"In magazzino" (73°- 74° Parte)
(73° Parte)
Si lasciarono Rob – County alle spalle, con tutto il suo orrore che era sgusciato fuori all'improvviso. Nessuno aveva parlato all'interno della jeep, non dopo quello che avevano visto tutti: come Stewart se ne era andato, come era passato dall'altra parte della barricata.
“Se lo sono mangiato vivo” aveva detto Thomas, “almeno stiamo più larghi!”. Barbara si era affacciata fra i due sedili anteriori, piuttosto contrariata: “Come puoi essere così cinico, faceva sempre parte del nostro gruppo. Insomma...era vivo, adesso invece...cazzo, che finaccia!”.
Peter la osservò dallo specchietto, fissandola per un istante, poi disse la sua: “Non lo conoscevi. Era solo una piattola che ci avrebbe messo nei guai, presto o tardi. Meglio lui che io. Questo dovrebbe essere il nostro motto”.
Roger si fece una risata, poggiando poi la schiena al sedile posteriore. “Adesso abbiamo anche dei motti, dei modi di dire. Ragazzi, la prossima volta che qualcuno di voi sarà in difficoltà, tipo circondato da quei cannibali, penserò a me stesso, cosa ne dite?”, si fece serio guardando la via sempre sgombra: “così saremo ancora più comodi.”.
“Ma che cazzo dici!” urlò Thomas voltandosi indietro, lo sguardo furioso. “Allora chi ha deciso che devi tenere quella dannata pistola per salvarti sempre il culo. Passamela! La terrò io.”.
Alan s'intromise, le cose stavano uscendo dal seminato. “Perché non la piantate? Dico a tutti e due!”. Alan fissò prima Roger, poi Thomas, “Non dobbiamo attaccarci fra noi, non adesso che siamo giunti quasi a destinazione.”.
Il furgone proseguiva senza intoppi, seguito dalla jeep a qualche metro di distanza, mentre la luce del sole si faceva più luminosa.
(74° Parte)
Benvenuti a Port Sigmunt diceva un cartello segnaletico lungo la Via Regionale 21. Tutti si guardarono intorno perché la strada lambiva le prime spiagge affacciate sull'oceano, ma erano deserte, senza nessuno che prendesse il sole. I primi chioschi in legno erano abbandonati, come gli ombrelloni e i lettini. Gli asciugamani giacevano attorcigliati a causa del vento.
La strada si faceva più stretta, non appena erano visibili le prime abitazioni: il muro di cemento scompariva, lasciando intravedere i primi incroci con vie meno importanti.
Il furgone dei cinofili si accostò a destra, seguito dalla jeep. Sean Silly scese dal mezzo insieme a Jasmine, le strade sembravano sicure al momento: nessuna creatura vagava nei paraggi. Alla loro destra c'era un negozio – un parrucchiere per donne – sembrava. La porta di vetro era spalancata e scie di sangue erano visibili sui vetri sporchi e opachi. L'interno era sottosopra.
“Allora, dove si troverebbe questa famigerata Isola?” chiese al gruppo di Alan. Quest'ultimo era sceso scrutando la via. Alcune auto erano parcheggiate vicino al marciapiede, altre erano ferme in mezzo alla strada, incidentate le une con le altre. Ovunque c'erano le stesse immagini di abbandono.
“Non lo sappiamo, credo che dovremmo seguire la strada e attraversare la città, finché non troveremo qualche indizio”. Alan si asciugò la fronte con un braccio, poi continuò: “Abbiamo poche cartucce, sarebbe meglio non esporci più di tanto”.
Tom si affacciò da un finestrino del furgone gridando: “Allora ci muoviamo, o aspettiamo di attirare qualche mostro? Più stiamo fermi, più rischiamo!”.
Jasmine gli lanciò un'occhiata per fulminarlo, l'uomo si zittì senza aggiungere altro. “Allora passiamo avanti noi, c'è Stephen che conosce questo paese come le sue tasche!” disse Thomas al fianco del conducente.
Ognuno rientrò nel proprio mezzo, chiudendo le sicure alle portiere, c'era una strana calma in quel luogo.
“Ricordate cosa diceva il messaggio su internet? Dobbiamo cercare l'Isola 5/7.” sentenziò Peter. Il ragazzo sembrava aver perso la vena di umorismo che lo aveva sempre contraddistinto, non gli venivano più battute da dire da quando avevano lasciato la chiesa e di questo ne rimase contrariato. Era sempre stato un buffone, con quel suo modo di fare, che persino in magazzino riusciva ad alzare l'umore dei colleghi.
“Sentite” disse a tutti senza distrarsi dalla guida, “non so come, ma ce la caveremo. Basterebbe trovare quei dannati mezzi militari: non li avranno fatti fuori in due giorni!”.
Barbara, che sedeva fra Alan e Roger, si girò a guardare il paese che sfilava alla loro destra: una edicola ancora aperta era tappezzata di manifesti con le ultime notizie del giorno prima. Riuscì a leggere appena due frasi scritte in neretto e sottolineate. Aggressioni e cannibalismo, pazzia collettiva. Gli ospedali si erano riempiti di persone ferite in poche ore, il virus aveva iniziato a contagiare i punti di soccorso senza che nessuno sapesse come reagire.
“Guardate là!” disse la ragazza all'improvviso. La jeep frenò appena superata l'edicola, dopo un incrocio con una via meno importante. “Pensavo fosse...”, la videro tutti quella figura umana che era uscita da dietro il rivenditore di giornali, era apparsa come uno spettro, dal nulla, probabilmente attirata da un rumore. Non era viva perché si muoveva come tutti gli zombi che avevano incontrato, con indumenti laceri e sporchi, doveva essere stato un uomo, una volta, senza capelli e con indosso ancora gli occhiali da sole con lenti a specchio. La camicia a scacchi era priva di una manica e, quella creatura, si portava dietro il pasto: un braccio che era appartenuto a qualcun'altro.
“Riparti, che aspetti?” disse Stephen guardandolo venire dalla sua parte, per sicurezza teneva in grembo la pistola.






