Fa quasi più luce il computer portatile acceso sul tavolo, davanti all'unica finestra. C'è qualcuno in bagno che canticchia, ed è pure stonato. Che schifo! Ora che ci penso, c'è puzza di marcio, come se ci fosse qualcosa andato a male. Di fronte all'ingresso, sulla parete opposta, c'è una specie di cucinotto: alcuni cartoncini buttati in un angolo attirano la mia curiosità. Cibo cinese andato a male.

Sento l'acqua che scorre e il tizio che canticchia quella nenia insopportabile. Forse dovrei chiedergli di smetterla, così potrei capire perché sono finito qui dentro. Ho una brutta sensazione, come se qualcuno mi stesse fissando alle spalle. Mi giro di scatto ma non vedo nessuno, a parte percepire uno strano vento, un'improvvisa folata di vento. Alcuni fogli, a fianco del portatile, si muovono all'improvviso. La porta d'ingresso sbatte e io quasi me la faccio sotto.

Chi è?” grida il tizio in bagno. Meno male che ha smesso di cantare! Lo sento uscire dalla vasca da bagno, ma fa un casino e ci mette parecchi secondi. Impreca contro sé stesso e sblatera qualcosa su una cura dimagrante.

Me lo ritrovo davanti, munito di asciugamano che gli copre le parti basse. A occhio e croce deve pesare più di un centinaio di chili e potrebbe indossare il reggiseno di mia madre. Adesso capisco perché vive solo.

Comunque si ferma davanti a me, ma guarda oltre. Indossa un paio di occhiali rotondi, che forse gli consentono di vedere oltre il suo naso.

Avevo dimenticato un'altra volta la porta aperta! Devo smetterla di prendere quelle pasticche.” esclama serio, osservando ogni angolo della stanza.

Adesso devo stare attento ai dettagli. Siamo in tre in questa stanza, ma John crede di essere solo.

Mi sento la faccia bagnata, qualcosa di caldo e puzzolente non mi fa quasi respirare...

“Donovan? E' ora della passeggiata!” disse Lupo seduto accanto al letto.

“Porcaccia miseria!” esclamò il ragazzo, alzandosi seduto sul letto, “Lupo, mi hai svegliato troppo presto, non avevo finito di sognare.”. Fece un paio di respiri e focalizzò alcuni dettagli. “John Duly, piazza Columbus 13, quarto piano.” disse Donovan ad alta voce, “Cominceremo la ricerca di questo tizio.”.


Saryo alle 16:42 in: racconti, horror, io katy e lupo, primo sogno
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