mercoledì, 31 dicembre 2008

"Il cacciatore di taglie" (4° Parte)

Buon 2009 a tutti!

La stanza in cui doveva passare la notte non era un granché, ne aveva viste di migliori, ma a lui bastava un materasso morbido, una semplice coperta e un guanciale dove poggiare la testa. Era di semplici pretese. Ma passare qualche ora in compagnia di una... Nemmeno lui sapeva come definirla, forse scomoda presenza.

Mi chiamo Cyvin” disse osservando dalla finestra. Non si doveva nemmeno girare a fissare il suo interlocutore.

Cyvin, ripetè la voce come per ricordarlo, poi aggiunse: dove si va?

A cercare qualcuno che ci aiuti.”. Il sole era tramontato trascinando con sé luci e colori; il villaggio era divenuto tetro e triste, solo delle torce accese erano state appese lungo il perimetro delle mura per scacciare l'oscurità. C'era qualcosa nell'aria che Cyvin non aveva notato prima: un profumo intenso.

Il villaggio di Cerit stava mutando, molta gente era uscita di casa par recarsi in un luogo, così entrambi decisero di seguirli.

Cyvin sperava che Nathan non facesse domande, comunque non gli avrebbe risposto, oppure avrebbe destato sospetti negli abitanti. Persino l'oste stava seguendo le altre persone, dirigendosi verso l'altro ingresso del villaggio. Le sentinelle erano ombre sulle alte mura e controllavano il perimetro di quel luogo che non possedeva nulla di un certo valore, almeno all'apparenza.

Ma dove vanno tutti? Nathan non aveva resistito e Cyvin si era solo girato nella direzione da cui proveniva la sua voce.

Proseguirono a camminare lungo la via centrale, le porte delle abitazioni si aprivano e, uomini, donne e bambini e anziani, si riunivano in quella sorta di migrazione. Qualcuno era provvisto di torcia che illuminava terra e polvere di cui era fatto quel largo sentiero. Cyvin si sentiva osservato dagli abitanti di quel luogo. La fonte di quell'intenso profumo non era distante.

Quella sera si stava alzando anche la nebbia, che rendeva quel villaggio ancora più strano. Se ne era accorto solo quando era giunto nelle vicinanze delle mura, la visibilità era poca, le ombre si allungavano sul terreno: poteva apparire quasi un sogno. Le persone che vi abitavano non erano molto cordiali, ma piuttosto schive. Parlavano poco fra loro, sembrando quasi concentrati.

Benvenuti al Tempio del Giglio” diceva una voce, “Fratelli, prendete posto.”.

Cyvin trasalì, poi, la voce di Nathan, confermò la sua sorpresa: Ma in che razza di posto siamo capitati?

Un piccolo lago sorgeva all'interno del villaggio, poi c'erano centinaia di fiori che lo circondavano: erano tutti della stessa specie, erano tutti gigli dai colori accesi, con sfumature che mutavano di fiore in fiore. Il profumo, ora, era molto intenso.

Deve trattarsi di una specie di culto, disse Nathan senza aspettarsi alcuna risposta. Anche Cyvin avrebbe voluto parlare, dire le sue impressioni su quello strano avvenimento.

Venite a prendere posto, per favore” disse un uomo in cima ad un lungo pontile. Né Cyvin, tantomeno Nathan, lo avevano visto. La gente cominciò a salire sulle assi che formavano quel ponte: esso attraversava il lago da sponda a sponda e, una grande struttura in legno, la proteggeva. Non c'erano pareti, ma solo robusti pali ed un tetto spiovente che lo ricoprivano. L'acqua era trasparente e calma, su di essa c'erano i riflessi di tutte le torce che crepitavano nella notte.


Saryo alle 09:42 in: racconti, fantasy, il cacciatore di taglie
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lunedì, 29 dicembre 2008

"Il cacciatore di taglie" (3° Parte)

Il sole stava calando verso ovest, scomparendo dietro i tetti fatiscenti del villaggio. Cyvin, nonostante avesse provato a dormire, sentiva quella dannata voce che dialogava con lui. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, sperando persino che dio gli concedesse una grazia: che fosse diventato sordo. Ecco, quello sarebbe stato un evento che avrebbe accolto con gioia, date le circostanze.

Abbiamo un problema in comune, disse la voce. Dal tono che usava, a Cyvin parve che quella presenza si fosse piazzata sul suo letto, in fondo ad esso.

Non sono pazzo!” disse Cyvin a se stesso, “continuo a sentire questa...maledizione. Per quanto ancora?”.

Cyvin percepì che si era spostato, udendolo ancora più vicino a lui. Non posso toccare nulla, attraverso gli oggetti, gli...passo attraverso. Non ho fame, né sete. Ho paura! Sei l'unico che potrebbe comprendere. Il tono si fece preoccupato, insofferente. Mi devi aiutare, non hai altra scelta.

Cyvin si distese sul letto, ancora incredulo per ciò che gli stava accadendo.

Caro amico, mi devi aiutare! Ripeté la voce.

A parte che non siamo amici, io...non ho amici, non ne ho bisogno!” volle puntualizzare Cyvin. “Comunque...” l'uomo si alzò dal letto dirigendosi alla finestra, aveva poggiato le mani su di essa, poi l'aprì. Un vento caldo era entrato e due tende stropicciate si mossero per la brezza; Cyvin aveva esitato, sentiva la presenza di quella cosa, come se qualcuno lo stesse guardando di continuo. “...non conosco il tuo nome.”.

Nathan Derr. E il tuo?

Per un solo istante, Cyvin, aveva sperato che non vi fosse alcuna risposta. Appena l'aveva sentita socchiuse gli occhi. Possibile che stava accadendo tutto per davvero? Era chiuso in una squallida stanza a parlare con una...voce. Il volto del ladro di cavalli nemmeno se lo ricordava più, era stato uno dei tanti a procurargli cibo e riparo.

La vita, nel villaggio di Cerit, proseguiva: la gente affollava le polverose vie pensando ai fatti propri. Cyvin osservava le persone, forse era un modo per evadere da quella situazione grottesca.

La porta della stanza si aprì all'improvviso, cogliendo l'uomo di sorpresa. La faccia dell'oste osservò la camera, poi posò lo sguardo su Cyvin.

Ti ho sentito parlare” disse l'uomo entrando per ispezionare l'ambiente. “Hai pagato la stanza per una sola persona, non penserai di farmi fesso?”

Ti è mai capitato di parlare con te stesso?” chiese Cyvin sedendosi sul letto, non attese una risposta: “Bé, a me capita di frequente”.

L'oste lo guardò con sospetto, aveva appurato che non ci fosse nessuno con lui: “Attento, ragazzo, i furbi li tengo d'occhio”. Non aggiunse altro e se ne andò borbottando qualche frase richiudendosi la porta.

Cyvin sospirò. “Credo che farò visita a un tizio” disse a voce più bassa.


Saryo alle 15:32 in: racconti, fantasy, il cacciatore di taglie
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sabato, 27 dicembre 2008

"Il cacciatore di taglie" (2° Parte)

Eccoti il piatto della casa” disse l'oste, quasi lanciandolo sul tavolo a cui era seduto. La locanda si stava riempiendo, il ladro di cavalli doveva aver seguito il proprio destino. Le urla erano cessate da un pezzo, e la gente stava facendo ritorno alle proprie faccende.

Cyvin diede un'occhiata al piatto che aveva davanti: carne di Emu ben cotta. Provò ad immaginare come fosse stata la vita della bestia che stava per mangiare, ma poi decise che non ne valeva la pena, che era meglio concentrarsi sul pasto. Erano giorni che mangiava solo cibo essiccato e privo di...gusto e sapore.

Stava per affondare il coltello nella tenera carne quando udì una voce familiare.

Sei contento? Sei soddisfatto di quello che hai ottenuto? Spero ti possa andare tutto di traverso, assassino maledetto!

Cyvin si era portato il cibo alla bocca, ma il braccio si era fermato, sospeso in aria, pietrificato. Osservò ogni singolo volto, ogni persona che affollava il locale, ma nessuno sembrava interessato a lui.

La voce rise, nervosa, con una punta di odio.

Che fai? Non mi vedi? Se qui dentro c'è un bastardo, quello sei tu!

Il braccio di Cyvin ricadde sul piatto, alcuni schizzi di sugo caddero sul suo abito leggero, macchiandolo. Qualcuno si era girato verso di lui, attratto da quel rumore. L'oste stava conversando al tavolo più vicino all'uscita.

La pelle di Cyvin era differente da quella degli altri, era scura come il tavolo a cui era seduto. La gente era abituata a vivere tra le molte razze che abitavano nei villaggi, ma un pensiero aveva attraversato la sua mente, forse doveva essere sbiancato come un lenzuolo, perché qualcuno gli aveva rivolto una domanda: “Ti senti bene? O la carne che hai nel piatto fa schifo?”.

L'oste era tornato davanti al suo tavolo, con uno straccio stava pulendo il tavolo macchiato da carne e sugo. “Hai qualche problema?” chiese infine.

Cyvin negò con il capo, forse aveva preso troppo sole ultimamente e cominciava a sentirsi a disagio.

La carne è ottima, ho solo avuto un giramento di testa” rispose guardando la carne che doveva ancora mangiare.

L'oste tornò al tavolo a cui si era fermato prima, senza più badare a lui.

Ti prenderanno tutti per pazzo! La voce rise di nuovo, sembrava prenderci gusto. A quanto pare tu sei l'unico che può sentirmi.

Cyvin trascinò in avanti la sedia, osservando il pavimento fatto di vecchie assi di legno. Scrutò ovunque cercando di capire chi fosse il suo interlocutore. Il suo volto si fece serio, preoccupato.

Ad un certo punto, anche se non sapeva come, provò a sussurrare una domanda: “Chi sei? Mostrati!”.

Mostrati è una parola troppo grossa per me, posso solo darti qualche indizio per venirne a capo. Ci fu un attimo di pausa, mentre Cyvin osservava le persone più vicine a lui. Ti dirò solo che ho perso il mio corpo a causa tua, credo che penzoli ancora dalla forca sulla piazza di questo villaggio di merda!

Cyvin si portò una mano al viso, non credeva ancora alle sue orecchie perché, quello che gli stava accadendo, era talmente surreale e grottesco da...

Sto sognando, si disse. Doveva darsi un contegno, non poteva conversare con una simile assurdità. O forse un barlume di pazzia si stava impossessando di lui. Si accorse di avere un'espressione incredula perché molti si erano girati a fissarlo.

La fame gli era passata, nemmeno un pezzo di carne gli sarebbe entrato in gola, così lasciò frettolosamente la locanda dirigendosi al piano superiore, verso la stanza che aveva pagato in anticipo.

Gli scalini scricchiolavano sotto il suo peso, mentre raggiungeva l'angusto corridoio immerso nella penombra. Aprì la porta della stanza, richiudendosela alle spalle. Si buttò nel letto a pancia in giù cercando di pensare...

Ho perso il mio corpo, disse la voce, così posso seguirti ovunque tu vada! Temo che ti farò compagnia per tanto tanto tempo.

Cyvin si portò il cuscino sulla testa, sperando di non poter più sentire quella maledizione.


Saryo alle 19:29 in: racconti, fantasy, il cacciatore di taglie
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giovedì, 25 dicembre 2008

"Il cacciatore di taglie" (1° Parte)

Buon Natale a tutti!

La mia mente percorre altre strade. Una nuova storia sta nascendo, ci sono nuove persone che popolano la mia fantasia trasportandomi in altri luoghi che tu, lettore, potrai percorrere insieme a me, ma solo quando lo vorrai.

Buona lettura!

Cammina bastardo!” urlò un uomo a cavallo trascinandone un altro, “non voglio mica arrivare a notte fonda.”. Il cavallo proseguiva a passo lento seguendo un sentiero fra due colline, mentre l'uomo che li seguiva a piedi aveva i polsi legati, una robusta corda era fissata alla sella.

Stavano per giungere ad un villaggio, ormai mancavano poche miglia e Cyvin non vedeva l'ora di riposarsi all'ombra di un albero e bere un po' d'acqua fresca. Da quant'è che non ne beveva? Non lo ricordava nemmeno lui e si sentiva la gola secca.

Quanto ci guadagnerai da questo scambio?” chiese l'uomo legato, mentre continuava a camminare dietro al cavallo. La sua voce era quasi un sussurro, le sue forze stavano venendo meno: non sapeva quanto avrebbe resistito.

Cyvin ci aveva pensato qualche secondo, facendo un calcolo approssimativo, che poi tentò di stimare: “Probabilmente dormirò in una locanda per qualche giorno, potrò pagare qualche pasto decente e metterò Ronzino in una stalla e lo farò rifocillare. Ti basta?”. Cyvin si girò verso l'uomo sorridendogli con disprezzo.

Sono i balordi come te che mi procurano cibo e un tetto sotto cui dormire” gli disse dopo che si era girato. “Adesso risparmia le forze, che siamo quasi arrivati!”.

Il villaggio era in vista, circondato da alte palizzate di legno. Per miglia e miglia non esistevano altri avamposti umani, perciò era saggio approfittarne.

Cerit sorgeva sull'apice di una bassa collina. Quattro torrette di legno erano state costruite agli angoli della struttura difensiva, lungo le mura perimetrali, invece, c'erano dei camminamenti larghi un braccio che consentivano alle sentinelle lo spostamento. Durante il giorno, le due porte principali, venivano lasciate aperte, ma erano sempre sorvegliate.

L'ultimo miglio fu il più duro, non tanto per Cyvin, ma per l'uomo legato al cavallo: quasi veniva trascinato a forza. Le guardie all'ingresso erano visibili con le loro armature e gli stemmi che decoravano scudi e corpetti che indossavano. Cyvin non lo aveva mai visto, quello stemma.

Giunse di fronte al portale e fermò il cavallo. I suoi occhi vagarono fugaci scrutando due uomini che gli andavano incontro.

Da dove vieni, straniero?” chiese una delle guardie. Non indossavano elmi, erano entrambi a viso scoperto e non c'era molto da fare in quel luogo assolato, se non attendere qualche diversivo.

Vengo da Prodigit, a un giorno da qui.”. Il Ronzino scalciò un paio di volte con la zampa posteriore, della bava gli colò dalla bocca, i suoi occhi irrequieti scrutarono l'interno del villaggio.

Vi devo consegnare questo...” Cyvin si girò verso l'uomo legato alla sua sella, non era in buone condizioni e si era accasciato a terra, stremato. “...avanzo di galera” terminò cercando la parola migliore per descriverlo.

Le guardie ghignarono, sembrava fosse arrivato un diversivo, così presero in consegna l'uomo.

Aspetta, straniero. Chi sarebbe?” chiese la guardia che aveva afferrato la corda.

Il famigerato ladro di cavalli, sono mesi razzia le vostre stalle.”. Cyvin non doveva aggiungere altro, aspettava solo il compenso, che gli venne dato qualche minuto dopo.

Cyvin varcò l'ingresso del villaggio, che era un luogo anonimo, senza strutture degne di quel nome, un villaggio come ne aveva incontrati molti. Le case sembravano baracche, quasi cadevano a pezzi, ma la gente ci viveva ugualmente.

Cyvin avanzò di qualche passo lungo la strada principale di Cerit, portandosi dietro Ronzino. Sembrava che il cavallo gliene fosse grato che fosse sceso dalla sua schiena. Nella sua mano stringeva un sacchetto di monete: il suo compenso per ciò che aveva portato a termine.

Se la sarebbe spassata per un po' di tempo.

Mentre Cyvin si addentrava nel paese, alle sue spalle udì delle urla, molta gente correva verso l'ingresso che aveva da poco attraversato.

Alcune guardie stavano tirando la corda a cui era ancora legato il prigioniero.

Oggi, su questa piazza, questo verme morirà per i capi d'accusa che pendono sulla sua testa!” stava gridando un soldato. La folla urlò scandendo una sola parola: “Morte!”, ripetendola in maniera ossessiva. Altra gente si stava radunando, catturata dallo spettacolo che stava per cominciare.

La morte attira molti uomini” disse un tizio passando vicino a Cyvin. Lo sguardo dello sconosciuto sembrava impietosito dalla fine che stava per fare il ladro di cavalli.

Per i poteri conferitemi dal nostro re, condanno a morte questo uomo!”. Una delle guardie tirò con violenza la corda a cui era ancora legato il condannato. L'uomo cadde in terra alzando polvere e provocando la folla che si era radunata intorno a lui. Cyvin era fermo appena dietro la calca di gente che voleva assistere agli ultimi istanti di vita di uno sconosciuto, di cui non sapevano neanche il nome.

In ogni singolo volto intravide la volontà di assistere al trapasso, quel momento che separa la vita dalla morte, ne sembravano tutti attratti, catturati.

Ronzino emise un nitrito, quasi infastidito dal rumore, dalla folla che urlava eccitata, così Cyvin decise che poteva bastare: aveva visto troppe volte la morte, troppe persone morire per mano di altri uomini.

Stava continuando ad andare verso l'interno del villaggio, ormai quasi deserto, quando l'uomo che aveva pronunciato l'unica frase colma di rammarico, lo aveva fermato.

Non guardi come fanno gli altri?” aveva dovuto alzare il tono della voce, per farsi udire.

Ne ho visti troppi morire” rispose solamente, poi continuò per la sua strada.

Mi chiamo Padre Borryn, straniero. Se avrai bisogno di me, cercami. Tutti mi conoscono.” urlò l'uomo mentre Cyvin scompariva dietro un angolo di una casa.


Saryo alle 16:53 in: racconti, fantasy, il cacciatore di taglie
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lunedì, 22 dicembre 2008

"La stirpe spezzata" (27°-28° Parte)

Siamo giunti alla fine di una storia, spero vi abbia tenuto compagnia. Ma io continuerò a tessere trame e ad immaginare altri personaggi. Presto, su questo stesso blog, ne comincerà un'altra, e posso anche anticiparvi il titolo: "Il cacciatore di taglie". Vi condurrò in altri luoghi, vi farò conoscere altri personaggi a cui sto pensando, che affollano la mia mente. Vivremo altre avventure che, spero, possano occuparvi la mente come stanno facendo con la mia.

Buona lettura.

(27° Parte) 

Le prime schiere nemiche divennero visibili precedute dal rumore dei passi. Sembrava volessero irrompere sull'esercito avversario, come farebbe l'acqua sui muri.

Re Spen, Iliam e Ser Donning erano schierati con i propri uomini, appena dietro le prime file di fanti.

Pochi erano riusciti a raggiungere un corpo a corpo, gli arcieri avevano mietuto molte vittime. Le urla degli uomini – un incitamento alla battaglia – aveva preceduto quel breve scontro: le spade si erano infilzate nelle carni del nemico.

Ma il re sapeva che quelle bestie non avevano ancora dato prova di sé, sarebbe stato troppo facile credere in questo. Spen aspettava con pazienza un nuovo incontro con la creatura più malvagia che avesse mai calpestato quelle terre.

L'attesa non fu vana. Comparve in capo al grosso esercito, marciando assieme a loro: era uno di loro.

Iliam fece un gesto, alcuni uomini urlarono degli ordini e tutti attesero.

Un piccolo contingente appostato sulla collina corse verso il nemico, attaccandolo su un fianco. Le bestie attesero serrando le fila, sembrava se lo stessero aspettando.

La scaramuccia durò poco, giusto il tempo di lasciare qualche caduto sul campo di battaglia. Poi, gli uomini, batterono in ritirata.

“Ecco l'esca!” disse Iliam al re: il suo sguardo si fece compiaciuto, mentre osservava un altro reparto prepararsi all'azione.

Le bestie avanzavano in maniera disordinata, pur di colpire qualche uomo alle spalle, non erano riuscite a resistere. La trappola era scattata.

Il manipolo di uomini fuggì seguendo un preciso percorso, che i nemici ignoravano. Decine e decine di creature finirono dentro numerose fosse, calpestandosi le une con le altre. Centinaia di frecce fenderono l'aria uccidendone altre, corpi su corpi caddero in terra e nelle buche.

Le grosse querce che crescevano nella Valle di Stornuk erano dei nascondigli perfetti, ottimi posti di osservazione per gli arcieri.

Il nemico rimase sorpreso da ciò che stava accadendo: i mostri erano disorientati.

La battaglia scemò, mentre gli arcieri finivano gli ultimi nemici rimasti ancora in vita. Le frecce colpivano i corpi che ancora si muovevano, che tentavano di uscire da quelle trappole piene di cadaveri.

Il capo dei mostri fermò la nuova carica del suo esercito, era troppo distante perché re Spen potesse udire le sue parole, ma gli bastò vedere alcuni gesti per capire...

Voglio vederlo morto, pensò il re mentre osservava quelle movenze tanto innocue.

(28° Parte)

Come siete patetici voi uomini, vi affannate con veemenza a salvare il vostro mondo piccolo e stupido, senza accorgervi che già non vi appartiene più!

Gli sguardi del re e della creatura s'incrociarono. Spen sapeva a chi appartenevano quei pensieri che si erano impossessati della sua mente, provenivano dallo stesso mostro che aveva distrutto i suoi sogni, la sua famiglia, suo figlio che sarebbe dovuto venire alla luce.

Ma guardati, sei ridicolo! Credi davvero di poter competere con il mio potere? Sei un perfetto illuso!

La creatura rise. Re Spen non poteva controbattere alle sue provocazioni, non ne aveva il potere. Poteva solo ricevere i suoi pensieri e...cercare di capire. Ma cosa c'era da capire in simili messaggi?

Successe qualcosa di inaspettato: il re aveva abbandonato il suo posto attraversando il suo schieramento, spada saldamente in pugno, per recarsi direttamente dal suo nemico.

Iliam e Donning avevano tentato di fermarlo, ma senza alcun successo. Lo avrebbero sicuramente ucciso. Dall'esercito di uomini nacquero dei mormorii.

Spen attraversò anche l'ultima fila schierata nella radura, in quel luogo era sceso uno strano silenzio, carico di tensione e attesa. Persino le bestie si erano ammutolite. I passi del re erano l'unico rumore che si potesse udire.

Re Spen giunse di fronte a lui e lo squadrò dalla testa ai piedi, le bestie lo avevano circondato con aria minacciosa, ma bastò un solo gesto della creatura calva per fermare i loro intenti. Dalla parte opposta, gli uomini, osservavano basiti, pietrificati. Iliam non sapeva come reagire, persino Donning teneva gli occhi fissi sul suo re, senza sapere cosa fare.

“Non ti aspettavi una mossa tanto avventata? Sono solo, adesso.”. Spen gli stava davanti, occhi negli occhi, senza mostrare alcun timore. La spada gli cadeva lungo la gamba, ma i muscoli erano tesi fino allo spasmo. Se il re aveva paura, riusciva a non mostrarla.

La creatura protese le braccia, altri due occhi comparvero fra i palmi delle mani affiorando dalla pelle bianca perché anche essi dovevano vedere.

“Puoi chiamarmi Dèlsiren, questo è il mio nome!”.

Re Spen trasalì, i suoi occhi fissarono intensamente quelli del suo interlocutore.

“Come conosci quel nome? Certo, che stupido, sei riuscito a percepire i miei pensieri.” disse Spen.

“Questo è il nome che ho sempre avuto, me lo hai dato tu, non ricordi principe Spen Dèlsiren?”. La creatura gli sorrise, poi si fece serio: “non posso ucciderti, altrimenti...”.

L'espressione di Spen si fece confusa, non riusciva a comprendere quale legame ci fosse tra lui e quel mostro.

“Possibile che non arrivi a comprendere?”. Dèlsiren puntò lo sguardo oltre il re: l'esercito di uomini non poteva sentire tutte le parole, né aveva il coraggio di attaccare per salvargli la vita.

“Non posso ucciderti!” ripetè infine.

Un'idea sfiorò la mente del re, ma era troppo fantasiosa per essere una realtà. Non poteva essere, ma cosa aveva da perdere? La fine degli uomini sarebbe giunta presto, l'esercito che guidava Dèlsiren era troppo forte per poter essere fermato. Sarebbero morti tutti sul campo di battaglia.

Re Spen si girò indietro osservando i suoi uomini, il suo esercito che non aveva esitato a combattere al suo fianco. Si sentiva colmo di orgoglio per quello che avevano fatto, anche se la paura di morire stringeva ogni loro cuore come fosse un cappio ben stretto.

Aveva preso la decisione giusta, ne era convinto: l'ultima decisione che potesse prendere un re.

Si girò nuovamente verso il suo antagonista, verso quel mostro che era venuto dal nulla per massacrare ogni uomo che viveva in quelle terre. Adesso vide il suo sguardo tramutarsi lentamente in orrore, glielo leggeva negli occhi.

“Adesso mi è tutto chiaro!” disse il re, poi, con un colpo possente, s'infilzò la spada nello stomaco. I suoi occhi, per un istante, fissarono quelli di Dèlsiren, che ora erano smarriti, spaventati, increduli.

Re Spen cadde in ginocchio, un rivolo di sangue gli uscì dalla bocca, mentre un ultimo sorriso gli si disegnò sul volto: “Adesso so che tu mi seguirai!”.

Accadeva qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato: Dèlsiren e tutto il suo esercito stavano scomparendo. Tutte quelle mostruose figure stavano divenendo trasparenti, come se fossero stati spettri.

Gli uomini avevano visto tutto: il re che si era trafitto con la sua spada, l'esercito nemico che stava scomparendo, forse così come era apparso, dal nulla.

Spen si accasciò a terra, mentre riusciva a vedere tutto l'esercito nemico che diveniva solo un'ombra sul terreno. Rivide per un solo istante il volto della regina Inavi, poi il suo cuore cessò di battere, per sempre.


Saryo alle 08:49 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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sabato, 20 dicembre 2008

"La stirpe spezzata" (26° Parte)

“Lasciatelo respirare” disse una voce. Gli occhi di Donning si aprirono lentamente. Al principio vedeva tutto annebbiato, e non sapeva dove si trovasse, o cosa fosse accaduto. Sentiva i cavalli nitrire, voci tutte intorno a lui, poi delle risate.

“Ti senti meglio?” gli chiese una voce vagamente familiare. “Hai avuto una fortuna sfacciata, oggi.”. L'ultima gli parve quella di Iliam.

Ser Donning cominciò a riprendere coscienza di sé, le immagini iniziarono ad avere significato, il luogo in cui giaceva, cominciava a prendere contorni famigliari. I suoni, intorno a lui, erano passi, cotte di maglia che tintinnavano, spade che venivano riposte nei foderi.

Tentò di mettersi seduto, ma gli girò la testa: una mano si era posata sulla sua spalla ed un volto sorridente divenne chiaro ai suoi occhi, era quello di re Spen.

“Sono tutte morte, quelle luride bestiacce” disse Iliam inginocchiandosi al suo fianco, “non ci aspettavamo un simile attacco, né il tuo arrivo così...” le parole gli morirono in bocca.

Da quando era giunto nella radura, senza che se ne fosse accorto, Ser Donning non aveva detto una sola parola, come se qualcosa lo bloccasse. I pensieri erano quelli che turbinavano nella sua mente, ma era troppo presto per parlare.

“Lasciamolo riposare” disse il re, alzandosi in piedi. Iliam lo aveva seguito con lo sguardo: “Sembra che Donning sia...confuso.” disse l'uomo osservando lo sguardo assente del cavaliere.

“E chi non lo sarebbe dopo quello che gli è capitato? Mai viste simili creature!”. Lo sguardo del re si era posato verso il bosco, dove poco prima era avvenuto lo scontro. Era durato parecchi minuti, e tutti vi avevano partecipato. Le tre creature erano state circondate, fiaccate e...sterminate. I corpi giacevano in terra, il sangue maleodorante ancora usciva dalle loro ferite.

“E questo non è che l'inizio” disse Iliam osservando quei corpi ora inermi, immobili per sempre.

“Mio re!”, un soldato era sceso dalla collina, quasi non aveva più fiato. “Si avvicinano, sono molti!”, aveva continuato: era in ginocchio, lo sguardo puntava a terra per portare rispetto.

Re Spen lo congedò, rimandandolo alla sua posizione. Rimase in silenzio osservando i suoi uomini che riprendevano posto, come era previsto. Non era solo: Iliam era giunto al suo fianco, poi, un'altra figura si era fermata alla sua sinistra.

“Sono pronto a combattere per voi” disse Ser Donning.

I tre uomini erano in piedi tra la radura e la fine della collina, gli sguardi rivolti verso il bosco. Il terreno sotto i loro piedi tremava appena, i passi dell'esercito di mostri erano una cadenza impressionante, anche se non erano ancora visibili.

“Tutto si deciderà oggi” disse il re, “Su questo campo di battaglia” aveva continuato Iliam.

Gli uomini erano pronti all'ennesimo scontro, alcuni erano saliti in groppa ai cavalli, altri si erano appostati sulle colline che dominavano la radura. Alcuni arcieri erano saliti sulle querce che circondavano quel luogo, gli uomini che componevano l'esercito di fanti, invece, si erano uniti in un'ultima schiera: compatta e pronta a misurarsi con quelle bestie.


Saryo alle 09:12 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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mercoledì, 17 dicembre 2008

"La stirpe spezzata" (25° Parte)

“Eppure non possono essere così astute!” aveva gridato l'uomo, ma non era convinto che i due cavalieri lo avessero sentito. Il rumore di zoccoli tambureggiava sul terreno, a volte diminuiva quando attraversavano zone erbose.

I due cavalieri tesero l'arco e puntarono: il bersaglio si muoveva veloce tra rami ed arbusti, ma continuava a tenere d'occhio le sue prede.

Le frecce sibilarono passando sopra alcuni cespugli, i cavalieri avevano calcolato bene la traiettoria, nonostante ci fosse il movimento del cavallo. Una freccia andò a segno, colpendo la bestia ad una zampa, ma questa non sembrò accusare il colpo: la pelle era dura, come quella di un rettile e, difficilmente, un solo dardo l'avrebbe ferita.

La creatura reagì al colpo aumentando la velocità, la si vedeva bene mentre cominciava a dirigersi verso di loro.

Alla vostra destra!” gridò Donning in una smorfia di terrore. Anche gli altri due avevano posato lo sguardo su un'altra minaccia, ne avevano contate tre e correvano tutte parallele al sentiero che attraversava quel bosco.

“Ci stanno accerchiando!” aveva risposto uno dei cavalieri. Quello che stava accadendo cominciava ad essere chiaro a tutti, non erano stupide bestie con poco cervello, ma animali con tattiche ben coordinate. Ogni gesto, ogni loro movimento, aveva uno scopo preciso.

Ser Donning ne osservò una, ne carpì le movenze e i suoni striduli che emetteva durante l'inseguimento. Di rimando le altre rispondevano con suoni differenti, che potevano apparire come una sorta di ringhi. Gli occhi erano di un giallo acceso, che scrutavano i movimenti degli esseri che stavano inseguendo. La mente sembrava elaborare un piano ingegnoso per fermare quella folle corsa.

Il comandante della pattuglia si preparava ad un immane scontro. Sapeva che stava per cominciare.

La sua mano scivolò sul fianco della sella, catturando lo scudo fissato ad essa. Con l'altra mano aveva già afferrato l'elsa della spada, mentre il suo sguardo controllava il movimento del nemico.

Da quale parte attaccheranno? Questa domanda si era insinuata nella sua mente, mentre ai lati del sentiero il bosco stava mutando: gli alberi cominciavano a scarseggiare, mentre una radura e delle colline cominciavano a prendere forma davanti a loro.

La creatura alla loro destra aveva emesso un suono differente, e saltò una fila di alberi esili con una grazia che non sembrava appartenere a quella razza. Ser Donning se la ritrovò al suo fianco mentre le stava passando a poche spanne. Con un gesto rapido la colpì al muso usando lo scudo, non si era preparato allo scontro, perché era tutto accaduto in pochi istanti, come un battito di ciglia. L'urto quasi lo disarcionò.

In quei pochi istanti, egli non aveva sentito le voci di altri uomini, non li aveva neppure visti, non si era accorto di quello che stava accadendo intorno a lui. Aveva solo avuto paura di morire, aveva visto in faccia la morte sottoforma di bestia che aveva tentanto di sopraffarlo, di ucciderlo.

Poi, aveva solo udito atroci lamenti e urla di battaglia tutto intorno alla radura in cui era giunto.

Alcuni uomini erano comparsi, molti a dir la verità, ed alcuni di essi si erano preoccupati di rallentare la corsa del suo destriero. Dietro Ser Donning e i due cavalieri, che erano giunti con lui, le armi degli uomini erano tornate a mietere vittime.


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domenica, 14 dicembre 2008

"La stirpe spezzata" (24° Parte)

Il cavallo di Ser Donning annaspava nel sentiero che tagliava in due il bosco, gli zoccoli aderivano bene sul terreno umido. Era seguito da altri due cavalli che correvano fianco a fianco. Entrambi i cavalieri si voltavano spesso: potevano essere seguiti da più di una creatura, le faretre con le frecce sbalzavano ad ogni passo.

Mancavano ancora diverse miglia per giungere da Re Spen.

Ser Donning aveva ripensato a ciò che aveva visto, ma solo per una frazione di secondo, visto che la paura di venire catturato da uno di quei mostri lo faceva rimanere vigile e pronto a combattere. Si maledì di essere fuggito via: aveva perso due compagni.

***

Gli uomini del re avevano lavorato a pieno ritmo: tutto era quasi pronto per accogliere una nuova ondata di nemici. Iliam aveva controllato meticolosamente tutto, e ne era piuttosto soddisfatto.

I cavalli pascolavano vicino al pendio, sotto alcuni alberi dalla chioma intricata di rami e foglie. Il sole era ancora alto e illuminava la zona in cui risiedevano. C'erano corpi ovunque, sparsi fra le colline e la pianura che aveva accolto lo scontro fra uomini e creature.

“Quelle bestie non tarderanno ad arrivare” disse Iliam al fianco di Spen, “ci attaccheranno per schiacciarci.”.

Il re non aveva risposto subito, ma si era limitato ad osservare i suoi uomini che terminavano di scavare delle fosse. Il suo sguardo, poi, si posava sul sentiero che avevano preso i cinque uomini.

Re Spen fissò per un istante Iliam, mentre valutava le sue ipotesi. “Avevi ragione a pensare a delle tattiche. In una battaglia aperta avremmo perso solo uomini e fiducia: non si aspetteranno questa bella accoglienza!”.

Le sentinelle erano state messe sulle colline, zone alte che sovrastavano il futuro campo di battaglia. Avrebbero segnalato l'arrivo delle belve ostili, avrebbero dato l'allarme.

***

“Signore!” la voce di uno dei cavalieri risuonò fra il rumore di zoccoli, attirando l'attenzione del comandante della pattuglia. Ser Donning si girò indietro osservando il sentiero: era sgombro, libero da insidie. La luce del sole filtrava attraverso i rami degli alberi tinteggiando il terreno di ombre più scure.

Rallentarono la corsa dei cavalli per non farli stancare troppo.

I due cavalieri lo raggiunsero quasi fiancheggiandolo, ma la guardia non era mai stata abbassata.

“Ma contro chi stiamo combattendo?” chiese uno dei cavalieri, aveva ancora davanti agli occhi la creatura con in bocca il suo compagno. Una scena che non avrebbe più dimenticato.

“Non so chi siano, ne da dove vengano. Spero solo che Iliam sappia quello sta facendo.”.

Mancavano poche miglia e sarebbero giunti dal re. Ser Donning non faceva altro che chiedersi cosa gli avrebbe detto, al suo arrivo. Sceglieva le parole adatte per ciò che avevano visto i suoi occhi, e ciò che aveva registrato la sua mente. Non era facile spiegare i fatti a cui aveva assistito.

Tutti e tre udirono un sibilo inconfondibile, un suono generato prima di attaccare. Si guardarono dietro pronti a difendersi, ma non c'erano minacce, almeno non le vedevano. Aumentarono l'andatura per fuggire via.

Qualcuno gridò: “Ci attaccano dai lati!”.

Ser Donning, senza lasciare le briglie, guardò ai lati del sentiero. Gli alberi sfilavano veloci al loro passaggio, ma la vegetazione non era troppo fitta par vederci attraverso. Vide una delle creature correre al loro fianco. La testa era lunga, somigliava a quella di una lucertola, ed era portata in avanti per acquisire velocità. Il corpo era più grande di quello di un uomo, più forte, più veloce.

Ne videro due, che stavano correndo nella boscaglia travolgendo tutto ciò che incontravano. Seguivano un percorso parallelo al loro. Gli artigli, posti sulle zampe anteriori, rilucevano quando il sole li illuminava.

I cavalieri si armarono di archi.


Saryo alle 19:07 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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