lunedì, 27 aprile 2009

"21 dicembre 2012" (8° Parte)

Roma – Aeroporto Leonardo Da Vinci – lunedì 07 dicembre 2009 – 13:10

Una Fiat Punto grigia si parcheggiò nella zona Arrivi Internazionali e due uomini scesero dalla vettura. Entrambi vestiti in giacca e cravatta e con dei giacconi grigi pesanti aperti.

Hai capito cosa devi fare? Due persone accompagneranno una bambina bionda: noi dobbiamo accoglierli e accompagnarli fino al nostro ufficio, senza che accada nulla. E' una situazione molto delicata, mi raccomando, confido nelle tue capacità.” si raccomandò Corrado.

Senza offesa, ma così conciati sembriamo due autisti privati” ribatté Davide, quasi divertito.

Bingo! E' quello che dobbiamo apparire. Proviamo le radio prima di entrare.”. Posizionarono dei piccoli congegni all'interno dell'orecchio, testando la funzionalità.

Le porte a sensori si aprirono mentre dei vetri oscurati quasi gli impedivano di vedere chi stesse per uscire dal grosso edificio. Era un luogo molto frequentato, un continuo via vai di gente, ad ogni ora. L'altoparlante aveva annunciato qualcosa in un inglese fluente e l'eco dei passi delle persone quasi rimbombava.

Corrado Magli diede un'occhiata alla grande sala d'aspetto, percepiva il contatto con la pistola che teneva dietro i pantaloni: in due anni di servizio non aveva mai dovuto usarla, ma se solo si fosse trovato in pericolo, probabilmente, non avrebbe esitato.

Vide un uomo e una donna e una bambina venirgli incontro, un carrello che veniva spinto lentamente, carico di due valige rigide dal colore verde quasi fosforescente. Due tizi in abito grigio erano appena dietro la coppia con la bambina.

Corrado si sentì gelare il sangue nelle vene, come una profonda e brutta sensazione, molto più che spiacevole...

Abbiamo una falla nel sistema!”. Fu questa la frase che Davide sentì dall'apparecchio che teneva nelle orecchie. E adesso cosa diavolo vorrà dire, si chiese all'improvviso.

Seguimi e non fare domande!” disse Corrado. Quest'altra frase sembrava più sensata e comprensibile per Davide. Così assecondò i movimenti del collega, ritornando verso l'uscita. I suoi gesti sembravano quasi normali, come se avesse dimenticato qualcosa in auto, mentre qualcos'altro stava accadendo ai lati del landrone: due uomini, a cui Davide non aveva fatto caso prima, comparvero dal nulla. Li aveva notati solo dai riflessi sulle vetrate.

Accadde tutto in pochi istanti, quasi in un batter di ciglia. Le porte si aprirono di lato, non c'era traccia di agenti della polizia nelle vicinanze.

Corrado scattò indietro e rovesciò il carrello con le due valige e afferrò la bambina. L'uomo e la donna rimasero quasi pietrificati perché non avevano sospettato nulla di ciò che gli stava accadendo intorno. Due uomini giacevano a terra, mentre gli altri due si stavano dirigendo in posti differenti senza dare nell'occhio.

Davide si ritrovò a osservare incredulo, senza poter fare niente, senza sapere cosa fare in casi come questo e sentì la voce di Corrado penetrargli le orecchie: “Cosa stai aspettando? Accompagna i signori alla macchina, all'istante!”. L'input fu chiaro, quasi un ordine urlato che lo aveva svegliato da un torpore persistente.

Aprì gli sportelli per fare accomodare la coppia e sentì un'altra frase di Corrado: “La consegna del bracco è avvenuta, ma ho notato due contusioni alle zampe posteriori. Mi sto recando dal veterinario.”.

Ma in che razza di organizzazione mi sono venuto a trovare, si ritrovò a chiedersi Davide. Avviò l'auto senza fare domande, non aveva nemmeno il coraggio di voltarsi verso il collega per osservare la sua espressione, magari compiaciuta per come erano finite le cose.

Ciao!” disse la bambina seduta fra l'uomo e la donna, “io mi chiamo Ariel Port” continuò sporgendosi fra i sedili anteriori.

Piacere Ariel, io mi chiamo Corrado, lui è Davide. Da oggi ti chiamerai Arianna!”. Si voltò verso la bambina sorridendole: “Ti piace questo nome?”. La bambina sorrise tornando alla posizione precedente.

* * *

La porta dell'ufficio si aprì all'improvviso e Corrado fece entrare la bambina e i due accompagnatori. C'era un vento là fuori che spazzava la via di Borgo Pio da carte e foglie, piccoli mulinelli ruotavano frenetici sollevando la sporcizia che stava in terra.

Prendi un po' di latte per la bambina?” chiese Corrado al collega. Davide non aveva aperto bocca da quando erano fuggiti da Fiumicino, dalla fuga rocambolesca.

Con chi diavolo abbiamo a che fare?”. Erano queste le prime parole pronunciate da Davide. Il suo comportamento era confuso, forse credeva di essersi messo contro qualcosa più grande di lui, qualcosa che non riusciva a metabolizzare, non ancora per lo meno.

Non fare troppe domande, ma sappi che ci stiamo avvicinando ad un periodo cupo, così dannatamente cupo che stenterai a crederci.”. Fece accomodare la coppia sul divano, offrendogli da bere, cercando di metterli a loro agio. Il piano non era andato come doveva: avevano dovuto lasciare le valigie per fuggire.

Spero che il soggiorno, fuori Dale, sia stato di vostro gradimento”, disse ai due ospiti. “Ti presento la signora Sofia Lane e il signor Mark Cook” disse Corrado all'indirizzo del collega.

A Davide quei nomi erano famigliari, ma abbandonò quel pensiero per stringere loro la mano, scoprendo che parlavano abbastanza bene l'italiano. La bambina, intanto, gironzolava per la stanza presa dalla curiosità del nuovo ambiente.

Fuori c'era una strana calma, a parte le raffiche di vento che sbatacchiavano persiane ai piani più alti, sembravano una sorta di spari improvvisi. Roma era deserta quel giorno, i negozi chiusi e le serrande abbassate. La Crisi Economica Globale aveva mietuto vittime, giorno dopo giorno, nonostante la classe politica avesse tentato di alzare un barlume di fiducia.

Era accaduto lentamente, nel silenzio assoluto, e nessuno aveva potuto prevederne gli effetti a lungo termine. In Messico, mesi prima, era apparsa un'influenza proveniente da un ceppo animale che si sviluppava nei maiali. Era mutata aggredendo l'essere umano, uccidendo nel tempo migliaia di persone.

A cosa stai pensando?” chiese Corrado.

A tutto quello che sta succedendo. Adesso ho capito perché dovevo monitorare alcune notizie che giravano in rete: seguire l'evolversi della situazione.”.

Udirono delle urla provenire dall'esterno.

L'ennesima manifestazione” disse Corrado tentando di abbozzare un sorriso, “ci vuole del tempo per assorbire tutto quello che sta avvenendo. Tutto a piccoli passi, poi ci si fa l'abitudine.”.

Le ultime notizie dicono che il governo italiano, presto, instaurerà la Legge Marziale”, ribatté Davide come per dare conferma. Corrado fece segno con il capo di conoscere già tutto.

Sarà più difficile per noi muoverci, ma è così che andrà. Per fortuna avevamo un piano anche per questo.”.

Saryo alle 07:59 in: racconti, fantastico, 21 dicembre 2012
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martedì, 21 aprile 2009

"21 dicembre 2012" (7° Parte)

Roma – sabato 05 dicembre 2009 – 16:49

Guarda! E' su tutti i fottuti giornali!” urlò Davide sbattendone una copia sul tavolo.

La terra trema a Roma e in tutta la provincia. Magnitudo 3.3 della scala Richter.

Questo era il titolo su tutte le prime pagine dei giornali, e Corrado gli aveva dato solo una sbirciatina. Non serviva leggere i titoli dei giornali per sapere ciò che stava avvenendo: anche lui aveva sentito la terra tremare, i lampadari oscillare e le bottiglie nella credenza tintinnare. Stava tutto mutando.

Non c'è bisogno che ti scaldi tanto, sapevamo come sarebbe cominciato tutto e...” Corrado fissò il giornale disteso sul tavolo, “...cosa accadrà in futuro!”. Sospirò tentando di rimettere ordine alle idee: “Piuttosto concentriamoci sulla ricerca. Dobbiamo rintracciare i due bambini, prima che ci arrivino altri.”.

Davide Coni era entrato a far parte dell'O.M.P.B.I. da meno di due mesi. Il suo lavoro, in questo breve periodo, era stato quello visionare alcune notizie, redigere rapporti e schedarli. Da tempo gli organi di stampa, le televisioni e le radio possedevano dei filtri per le notizie. C'era sempre qualcosa che la gente comune non doveva conoscere. La fonte migliore era Internet con sotto-trame nei blog e in alcuni siti che venivano monitorati sempre dagli agenti di quell'agenzia. Avevano tre anni per prepararsi, ma il tempo scorreva inesorabile.

Sei qui da poco” disse Corrado, “ma le cose più importanti le capirai seguendo i nostri passi. Non fare domande su cose che ancora non capiresti, cose che sono più grandi di te. Questo è l'unico consiglio che mi sento di darti.”.

Corrado aprì il cassetto della credenza e tirò fuori un giornale regionale: Portaportese. Si misero entrambi seduti al tavolo del soggiorno, mentre su di esso c'erano decine di fogli sparsi, appunti, memo. Nella confusione Corrado sapeva dove cercare.

Adesso cosa dobbiamo cercare?” chiese Davide osservando la prima pagina. Corrado puntò il dito alla voce regali, sfogliò le pagine finché trovò ciò che stava cercando.

Regalo cucciolo femmina di bracco che giunge dagli Usa.

Solo veri amanti dei cani.

E' già svezzata e pronta per l'addestramento.

Corrado sorrise e scrisse il numero di telefono su di un foglio giallo, uno spicchio di sole penetrò dalla finestra illuminando parte del tavolo. “Ci vorrebbe del buon caffè, adesso” gli disse Corrado sorridendo.

Mentre Davide preparava la moka, Corrado segnava gli ultimi appunti che gli interessavano.

Credo che oggi comincerai a capire altri piccoli dettagli.” disse Corrado.

A cosa ci serve un bracco?” chiese il collega versando il caffè in due tazzine. Corrado si era alzato dirigendosi all'unica finestra che dava verso l'esterno: una piccola piazza circondata da edifici alti otto piani. Un solo varco portava verso Via di Borgo Pio, sempre piena di turisti quasi a tutte le ore.

Li vedi quei barboni?” chiese Corrado osservandone uno con le stampelle.

E allora? Se ne stanno sempre lì, come fossero dei monumenti.”.

Corrado posò una mano sulla sua spalla e finì di bere il suo caffè: “Spesso l'apparenza inganna” disse prendendo dieci euro dal suo portafoglio.

Davide uscì dall'ufficio dopo aver ricevuto le direttive su ciò che doveva fare. Un compito semplice, quasi stupido, ma che sembrava avere dei fini molto importanti. Ancora non riusciva a comprendere cosa stava facendo.

Via di Borgo Pio era piena di turisti anche a dicembre, anche quando il sole stava calando e fuori tirava tramontana e il cielo privo di nuvole era così azzurro...

Alcuni turisti tedeschi sedevano fuori da un pub a bere birre ghiacciate, chiacchierando e ridendo. Davide si affrettò a girare l'angolo per entrare nella piazzetta. Tre barboni sedevano in mezzo alla piazza, usando un grande vaso circolare di marmo come fosse quasi la loro casa. Erano trasandati, sudici, chissà da quanto tempo non si lavavano.

Vide quello con le stampelle, che era un po' defilato rispetto agli altri due, e si fece coraggio.

Tieni ragazzo, così almeno questa sera cenerai con qualcosa di nutriente.”.

Il barbone alzò lo sguardo sul suo, forse gli voleva trasmettere riconoscenza, forse era una cosa che avevano fatto centinaia di volte i colleghi di Corrado e, il barbone, non era altro che un attore messo là per qualche oscuro motivo. Che razza di situazione, si ritrovò a pensare Davide.

Che dio te ne renda merito!” disse l'uomo delle stampelle. Che strano, era proprio la frase che gli doveva dire appena Davide gli avesse consegnato i soldi e il foglietto giallo, così tornò in ufficio.

Corrado gli aprì la porta e lo fece accomodare al tavolo, forse gli doveva alcune spiegazioni.

Prima che tu mi faccia delle domande, proverò a spiegarti alcuni protocolli che usiamo in questa organizzazione.” disse Corrado in tono quasi paterno, dopo tutto Davide doveva ancora imparare molto.

Fra due giorni, a Fiumicino, giungerà una bambina dagli Stati Uniti, da Dale precisamente. Per avere notizie sui bambini usiamo questo giornale” disse indicando la rivista, “e ci serviamo di alcuni agenti per diramare notizie o spostamenti. A Roma abbiamo una rete fitta di agenzie indipendenti, centinaia di agenti che operano sul campo, che sorvegliano e, magari, intervengono.”.

Come sai della bambina?”.

Usiamo dei codici che conosciamo solo noi. Se dovessimo capire che qualcun'altro ne è a conoscenza, alcuni cambierebbero le parole da usare negli annunci. Cerchiamo di restare nel più assoluto anonimato, finché non avremo ciò che stiamo cercando.”.

Niente cellulari, niente e-mail, niente che possa essere ritracciato o monitorato” si affrettò a ribadire Corrado.


Saryo alle 10:12 in: racconti, fantastico, 21 dicembre 2012
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martedì, 14 aprile 2009

"21 dicembre 2012" (6° Parte)

Il faro di Greendale

 Città di Dale – 04 Marzo 2009 – 09:00 Stati Uniti d'America

“Resta!” disse Markus, il cane osservò la mano del padrone, un comando secco e inequivocabile, così si accucciò a terra. La mano di Markus era aperta con le cinque dita ben visibili, ferme. Polar Star attese un successivo comando.

Il sole era una visione poco appariscente dietro una coltre di nuvole bianche, l’aria fresca di marzo giungeva dal mare, portando quel profumo di sale misto allo iodio. Il campo allestito per l’addestramento era situato ad un centinaio di metri dal mare, a volte si avvertiva il rumore delle onde, trascinato con prepotenza dal vento.

Polar Star osservò concentrata la mano del suo padrone, la guardò muoversi indicando il primo ostacolo e si mosse. Entrò nel tubo di plastica, era a forma di serpentina, e ne uscì preceduta dai rumori dei suoi passi. Quel rumore che provocava il passaggio del suo cane nel tubo di nylon a Markus piaceva. Somigliava tanto a due lembi di giacche a vento strofinati fra loro.

“Vai” disse Markus, ed il cane iniziò il percorso, superando una barriera dopo l’altra. L’indice della sua mano indicava un punto ben preciso, una direzione da seguire, così superò una serie di ostacoli, un ponte rialzato, tavole strette e alte. Il padrone la seguiva fisicamente, facendole sentire la propria presenza, incoraggiandola.

L’uomo continuò a seguire con lo sguardo Polar Star, era veramente formidabile nei salti e senza indugi passava ogni singolo esame. Markus l’attese al termine dell’ultimo, se ne stava in ginocchio mentre la grossa cagna labrador lo raggiunse correndo. L’enorme coda color crema si muoveva all’impazzata, mentre lei quasi abbracciò il suo amato padrone.

“Sei stata bravissima Star” le disse strapazzandole la faccia e accarezzandole il muso tozzo ma bello. “Sai cosa ti meriti?”, Markus aprì una delle tasche del giubbotto color crema e tirò fuori alcuni croccantini, glieli porse ed attese che lei se li mangiasse tutti.

“E’ un labrador?”, una donna sopraggiunse da dietro, aveva appena oltrepassato un cancelletto di legno, che serviva a separare il campo per gli esercizi da alcune piccole tribune fatiscenti. Lui quasi cascò dalle nuvole, non si era accorto della presenza di una spettatrice.

“Si” rispose lui riprendendo in pieno il controllo, “E’ una femmina di due anni”. Markus si girò verso la ragazza, continuando ad accarezzare il cane e si sentiva fiero di lei e di come la gente li osservava durante i loro estenuanti esercizi. La ragazza si avvicinò con un certo timore, mostrò il dorso della mano per farselo annusare e Polar fece la sua conoscenza.

“Mi chiamo Eveleen” disse la ragazza porgendo la mano verso di lui. Il cane li guardò dal basso, sembrava non volesse disturbarli mentre facevano conoscenza a modo loro.

“Piacere, Markus Heys” disse lui senza alcun imbarazzo. La ragazza era graziosa, lunghi capelli lisci tra il castano ed il rossiccio, un viso splendido e raggiante: proprio una bella persona.

“Non sei di queste parti, vero?” chiese Markus tornando a prendersi cura del cane, lei scosse la testa: “Veramente sono arrivata ieri, non ero mai stata a Dale, la trovo piuttosto…riservata”. Lui sorrise, la cittadina di Dale era abitata da un migliaio di persone, d’estate, invece, la popolazione aumentava in maniera esorbitante. Molti venivano da fuori, magari anche solo per il fine settimana, per passare del tempo al mare.

“E’ proprio così” le rispose sorridendo, “hai indovinato il termine giusto”. Eveleen pensò di aver esagerato, magari di aver calcato la mano e non conosceva affatto Markus, avrebbe anche potuto offenderlo con quell’affermazione. “Mi dispiace” disse, “non volevo essere offensiva, solo che un paese come questo mi va un po’ stretto”.

Markus continuò a dare attenzioni verso Polar Star, poi si alzò. “Non sei stata affatto offensiva. Hai da fare? Intendo se avevi particolari programmi per la mattina”. Eveleen accettò volentieri la sua compagnia, Markus le era parso un tipo diverso dal resto degli abitanti, persino molto simpatico.

“Vuoi fare un giro in barca?” le chiese riprendendosi le attrezzature del suo cane, lei sorrise, le sembrò quasi uno scherzo, poi lui indicò un punto verso il mare. Uscirono dall’area attrezzata e superarono un casottino di legno, oltre tutto questo, una splendida distesa di sabbia chiara li separava da un mare azzurro, così invitante.

“Lo vedi quel faro?” chiese lui, Eveleen guardò oltre Markus: un’isola verdeggiante si ergeva dal mare, come fosse una scultura. “Che cos’è?” chiese osservandola con curiosità, oltre le cime degli alberi spuntava una grossa costruzione in cemento, finemente pitturata di verde per non far contrasto con la vegetazione.

“Si chiama GreenDale” disse Markus, Eveleen lesse una punta di orgoglio in quella frase, ma si concentrò su quell’immagine. Un grande faro svettava oltre l’edificio e sembrava superare persino i trenta metri d’altezza.

Markus ed Eveleen, preceduti da Polar Star, si avviarono verso la spiaggia, la fina e chiara sabbia scricchiolava appena sotto il loro peso, mentre il cane correva qua e là, annusando l’aria che proveniva dal mare. Raggiunsero il bagnasciuga in pochi minuti e la ragazza notò un piccolo pontile di legno, una barchetta a remi dondolava cullata dalle rare onde che giungevano dal mare aperto.

“E tu vorresti portarmi fino al faro con quella?” chiese stupita Eveleen appena giunta davanti al molo, Markus sorrise e superò la ragazza armeggiando poi con le cime d’ormeggio. Si fermò davanti a lei con l’ultima cima in mano e disse: “Non aver paura, è una cosa che faccio spesso non appena conosco una ragazza forestiera”. Scese sulla barca agilmente tenendola ferma vicino al pontile. Agli occhi di Eveleen sembrò un gesto rassicurante, come una cosa fatta ripetutamente e così si convinse a seguirlo.

Markus attese qualche attimo prima di sistemare i remi nei sostegni, osservò il pontile e diede un comando al suo labrador. Polar Star si mise seduta e si fece prendere in braccio per salire anche lei a bordo. A quel punto spinse la barchetta lontano dal molo e cominciò a remare vigorosamente.

Eveleen si era seduta nel posto a prua, il cane al centro e Markus quasi a poppa. Ad ogni colpo di remo la barca arrancava verso la meta, le deboli folate di vento facevano svolazzare i lunghi capelli di Eveleen in avanti e quasi le coprivano il viso. Non sentiva affatto freddo con i jeans, con la sua camicetta ed il maglione bianco che indossava: era presa a guardarsi intorno, verso l’isola che sembrava venirle incontro.

“Cosa fai tu nella vita, fai solo l’addestratore di Polar?” chiese lei accarezzando il cane, per un attimo le era parso che il labrador sorridesse mentre gli accarezzava il mento morbido, poi chiuse gli occhi godendo appieno di quei trattamenti affettuosi. Tra una remata e l’altra Markus le rispose: “Per adesso mi godo una vacanza perché presto io e Star prenderemo il brevetto di salvataggio con la Protezione Civile, così ci dovremo trasferire. La sede principale non è qui, questo è solo un piccolo distaccamento”. Markus continuò a spingere la barca verso GreenDale con profonde remate, la corrente marina sembrava debole, almeno in quel punto.

“Piuttosto, come mai sei venuta a Dale? Conosci qualcuno, oppure alloggi in qualche locanda?”, Eveleen buttò la schiena indietro appoggiandosi con le mani al bordo della barca, il sole era tornato a splendere nel cielo risaltando il chiarore della costa sabbiosa. Sembrò volersi rilassare e abbronzarsi il viso. “Veramente conosco qualcuno, alloggio da mia zia e forse tu la conosci: si chiama Cynthia Forst”, attese qualche sorta di frase ironica ma invano. “Cynthia” ripeté lui, “Abita nei pressi della stazione, giusto?”. Lei annuì soffermando lo sguardo sul cane, adesso emetteva dei guaiti come se fosse contenta di rivedere qualcuno. Il tempo era passato veloce ed Eveleen non si era accorta che stavano per giungere ad un altro molo, un piccolo urto l’avvertì che erano arrivati a destinazione.

Markus salì sul molo di GreenDale con un salto, legando la cima ad un ormeggio. Aiutò lei a scendere dalla piccola imbarcazione ed aspettò che Polar Star saltasse da sola. “Siamo a destinazione, sani e salvi” disse infine alla nuova amica e indicò un piccolo sentiero che dal molo conduceva verso un grande edificio tra la vegetazione. “Vorrei presentarti qualcuno” le disse per rendere la piccola gita più interessante, “Vuoi dire che non è un’isola disabitata?” chiese lei perplessa, guardandosi intorno. Il cane guaì e scattò lungo il viottolo che s’infilava fra la vegetazione, come per far strada ai due nuovi ospiti. Markus ed Eveleen avanzarono fianco a fianco dove la larghezza lo permetteva.

“Vengo spesso qua, è un posto fantastico ed isolato. Ogni tanto amo riflettere da solo, veramente non sono mai solo” ribadì guardando all’indirizzo del labrador che li stava attendendo seduta e con una lingua rosa a penzoloni. A lei la scena ispirò tenerezza, strappandole un velato sorriso.

Una grande varietà di alberi si susseguivano lungo il sentiero, alcuni erano palme di diverse altezze, come piccoli nuclei famigliari distinti. Un intenso profumo si levava nell’aria e proveniva da molti alberi in fiore: i colori erano vivaci rendendo quel luogo quasi un quadro appena dipinto.

Eveleen inspirò profondamente mentre proseguivano senza fretta verso la base della costruzione. Il grosso faro a pianta circolare svettava su tutto, rendendo il resto piccolo e quasi insignificante. “Sento profumo di carne alla griglia” disse all’indirizzo di Markus, lui non ne sembrò sorpreso. “Per la verità” dichiarò, “volevo presentarti qualcuno, credo proprio che ne resterai entusiasta”. Eveleen non replicò, si fermò lungo il viottolo con le mani nelle tasche dei jeans, assumendo un atteggiamento di chi attende.

Polar Star abbaiò, la sua voce proveniva da dietro un muro di siepi alte quanto un uomo. Per la verità le siepi seguivano il perimetro di un grande edificio. Eveleen avanzò timidamente verso quella grande costruzione, la sua mano proteggeva gli occhi dalla luce del sole, mentre davanti a lei appariva in tutta la sua magnificenza il faro di GreenDale. La grossa cupola di vetro sembrava un piccolo diamante illuminato dal sole, era proprio questa l’impressione la prima volta che l’aveva vista.

Un uomo dalla grande stazza apparve da quello che sembrava l’ingresso principale, timidamente uscì fuori dalla sua dimora, forse attirato dal labrador. Markus superò la ragazza per farle strada, mentre Polar Star saltava su quell’uomo, mostrandogli tutto l’affetto che poteva.

“Che piacere avere la tua compagnia” disse al cane, mettendoglisi in ginocchio ed accarezzandolo. Polar Star guaì un paio di volte, con la parte anteriore a terra e quella posteriore in su, la coda tozza color crema si muoveva velocemente fendendo l’aria. Markus raggiunse i due, subito seguito dalla ragazza: iniziarono le presentazioni.

“Caro Markus, è un vero piacere riaverti come ospite” gli disse l’anziano, il suo sguardo profondo ma cordiale si mosse su Eveleen. Lei si sentì un po’ a disagio. “Gli amici di Markus sono miei amici” disse al suo indirizzo, come per tranquillizzarla. Eveleen gli strinse la mano dicendogli il suo nome, lui le rispose: “E’ un vero piacere fare la sua conoscenza, mi chiamo Henry Port, il guardiano del faro”. Da quando Markus aveva fatto la sua conoscenza, aveva subito capito quanto gli piacesse specificare il suo ruolo sull’isola, come un militare che si presenta a qualcuno con nome e grado, sottolineando ciò che è.

“Cosa vi porta da queste parti? Non sarà mica il profumo delle mie bistecche?” Henry rise guardando i due nuovi ospiti, sembrava felice che Markus fosse venuto a trovarlo. “Proprio oggi ho incontrato Eveleen, sai, dove alleno Star”. Henry annuì.

“Bhè, dopo le presentazioni bisognerebbe mostrare ad Eveleen questo magnifico monumento” disse il guardiano, “mi piacerebbe che facessi da guida”. Polar Star senza indugi entrò nella grande dimora di Henry come per mostrare la strada, tutti e tre risero come se il cane si fosse auto proclamato guida della gita. “Intanto scusatemi, ho della carne sul fuoco” disse loro, “mi piacerebbe avervi ospiti a pranzo” terminò prima di scomparire dietro l’angolo destro.

Eveleen ne fu subito colpita, l’ingresso dell’edificio era in legno massello, sembrava di noce scuro e molto resistente. Scrutò con attenzione i due ampi portali come fossero una cosa mai vista nella sua esistenza. Varcarono la soglia lentamente, mentre Polar Star li attendeva all’interno annusando i quattro angoli del locale, accertandosi che nel tempo nulla fosse mutato.

“Questo è un ambiente che non viene concepito più durante la costruzione delle case, al giorno d’oggi” disse Markus. Eveleen non poté che notare le due alte credenze poste una di fronte all’altra, contenevano molti recipienti di vetro dalle svariate forme. Le credenze ed il loro contenuto erano posti in modo simmetrico, quasi scientificamente simmetrico.

“Di cosa si occupa Henry?” chiese lei all’improvviso, Markus guardò il primo arco in muratura che contraddistingueva i vari ambienti diversi. “Magari del faro?” rispose serio. Eveleen fece roteare gli occhi in maniera goffa ma involontaria. Si soffermò su ciò che c’era sulle due pareti e quanto fosse poco illuminata quella stanza.

“Gli piace andare a pesca, legge molto e cucina un’ottima carne” continuò lui, la risposta che Eveleen aveva avuto non era stata soddisfacente, lo si leggeva nel viso. “Per di qua” le disse facendo strada, varcarono il primo arco. I sottili mattoni in cotto formavano una splendida cornice per l’altra stanza, era grande quanto la prima.

La struttura del faro era circolare e sorgeva proprio al centro dell’edificio. Markus ed Eveleen, dalla sala da pranzo, vedevano una rampa di scale costruita del medesimo materiale dell’arco. Queste giravano intorno alla grande struttura circolare e portavano fino alla sommità del faro stesso, proprio verso quel diamante illuminato dal sole.

“L’arredamento è favoloso” esclamò Eveleen, “non ne so molto di antiquariato, ma sembra molto vecchio”. Attraversarono la stanza e lei ne subiva il fascino.

Markus si fermò di fronte la rampa di scale: “Anche per me Henry ha buon gusto” disse, le fece segno di seguirlo. Polar Star li superò inerpicandosi su quell’enorme scala a chiocciola. Il colore rosso scuro o marrone anticato sembrava predominante in tutta la casa.

Uno scorrimano in acacia correva lungo la parete esterna, appena superata l’altezza del soffitto, il faro diveniva una struttura a sé, visibile da molti chilometri di distanza.

Markus osservò Eveleen mentre appoggiava la mano sul pregiato legno, ogni tre metri attraversava degli occhielli dorati e ben fissati alla parete. Faceva scorrere distrattamente la mano sul legno ben levigato.

Salirono le scale. Ogni dieci metri nel muro c’erano delle piccole finestrelle per il ricircolo d’aria e loro ci si affacciavano. Sembravano due bambini curiosi. Dalla cima di quella torre udirono l’abbaiare del cane, appariva più che altro un incoraggiamento a proseguire, così corsero in cima e dall’oscurità giunsero alla luce del sole.

Una piccola porta di legno cigolò, era aperta per metà e una corrente d’aria la muoveva facendo cigolare i due cardini. Markus si fermò davanti ad essa, seguito subito dalla ragazza. La coda di Polar Star era immobile appena dietro l’uscio, il muso all’insù, intenta ad annusare nuovi odori.

Il faro era spento di giorno, Eveleen si soffermò a guardare il grande vetro trasparente e spesso. Era illuminato dal sole e ne rifletteva la luce come rischiarandosi di un bagliore proprio.

Uscirono su un balcone, girava intorno alla grande cupola di vetro e il cane se ne stava seduto a guardare fuori, ad annusare. Lei si coprì il collo con il colletto della camicia, là in cima faceva più freddo e le raffiche di vento erano più intense. Si ritrovò con una giacca sulle spalle, era color crema e con molte tasche. Markus guardò il suo cane, poi si mise affianco ad Eveleen. “Grazie” disse lei chiudendo la cerniera del giubbotto. Markus le sorrise ed appoggiò le mani sul parapetto di ferro, il vento sferzava i capelli di entrambi, ma quelli di Eveleen si dimenavano sulle sue spalle come cavalli imbizzarriti.

Guardarono giù entrambi, la vegetazione rigogliosa, le diverse piante con i loro fiori di colore acceso. “Ad Henry piacciono le rose” disse Markus come se gli fosse venuta in mente un’idea. Il fumo del barbecue saliva prepotente disperdendosi subito dopo, ma il profumo della carne giungeva fino a loro, prima di tutti a Polar Star.

“Allora ti è piaciuta la mia casa?” chiese Henry con una voce calda, come se conoscesse quella ragazza da almeno dieci anni, “E’ superbamente arredata, complimenti veramente” disse lei entusiasta di come si era messa la giornata. “Perfetto” rispose lui, “ancora qualche minuto ed anche la carne lo sarà”.

Markus diede una mano ad apparecchiare la tavola, era in ferro battuto e posta sotto un grande gazebo. Una tovaglia bianca adornata da disegni di rose rosse ne copriva il piano ed era in perfetto abbinamento con i cespugli di rose vicino alla grande siepe.

Il pranzo venne messo in tavola, Henry indossava una camicia a righe verticali bianche e blu, un paio di pantaloncini beige ed era di buon umore. Entrambi gli ospiti avevano notato quanto la sua giornata girasse bene, anche se ai loro occhi non era accaduto nulla di speciale.

Appena l’anziano aveva portato due vassoi di carne ben cotta sulla tavola, Markus ed Eveleen presero posto. “Allora, come te la passi Henry? Vuoi festeggiare qualcosa di speciale?” chiese Markus guardandolo stappare un ottimo vino rosso. Lui aprì la bottiglia e gli si mise seduto di fronte, versò del vino ad entrambi e poi a sè stesso. La cordialità era uno dei suoi pregi, ma in quel giorno gli era parso eccessivo.

“La vita sorride agli audaci” affermò Henry tagliando un lembo di carne e mangiandolo. Polar Star sedeva vicino a Markus, attratta dal profumo della carne.

“E va bene” disse il vecchio guardiano, gli occhi gli scintillavano di vitalità, di vita, sembravano essere spiritati. “Vi devo confessare alcune cose” continuò, “in realtà sono uno studioso di scienza. Due anni fa lavoravo a un progetto in Svizzera, a Ginevra, presso il centro studi del Cern.”.

“E che cosa facevate di preciso?” chiese la ragazza. Forse le cose si stavano facendo interessanti, un aspetto nuovo che si ricollegava a quella casa, quell'ambiente pregno di oggetti curiosi.

“Fisica quantistica, particelle, atomi...” l'uomo abbassò il tono della voce aggiungendo: “Black Hole”.

“Hai detto buchi neri?” chiese per conferma Eveleen, teneva le dita delle mani intrecciate e i gomiti appoggiati sul tavolo, lo sguardo sugli occhi di Henry.

“Venite, vi mostro una cosa!” disse alzandosi, e, prima di dirigersi verso l'ingresso di casa, si pulì i calzoncini corti.


Saryo alle 20:31 in: racconti, fantastico, 21 dicembre 2012
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giovedì, 02 aprile 2009

"21 dicembre 2012" (5° Parte)

 

Il faro di Greendale

Città di Dale – 03 Marzo 2009 – 18:50 Stati Uniti d'America


Sofia e Mark stavano seduti nella jeep Cherokee in silenzio. Il sole stava tramontano di fronte a loro, colorando il mare di un rosso fuoco, ancora pochi minuti e si sarebbe nascosto sotto il mare. Qualche gabbiano volò sopra l’auto dirigendosi verso l’isoletta di GreenDale.

Lei sospirò osservando l’immensità del mare, lui cominciò a giocherellare con il volante. Avevano molte cose da dirsi, ma entrambi non sapevano da dove cominciare. “Come sta tua madre?” le chiese tentando di rompere il ghiaccio, Sofia sembrò ringraziarlo con lo sguardo, sembrava in difficoltà persino nel cominciare a parlare. Lei sorrise dolcemente guardandolo negli occhi, prendeva forza per affrontare la discussione. Da giorni non si vedevano, lei gli aveva chiesto del tempo per riflettere, per capire se valeva la pena continuare a vivere insieme.

Mark la guardò in viso, gli occhi scintillanti sembravano non riuscire a trattenere più le lacrime, lui si accorse di fissare i suoi capelli castano chiaro, ben raccolti in una lunga coda.

“Sta bene, grazie” rispose dopo aver raccolto alcune idee. Emise un sospiro, “Mark” disse lei con voce alquanto tremolante, “Non credo sia meglio continuare a vederci”. Lui non ribatté, aveva avuto modo di riflettere a come stava procedendo il loro rapporto, pensando il giorno e la notte a come nel tempo si fosse logorato, nonostante soffrisse.

Il sole era calato sotto la linea di confine, rivelando la presenza di alcune stelle nel cielo, le più luminose.

All’improvviso un bagliore nacque dal mare, a poche centinaia di metri dalla costa e Mark lo vide bene. Si girò da entrambe le parti, voleva sincerarsi che fossero soli oppure qualche altro testimone avesse visto. Nulla. La costa era deserta, aprì lo sportello dalla sua parte e scese, Sofia seguì i suoi movimenti dall’interno dell’abitacolo, inducendo quel gesto alla disperazione. Lo imitò raggiungendolo e gli si mise affianco.

“Non possiamo andare avanti così” gli disse, “Non provo più quel fremito che avevo tempo fa. Qualcosa è andato storto e non è colpa nostra”. Il suo torace si muoveva a ritmo serrato, le si era formato anche un groppo in gola e la sentiva arsa. Tuttavia lui non sembrava turbato dalle sue parole, non adesso per lo meno. I suoi occhi scuri scrutavano il mare, l’immenso oceano che si estendeva davanti a loro, fermandosi spesso sul faro di GreenDale, sulla luce che guidava la rotta di tutte le imbarcazioni.

“Mark…io” disse con voce rotta quasi dal pianto, un altro bagliore catturò la sua attenzione, questa volta però anche Sofia aveva visto: un bagliore quasi accecante e lontano, come quello dei fuochi d’artificio ma senza alcuna esplosione. Un bagliore tanto silenzioso, quanto luminoso.

“Che cazzo era?” chiese lei impietrita dalla paura e dallo sbigottimento, finalmente lui aprì la bocca e tornò a parlare: “Non ho mai visto nulla di simile e non è colpa del faro”. Rimuginò ancora qualche minuto, poi l’attenzione tornò verso Sofia, verso la loro storia.

* * *

“Oggi siamo in pochi in ufficio” disse Antony Call. L’auto della polizia di Dale andava piano percorrendo la strada che costeggiava chilometri di spiagge, naturalmente si trovava nella zona di sua competenza. Si trattava del solito giro di ronda serale prima di rientrare in ufficio dagli altri colleghi.

Antony era il responsabile della polizia locale e, sotto il suo comando, c’erano otto agenti e due poliziotte. Aveva da poco acquisito l’incarico ma non se ne era vantato con nessuno.

“Allora, cosa ti ha preparato di buono per cena Mary?” chiese Borys Carter. Se ne stava seduto al suo fianco guardandosi le unghie delle mani, in grembo teneva il suo cappello di ordinanza nuovo di zecca, visto che era appena passato agente effettivo. “Ancora non lo so, a lei piace farmi le sorprese”, rispose Antony dando un’occhiata alle spiagge deserte.

L’asfalto era quasi bianco, qualche giorno prima c’era stato vento forte e un po’ di mareggiata, così molta sabbia si era trasferita sul manto stradale. Al passaggio della loro auto la sabbia si spostava quasi seguendola.

All’improvviso Borys smise di controllarsi le mani e guardò alla sua sinistra esclamando: “Ehi! Quella è la macchina di Mark, che ne dici di un salutino?”. Antony sorrise solo all’idea, “Perché no? Magari rimedio qualche pesce per questa sera, vorrei fare anche io una sorpresa a Mary”.

L’auto della polizia girò a sinistra, entrando in un parcheggio praticamente vuoto. Sassi e ghiaia saltarono al loro passaggio, poi un polverone si sollevò mentre si parcheggiavano. I due agenti scesero fra il silenzio di quel luogo, il sole era già calato ed il cielo privo di nuvole era colorato di turchese. Un paio di lampioni illuminavano vagamente i due angoli opposti del parcheggio, nei pressi della spiaggia.

Si avvicinarono alla jeep di Mark e gli girarono intorno. Gli sportelli erano spalancati e non c’era traccia di nessuno nei paraggi. “Saranno andati a farsi un bagno” disse Borys mettendosi il berretto in testa. “Con questo freddo? Lo escluderei” rispose il collega.

Antony si frugò in tasca in modo goffo, sembrava gli andasse a fuoco il giubbotto della divisa, da una tasca interna tirò fuori il suo telefono cellulare. Cercò nella rubrica e fece partire una chiamata. Un telefono squillò all’interno della jeep, per una decina di secondi e poi tacque. “Non ha il telefono con sé” costatò Antony quasi deluso.

“Allora, come procediamo?” chiese Borys affacciandosi all’interno dell’auto per dare un’occhiata, l’altro non rispose, vagò là intorno osservando la terra, la sabbia. Il collega lo vide dirigersi verso la battigia, era partito dall’auto e sembrava seguire una direzione certa, lineare, come se sapesse dove cercare. Borys lo raggiunse di corsa, entrambi con le torce in mano.

“Trovato qualcosa capo?”. Antony se ne stava impalato, muovendo solo la luce della lampadina a destra e sinistra, avanti e indietro. “Cosa ti sembra questo?” chiese a Borys improvvisamente. “Non saprei” rispose lui, “Cosa dovrebbe sembrare?”, cercò d’illuminare una vasta zona intorno a loro, una specie di grande buca e, venti metri più avanti, il mare s’infrangeva continuamente sulla battigia.

“Cazzo, ci siamo dentro!” sbottò Antony. Il collega indietreggiò e si accorse di risalire un pendio, illuminò la sabbia sotto i piedi e ne prese un po’ nel palmo: aveva un colore scuro, dannatamente più scuro.


Saryo alle 10:29 in: racconti, fantastico, 21 dicembre 2012
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