lunedì, 26 maggio 2008

"La stirpe spezzata" (12° Parte)

 

Gothar si affacciò con prudenza dall'angolo dell'edificio, si era mosso così veloce e silenzioso, che vide di non aver avuto un abbaglio. L'ombra scomparve dalla parte opposta: sembrava volesse aggirarlo.

Il cavaliere pensò alla regina, adesso esposta al pericolo, così tornò indietro fino a raggiungere l'ingresso. Entrò all'interno e vide la donna nascosta sotto il tavolo. Nessuno dei due disse nulla, finché un uomo dagli abiti scuri, con tanto di mantella e cappuccio del medesimo colore, varcò l'entrata.

Gothar si mosse alle sue spalle, toccandogli il collo coperto con la punta della spada.

“Fai solo una mossa e la tua testa rotolerà sul pavimento” lo ammonì.

L'avversario non mosse un solo muscolo, preso alla sprovvista.

“Adesso risponderai ad un paio di domande” lo incalzò Gothar. “Chi sei? Perché ci stavi seguendo?”. Senza attendere risposte gli strappò il cappuccio che celava la sua identità.

La regina uscì dal nascondiglio a carponi, finché non si mise eretta. Lo sguardo era incredulo, quasi incapace di comprendere. All'esterno si udirono passi pesanti, molti; voci non umane risuonavano fuori le mura.

Gothar perse l'interesse per il prigioniero, perché tutti quei suoni che aveva sentito, gli gelarono il sangue: tutto erano, fuorché provocati da esseri umani.

Inavi fissò l'uomo in nero con disprezzo, mentre Gothar aveva poco tempo per dire cosa pensasse di lui.

“Così, abbiamo un traditore! Ci hai venduti al nemico!”.

Sebastian non rispose alle provocazioni, limitandosi a sorridere sbeffeggiandolo, poiché i fatti parlavano da soli.

“Il destino di Conrad è stato deciso dal re, voi due non potrete farci niente, se non morire prima del tempo. Ma l'avete deciso voi, nessuno vi ha costretti.”.

La regina avanzò di un paio di passi: “Cosa ti hanno promesso per tradire il tuo re?”. La voce della donna era un sibilo carico di odio, l'espressione disgustata.

“Potere! Basterebbe solo questo a spingere un uomo a fare ciò che io ho fatto. Ma il disegno del nemico non si fermerà alla conquista del nostro regno. Non moriranno tutti, ci saranno dei superstiti che vivranno per permettere la sopravvivenza della nuova razza.”.

Gothar l'osservò meravigliato: “Ci tradisci per dei pidocchi troppo cresciuti? Creature che vivono sulle spalle di altri esseri, altrimenti soccomberebbero?”.

Sebastian si fece serio, le braccia gli cadevano lungo i fianchi: “Non vivono sempre nello stesso luogo, migrano solo quando si esaurisce ciò che più gli serve”. “Hanno bisogno di noi!” ripetè Sebastian, come fosse un pensiero ripetuto a sé stesso.

Gothar lo avrebbe voluto giustiziare in quell'istante, ma era troppo tardi: le creature stavano facendo irruzione all'interno della Grande Sala.

Fecero ingresso varcando la semi oscurità della stanza: erano due e non possedevano armature, poiché non ne avevano bisogno. La grande mole che avevano, la pelle scura e dura li avrebbe protetti in un possibile scontro.

La regina Inavi indietreggiò fino alla finestra più vicina, attraversando l'intera sala sgombra di oggetti. Gothar la seguì portandosi dietro il prigioniero: la lama della spada toccava appena il collo dell'uomo, fu un incentivo a seguirlo senza dare problemi.

Le due creature avanzarono senza attaccare, sembrava fossero in attesa.

L'intero edificio era circondato, il perimetro esterno e ogni via di fuga era stata preclusa. Risuonò una voce calma.

“Voi umani siete tutti uguali, appena c'è un pericolo vi aggrappate ad appigli inconsistenti: come state facendo ora.”. La creatura divenne visibile attraversando un fascio di luce che penetrava dalla finestra. Si posizionò fra le altre due.

Occhi sporgenti scrutarono i tre umani: era differente dalle altre per quanto avesse il corpo esile e slanciato. Un cranio calvo, il naso piccolo e schiacciato, i palmi delle mani si erano aperti rivelando altri due occhi privi di ciglia. Gothar l'aveva riconosciuta subito, non appena era comparsa davanti a loro. La pelle era color latte, ma in tutto il corpo sembrava portare macchie scure, una sorta di lividi.

“Di quali appigli stai parlando?” chiese Gothar. Sebastian era immobile, la testa un po' reclinata e la lama luccicò per un riflesso del sole.

“Pensi davvero che vi lasceremo andare se risparmierai la vita a quell'uomo?”. La creatura guardò Sebastian con disprezzo. “Uccidilo pure, uomini come lui ne troverò molti!”.

Gothar controllava le mosse del nemico, che sembravano prendersela comoda, forse era lui che doveva procedere per primo. Sentiva il sudore imperlargli la fronte, le mani erano viscide, bagnate.

Vide i nemici avanzare di un passo. La regina era dietro di lui, silenziosa. Aveva appena controllato l'esterno e ne aveva viste molte altre, ferme sotto le mura di cinta, attendevano che cercassero di fuggire.

La creatura esile fece un gesto con la mano, le altre due si fermarono, ma le corte spade erano alte, pronte a mietere vittime.

“Prima che tutto finisca...vorrei che qualcuno mi spieghi la vostra presenza in questo luogo.” disse il comandante della nuova razza.

Sebastian respirava a fatica per la posizione scomoda in cui stava: cominciava ad emettere uno strano rantolio.

Inavi fece un passo avanti, superando Gothar e l'ostaggio. “Sono venuta qui...” la regina esitò, guardandolo in faccia, poi il suo sguardo scese seguendo i lineamenti del corpo, i palmi delle mani, gli occhi che la fissavano in modo intenso. I due mostri che gli stavano a fianco sogghignavano. Piccole corna, lunghe qualche spanna, uscivano dalla fronte spaziosa, gli occhi erano di un colore rosso scuro, l'espressione trasudava odio.

“Sono venuta qui per parlare” disse infine. La voce della donna era incerta, ma poi sembrò prendere coraggio, sicurezza: “Non vogliamo altri morti! Non vogliamo che altro sangue bagni la nostra terra!”.

Inavi, senza aspettare repliche, tirò fuori un sacchetto di tela dall'abito e lo lanciò alla creatura. L'occhio nel palmo della mano destra si chiuse, mentre l'altra esaminava il contenuto del sacchetto.

Due dita affusolate estrassero un piccolo oggetto, portandolo alla luce diretta del sole. Sulle pareti ne scaturì un gioco di luci: rosso, blu, verde. Un arcobaleno di colori attirò l'attenzione di tutti.

Saryo alle 15:08 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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giovedì, 22 maggio 2008

"La stirpe spezzata" (11° Parte)

 

Il sentiero proseguiva lineare fra le colline che ricordavano tanto schiene di tartaruga, mentre, a quasi mezzo miglio, s'intravedeva la zona dei laghi. Era un luogo senza alcun riparo, a parte qualche albero che cresceva ai lati del sentiero. Era privo di erba, composto da terriccio e polvere. Il vento sferzava indisturbato, non essendoci vegetazione che ne rallentava la sua forza.

La regina rallentò la corsa della puledra tirando a sé le briglie. Lo stalliere aveva ragione, si trattava di un cavallo molto ben addestrato.

Gothar correva al suo fianco, scrutando che non apparissero minacce all'orizzonte, ma quello era un luogo aperto, era facile essere avvistati o notare chiunque si dirigesse verso di loro.

Avevano già fatto una sosta presso uno dei laghi, facendo bere e mangiare i due cavalli. Avevano percorso diverse miglia e, a Conrad, avevano sicuramente notato che la regina, con la sua scorta personale, erano assenti.

“Siamo quasi arrivati!” disse Gothar indicando il sentiero che s'inerpicava su di un colle davanti a loro. Era il più alto di tutti, luogo adatto per erigere un fortino per avvistare minacce. Dall'alto dei suoi centocinquanta piedi, la guarnigione del re controllava le zone sottostanti: era la prima difesa distaccata della città. Ma questo accadeva un tempo, secoli prima, quando le guerre fra le città bagnavano di sangue le terre dei tre regni. Venne abbandonato in seguito all'armistizio, quando i tre reggenti avevano fatto un patto fra loro, ed una pace duratura aveva fatto vivere i tre popoli senza altri spargimenti di sangue.

Salirono fino alla cima del Colle Van, fino a raggiungere un piccolo bosco che cresceva intorno alle rovine del Forte di Ruden. Fermarono i cavalli all'ombra degli alberi e si guardarono intorno.

C'era uno strano silenzio, rotto soltanto dal gracchiare di tre corvi. Sembravano provenire dall'apice del forte abbandonato, appena dietro il folto della vegetazione.

Gothar fu il primo a scendere da cavallo, poi aiutò Inavi a smontare da Dèrmina.

“Come vogliamo procedere, mia signora?”. La regina lasciò Gothar ad occuparsi dei cavalli, che vennero legati al tronco di un albero, mentre lei dava un'occhiata al boschetto che avevano davanti. Le mura del forte erano appena visibili fra le fronde degli alberi.

“Il forte non è un luogo per le signore” l'avvertì il soldato, “tantomeno per una regina. La struttura principale sembra reggere bene, ma porte e finestre non esistono più. Dovremo ripararci dal vento che attraversa questa regione, la notte sarà umida e fredda.”. Gothar esitò per un istante, infine gli venne un'idea: “Cercherò della legna per accendere un fuoco nel camino della Sala Grande.”.

Varcarono l'ingresso del forte attraverso la porta orientale, quello più vicino a loro. I due grossi portali erano rimasti aperti da tempo, il terreno e le erbacce l'avevano bloccati in quella stessa posizione. Inavi osservò l'arco d'ingresso, un tempo di colore bianco, resistere alle intemperie e scurirsi di un colore opaco, sporco.

“Perché è stato abbandonato?” chiese Inavi. I passi dei due risuonavano a causa di foglie secche, rami spezzati dal vento, accumulati in anni di completo abbandono.

“L'ultimo custode si chiamava Ruden, morto di vecchiaia...”. Qualcosa attirò lo sguardo del cavaliere, che lo fece ammutolire. Gothar si portò il dito indice alla bocca, mentre la mano scivolava sull'elsa della spada. Si maledì di non aver portato con sé lo scudo e le altre armi. Aveva visto un'ombra, solo per un istante, girare l'angolo opposto del forte.

Fece segno alla donna di aspettarlo, in completo silenzio. La lama della spada sgusciò fuori dal fodero, l'uomo proseguì radente al muro, cercando di fare meno rumore possibile.

La regina rimase sconcertata, provò paura per le sue scelte, ma ormai era andata troppo oltre per ritornare sui suoi passi. Varcò l'ingresso dell'edificio fatiscente, privo di porta, buttata di lato alla parete.

L'ombra, all'interno della dimora, l'avvolse. C'era un odore acre, pungente per il disfacimento; l'unica fonte di luce era quella del sole, che penetrava attraverso le finestre prive di imposte. Il primo ambiente era ampio, vuoto, dispersivo. Vide un grosso camino costruito sulla parete più lunga, l'unica cosa ancora intatta: un tavolo in legno massello, alla sua sinistra, vicino all'ingresso.

La regina si appoggiò con le spalle al muro, mettendosi al riparo sotto il tavolo, seduta sul pavimento polveroso. Attese il ritorno di Gothar.


Saryo alle 17:44 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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sabato, 17 maggio 2008

"La stirpe spezzata" (10° Parte)

 

“Ecco Dèrmina, la vostra puledra” disse lo stalliere. Le grosse mani accarezzarono il muso della cavalla, seguendone i lineamenti muscolosi. “Risponderà ai vostri comandi, è stata addestrata di recente, non abbiate timori”.

La regina Inavi la guardò, senza dire una sola parola: occhi negli occhi. Al primo sguardo la puledra mosse la testa dal basso in alto, una criniera marrone tenue le scendeva sul lungo collo. Gli occhi erano dello stesso colore del manto: marroni chiaro.

La signora di Conrad avanzò di un passo, allungando le mani sulla testa del cavallo, poi le diede un po' di fieno. Aveva indossato stivali di cuoio per fare un'uscita fuori dalle mura, gli abiti che aveva messo erano comodi, visto il ventre dilatato dalla nuova vita che portava con sé. Inavi ed il suo signore, in passato, avevano fatto molti progetti per il figlio.

“Posso accompagnarvi?” chiese Gothar. Era sbucato da dietro la stalla, i passi silenziosi, lo sguardo era serio. Indossava l'armatura dell'esercito, ma si trattava di quella leggera: una cotta di maglie di ferro, un busto fatto in cuoio, delle spalline di lamine sottili gli rivestivano le spalle.

Inavi non era sorpresa della sua presenza, da quando era tornato a riferire ciò che era successo, Gothar aveva ricevuto un nuovo incarico: scortare la regina ovunque si recasse. Si trattava di un ordine del re, e lui ne fu lusingato.

La donna salì in sella a Dèrmina, dall'alto della puledra gli sorrise: “Come desideri, ma vado molto di fretta” gli disse.

Quel giorno la città era dormiente, la fuga di notizie dal castello l'aveva resa silenziosa, quasi una città fantasma. Lo scalpitio di zoccoli s'infrangeva sulle pareti della dimora dei regnanti, solo la presenza di due guardie rendeva quel luogo vivo.

I cavalli attraversarono il portale spalancato, lasciandosi dietro i giardini di corte. Le due guardie non fecero domande al loro passaggio, si limitarono a restare ritti, salutando la regina con un movimento simultaneo delle picche.

Inavi si guardò indietro un'ultima volta, mentre la cavalla, a passo lento, procedeva lungo il ponte levatoio abbassato.

La fortezza del re aveva due mura di cinta, un ponte ed un fossato all'interno delle fortificazioni: all'esterno c'era la città con tutte le abitazioni sorte nel tempo.

“Non vi mancherà Conrad?” chiese Gothar, spezzando il silenzio che cingeva la donna. “Ditemi dove volete andare, ma dubito che faremo ritorno in città. Sono convinto che abbiate un piano.”.

La donna sorrise ma non pronunciò parola. Pensò al luogo in cui sarebbe voluta andare, un posto quasi al confine delle loro terre. “Portami sul Colle Van, al Forte Disabitato” gli disse senza spostare lo sguardo dalla strada lastricata.

Sacrificio, pensò Gothar appena udite le parole della regina. Quei mostri li avrebbero di sicuro catturati, forse anche uccisi, perché non avevano avuto alcuna pietà con la sua guarnigione.

Uscirono da Conrad senza problemi, come se si stessero recando a fare una lunga passeggiata. Inavi, uscendo dal portale sud, aveva notato come fosse affollato il corpo di guardia, le mura esterne della città erano sorvegliate, le torri erano gremite di uomini.

“Perché siete voluta uscire senza una scorta?”. Gothar seguiva la medesima andatura del suo cavallo, mentre scrutava il sentiero che avevano preso fra le colline basse che circondavano il regno di re Spen. I suoi domini si estendevano per miglia fino a sud, dove nascevano montagne dalle rocce a picco.

“I nemici si tengono lontani dalla città, non cominceranno un assedio proprio oggi” rispose Inavi, fissò le orecchie di Dèrmina per qualche istante, poi proseguì: “non farebbero del male ad una ambasciatrice”. La regina tirò le briglie della puledra finché non si fermò. Sorsero dei dubbi in lei, non sapeva quanto poteva raccontare al cavaliere riguardo le sue idee.

Erano entrambi fermi lungo il sentiero di terra, i cavalli che muovevano le code come fruste per scacciare gli insetti che si fermavano sulle loro pance.

“Immagino che il re non ne sappia niente del vostro piano, quale esso sia. Ma lasciate che vi dica una cosa, anche se dubito che convincerete i nostri nemici. Non credo scendano a patti.”.

Inavi sorrise mentre accarezzava la testa della puledra, questa parve apprezzarlo, poiché nitrì tirando su il capo. “Questo lo vedremo presto, mio buon Gothar. Ho qui con me un messaggio, inoltre tenterò di ragionare con loro, anche se fossero bestie sanguinarie.”.

Gothar seguì la logica della sua signora, “Secondo voi tutto ha un prezzo?”. La domanda rimase senza risposta, la regina mosse le redini ed il cavallo avanzò al trotto.


Saryo alle 10:57 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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