sabato, 27 settembre 2008

"In magazzino" (87°- 88° Parte)

 (87° Parte)

Le finestre della Sala Mensa erano spalancate, mentre alcune persone stavano uscendo dalla struttura. Le telecamere del perimetro erano puntate verso gli ingressi dell'acquario, dove avvenivano gli scontri più cruenti fra l'esercito e gli infetti.

“Aspetta, ti do una mano.” disse Charles mentre Jasmine stava scavalcando per fuggire via. Si ritrovarono fuori, insieme agli altri membri del gruppo, mentre a qualche decina di metri c'era il caos totale.

I cinofili si misero in ginocchio come una squadra ben affiatata, dovevano richiamare i propri cani. Allargarono le braccia in un gesto veloce ed essi ubbidirono all'istante: i cinque cani corsero verso di loro. Erano esercizi di ubbidienza fatti migliaia di volte, anche fra confusione e rumori assordanti, senza mai tradire le aspettative dei loro amici umani.

Alan era andato più avanti, insieme agli altri compagni, dirigendosi verso la fine del pontile. Non era solo, ma con lui c'erano Roger, Stephen e Barbara. Le esplosioni si susseguivano, gli spari sembravano essere diminuiti, mentre l'elicottero volteggiava quasi sopra le loro teste.

Qualcuno sembrava restìto a seguire il gruppo di testa, osservava il mare e le sue coste. C'erano degli strani colori, abiti in fondo al mare e il fondale non era visibile a causa della sabbia mossa. L'acqua, tutt'altro che calma, ingrandiva strane figure che si muovevano sotto di esso. Il movimento delle onde ne mutava le immagini, rendendole distorte.

Charles, l'ultimo a chiudere il gruppo, ne rimase affascinato. I cani cominciarono a guaire, correndo lungo il pontile, mentre altri cominciavano a capire cosa stesse accadendo.

“E' meglio che veniate via di là!” urlò Alan verso i cinofili.

“Non è possibile!” disse Roger, osservando la costa che risaliva verso i pontili: una lingua di terra li univa tramite una salita poco ripida. I primi zombi erano usciti dall'acqua, gocciolanti, pesanti, ma senza fermare la lunga marcia.

Alan aveva una sua teoria, ma la disse con tono perplesso: “Hanno seguito il rumore, senza dubbio, ma non immaginavo che sarebbero giunti attraverso il mare. Adesso c'è un grosso problema: i militari verranno accerchiati!”.

Non si trattava di poche decine di mostri, ma di centinaia, forse anche di più. Il mare, il suo fondale, prendeva i più svariati colori a causa degli abiti che indossavano, iniziava ad incresparsi a causa del loro movimento continuo, finché le teste emergevano. L'orrore e la paura si disegnò nei volti dei superstiti.

Roger prese una pietra dal pontile e tentò di non guardare più verso la base militare: aveva davanti a sé una cassetta verde scuro, proprio sotto a delle lampade. Colpì con violenza una, due volte, senza riuscire ad aprirla. La sua fronte si fece perlata di sudore, per la paura. Sentiva qualcosa allo stomaco, come se si fosse chiuso: aveva un brutto presentimento.

(88° Parte)

Stephen aveva preso una lunga rincorsa saltando sulla poppa del motoscafo, mentre, il resto del gruppo, si avvicinava a Roger per dargli una mano.

I primi zombi si erano accorti della loro presenza, scindendosi dal gruppo più numeroso. Li avevano visti, li avevano fiutati, camminando a passo incerto verso la fine del pontile.

Alla base, intanto, qualcosa era cambiato: l'esercito aveva ricominciato a sparare, ancora più violentemente. Alcune esplosioni sembravano provocate dalle granate, molte di più rispetto a prima.

“Ma dove cazzo li mettono?” urlò Stephen frugando a bordo del natante, aprì un paio di gavoni rovesciando ciò che trovava, finché si fermò a raccogliere una pistola, una lancia-razzi. Inserì un razzo nella culatta e richiuse l'alloggio. I suoi occhi vagavano nervosamente dall'arma al pontile, il suo sangue si gelò quando vide le creature avvicinarsi ai suoi compagni.

Qualcuno aveva gioito quando la cassetta aveva ceduto e lo sportello si era aperto, un portachiavi giallo dalla forma di timone a ruota era appeso ad un chiodo, una chiave dalla forma anonima era appesa ad esso.

“Non c'è tempo da perdere, stanno arrivando!” urlò Alan. Le prime due creature erano a meno di cinque metri da Jasmine. Il gruppo si spostò verso la fine del pontile, che distava dalla barca quasi un metro e mezzo.

Un razzo partì dalla canna della pistola, seguito da una scia di fumo, e si conficcò nel petto della creatura. L'impatto la fece cadere a terra, mentre gli altri, uno ad uno, saltavano sulla barca.

Vennero divisi i compiti: Charles si mise al timone mentre qualcuno avviava il motore, Alan e Roger pensarono alle cime di ormeggio, gli altri non potevano far altro che guardare quello che accadeva alla base militare. L'acquario di Port Sigmunt non era visibile a causa del fumo che si sprigionava da esso.

Una serie di esplosioni dilaniarono la struttura in cui erano stati poco tempo prima. Tutti osservarono il cielo: diversi detriti erano saltati in aria colpendo la cabina dell'elicottero, che si era andata a schiantare sul secondo edificio distruggendolo in parte. Nuvole di fumo nero e denso si sollevarono, scurendo un sole in lento declino.

La motovedetta prese il largo mentre i suoi occupanti si chiedevano cosa ne sarebbe stato del loro futuro in un mondo dominato dalla Morte che cammina in terra.


Saryo alle 15:08 in: racconti, horror, in magazzino
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martedì, 23 settembre 2008

"In magazzino" (85°-86° Parte)

 (85° Parte)

L'acquario di Port Sigmunt era munito di altoparlanti fissati ai soffitti coibentati, erano bianchi come la struttura montata sulla parte superiore delle stanze e dei corridoi. La sirena, quel segnale che non preannunciava nulla di buono, aveva messo in allarme tutti i soldati della struttura. Una voce aveva scandito gli ordini ed i luoghi da presidiare: decine di soldati armati stavano correndo per prendere posizione.

La battaglia non era convenzionale, non servivano dei veri ripari, ma molti soldati si erano gettati a terra per prendere bene la mira. Una squadra di cecchini era appostata sul tetto per eliminare le minacce più vicine ai compagni. Gli spari si susseguivano a raffiche lunghe, mentre il colonnello seguiva le azioni attraverso le telecamere e via radio.

“Passami un altro caricatore, dannazione!” disse il sergente O'Shannon al caporale. Mentre ricaricava il suo M 16 controllava la creatura che si stava avvicinando, ma con la coda dell'occhio vide qualcosa muoversi dall'altra parte della jeep.

Il soldato George Katy stava sul vano scoperto del mezzo ed imbracciava il mitra M 60 da una posizione più alta. Non aveva il tempo di pensare, perché un fiume di zombi si stava riversando verso di loro, seguendo la strada protetta dai sacchetti e filo spinato.

“Granata!” urlò il caporale John Turow, poi si gettò a terra seguito da altri compagni. L'esplosione giunse tre secondi dopo, poi alcuni pezzi di carne volarono per un perimetro di cinque metri, insieme a schizzi di sangue. L'avanzata delle creature era stata rallentata, ma altre giungevano lentamente, superando quelle che giacevano a terra. Era una cosa orribile, però ci si doveva abituare se si voleva sopravvivere.

Bob si era girato alla sua destra scrutando oltre il mezzo militare. Gli spari non cessavano, i bossoli cadevano in terra luccicando alla luce del sole, come fossero tante pietre dorate fra decine di corpi inermi. C'era qualcosa che aveva visto, forse se lo era solo immaginato, ma l'urlo di George gli fece gelare il sangue. Lo zombi era giunto fino alla jeep sul lato destro e si era quasi arrampicato fino al polpaccio del soldato, infine il morso, i denti avevano affondato nella carne ancora viva, fino ai tessuti, i muscoli.

“Sparagli! Sparagli!”, il dito di George continuava a premere il grilletto ma l'arma sembrava impazzita: adesso i proiettili non miravano solo le creature che giungevano dalla città, ma rimbalzavano sull'asfalto, raggiungendo persino i compagni schierati nelle vicinanze.

Il sergente aveva preso la mira sulla creatura, alla testa, mentre vedeva il collega che si agitava scalciando, muovendosi in maniera disarticolata. Le sue urla gli penetravano il cervello, rendendo difficile concentrarsi. Un proiettile raggiunse lo zombi forando la parte posteriore del cranio, così aveva lasciato la presa: i cecchini avevano una buona visuale, ma erano troppi gli obiettivi da colpire.

(86° Parte)

Un altro colpo aveva raggiunto la testa del soldato George Katy. Il sergente non aveva potuto farci niente, se non vederlo cadere dalla jeep e rimanere immobile al suolo, gli occhi ancora aperti osservavano un cielo terzo e privo di nuvole.

“Ritiriamoci, ritiriamoci!” aveva gridato qualcuno fra gli spari che non erano mai cessati. L'attenzione dell'esercito, o di ciò che ne era rimasto, era puntato sulle creature ostili che avanzavano. Non aspettavano che i soldati raccogliessero i loro morti o feriti, ma avanzavano senza sosta verso lo sbarramento di fuoco che sembrava scemare col passare del tempo.

“Caporale!” urlò il sergente, ma il soldato era rimasto fermo ad osservare ciò che era successo pochi istanti prima, senza reagire. Sembrava in stato di shock.

“Caporale, dobbiamo retrocedere, il fianco destro è scoperto!”. Non ci fu risposta, nemmeno dopo qualche scrollata, così, il sergente, non vide altra scelta: colpì con violenza lo stomaco del soldato. Raccolse il caporale e fece salire il suo corpo nel retro del mezzo.

I cecchini coprivano la ritirata dei soldati colpendo le creature più vicine: i colpi dei fucili di precisione erano più potenti dei mitra. Colpi singoli che fendevano l'aria e raggiungevano gli obbiettivi. I corpi, le teste colpite, subivano un rinculo a causa dell'urto violento, fino a stramazzare in terra. Il sistema nervoso provocava gli ultimi spasmi violenti agli arti, finché cessavano di muoversi definitivamente.

Bob era riuscito a salire sulla jeep mentre la braccia di quei mostri si erano spostate su di lui, le dita protese per fermare la sua fuga. Le urla, che non avevano nulla di umano, erano qualcosa di straziante.

Avviò il motore e fece retromarcia dirigendosi verso le postazioni più vicine agli edifici. Il perimetro controllato dall'esercito si faceva sempre più esiguo con l'avanzare degli zombi.

“Guardate! Sta tornando l'elicottero!”. Quella frase aveva attirato l'attenzione del sergente, spostando il suo sguardo oltre quei mostri. “Almeno potremo respirare un po'” aveva pensato mentre vedeva pale e il rotore girare vorticosamente. Polvere e terra si stava alzando sui corpi che camminavano verso di loro; alcune creature si erano buttate su alcuni corpi abbandonati a se stessi, ma non appartenevano alle creature abbattute. Le urla umane colme di dolore ed orrore giungevano fino alle orecchie di Bob, che non poteva far altro che prendere la mira e...continuare a colpire gli zombi più vicini. Sopravvivenza, era questa la parola d'ordine per gli esseri umani adesso che erano in pericolo di estinzione.

L'elicottero si era posizionato alle spalle dei soldati: era un Apaches, un velivolo da combattimento munito di lancia missili. Stazionava immobile a cinque metri di altezza, mentre le pale provocavano vortici di aria e polvere.

Partirono una lunga sequenza di missili, che colpirono vari bersagli. I rumori delle esplosioni fecero vibrare il terreno e distrussero un tratto del manto stradale. Una parte della barriera creata dalle creature era cessata di esistere, non ce ne era più traccia.


Saryo alle 17:40 in: racconti, horror, in magazzino
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sabato, 20 settembre 2008

"In magazzino" (83°-84° Parte)

 

(83° Parte)

“Hei, tutto a posto qui?” chiese il sergente ai due uomini di guardia. Erano appostati al primo nido con una mitragliatrice M 60 montata su un treppiede.

“Tutto a posto, sergente. Se vedo uno di quei cosi lo riduco a un colabrodo con questo gioiellino” rispose accarezzando la canna dell'arma.

“Piuttosto” fece l'altro, “cosa si dice al comando?”. Il soldato si tolse gli occhiali da sole per guardare il sergente in faccia, chiudendo un poco gli occhi per schermare la luce del sole.

“Voi ragazzi siete curiosi come le scimmie, vero? Niente che non sappiate già, c'è timore di un attacco. Hanno visto numerosi infetti attraversare la città, e venire da questa parte.”. Il sergente non aggiunse altro, li salutò portandosi la mano destra alla fronte, infine ordinò al pilota di riavviare la jeep.

“Mi sono rotto di stare di guardia” disse James al collega. Il suo sguardo tornò verso la strada sgombra, c'erano solo sacchetti riempiti di sabbia ai lati e del filo spinato che cingeva i bordi della strada. La città sembrava silenziosa, lo era in un certo senso, a parte quei dannati lamenti che giungevano alle orecchie dei vivi.

“Ancora un'ora e ci daranno il cambio” gli disse il collega. Si mise seduto a gambe incrociate, la mimetica gli stava un po' stretta, ma ci si stava abituando. Portava sempre con sé la sua arma, un M 16 che scintillava alla luce del sole, pensando a quante creature aveva ucciso da quando era cominciato quell'inferno. Sognava di ucciderli ogni notte. Aveva imparato a mirare alle teste, con estrema freddezza, senza pensare che una volta erano come lui e che potessero avere dei sentimenti, volessero parlare, interagire come fanno gli esseri umani.

Il suo volto si fece cupo pensando a ciò che aveva perso, a Jenny che non interagiva più e l'avrebbe potuta incontrare oltre quel filo spinato.

Il soldato aveva aperto la fondina ed aveva estratto la Glock carica. James non aveva visto i suoi movimenti, né quando aveva tolto la sicura ed aveva portato la pistola alla tempia. Bang!

Il corpo cadde in terra lentamente, mettendosi di lato. Una scia rosso scuro bagnò l'asfalto caldo, e James si alzò da terra urlando, portandosi le mani al volto, sporcandolo di sangue.

“Che cosa hai fatto!” era solo riuscito ad urlare.

(84° Parte)

“Colonnello, venga a vedere!” disse l'addetto alla sorveglianza. La consolle era composta da una tastiera numerica ed un joistick ergonomico, uno schermo da venti pollici era montato sulla scrivania: in basso al video c'erano tutte le immagini che inviavano le telecamere del perimetro di sorveglianza. Il soldato aveva ingrandito il filmato che gli interessava.

Il colonnello James Duke ci aveva impiegato pochi secondi a raggiungere la stanza adibita alla sorveglianza, era la medesima che usavano come Centrale Radio. Si era fermato dietro il soldato scrutando il video.

“Che diavolo sono quei cani!” gli disse. Il ventilatore montato sullo stesso tavolo smorzava l'afa di agosto, muovendo appena i capelli brizzolati del colonnello.

“Credo siano i cani della Protezione Civile, se non sbaglio li avevano portati dentro la sala mensa” gli rispose.

“Non tollero queste stronzate all'interno della mia base, soprattutto quando siamo in questi casini. Mi contatti subito il Sergente O'Shannon, che provveda a catturarli, oppure a...”. La radio emise un fruscio interrompendo l'ordine dell'ufficiale.

Centrale, Centrale da Alpha.

L'operatore spinse la sedia munita di rotelle verso l'altra postazione, tralasciando l'ordine del colonnello.

“Avanti Alpha, che succede?”. La radio emise un lungo fruscio, poi la voce tornò udibile, ma il tono di chi parlava era tutt'altro che tranquillo.

Uomo a terra, uomo a terra. Charly è...morto!

L'operatore radio si girò verso il Colonnello stringendo in mano la portante della radio, la sua espressione era di attesa.

“Che cazzo sta succedendo!” imprecò il colonnello, “chiedigli cos'è accaduto!”.

“Ok soldato, descrivimi cosa è accaduto ma resta tranquillo, stiamo inviando rinforzi!”.

Charly...è stato un incidente...si è sparato! Ma adesso vedo le creature, stanno venendo da questa parte...Dio quante sono! Mandate rinforzi all'istante, vi prego!

La radio si fece muta ma degli spari erano udibili persino da quella distanza: al principio erano colpi singoli, poi divennero colpi a raffica, prolungati.

“Alpha, Alpha mi ricevi?”, ma la radio era muta.

Una sirena cominciò ad emettere un lungo lamento, come se la città fosse sotto ad un attacco aereo.


Saryo alle 10:07 in: racconti, horror, in magazzino
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domenica, 14 settembre 2008

"In magazzino" (81°-82° Parte)

 (81° Parte)

“Ci sono Trecentomila creature a Port Sigmunt” disse Charles Berry, “questo è il numero di abitanti in questa città.”.

“Se non contiamo i turisti che c'erano nel momento in cui il contagio si è sparso tra la gente” aggiunse Sean Silly.

Era passata un'ora dal pranzo ed erano rimasti chiusi in sala mensa: i militari avevano altre gatte da pelare, così, il colonnello, aveva deciso che fino a nuovo ordine, i civili dovevano rimanere confinati all'interno della sala mensa. Il sergente era uscito impartendo l'ordine agli altri due di piantonarli fuori della porta. L'elicottero era ripartito da una buona mezz'ora, si erano affacciati tutti per assistere alla partenza di quel mezzo, che era sembrato dirigersi verso il centro della città.

“Diamo un'occhiata ai cani?” chiese Sean Silly un po' impaziente. I membri dell'associazione cinofila entrarono in un'altra stanza, dove erano stati alloggiati i loro cani. Avevano dormito per più di un'ora senza abbaiare. Presto li avrebbero dovuti far uscire, se non volevano che facessero i bisogni lì dentro.

Il caporale entrò nella sala e si richiuse la porta dietro di sé. “Il colonnello vuole vedere voi cinque” disse indicando cinque membri della Protezione Civile. “Vi vorrebbe...parlare”.

“Perché solo loro cinque? Anche io vorrei parlare con lui, ho molte domande da fargli.” disse Charles Berry.

Il caporale non aveva aperto più bocca, aspettando che le persone designate lo seguissero.

Jasmine li vide uscire e scomparire dietro la porta, che fu richiusa a due mandate.

“Questa storia non mi convince” disse Alan, anche Stephen si era affacciato ad una delle finestre. Videro il caporale ed il soldato semplice accompagnarli fuori dal loro edificio, attraversare la strada ed entrare in quello adiacente.

“Non mi piace essere rinchiuso in questo posto, dobbiamo capire che cosa hanno in mente.” disse Stephen a tutti.

“Vi ricordo che sono tutti armati, e che non ci permetteranno di gironzolare all'interno della base” li ammonì Tom, sistemandosi gli occhiali sul naso.

Alcuni se ne stavano seduti sulle sedie in attesa di qualche cambiamento, altri, come Alan e Roger, o la stessa Barbara, non riuscivano ad attendere seduti: preferivano osservare l'esterno attraverso le vetrate.

“Non abbiamo più armi, se le sono prese i militari” continuò Tom, “e adesso vogliono parlare con cinque di noi”. Il suo sguardo scese fino al pavimento di mattonelle bianche.

(82° Parte)

Un foglio venne fatto scivolare attraverso la fessura della porta, se ne era accorto uno dei cinofili: un foglio anonimo piegato in due. Tom si era recato verso le finestre dicendo: “Qualcuno vuole comunicare con noi, senza che altri lo sappiano.”

Senza attendere oltre lesse:

I vostri cinque compagni non li rivedrete più, e non tentate di rintracciarli, parlo per il vostro bene. Posso solo suggerirvi di fuggire il più in fretta possibile. Aprite una delle finestre che da verso l'esterno, e pregate che una delle telecamere piazzate nel perimetro non inquadri la vostra fuga. In fondo ai moli ci sono ormeggiate delle motovedette militari, le chiavi sono chiuse all'interno di cassette verdi scuro, sopra le luci perimetrali dei moli stessi. Forzatele e fuggite. Non vi guardate indietro, perché, anche se non sembra, stiamo perdendo il controllo della base. Dal protocollo che stiamo seguendo, non viene contemplata alcuna fuga, al contrario, gli ordini sono di mantenere le postazioni che stiamo difendendo. Nell'altro edificio vengono eseguiti test per debellare il virus che sta dilagando, ma siamo lontani dai progressi che ci eravamo prefissi.

Buona fortuna – Il sergente Bob O'Shannon.

“Sapevo che qualcosa non quadrava” disse Alan, gli altri rimasero ammutoliti da ciò che avevano sentito.

“Bhé, gente, non vogliamo restare ancora qui dentro a vedere la disfatta dei militari, spero!” disse Thomas. Avanzò verso le finestre che davano verso il mare ed osservò la predisposizione delle telecamere. Esse erano fissate a dei pali alti all'incirca tre metri, spesso giravano su se stesse, controllando che il perimetro non venisse violato dall'esterno, perciò avevano un margine piuttosto ampio per muoversi.

Thomas si ritrovò anche gli altri a fissare ciò che avevano davanti. Il molo era lungo e terminava dopo quasi duecento metri senza ripari.


Saryo alle 19:24 in: racconti, horror, in magazzino
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mercoledì, 10 settembre 2008

"In magazzino" (79°-80° Parte)

 

(79° Parte)

Un lungo corridoio si materializzò davanti ai loro occhi, le luci al neon sul soffitto lo rendevano più luminoso. Ai lati c'erano numerose porte da cui uscivano ed entravano militari. Agli occhi di Alan e dei suoi compagni era in atto una vera e propria emergenza. I soldati erano armati persino in quell'ambiente.

“Da questa parte. Immagino che abbiate fame: ci stiamo recando in sala mensa.”. Il sergente sembrava di pessimo umore, i lineamenti del viso erano tirati, le sue parole erano prive della cordialità che li aveva accolti.

Alan, Stephen e Barbara si trovavano per ultimi, seguiti dal caporale e dal soldato semplice George Katy, che chiudevano la fila della scorta. C'era qualcosa che i militari volevano rimanesse segreto, questo era uno dei pensieri di Alan.

Passarono una delle stanze cercando di sbirciarvi l'interno: videro il colonnello in piedi, un'apparecchiatura radio dalle grandi dimensioni appoggiata ad una scrivania. Un addetto alle comunicazioni la stava usando, ma quello che ne uscì dall'altoparlante non fu incoraggiante.

Avevano udito solo alcune frasi, poi ci furono dei fruscii.

Ci stanno attaccando, signore! Siamo accerchiati! Alcuni spari avevano coperto la voce disperata del soldato. Alcune grida erano entrate con prepotenza attraverso l'altoparlante. Altri spari, poi, il soldato semplice George Katy, aveva spinto avanti Barbara con il calcio del fucile. Ne era nata una colluttazione tra Alan e Stephen ed il soldato.

“Soldato!” urlò il caporale John Turow, “sei autorizzato a sparare se questi civili non eseguiranno gli ordini!”, infine, anche il caporale aveva armato l'arma, colpo in canna e fucile puntato su Alan Donnick.

La porta della centrale comunicazione si era chiusa con impeto ed era intervenuto il sergente per sedare quella scaramuccia.

“Abbassate le armi!” urlò verso il caporale, “questo è un ordine diretto! Vale per tutti e due”. Gli occhi erano fissi sul graduato inferiore a lui, il soldato semplice aveva già eseguito l'ordine senza recriminare.

“Ho detto di abbassare il fucile, Caporale! Queste persone non stavano tentando di carpire alcun segreto. Si sono trovate nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Esegua l'ordine!”.

Il caporale abbassò l'arma, ma mandò verso Alan uno sguardo carico di ostilità.

Barbara si era alzata con l'aiuto di Stephen ed era un po' scossa. L'attenzione di tutti era puntata verso i tre uomini in mimetica.

Raggiunsero la Sala Mensa, che si trovava in fondo al corridoio. Era un vasto ambiente: le pareti erano composte da lunghe vetrate che davano sull'altra struttura, fra i due edifici c'erano una decina di metri. Due jeep militari sfrecciarono davanti alle finestre, i mezzi erano entrambi armati di mitra montato sul tettino.

“Il menù del giorno è polpette della nonna e purea di patate, scusate se non siamo forniti di tante scelte, ma temo vi dovrete accontentare.”. Il cuoco, anch'egli in divisa, cominciò a riempire i piatti e a distribuirli.

Ogni membro dei due gruppi si scelse un posto: i tavoli erano disposti lungo le pareti, numerose sedie giacevano capovolte sulla superficie di essi.

(80° Parte)

“Non credo di andargli molto a genio” disse Alan tra un boccone e l'altro, riferendosi al caporale. Il sergente parlottava con Charles Berry e i membri dell'altro gruppo, mentre il caporale ed il soldato semplice erano piazzati davanti alla porta della mensa. Non parlavano affatto, nemmeno tra loro, almeno quando erano in presenza dei civili. Il sergente, invece, sembrava fatto di un'altra pasta: appariva molto più socievole.

Roger aveva preso il piatto e si era aggiunto a Stephen ed Alan. Barbara parve non avere appetito: piuttosto giocava con il cucchiaio e la purea di patate. “Sembra il cibo che danno in ospedale” aveva detto agli altri con voce atona.

“Cosa credete che accadrà adesso? Non possiamo restare chiusi qui dentro per l'eternità. Insomma...credo che impazzirei.”. Roger mangiò un pezzo di polpetta aspettando una qualsiasi risposta.

“Non resterete così a lungo” disse il sergente. Scese dal tavolo su cui si era seduto e si avvicinò a Roger afferrando la sedia più vicina. “Non dovrei dirvelo, ma noi stiamo facendo qualcosa per tirarci fuori da quest'impiccio, solo che ci vuole pazienza e...dobbiamo restare vivi. Niente morsi dagli infetti.”.

Roger si sentì più tranquillo, in effetti bastava molto poco, e non importava se quelle erano fesserie per tirargli su il morale. In quell'istante gli era bastato.

“Cosa succede, sergente, non me la raccontate giusta” si era intromesso Alan. Il sergente parve contrariato dalla piega che stava assumendo il discorso: tutto a suo svantaggio

“Top Secret!” disse il graduato, “non sono autorizzato a rivelarvi niente”.

“Potrebbe dirci di quei soldati assediati dalle creature” intervenne Stephen, “non è più un segreto”.

“Avete sentito cosa ha detto il sergente?” chiese il caporale facendo un passo verso i civili. Peter non riuscì a trattenersi, era più forte di lui: “Allora la lingua non ti è caduta, caporale. Ma dico...sei nella stessa posizione di merda come lo siamo noi, eppure continui a fare il soldatino di piombo senza cuore e cervello. Certe volte mi domando come l'avete vissuta voi, questa dannata situazione. Vi siete mai trovati fra gli zombi?”. Peter si era alzato, faccia a faccia con il militare, occhi negli occhi. Teneva le mani dietro la schiena, anche se le avrebbe volute usare...

Alan e Roger li avevano separati a forza, spingendo il soldato verso la porta. Il sergente si era alzato dalla sedia, mentre Alan cercava di calmare l'amico: “Non serve a niente, credimi, non in queste situazioni”.

“La squadra Beta è...stata annientata dal nemico” disse il sergente Bob O'Shannon accendendosi una sigaretta.


Saryo alle 17:16 in: racconti, horror, in magazzino
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sabato, 06 settembre 2008

"In magazzino" (77°-78° Parte)

 

(77° Parte)

Un elicottero sorvolava la città passando proprio sopra la strada che i due mezzi stavano percorrendo, il rumore delle pale era divenuto forte e martellante. Chi era seduto nei posti laterali l'aveva visto. Rotoli di filo spinato e sacchetti riempiti di sabbia erano le prime difese che avessero visto. La strada era sgombra ed in fondo alla via, a centinaia di metri di distanza, s'intravedeva l'imponente struttura nata come acquario: due grandi moli la cingevano rendendola più sicura dal lato del mare.

I primi cartelli pubblicitari che ne ritraevano la bellezza, erano stati superati dalla jeep e dal furgone.

“Non è una cattiva idea rifugiarsi in un posto simile” disse Alan. Peter lo osservò dallo specchietto retrovisore, sembrava chiedergli delucidazioni, così lo accontentò: “Se dovessimo essere attaccati dagli zombi, quanti lati devi difendere?”.

Stephen sogghignò pensando ad un ipotetico attacco. “Adesso segui il mio ragionamento” gli disse. I due mezzi correvano lungo un corridoio sgombro, senza che alcuna creatura potesse avvicinarsi a loro. Il filo spinato era stato tirato lungo la strada restringendo la corsia, i muri composti dai sacchetti impedivano che potesse essere invasa.

“Queste creature sono morte, giusto?”, Alan si limitò ad annuire, così Stephen proseguì: “Chi gli impedirebbe di raggiungere gli altri lati a nuoto? Dopo tutto non potrebbero affogare.”.

“La struttura è rialzata, alcuni piloni sommersi la sorreggono, perciò...trai le giuste conclusioni e vedrai che ce la caveremo.”.

L'elicottero era passato sopra le loro teste atterrando sul tetto della struttura più grande, quella costruita sul cemento, che sembrava accogliere le biglietterie. Le transenne in ferro erano state usate come ulteriore difesa, sistemate nel perimetro del pontile principale. Lungo la strada videro molti soldati appostati in punti strategici: nidi di mitragliatrici avrebbero falciato le creature ancora prima che potessero raggiungere L'Isola 5/7.

Giunsero in un grande parcheggio protetto da reti alte un paio di metri. Era enorme e sgombro, il sole illuminava tutto con la sua calura di agosto. Alcuni cartelli pubblicitari mostravano le attrazioni più importanti che la struttura accoglieva: delfini, squali, meduse e calamari dalle grandezze eccezionali.

Parcheggiarono nell'angolo più vicino agli uffici, scendendo dai mezzi si erano guardati intorno: una piccola delegazione di militari li attendeva all'uscita dei parcheggi. I due gruppi si unirono andando incontro ai militari.

(78° Parte)

“Benvenuti” disse un uomo in divisa, una mostrina in ferro lo identificava come ufficiale dal grado di Colonnello, c'erano anche nome e cognome: James Duke. Due soldati lo scortavano ai lati, delle fasce nere al braccio destro portavano la scritta della Polizia Militare.

Alan si fece avanti e al suo fianco comparve Charles Berry in divisa della Protezione Civile.

“Grazie Colonnello” rispose quest'ultimo, “siamo felici di avervi trovato, non ci speravamo più.”.

“Signore, non riceviamo più notizie dalla squadra beta!”. Il soldato era apparso all'improvviso superando la recinzione, aveva parlato dopo aver fatto il saluto gerarchico, senza nemmeno degnare di uno sguardo i nuovi arrivati.

Il colonnello era sembrato incerto, ma solo per un istante. “Scusatemi, ma ho cose della massima importanza da sbrigare. Spero che presto potremo dedicarci del tempo.”. Il colonnello non disse altro, limitandosi a guardarli per qualche istante. Fece un giro su se stesso e seguì il soldato.

Al cancello si presentarono tre soldati in uniforme e i loro volti non erano sconosciuti ai due gruppi: “Sergente, che piacere...” aveva esordito Roger.

“Il colonnello desidera che vi mostriamo le strutture: vi faremo da guide”. L'uomo attese che varcassero il cancello del parcheggio per continuare: “non ve la dovrete prendere se in questo posto non ci sono persone aperte al dialogo, è solo che...non abbiamo incontrato molti vivi in questo periodo. Molti commilitoni sono diventati come quei mostri: stiamo tentando di sopravvivere ma non è facile.”.

“Seguiteci” disse il caporale John Turow tagliando corto, il sergente sorrise appena, come per dire – vi avevo avvisato – e seguì i suoi passi.

“Il padiglione centrale venne costruito sul molo più esteso per accogliere le principali attrazioni dell'acquario” aveva detto il caporale mostrando la struttura. Barbara ed Alan si erano fermati all'ingresso a due battenti, mentre gli altri procedevano all'interno.

Era tutto rimasto immutato, così appariva ai loro occhi. Diverse palme adornavano la passeggiata nelle vicinanze della struttura. Persino gli altri edifici sembravano incolumi, integri, come lo erano stati prima dell'esplosione dell'epidemia. L'acqua del porto, su cui venne costruito l'Acquario di Port Sigmunt, era verde scuro. Ciò che più risaltava alla vista era la mancanza di natanti che uscivano o entravano dall'esteso porto di questa città.


Saryo alle 09:52 in: racconti, horror, in magazzino
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lunedì, 01 settembre 2008

"In magazzino" (75°- 76° Parte)

 

(75° Parte)

Peter scosse la testa e schiacciò sull'acceleratore. I due mezzi si mossero contemporaneamente invadendo la strada. Passarono, per diverse decine di metri, lungo i marciapiedi: la strada era impraticabile a tratti, dovendo superare le auto che invadevano la via. Una città fantasma, questo appariva ai loro occhi.

Seguirono la strada principale che attraversava la cittadina costiera: a sinistra spiagge dai granelli chiari e mare dal color smeraldo, a destra, invece, c'era la periferia della città lasciata a se stessa. I negozi sembravano aperti ma senza alcun avventore che ne varcasse gli ingressi. A dirla tutta c'era qualcosa.

Peter si fermò in mezzo ad un incrocio e lo fece bruscamente, che quasi il furgone non li tamponò. Qualcuno si era affacciato dal mezzo che li seguiva inveendo su di lui, ma Peter non lo sentì neppure, perché guardava alla sua destra muovendo la testa a causa della scarsa visuale che gli concedeva il corpo di Thomas. “Forse siamo salvi” aveva detto senza muovere lo sguardo dalla via che stavano attraversando.

Uno ad uno si girarono guardando oltre i finestrini, poi li abbassarono per vedere meglio.

“Sono militari quelli!” disse Barbara, vedendone uno muoversi fra le auto parcheggiate.

“Ma...non sono soli...”. Alan aprì lo sportello senza alcuna prudenza, uscendo dal mezzo.

Tutti erano rapiti dalla scena: tre uomini in uniforme correvano lungo la via senza far rumore. I fucili ben imbracciati, baschi neri sul capo, coordinazione nei movimenti. Nessuno, all'apparenza, rimaneva senza copertura. Appena trovato un riparo, e ce ne erano molti nelle vicinanze, si fermavano per fornire copertura a chi sarebbe avanzato. Stavano venendo verso di loro e non avevano usato alcuna arma. Nessun rumore.

Alcuni passi incerti risuonarono dietro Alan, quei rumori avevano fatto girare Stephen appena in tempo per accorgersi di un'altra presenza. Non un uomo, ma il tizio dell'edicola. Portava ancora con sé l'arto che stringeva come fosse il trofeo più importante della sua vita.

Stephen aveva solo pensato di gridare, ma non cosa dire, così gli uscì una specie di balbettio: “Scappa Alan!”, e non lo disse nemmeno troppo convinto.

Alan si girò su se stesso giusto in tempo per difendersi, così bloccò come poté le mani della creatura. Lo zombi afferrò le braccia con forza, tirandolo a sé, ma quel pezzo di carne che continuava a stringere in una mano, gli fu d'impaccio. La bocca si apriva mostrando i denti, la bramosità di nuova carne.

Uno sparo echeggiò nella via e, l'uomo dalla camicia a scacchi, cadde in terra. Alan ansimava osservando gli altri ancora chiusi nella jeep: solo il suo sportello era aperto. Uno schizzo di sangue aveva imbrattato il tettino dell'auto.


(76° Parte)

“Non dovreste girare da queste parti: è pieno di quei...”. L'uomo in divisa li squadrò per qualche secondo, scrutando i volti degli occupanti della jeep. “Dovreste seguirci in un posto più sicuro” continuò il sergente Bob O'Shannon.

Giunsero gli altri due soldati con le armi spianate.

Bob si affacciò all'interno del veicolo: “Seguite questa strada fino al porto e dirigetevi all'Acquario Sigmunt. E' lì che si trova la nostra installazione, proprio nell'acquario.”.

Peter avviò il motore ed attese solo che Alan montasse in macchina. Alan si affacciò dal finestrino: “Grazie, sergente” gli gridò mentre la jeep proseguiva verso l'Isola 5/7.

“Allora è fatta, porco mondo!” gridò Thomas voltandosi verso gli altri, c'era una certa soddisfazione, un'enfasi fuori del normale in quella affermazione. Roger si limitò a dargli una pacca sulla spalla, poi tornò con lo sguardo su Port Sigmunt.

Non erano soli su quella via, quella parte della città era occupata dalla morte che camminava sulla terra. Non era possibile contarli. Uscivano da tutte le direzioni, non appena udivano le auto passare nelle vicinanze. Barbara ci provò da dietro il finestrino, osservandoli appena, mentre la jeep sfrecciava lambendoli, sfiorandoli. Ne aveva visto uno toccare la fiancata, perdendo l'equilibrio e finire a terra. Il capo era scuro per l'abbronzatura e portava una camicia a righe verticali bianche e azzurre. Quella figura le era rimasta impressa.

Un bambino, forse sui sei anni, era riuscito ad attraversare la strada prima del loro passaggio ed Alan lo aveva visto. Peter rallentò la velocità, come per farlo passare: “Non lo fare” disse Alan tenendo gli occhi fissi sulla creatura.

“Ma è normale, non si tratta di uno di quei cosi!” gli rispose Peter. Mancavano una trentina di metri all'impatto e fu in quel momento che il bambino si era girato verso di loro, lentamente, facendo perno su una gamba. La parte sinistra del suo corpo era normale, ma voltatosi...

Barbara guardò in terra, sul tappetino posteriore, avrebbe sognato per parecchie notti quella piccola figura tanto deturpata. Peter aveva accelerato l'andatura ed in pochi istanti avvenne l'impatto: nessuno aveva tenuto gli occhi aperti in quei pochi istanti; i tergicristalli si erano azionati spandendo quel fluido rosso scuro sul parabrezza.


Saryo alle 20:14 in: racconti, horror, in magazzino
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