"La stirpe spezzata" (9° Parte)
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“E' in gioco la nostra stessa esistenza! Non possiamo perdere attimi preziosi.”. Il re aveva parlato furente, sbattendo un pugno sul tavolo, gli occhi parvero una fessura per la collera. Squadrò i consiglieri presenti all'incontro, poi terminò di dire ciò che andava detto: “Non vi voglio vedere combattere fra di voi: abbiamo un nemico comune da sconfiggere e dobbiamo trovare un accordo.”.
Omeron tacque, il consigliere Sebastian fece altrettanto. C'era nervosismo all'interno della sala del consiglio, come non si era mai visto. Entrambi si misero a sedere e l'acceso astio si spense, per il momento.
Qualcuno bussò alla porta a due battenti, alcuni istanti dopo comparve Sigrond. L'armatura che indossava aveva un colore bronzeo, scintillante a causa della luce solare che lo aveva investito, il tintinnio della maglia di ferro che lo rivestiva, risuonò nella sala. “Perdonatemi il ritardo” disse in tono greve. Prese posto al fianco di Omeron: “So dove si trova l'accampamento nemico.”.
Spen attese che parlasse, come tutti del resto. Finora si erano fatte ipotesi, proposte su come affrontare il nemico in campo aperto, il modo più sicuro di proteggere la città dall'aggressione.
“Sono accampati nella Valle di Stornuk, a migliaia. Non posseggono tende, né un vero accampamento”. Il consigliere guardò il re seduto a capotavola, portò la sedia più avanti per trovare comodità, appoggiando i pesanti bracciali sopra il tavolo. “Vivono come bestie assiepate fra gli alberi: disgustosi.”.
Una risata divertita risuonò e Sebastian si alzò dal suo posto giungendo alle spalle di Sigrond. Appoggiò entrambe le mani sulle grandi spalline della sua armatura, il tono sembrava alquanto beffardo. “Bene bene” disse, “abbiamo il nostro eroe senza macchia e senza paura. Onorato di aver sentito come queste bestie vivano felici fra i nostri alberelli, a poche miglia dalla nostra città. Per caso – il nostro eroe – ha pensato un qualche piano per distruggerle?”.
Sigrond si fece rosso per la collera, la mano scivolò sull'elsa della spada, ma non accadde ciò che tutti si aspettavano. Egli sospirò senza voltarsi a guardarlo. “Se solo qualcuno potesse avere un attimo di pazienza...”. Afferrò un boccale colmo d'acqua e ne bevve dei sorsi: il calore dell'armatura era qualcosa di insopportabile.
“Le nostre reti di spie sono al lavoro” volle confermare al sovrano. Il suo timbro di voce era calmo, nonostante avrebbe voluto uccidere quella sorta di insetto che aveva parlato.
“Ogni spostamento del nemico ci giungerà nel tempo necessario per preparare una contromossa. Per adesso sembra che vogliano attendere il termine dei due giorni. Abbiamo tempo, Sire.”. Il re si compiacque della notizia.
Sigrond aveva altro da dire, aveva un piano: “Potremmo attaccarle noi, mio signore, quando meno se lo aspettano. Conosciamo ogni spanna del territorio che occupano, e abbiamo tempo sufficiente per prepararci.”.
“Sembri talmente sicuro di una vittoria, eroe, che sei patetico.”. L'attenzione di Sebastian andò sul re: occhi puntati sulla sua espressione perplessa. Adesso l'insetto volteggiava vicino al signore di Conrad, il re sembrava restìo dal volerlo fermare.
“Sono dell'idea di aspettare le mosse del nemico: abbiamo sufficienti armi e viveri per resistere ad un lungo assedio.” disse infine.
C'era una mappa del regno di Conrad, ben dispiegata sul tavolo del consiglio ed Omeron la scrutò in silenzio.
“Potremmo concentrarci qui” disse Omeron, poggiando l'indice sulla collina sovrastante la valle. Lo sguardo d'intesa fra Omeron e Sigrond si accese.
“Sire” intervenne Sebastian, l'uomo gli si fermò di fianco, scuro in volto, “non vorrete dare in pasto a quelle belve il nostro esercito! Moriremo tutti quanti durante il primo assalto, signore.”.
Iliam, il consigliere che sedeva di fronte a Sigrond, intervenne: “Perché non usiamo Sebastian come esca? Signore...” disse alzandosi in piedi, “chiedo davanti a voi, ed al consiglio riunito, che costui venga allontanato in questo istante”. Iliam attendeva una risposta dal sovrano, ma per sottolineare l'offesa ricevuta, aggiunse: “Il sarcasmo non è ammesso in questa seduta. Stiamo decidendo quale linea difensiva adottare – per sopravvivere – non una trama da teatrino goliardico!”.
Re Spen socchiuse gli occhi, non guardava nessuno in particolare, ma stava valutando come agire: l'ultima decisione spettava a lui, e a lui soltanto, in quanto re di Conrad.
Si alzò stanco, avvilito, senza dire nulla. Le finestre aperte, il rumore che ne proveniva, avevano attirato la sua attenzione, così si affacciò. Ci fu silenzio nella sala, solo il vociare che proveniva dall'esterno era l'unico suono udibile. Il brusio della gente che continuava la propria vita, mentre alcune persone decidevano del loro futuro, del futuro di tutta la gente.
“Attaccheremo le creature nella Valle di Stornuk!” disse re Spen appena voltato.
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