mercoledì, 30 aprile 2008

"La stirpe spezzata" (9° Parte)

 

***

“E' in gioco la nostra stessa esistenza! Non possiamo perdere attimi preziosi.”. Il re aveva parlato furente, sbattendo un pugno sul tavolo, gli occhi parvero una fessura per la collera. Squadrò i consiglieri presenti all'incontro, poi terminò di dire ciò che andava detto: “Non vi voglio vedere combattere fra di voi: abbiamo un nemico comune da sconfiggere e dobbiamo trovare un accordo.”.

Omeron tacque, il consigliere Sebastian fece altrettanto. C'era nervosismo all'interno della sala del consiglio, come non si era mai visto. Entrambi si misero a sedere e l'acceso astio si spense, per il momento.

Qualcuno bussò alla porta a due battenti, alcuni istanti dopo comparve Sigrond. L'armatura che indossava aveva un colore bronzeo, scintillante a causa della luce solare che lo aveva investito, il tintinnio della maglia di ferro che lo rivestiva, risuonò nella sala. “Perdonatemi il ritardo” disse in tono greve. Prese posto al fianco di Omeron: “So dove si trova l'accampamento nemico.”.

Spen attese che parlasse, come tutti del resto. Finora si erano fatte ipotesi, proposte su come affrontare il nemico in campo aperto, il modo più sicuro di proteggere la città dall'aggressione.

“Sono accampati nella Valle di Stornuk, a migliaia. Non posseggono tende, né un vero accampamento”. Il consigliere guardò il re seduto a capotavola, portò la sedia più avanti per trovare comodità, appoggiando i pesanti bracciali sopra il tavolo. “Vivono come bestie assiepate fra gli alberi: disgustosi.”.

Una risata divertita risuonò e Sebastian si alzò dal suo posto giungendo alle spalle di Sigrond. Appoggiò entrambe le mani sulle grandi spalline della sua armatura, il tono sembrava alquanto beffardo. “Bene bene” disse, “abbiamo il nostro eroe senza macchia e senza paura. Onorato di aver sentito come queste bestie vivano felici fra i nostri alberelli, a poche miglia dalla nostra città. Per caso – il nostro eroe – ha pensato un qualche piano per distruggerle?”.

Sigrond si fece rosso per la collera, la mano scivolò sull'elsa della spada, ma non accadde ciò che tutti si aspettavano. Egli sospirò senza voltarsi a guardarlo. “Se solo qualcuno potesse avere un attimo di pazienza...”. Afferrò un boccale colmo d'acqua e ne bevve dei sorsi: il calore dell'armatura era qualcosa di insopportabile.

“Le nostre reti di spie sono al lavoro” volle confermare al sovrano. Il suo timbro di voce era calmo, nonostante avrebbe voluto uccidere quella sorta di insetto che aveva parlato.

“Ogni spostamento del nemico ci giungerà nel tempo necessario per preparare una contromossa. Per adesso sembra che vogliano attendere il termine dei due giorni. Abbiamo tempo, Sire.”. Il re si compiacque della notizia.

Sigrond aveva altro da dire, aveva un piano: “Potremmo attaccarle noi, mio signore, quando meno se lo aspettano. Conosciamo ogni spanna del territorio che occupano, e abbiamo tempo sufficiente per prepararci.”.

“Sembri talmente sicuro di una vittoria, eroe, che sei patetico.”. L'attenzione di Sebastian andò sul re: occhi puntati sulla sua espressione perplessa. Adesso l'insetto volteggiava vicino al signore di Conrad, il re sembrava restìo dal volerlo fermare.

“Sono dell'idea di aspettare le mosse del nemico: abbiamo sufficienti armi e viveri per resistere ad un lungo assedio.” disse infine.

C'era una mappa del regno di Conrad, ben dispiegata sul tavolo del consiglio ed Omeron la scrutò in silenzio.

“Potremmo concentrarci qui” disse Omeron, poggiando l'indice sulla collina sovrastante la valle. Lo sguardo d'intesa fra Omeron e Sigrond si accese.

“Sire” intervenne Sebastian, l'uomo gli si fermò di fianco, scuro in volto, “non vorrete dare in pasto a quelle belve il nostro esercito! Moriremo tutti quanti durante il primo assalto, signore.”.

Iliam, il consigliere che sedeva di fronte a Sigrond, intervenne: “Perché non usiamo Sebastian come esca? Signore...” disse alzandosi in piedi, “chiedo davanti a voi, ed al consiglio riunito, che costui venga allontanato in questo istante”. Iliam attendeva una risposta dal sovrano, ma per sottolineare l'offesa ricevuta, aggiunse: “Il sarcasmo non è ammesso in questa seduta. Stiamo decidendo quale linea difensiva adottare – per sopravvivere – non una trama da teatrino goliardico!”.

Re Spen socchiuse gli occhi, non guardava nessuno in particolare, ma stava valutando come agire: l'ultima decisione spettava a lui, e a lui soltanto, in quanto re di Conrad.

Si alzò stanco, avvilito, senza dire nulla. Le finestre aperte, il rumore che ne proveniva, avevano attirato la sua attenzione, così si affacciò. Ci fu silenzio nella sala, solo il vociare che proveniva dall'esterno era l'unico suono udibile. Il brusio della gente che continuava la propria vita, mentre alcune persone decidevano del loro futuro, del futuro di tutta la gente.

“Attaccheremo le creature nella Valle di Stornuk!” disse re Spen appena voltato.


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lunedì, 28 aprile 2008

"La stirpe spezzata" (8° Parte)

 

***

La cesta ballonzolava ad ogni passo del cavallo del re, ma era ben fissata alla sella: per nessuna ragione al mondo Spen avrebbe voluto che cadesse. Comunque non l'avrebbe più aperta.

Le urla d'incitamento giungevano fino alle sue orecchie, fino a quelle degli altri quattro che cavalcavano vicino a lui. I suoi uomini, il suo esercito, era con il condottiero di Conrad.

L'esercito nemico era ancora distante, stipato in fondo alla valle, silenzioso ma presente. L'esigua ambasciata avversaria se ne stava tornando da dove era venuta, lentamente e senza alcuna fretta.

Sigrond, assieme agli altri due compagni, si scisse dal re e da Omeron puntando verso la cavalleria: re Spen la vide schierata in bella mostra, con tutti quei stendardi mossi dal vento.

“Mio signore” disse Omeron al suo fianco, “volete che la notizia venga data? E' una decisione che spetta solo a voi.”. Lo sguardo del consigliere cadde sulla cesta, su quell'involucro funerario che conteneva ciò che restava della regina.

Spen non sapeva cosa rispondere, perché non aveva pensato a cosa fare, né se attaccare l'esercito nemico per primo. “Che la notizia venga data, sarò io a darla” disse, “poi viaggerà di bocca in bocca, ne sono convinto.”.

Il consigliere assentì con il capo, ma poi aggiunse: “Cosa ne dite di un'altra scaldatina al nostro esercito? Siete un oratore impeccabile...riuscireste a scaldare persino il cuore ad un cadavere”. L'uomo gli sorrise, un attimo dopo spronò il cavallo e raggiunse il proprio posto fra lo schieramento.

Spen guardò un'ultima volta la cesta, gli occhi scintillarono per le lacrime ma fu un solo istante, perché le represse: giunse davanti alla prima fila di fanti ed il frastuono si smorzò. Scese il silenzio sulla cima della collina.

Guardò fiero i suoi uomini, mentre sentiva migliaia di occhi puntati su di sé. Il re si bagnò le labbra mentre la sua vista si perdeva sulle lance e gli scudi quasi immobili, sulle decine di file che si perdevano fin dietro il crinale.

Ho avuto un colloquio con l'ambasciata nemica” disse il re mentre faceva scorrere il cavallo lungo la prima fila dell'esercito schierato. “E mi hanno dato una notizia terribile”, quelle parole avevano attirato ancor più l'attenzione, ne era certo. “La nostra regina è...morta!”. Un brusio di voci si levò, quasi bisbigli.

“Uccideremo quelle bestiacce trafiggendole!” urlò qualcuno, poi si scatenò un coro di voci che scandivano il nome della signora di Conrad e accadde ciò che il re si aspettava: ogni uomo si era unito a quel coro. La notizia passò di bocca in bocca, inasprendo gli animi degli uomini schierati lì quel giorno.

Re Spen girò il cavallo fissando le creature schierate in fondo alla discesa: un'accozzaglia di mostri l'aveva definita e sorrise per quella definizione. Si fece serio, i lineamenti del volto duri, e sfoderò la spada in alto, con un gesto fluido. La lama scintillò al sole, mentre le sue parole uscivano dalla bocca forti, incisive.

Fratelli di Conrad!”, ogni uomo cessò di gridare il nome della regina, prestando attenzione al re. “Si sono presentati due giorni fa occupando il nostro regno ed hanno ucciso! Hanno ucciso senza pietà alcuna, trucidando una pattuglia di confine!”.

Qualcuno inveì sui nemici, sentendo dolore per la perdita di una persona innocente, qualcuno che non meritava una tale morte.

Oggi sono qui, dinanzi a voi, per chiedervi GIUSTIZIA!”. Una voce si levò altrettanto forte: “MORTE AGLI INVASORI!”. Seguì un coro che inneggiò il nome del re.

Ai lati degli uomini schierati giunsero altri cavalieri, essi non portavano i medesimi stendardi di Conrad, né armature uguali, le celate degli elmi erano chiuse. Omeron si fece largo tra i fanti, il cavallo attraversava le file larghe più di un passo.

“Sire” urlò il consigliere fra le grida eccitate che si espandevano sulla collina. L'uomo affiancò il re: “abbiamo ricevuto aiuti, non è quanto ci aspettassimo, ma meglio di niente.”.

Due cavalieri comparvero dal fianco sinistro, puntando su loro. Gli scudi neri fissati alle selle, gli stemmi dell'esercito di Livi divennero visibili. Infine ne sbucarono altri due, con stemmi della città di Donur.

Re Spen pensò ad uno scherzo della sua vista, ma erano reali: uomini a cavallo che lui conosceva benissimo, fidati soldati dei suoi alleati.

“C'è posto per qualche pazzo in più?” chiese Lord Jennys, “non vorrete essere così egoisti da uccidere quelle creature senza di noi.”. Gli sfuggì una risata osservando chi avrebbero affrontato. Il cavallo si spostò di lato, mettendosi in riga con gli altri.

Omeron sorrise ribattendo: “Non vorremmo tenere tutto il divertimento per noi, assolutamente. Felici di vedervi.”. Re Spen chinò il capo appena, in segno di ringraziamento. “Non ci speravo più nel vostro arrivo. Abbiamo tenuto un posticino tutto per voi, alla nostra sinistra” disse indicando con un braccio. “Per voi altri” disse guardando Ser Donning, “avevamo pensato all'altro fianco.”.

Alcuni corni risuonarono nell'aria, note lunghe e prolungate. In fondo alla discesa, invece, l'esercito di mostri andava stringendosi, le schiere si facevano compatte.

Omeron alzò la mano in aria, ai lati si sentivano i cavalli che si muovevano per prendere posto, lo si percepiva dalle vibrazioni nel terreno: lo schieramento di uomini si andava allungando, nuovi soldati aumentavano il numero dei difensori.

“Attendo un vostro comando, Sire” disse con tono secco il consigliere del re.

“Voglio vederli bruciare!” ribatté il condottiero di Conrad. Omeron rimase fermo, il palmo della mano aperto, occhi puntati sul nemico.

***


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sabato, 26 aprile 2008

"La stirpe spezzata" (7° Parte)

 

Il reggente di Conrad varcò la soglia della sala del consiglio: due finestre erano aperte per illuminare la stanza e Spen si guardò intorno. I raggi del sole entravano prepotenti, illuminando il pavimento fatto di mattoni verde scuro.

Il colloquio iniziò, sia re Spen, che il comandante della pattuglia di confine, erano faccia a faccia. Entrambi seduti al tavolo del consiglio, si studiavano in silenzio. Gothar, questo era il suo nome, si guardò intorno intimorito. Era la prima volta che gli succedeva, dopo anni che faceva parte dell'esercito di Conrad, questa era la prima occasione di parlare al suo re.

“Siamo stati attaccati” disse il capitano della pattuglia, gli occhi che fuggivano dallo sguardo del re, si sentiva scrutato dentro.

“Non dormo da ieri, non ho più dormito da quando mi è successo di aver visto la morte in faccia. Dicono che sono stato fortunato, di essermi meritato di continuare a vivere, mentre gli altri compagni sono...”, Gothar si fece cupo, sembrava che le parole gli fuggissero dalla bocca.

Spen capì il suo stato d'animo, così cercò di metterlo a suo agio, era solo questione di farlo sentire ancora importante. Quando un comandante di pattuglia era l'unico superstite, subentrava il disonore di vivere, mentre i compagni erano morti durante una battaglia.

“Non hai mai pensato che sia stato il destino? Non è sopravvissuto un semplice soldato, ma un uomo che ha anni di esperienza in guerra.”, il re sperò di avergli dato un'altra possibilità: credere ancora in lui.

“Sire, non era una battaglia, è stato un massacro!”.

Gothar riprese dignità, cercò la lucidità in ciò che voleva raccontare: “Non possiamo sperare di vincere con quelle creature, perché non sono esseri umani e non hanno le nostre debolezze. Se li combattessimo in campo come se fossero uomini...”, non voleva apparire pessimista, più di quello che era.

“Raccontami come sono andate le cose” disse Spen, cercando di essere disponibile.

Gothar si guardò intorno, poi fissò la luce del sole che penetrava nella penombra, come lame di acciaio scintillanti. Socchiuse gli occhi, si perse nei ricordi che tormentavano la sua mente.

“Eravamo a cavallo. Comandavo una piccola guarnigione di confine: cavalleria leggera. Gli ordini erano di perlustrare il confine sud, tra Conrad e Livi.”. L'uomo sembrò assentarsi per qualche istante, poi gli occhi tornarono sul viso di Spen, che attendeva con pazienza.

“E' successo all'improvviso, senza che ce ne potessimo accorgere: non potevamo pensare che dietro quelle rocce...”. Il superstite tornò un attimo indietro, esaminando con i ricordi quel dannato luogo.

“Il sentiero percorreva una collina, ai lati c'erano alberi e fronde – scarsa vegetazione – non si poteva nascondere alcuna minaccia. Ma quando raggiungemmo l'altura, ai lati c'erano rocce alte: ricordo che erano bianche, con sfumature di grigio.”. Gothar chiese dell'acqua, sentiva la gola secca, i ricordi del giorno prima gli mettevano ansia, paura per quello che aveva visto.

Omeron entrò nella sala portando un vassoio, una brocca d'acqua, due boccali capienti. Attese qualche attimo prima di tornare da dove era venuto.

“Mi dispiace se i ricordi ti portano dolore” riuscì a dire il re, “ma è importante che tu mi dica di questo incontro, delle tue sensazioni, i tuoi pensieri: sei l'unico ad averli visti in azione. Ti hanno anche parlato.”.

Gothar bevve dal boccale, il suo corpo sembrava aver bisogno di acqua, così terminò di dissetarsi.

“Sire” disse l'uomo con un filo di voce, “siete il primo a cui racconto questa maledetta storia, non l'ho detto a nessun altro, mi faceva troppo male.”.

Lo stato d'animo di Gothar mutò, passando dal sentirsi avvilito, al mostrare un sorriso velato. “Volete sapere come mi sono salvato?” chiese guardandolo fisso negli occhi. Re Spen si sentì spaesato, l'uomo aveva cambiato espressione troppo in fretta, ma rimase ad ascoltarlo.

“Ho usato un trucco stupido, s'impara negli anni di addestramento, dopo aver passato molto tempo in zone remote del nostro regno. La prudenza viene sviluppata con il tempo.”.

Il re attese con curiosità, senza interrompere il suo racconto.

“Era giorno quando fummo attaccati. Il sole era alla nostra destra, mentre procedevamo superando quella collina. Andatura lenta e cavalli in due file ordinate.”. Gothar rivide nella mente quelle scene agghiaccianti, poi ne fece partecipe anche re Spen.

“Ci attaccarono ai lati, senza alcun preavviso: nessuno ebbe modo di estrarre le armi. Io...”, l'uomo singhiozzò, alcune lacrime scesero incontrollate, poi usò la manica per pulirsi le guance. Sentiva montare dentro di sé rabbia e dolore, infine trovò il coraggio per continuare: “...ho solo visto una maledetta ombra. Si! Un'ombra alla mia destra, era sgusciata dall'estremità di quelle rocce ed io spronai il cavallo e fui risparmiato da quel massacro.”.

Scese il silenzio, entrambi si fissarono senza dire nulla, persino Gothar sembrava aver perso il dono della parola. Re Spen tentò di reagire, anche se quel racconto lo aveva ammutolito: “Così, non è stato il destino, oppure fortuna, a salvarti la vita: sei stato abile e veloce. Ma cosa hai pensato di fare dopo?”.

Gothar bevve ancora dell'acqua, intanto pensò alle parole del re, ma era difficile rispondere, persino con il senno di poi.

“Vidi i miei compagni cadere, uno ad uno, senza poter opporre resistenza. Ci avevano preso di sorpresa, attaccandoci sui lati, in cui eravamo completamente scoperti. La mia vita fu risparmiata solo perché ero scampato all'agguato.”. Gli sfuggì una risata amara, poi si fece serio: “Ma quando vidi quello che poteva essere il loro capo...fu l'ultimo a lasciare il nascondiglio, quella vile bestia, e ordinò di portarmi al suo cospetto.”.

“Avevano un comandante?” chiese il re, incuriosito da quel particolare.

“L'agguato ha avuto successo solo perché ben pianificato. Quella creatura sapeva come muoversi, come impartire gli ordini alle bestie che lo accompagnavano. Sembrava tutto studiato nei minimi particolari.”.

“Cosa ti ha detto, che razza di creature sono.”. Re Spen fece solo alcune domande, rispetto a ciò che aveva pensato prima di incontrare l'uomo. Furono le prime che gli vennero in mente.

Gothar congelò il ricordo che aveva della creatura, così la descrisse: “Da lontano potrebbe sembrare un uomo, insomma: uno della nostra razza, ma visto da vicino...”. Pensò al modo più semplice per descriverlo, “La pelle era bianca, la figura esile, magra. Occhi scuri, indagatori, e sembrava avere lividi su gran parte del corpo. Potevo contare le costole, per quanto fosse magro.”.

L'uomo ripensò al particolare più agghiacciante e lo disse al re: “Prima di riferirmi quell'imposizione, aprì i palmi delle mani. Vidi due occhi all'interno della pelle, mi scrutavano.”.

Attese prima di proseguire, ma ormai aveva detto tutto quello che sapeva e altre parole non sarebbero servite alla causa in questione.

“Un'ultima cosa” disse Spen mentre l'uomo si alzava dalla sedia, “abbandoneresti Conrad dopo le minacce di quelle creature?”.

Gothar cadde pesantemente sulla sedia, il re gli aveva rivolto la domanda più impensata che potesse immaginare, si prese del tempo per riflettere. Re Spen, intanto, l'osservava cercando di capire.

“Ho paura, Sire, per quello che ho visto, ma non lascerei mai Conrad nelle mani viscide di quelle creature. Potrebbe anche essere la nostra ultima battaglia, preferirei morire uccidendo quelle bestie, piuttosto di dover vivere lontano da casa.”.

Gothar si congedò, mentre il re rimase solo nella sala del consiglio.


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venerdì, 25 aprile 2008

"La stirpe spezzata" (6° Parte)

 

***

Re Spen si era diretto nella sua stanza, quella che condivideva con la regina, perché doveva pensare, doveva arrovellare la mente su quello che era accaduto in sala del consiglio.

Entrò richiudendosi la porta dietro, con un tonfo sordo. Non sarebbe stato disturbato da nessuno, così si diresse verso la finestra che dava sul cortile, che dava uno scorcio sulle stalle di corte. Una decina di uomini seguivano il sentiero di ghiaia fra le aiuole coltivate, dirigendosi dallo stalliere: erano quasi tutti i consiglieri, accompagnati dalle guardie del castello. Non vide fra loro Omeron, né Sigrond. Sebastian era stato portato in una stanza, presto il re ci avrebbe parlato a quattrocchi, soltanto lui ed il consigliere, nessun altro avrebbe partecipato al colloquio.

"Sei tormentato” disse la regina Inavi alle sue spalle. Per quanto i pensieri del re lo assillassero, non aveva udito l'ingresso della sua amata consorte. Spen vide gli uomini entrare nella stalla, scomparire nell'oscurità di quel locale, poi si girò verso Inavi.

"Come pensi che stia? Sento ancora quella dannata voce che mi ronza nelle orecchie.”.

Re Spen tornò a guardare fuori, forse avrebbe visto qualcosa che lo avrebbe rilassato, sentiva i nervi contratti, le domande si susseguivano senza potersi dare risposte. Questo era frustrante per un re.

"Oggi ho avuto paura” confidò la regina, portandosi al suo fianco. “Non conosciamo chi ci minaccia, questo ci rende ciechi.”. Le mani della donna sfiorarono quelle del marito, appoggiate al parapetto in marmo della finestra.

"Voglio saperne di più” disse il re, ma la frase fu quasi un bisbiglio, come un pensiero personale detto a mezza bocca.

"Non voglio tormentarti con domande che ti sarai già posto, ma non trovi strano che non vogliano noi, ma la città e la nostra terra?”. Inavi fece mente locale alle parole dette da Sebastian, o ciò che era diventato, anche se per poco.

"Abbiamo due giorni per decidere, anche se io ho già preso una decisione, insieme al consiglio.”. L'uomo non le rispose nemmeno, inseguendo fili logici che solo la sua mente seguiva, per questo voleva rimanere solo in casi come questo: doveva pensare per il bene di tutti, anche se le sue decisioni minavano la sicurezza della sua gente.

"Potremmo morire tutti quanti, non hai pensato a questa eventualità?” chiese la donna.

"Moriremmo comunque, abbandonando queste terre. Hai idea di cosa significhi spostare migliaia di persone senza avere un luogo dove andare?”. Il re si massaggiò la barba, dandosi qualche attimo per riflettere: “Sarebbe solo questione di tempo. Poi...chi ti assicura che, una volta lasciata Conrad, ci lascerebbero in pace?”.

Inavi non rispose, si limitò a guardare fuori dalla finestra, mentre cavalli e cavalieri uscivano dalla stalla. Le discussioni fra i consiglieri riguardavano l'accaduto, giungevano fino alle loro orecchie frasi su come avrebbero messo volentieri le mani su quelle belve che si aggiravano fra i loro confini.

Re Spen si fece scudo di questo: “Li senti? Ti sembrano persone che lascerebbero la città in mano ad un'orda di creature che ci dichiarano guerra?”.

La regina non rispose. Non c'erano risposte, neanche certezze. Era capitato tutto così all'improvviso, che neanche il re era sicuro delle decisioni che stava prendendo.

"Muovere guerra sarebbe pericoloso” gli disse Inavi, “se solo potessimo avere più tempo...”. La donna s'interruppe, qualcuno aveva bussato alla porta.

"Sire, il comandante della pattuglia chiede di essere ricevuto”. Omeron attese una risposta dal re, che non tardò a giungere: “Adesso arrivo, fai preparare la sala del consiglio. Ah! Vorrei parlarci da solo”.

Il consigliere fece un inchino appena accentuato, poi sparì per attuare tutti i preparativi del caso.

Il re lasciò sola la regina. Uscendo dalla stanza si erano guardati occhi negli occhi, solo per pochi istanti, ma a Spen parvero ore. Le avrebbe voluto dire tante cose, ma il coraggio di cominciare un discorso, si era dissolto come polvere al vento. Si richiuse la porta, ed un malinconico silenzio torreggiò nella stanza.


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giovedì, 24 aprile 2008

"La stirpe spezzata" (5° Parte)

 

***

Omeron scrollava il suo re con energia, mentre egli giaceva in ginocchio, la cesta fra le mani con il coperchio in terra. Il sangue colava dal fondo, macchiando il manto d'erba.

Le creature fissavano quella scena senza dire nulla, soltanto il consigliere era cosciente di ciò che stava accadendo, perché sentiva lo sguardo di quegli esseri su di sé e sul suo re.

"Re Spen” disse l'uomo. Esitò, guardando chi avessero dietro, perché quelle figure mettevano paura persino al guerriero più impavido. “Non rivedrete più la vostra amata regina!”, forse le parole scalfirono lo stato in cui versava il reggente di Conrad, perché i suoi occhi si mossero, le lacrime si erano fermate sulla barba colta e curata. “Perché non ce ne andiamo da qui? Dobbiamo pianificare una battaglia, l'ultima battaglia.”.

Non accadde ciò che Omeron aveva sperato, né le creature si erano mosse per uccidere i due uomini: attendevano in disparte gli esiti di quell'ultimo patetico tentativo di riprendersi il re dallo stato in cui versava.

Omeron fece mente locale, pensando ad una frase ad effetto per portarlo nuovamente al presente.

"Non è stata colpa vostra se la regina ha agito di testa sua, disobbedendo a un vostro ordine. Lo sapete meglio di me come avete passato gli ultimi due giorni colmi d'ansia e paura, solo per giungere qui, a dar battaglia ad un nemico invasore che ha preteso che fuggissimo come cani, con la coda fra le zampe!”.

Omeron guardò oltre il suo muto interlocutore, fissando la creatura che sembrava avere il comando sul gruppo di ambasciatori. Il suo sguardo era colmo di ribrezzo ed odio verso i nemici.

Alle spalle di Omeron e del re giunsero altri tre cavalieri: indossavano un'armatura da guerra, quella pesante e, al lato della sella, portavano i vessilli della cavalleria di Conrad.

"Signori” disse il primo dei tre a giungere, alzando la celata dell'elmo. Per un istante si fermò a guardare gli emissari del nemico, squadrandoli dalla testa ai piedi e soffermandosi sul figuro dalla pelle olivastra, gli occhi sporgenti e la testa calva: orrendo a vedersi.

"Perché non li giustiziamo sul posto?” chiese uno dei tre nuovi arrivati, “solo ciò che hanno fatto...” disse, sbirciando l'interno della cesta, “...è sufficiente ad agire in questo modo: la cittadinanza intera lo acclamerebbe come un atto giusto.”.

"No! Lasciamo che le nostre spade facciano giustizia in questo mondo, se giustizia ce ne fosse ancora.” rispose il re.

Omeron sorrise, anzi: rise senza ritegno, tanto che i nuovi arrivati non compresero cosa avesse innescato così tanta ilarità.

Il re era rinato dallo stato catatonico in cui versava, e questa era una gran bella notizia.

"Sigrond” disse re Spen, “torna al comando della cavalleria e spronali ad eccellere. Oggi potrai dimostrare il tuo valore e quello dei tuoi uomini: non ho dimenticato come hai reagito davanti al consiglio.”.

"Ma bene!” disse la creatura a capo dell'ambasciata nemica, “il nostro re non ha perso la testa, come purtroppo è accaduto a qualcun altro...”.

Il re raccolse la spada da terra e fece un paio di passi verso il trio nemico: “Non penserai che cada nel tuo stupido tranello. Non uccido bestie insulse solo perché sono disarmate. Lo scontro deciderà i vinti e i vincitori, fai solo in modo di esserci e non ti rifugiare dietro l'esercito di mostri che ti sei portato dietro. Chi parla troppo e poi non agisce, fa sempre una brutta fine.”.

I cinque uomini salirono in sella ai cavalli, dando le spalle al nemico, e cominciarono a risalire la collina. Gli stendardi dell'esercito di Conrad venivano cullati da un vento tiepido, le prime file di uomini erano appena visibili da laggiù.

"Tornate nei vostri ranghi” disse il re, girandosi per un solo istante a guardare quelle tre figure ostili, poi tornò a concentrarsi sul presente, sulle disposizioni che erano state studiate a tavolino da lui e dai ministri.

Omeron osservò Spen per tutto il tempo, in un silenzio indagatore che avrebbe voluto carpire i più intimi pensieri. Era felice di vedere il re nuovamente cosciente. Notò che aveva lo sguardo serio, carico di responsabilità per ciò che stava per accadere. Non era più tempo di scendere a compromessi, ma bisognava andare avanti per la strada che era stata scelta: combattere per vivere.

"Omeron, procedi come stabilito” disse Spen, distogliendo il consigliere dai suoi pensieri. La cesta era sigillata a lato della sella del cavallo del re, ogni tanto gli sguardi cadevano su di essa, fomentando rabbia e dolore nei cinque uomini, unici testimoni dell'omicidio della regina Inavi.

***


Saryo alle 14:06 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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lunedì, 21 aprile 2008

"La stirpe spezzata" (4° Parte)

Scusate la prolungata assenza dal blog, ma posso farmi perdonare solo postando il seguito del racconto, dopo tutto su questo in queste pagine ho sempre parlato attraverso le mie storie...

"Una minaccia è alle porte, creature, dicono”. Omeron si accigliò, Sebastian, un altro consigliere, aveva appena esposto ciò che aveva sentito dire: “Una pattuglia ai confini delle nostre terre aveva visto una decina di...bestie.”. Quelle parole attrassero lo sguardo del re, come anche quello degli altri consiglieri.

Nessuno interruppe Sebastian, ma il re lo ammonì soltanto: “Voglio un resoconto dettagliato dei fatti!”.

Sebastian si schiarì la voce con un colpo di tosse: “Il comandante della pattuglia si è raccomandato di riferirvi queste parole – abbandonate la città e le vostre terre il più in fretta possibile, altrimenti il vostro popolo verrà trucidato: avete due giorni di tempo – queste erano le parole da riferire.”.

Omeron non riuscì a trattenere una risata, che soffocò subito dopo. “Perdonatemi Maestà, ma una tale minaccia non può che farmi sorridere.”.

"Avevo sorriso anche io, quando il comandante mi aveva riferito cosa avrei dovuto dire al consiglio e al re. Era l'unico superstite, il fortunato che doveva ripetere il messaggio a coloro che prendono decisioni” ribatté Sebastian serio.

"Abbandonare Conrad? Ma sono annunci da fare questi? Ditemi chi sono...datemi un esercito di uomini che non temono la morte!” disse Sigrond in tono acceso. Re Spen fissò gli occhi del consigliere: erano accesi di odio, il suo sguardo diceva più delle parole che aveva appena pronunciato.

"Non posso darti un esercito, Sigrond, ma grazie per ciò che hai detto, per il tuo appoggio a non abbandonare la città.”. Il re guardò il consiglio al completo, erano anni che non accadeva, che non incontrava tutti e dieci i consiglieri in una sola stanza.

"Allora è deciso! Non permetteremo che un'accozzaglia di mostri ordini di abbandonare le nostre terre, perché molti non lo condividerebbero” disse Omeron.

Sebastian si alzò in piedi di scatto, incredulo. “Mio re” disse girando intorno alla lunga tavola, il suo comportamento era strano, apparì spaventato, intimorito. “Sire...” disse avvicinandosi al sovrano, gli altri uomini lo seguivano con lo sguardo, le facce quasi schifate da un comportamento tanto vile.

Il consigliere Sebastian s'inchinò davanti al re, lo sguardo a terra, la voce sembrava un po' tremante: “perdonatemi, mio re, ma non conoscete chi abbiamo di fronte, non sapete chi ci è nemico, e di quali azioni siano capaci”. L'uomo poi tacque, sperava in un minimo ripensamento, che almeno gli chiedesse delucidazioni.

La regina si alzò dalla sedia, passando alle spalle del re. “Cosa mai saranno queste creature” disse la donna con compassione verso l'uomo, “credo siano fatti di ossa e carne, proprio come noi. Di fronte ad un esercito sorgeranno dubbi e timori per la loro sorte, proprio come accade a noi. Non credo siano Dei, non avranno poteri di cui noi non siamo a conoscenza” disse la regina, arrivando a toccare il capo chino dell'uomo.

"Crudeltà” disse Sebastian guardando i mattoni di cui era fatto il pavimento. “Cattiveria. Essi non temono la morte perché ne sono portatori. Brutalità...”. La voce di Sebastian stava cambiando mentre elencava ciò che erano i nemici ai confini delle loro terre. L'uomo chiuse i pugni spingendo le nocche contro il pavimento, qualcosa gli stava accadendo che metteva in allarme gli uomini seduti al tavolo.

Omeron si alzò di scatto dalla sedia, la mano strinse l'impugnatura della spada.

"Siete tutti condannati” disse Sebastian alzando lo sguardo sul re. Gli occhi scuri stavano cambiando colore, mentre fissava il sovrano che non riusciva a comprendere cosa stava accadendo.

La regina indietreggiò di un paio di passi, quella voce tanto sgradevole...

"Un re che non prende decisioni giuste per la sua gente, non è un buon re” continuò studiando l'espressione di Spen. “Avete solo due giorni per abbandonare la città, vi suggerisco di programmare una fuga immediata, prima che il tempo termini.”.

Una mano si appoggiò sulla spalla di Sebastian, la morsa stretta sul muscolo, e una lama scivolò sul collo nudo del consigliere: “Non dire altro” disse Omeron spingendo l'arma sulla pelle, quasi tagliandola. Omeron si avvicinò al suo orecchio, tanto vicino, da fargli sentire il suo respiro concitato: “Non so cosa ti stia accadendo, ma cerca di controllarti, la mia pazienza ha un limite” gli suggerì in un sibilo.

Sebastian si liberò di lui in una sola mossa, mandando Omeron contro la parete. Gli occhi erano diventati rossi come il sangue, la voce: sgradevole e piena di odio.

"Ricordate!” disse in tono minaccioso, “avete solo due giorni per non morire, in caso contrario...cominceremo con donne e bambini. Bagneremo le vostre mura con il sangue del popolo innocente, noi vogliamo solo questa terra.”.

Si alzarono tutti perché Sebastian iniziò ad urlare portandosi le mani al viso, un istante dopo era a terra, svenuto.

Omeron si riprese subito dopo, sentiva la schiena e le spalle indolenzite per l'urto contro la parete.

Re Spen si sincerò di persona sullo stato di Sebastian, girandolo a faccia in su: aveva perso i sensi.

Tutti si avvicinarono con cautela, persino la regina Inavi che disse: “Credo di aver scoperto cos'altro possono fare quelle creature.”.

Re Spen prese una decisione, voleva incontrare il superstite della pattuglia di confine. Quali altri poteri potevano mai possedere, si chiese osservando il consigliere.

Saryo alle 20:52 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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mercoledì, 02 aprile 2008

"La stirpe spezzata" (3° Parte)

 

Re Spen pensò di morire, la lucidità che aveva mantenuto fino a pochi istanti prima, se ne era andata con l'apertura di quel coperchio. Fu come se gli avessero pugnalato il cuore, sentì una fitta tremenda in petto e le sue forze vennero meno. L'orgoglio di appartenere alla razza degli uomini, la voglia di difendere il suo regno, le sue genti, il suo popolo, cessò di esistere in un solo istante.

Il condottiero della città di Conrad scomparve. Gli occhi delle tre creature fissavano il re ed Omeron divertiti, i sorrisi sui loro volti disgustosi: percepivano di aver tagliato le gambe al nemico senza combattere, di avere gli uomini in pugno, di poterli vedere strisciare ai loro piedi come insulsi vermi.

La spada giaceva in terra vicino al re, Omeron gli stava al fianco, nel tentativo di tirarlo su, di scuotere quell'amara tristezza che lo stava soffocando. Per lui tutto era perso in quel momento, perché ciò che aveva di più caro, era stato dilaniato nel sangue in nome della crudeltà più abietta.

La mente del re vacillava, lo sguardo assente, i pensieri vagavano a ritroso tornando ai giorni prima, a ricordi nitidi di felicità e tumulti che la coppia di regnanti stava attraversando: ma erano quei momenti che li avevano avvicinati come non lo erano mai stati.

Re Spen ricordò il suo viso, la lucentezza dei suoi occhi mentre si esprimeva con lui, l'ardore delle sue idee, delle sue convinzioni. Il matrimonio fra il re e la regina Inavi era stato combinato, come l'intera vita del giovane principe di Conrad.

* * *

La dimora del Re di Conrad era una fortezza costruita sul colle più alto della città, svettava in bellezza architettonica sul resto che vi era sorto nelle vicinanze. Era un vanto per coloro che l'avevano progettata e per le famiglie di regnanti che si erano succeduti.

La primavera era alle porte con quei profumi intensi che fiori ed alberi liberavano nell'aria, la regina Inavi amava quel periodo, quando la natura si mostrava al mondo con la sua completa rinascita: la metteva di buon umore.

La porta si aprì ed una voce la fece tornare in sé. La regina amava osservare i colori sgargianti dei suoi fiori, di quei giardini di corte che abbellivano l'intero parco della dimora reale.

"Mia signora” disse quella voce, “il re vi attende. Si trova nella stanza del consiglio.”. L'uomo scomparve richiudendosi la porta dietro.

Lei sospirò, tornando ad osservare fuori: una decina di cavalli stavano attraversando il parco, recandosi alle scuderie interne del castello. Riconobbe tutti e dieci i cavalieri, si trattava dei consiglieri del re e, a quanto pare, avevano una gran fretta.

Passi affrettati si udirono per i corridoi del castello, rumori di armature, voci concitate: convergevano verso la stanza del consiglio.

Re Spen era seduto al suo posto, a capo tavola, mentre gli altri ministri si apprestavano a prendere il loro a torno del grande tavolo in quercia. I rumori delle sedie risuonarono nel locale, presagendo l'inizio di una riunione assai importante ed improvvisa. Solo durante gravi crisi accadevano tali riunioni in cui venivano convocati i dieci consiglieri del re.

L'uomo scelto dal destino per regnare su Conrad (per condurla verso un periodo di pace e prosperità), scrutò a lungo l'espressioni serie dei dieci consiglieri. Sembrava attendere qualcosa.

La porta si aprì e fece ingresso la regina, l'abito che indossava le donava rendendola ancora più bella, una veste di lino dal colore tenue l'avvolgeva. La regina non si muoveva più da sola da qualche mese, infatti portava in grembo l'erede al trono del re: il primogenito, se fosse stato maschio, l'avrebbero voluto chiamare Seiner.

La donna prese posto al fianco del re, mandandogli un sorriso imbarazzato, essendo la prima volta chiamata ad assistere ad una simile riunione.

Il silenzio era opprimente fra i quattro muri della stanza del consiglio.

"Mio signore” disse Omeron squarciando il silenzio, “urge prendere decisioni drastiche. La situazione è diventata insostenibile: reputo che i nostri confini non siano più sicuri.”.

L'uomo che sedeva di fronte a chi aveva appena parlato prese la parola: “Suggerirei di inviare dei messaggeri, abbiamo bisogno di aiuto.”.

Omeron lo guardò stizzito: “Abbiamo già provveduto ad inviare dispacci nelle città di Donur e Livi, dovrebbero giungere domani, se non dovessero incontrare problemi.”. Infine congiunse le mani sopra il tavolo.


Saryo alle 19:12 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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