"La stirpe spezzata" (12° Parte)
Gothar si affacciò con prudenza dall'angolo dell'edificio, si era mosso così veloce e silenzioso, che vide di non aver avuto un abbaglio. L'ombra scomparve dalla parte opposta: sembrava volesse aggirarlo.
Il cavaliere pensò alla regina, adesso esposta al pericolo, così tornò indietro fino a raggiungere l'ingresso. Entrò all'interno e vide la donna nascosta sotto il tavolo. Nessuno dei due disse nulla, finché un uomo dagli abiti scuri, con tanto di mantella e cappuccio del medesimo colore, varcò l'entrata.
Gothar si mosse alle sue spalle, toccandogli il collo coperto con la punta della spada.
“Fai solo una mossa e la tua testa rotolerà sul pavimento” lo ammonì.
L'avversario non mosse un solo muscolo, preso alla sprovvista.
“Adesso risponderai ad un paio di domande” lo incalzò Gothar. “Chi sei? Perché ci stavi seguendo?”. Senza attendere risposte gli strappò il cappuccio che celava la sua identità.
La regina uscì dal nascondiglio a carponi, finché non si mise eretta. Lo sguardo era incredulo, quasi incapace di comprendere. All'esterno si udirono passi pesanti, molti; voci non umane risuonavano fuori le mura.
Gothar perse l'interesse per il prigioniero, perché tutti quei suoni che aveva sentito, gli gelarono il sangue: tutto erano, fuorché provocati da esseri umani.
Inavi fissò l'uomo in nero con disprezzo, mentre Gothar aveva poco tempo per dire cosa pensasse di lui.
“Così, abbiamo un traditore! Ci hai venduti al nemico!”.
Sebastian non rispose alle provocazioni, limitandosi a sorridere sbeffeggiandolo, poiché i fatti parlavano da soli.
“Il destino di Conrad è stato deciso dal re, voi due non potrete farci niente, se non morire prima del tempo. Ma l'avete deciso voi, nessuno vi ha costretti.”.
La regina avanzò di un paio di passi: “Cosa ti hanno promesso per tradire il tuo re?”. La voce della donna era un sibilo carico di odio, l'espressione disgustata.
“Potere! Basterebbe solo questo a spingere un uomo a fare ciò che io ho fatto. Ma il disegno del nemico non si fermerà alla conquista del nostro regno. Non moriranno tutti, ci saranno dei superstiti che vivranno per permettere la sopravvivenza della nuova razza.”.
Gothar l'osservò meravigliato: “Ci tradisci per dei pidocchi troppo cresciuti? Creature che vivono sulle spalle di altri esseri, altrimenti soccomberebbero?”.
Sebastian si fece serio, le braccia gli cadevano lungo i fianchi: “Non vivono sempre nello stesso luogo, migrano solo quando si esaurisce ciò che più gli serve”. “Hanno bisogno di noi!” ripetè Sebastian, come fosse un pensiero ripetuto a sé stesso.
Gothar lo avrebbe voluto giustiziare in quell'istante, ma era troppo tardi: le creature stavano facendo irruzione all'interno della Grande Sala.
Fecero ingresso varcando la semi oscurità della stanza: erano due e non possedevano armature, poiché non ne avevano bisogno. La grande mole che avevano, la pelle scura e dura li avrebbe protetti in un possibile scontro.
La regina Inavi indietreggiò fino alla finestra più vicina, attraversando l'intera sala sgombra di oggetti. Gothar la seguì portandosi dietro il prigioniero: la lama della spada toccava appena il collo dell'uomo, fu un incentivo a seguirlo senza dare problemi.
Le due creature avanzarono senza attaccare, sembrava fossero in attesa.
L'intero edificio era circondato, il perimetro esterno e ogni via di fuga era stata preclusa. Risuonò una voce calma.
“Voi umani siete tutti uguali, appena c'è un pericolo vi aggrappate ad appigli inconsistenti: come state facendo ora.”. La creatura divenne visibile attraversando un fascio di luce che penetrava dalla finestra. Si posizionò fra le altre due.
Occhi sporgenti scrutarono i tre umani: era differente dalle altre per quanto avesse il corpo esile e slanciato. Un cranio calvo, il naso piccolo e schiacciato, i palmi delle mani si erano aperti rivelando altri due occhi privi di ciglia. Gothar l'aveva riconosciuta subito, non appena era comparsa davanti a loro. La pelle era color latte, ma in tutto il corpo sembrava portare macchie scure, una sorta di lividi.
“Di quali appigli stai parlando?” chiese Gothar. Sebastian era immobile, la testa un po' reclinata e la lama luccicò per un riflesso del sole.
“Pensi davvero che vi lasceremo andare se risparmierai la vita a quell'uomo?”. La creatura guardò Sebastian con disprezzo. “Uccidilo pure, uomini come lui ne troverò molti!”.
Gothar controllava le mosse del nemico, che sembravano prendersela comoda, forse era lui che doveva procedere per primo. Sentiva il sudore imperlargli la fronte, le mani erano viscide, bagnate.
Vide i nemici avanzare di un passo. La regina era dietro di lui, silenziosa. Aveva appena controllato l'esterno e ne aveva viste molte altre, ferme sotto le mura di cinta, attendevano che cercassero di fuggire.
La creatura esile fece un gesto con la mano, le altre due si fermarono, ma le corte spade erano alte, pronte a mietere vittime.
“Prima che tutto finisca...vorrei che qualcuno mi spieghi la vostra presenza in questo luogo.” disse il comandante della nuova razza.
Sebastian respirava a fatica per la posizione scomoda in cui stava: cominciava ad emettere uno strano rantolio.
Inavi fece un passo avanti, superando Gothar e l'ostaggio. “Sono venuta qui...” la regina esitò, guardandolo in faccia, poi il suo sguardo scese seguendo i lineamenti del corpo, i palmi delle mani, gli occhi che la fissavano in modo intenso. I due mostri che gli stavano a fianco sogghignavano. Piccole corna, lunghe qualche spanna, uscivano dalla fronte spaziosa, gli occhi erano di un colore rosso scuro, l'espressione trasudava odio.
“Sono venuta qui per parlare” disse infine. La voce della donna era incerta, ma poi sembrò prendere coraggio, sicurezza: “Non vogliamo altri morti! Non vogliamo che altro sangue bagni la nostra terra!”.
Inavi, senza aspettare repliche, tirò fuori un sacchetto di tela dall'abito e lo lanciò alla creatura. L'occhio nel palmo della mano destra si chiuse, mentre l'altra esaminava il contenuto del sacchetto.
Due dita affusolate estrassero un piccolo oggetto, portandolo alla luce diretta del sole. Sulle pareti ne scaturì un gioco di luci: rosso, blu, verde. Un arcobaleno di colori attirò l'attenzione di tutti.
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