lunedì, 31 marzo 2008

"La stirpe spezzata" (2° Parte)

 

 

Un uomo a cavallo attraversò alcune file di uomini e cavalli schierati dietro re Spen, mentre quest'ultimo osservava le interminabili schiere nemiche assembrate nella valle. Non sembravano aver alcuna fretta, non c'era avvisaglia di ostilità per ora: ma era solo questione di tempo.

"Bel discorso, mio Signore” gli disse l'uomo appena l'aveva affiancato. Le code dei cavalli si agitavano nervose schiaffeggiando i fianchi muscolosi, le mosche erano fastidiose in primavera posandosi sulle pance degli animali.

"Grazie, Omeron” disse sbrigativo il re, non volse lo sguardo su di lui, la sua attenzione era posta altrove: tre creature si erano staccate dal gruppo salendo lentamente la collina.

"Cosa mai vorranno, non si tratta di un esercito regolare, non sono uomini quelli. Figuriamoci se vengono a parlamentare con noi, Sire.”.

L'uomo scrutò i tre nemici, gli parve un fatto strano ciò che stava accadendo: “Sentiamo cosa vogliono dirci, ci regoleremo di conseguenza. Ma dubito si tratti di una tregua.”.

Il re e uno dei consiglieri, Omeron, scesero una parte della collina per incontrarli lungo la strada. Per sicurezza estrassero le armi, quelli non erano uomini d'onore, tutt'altro.

Gli scudi erano impugnati, le spade sfoderate: i due uomini incontrarono i tre ambasciatori nemici a metà collina. L'esercito del re attese che l'incontro finisse, ma erano tutti tesi, concentrati.

Le tre creature erano disarmate davanti ai due, non avevano bisogno di armi per il momento, bastò rivelare da vicino ciò che erano. Tre razze differenti, ma armate allo stesso modo di odio che si leggeva nei loro occhi. Un'esile figura bianca, simile agli uomini ma senza chioma, precedette gli altri due. Il re la osservò bene e ne parve schifato. Persino il suo destriero indietreggiò scalciando alla sua vista.

La creatura mostrò entrambe le mani, per far vedere che non possedeva armi, ma dai due palmi uscirono altri due occhi che scrutavano chi aveva di fronte: quelli erano occhi senza ciglia, neri come la notte.

"Re Spen” disse quel mostro dalla voce sgradevole, “avevamo chiesto una resa incondizionata, credevo foste intelligenti, invece...” entrambi gli occhi si chiusero per un istante, tornando poi ad osservare prima il re, poi Omeron.

Un'altra bestia si affiancò a chi aveva parlato, sembrava eccitata e teneva un cesto dietro la schiena enorme e bitorzoluta. “Non ora!” urlò quella dal cranio calvo e dalla pelle lattescente, “rovineresti la sorpresa...”.

Omeron ed il re si scambiarono un'occhiata fugace, poi l'attenzione tornò sulla figura esile e forse la più malvagia fra le tre.

"Cosa pensavate, che vi avremmo offerto la città senza batter ciglio? Non importa quanto sia forte ed imponente il vostro esercito di...” il re cercò il termine che si sposasse meglio con ciò che sembravano, “...accozzaglia di mostri”. Il re indugiò per un altro istante, osservando le loro orrende espressioni. “Se volete la nostra città, dovrete ucciderci tutti! Non ho altro da dire”.

Spen girò il suo cavallo per tornare sulla cima della collina, ma una frase lo fece desistere: “Aspetta, non vuoi vedere cosa c'è in questa cesta? Abbiamo una sorpresa per te!”.

Il re tirò una briglia, il cavallo si girò lentamente.

"Scendi, ti prego” gli disse la creatura, i due occhi nel centro dei palmi, per un istante, parvero socchiudersi. Quel mostro esile, dalla pelle bianca e livida in alcuni punti, gli sorrise. La creatura che custodiva la cesta si fece avanti: aveva la pelle verdastra, deforme in alcuni punti, una testa enorme.

"Si tratta di un dono” aggiunse l'orrenda figura, poi venne aperto il coperchio...

Re Spen impallidì, gli occhi si riempirono di lacrime, il torace singhiozzò, poi giunsero le convulsioni. Omeron lo affiancò, lo sorresse, ma anche lui vide quella testa dalla chioma bionda, i capelli color grano maturo, gli occhi ancora aperti ed il sangue che colava dal fondo della cesta.

"Regina Inavi...che le avete fatto, luride bestie maledette!” riuscì a dire il consigliere del re, ma solo con un filo di voce. La creatura gli consegnò il regalo. La sua orrenda faccia si fece soddisfatta, lo sguardo si posò sul re, che tutto poteva apparire ma non un uomo sano di mente, non ora che aveva visto la sua amata regina, sua moglie, la sua amante, morta.

Saryo alle 14:19 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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giovedì, 27 marzo 2008

"La stirpe spezzata" (1° Parte)

 

 

I respiri dei cavalli erano frenetici, quasi spasmi muscolari per la tensione che sentivano addosso. La collina, su cui era schierato l'intero esercito del re, era come se stesse contando i secondi, persino gli attimi che si susseguivano. I fili d'erba immobili, gli alberi: isolati spettatori del truce spettacolo che stava per avere inizio.

Un solo cavallo correva lungo la linea dell'esercito schierato, un solo uomo lo cavalcava: egli era il re.

La sella di cuoio era ben stretta alla pancia dell'animale, i morsi un tutt'uno con il muso e i suoi occhi osservavano irrequieti ciò che attendeva in fondo alla discesa e nell'ampia valle. Il cavallo nitrii muovendo la testa, colui che lo cavalcava sentì quanto fosse nervoso prima dell'inizio della battaglia. Re Spen lo capiva, sentiva il suo sangue scorrere veloce nel suo corpo, lo sentiva scalpitare dall'agitazione: era sempre accaduto prima dell'inizio.

L'uomo volle occuparsi ancora un attimo dell'amico fidato, del suo compagno in tante battaglie, prima di passare in rassegna i suoi uomini, forse per l'ultima volta.

Tirò le briglie a sé e gli accarezzò il lungo collo dal manto marrone. Sentì il pelo setoloso ed i nervi contrarsi, ma il fido compagno di tante battaglie aveva apprezzato quel gesto amichevole, poiché sembrò calmarsi.

Re Spen guardò cupo il nemico che aveva di fronte: gli uomini attendevano sulla cima della collina, non c'era vegetazione che impedisse di vedere il fondo della valle, ma una nuda ed irta discesa fino alla pianura su cui risiedeva l'esercito avversario. Questo non era formato da uomini, ma da creature che nulla avevano da poter dire che gli somigliasse. Erano brutture della natura, abomini. E tanto erano orrende, quanto malvagie. Nessuno era a conoscenza da dove provenissero, fatto sta che un giorno esse si presentarono e pretesero che gli uomini abbandonassero terre e città, altrimenti l'avrebbero prese con la forza.

"Uomini, figli di Conrad, che i vostri occhi possano guardare bene chi oggi ci blocca la strada!”. L'urlo del re si disperse fino alla vallata, il cavallo si spinse oltre, seguendo la prima linea di lance e scudi impugnate saldamente. Il sole ne illuminava i contorni facendo scintillare gli stemmi lucidi e brillanti: ogni singolo uomo era attento alle sue parole.

"La strada che per anni abbiamo percorso da uomini liberi!”. L'erba calpestata dall'esercito di uomini era di un verde scintillante, che faceva da contrasto con i colori degli stendardi della città di Conrad. Il cavallo di Re Spen si voltò facendo il tragitto opposto: egli voleva che la sua voce, quelle parole che aveva tanto a cuore, giungessero alle orecchie di tutti, di quanti più fratelli potessero sentire.

"E' giunto il giorno, è giunto il momento che i nostri cuori, le nostre menti, si uniscano in un solo grande essere. Che ciò che accadrà in questo luogo, sia noi vincitori che vinti, venga ricordato per sempre!”.

Il re, mentre la sua voce tuonava fiera, osservava gli occhi nascosti dalle celate degli elmi. Un'emozione gli fece palpitare il cuore, e sentì un brivido percorrergli la spina dorsale. Percepiva quanto le sue parole toccassero il suo popolo, quei sudditi che si erano radunati per opporsi ad un nemico assai forte, per molti anche sconosciuto.

"Avete lasciato tutto per seguire il mio cammino, per fermare queste vili creature con la forza a noi concessa, con le armi che disponiamo. Ma è il coraggio che oggi spazzerà via i nostri nemici. Il coraggio che io vedo nei vostri occhi, la speranza che ciò che faremo tutti insieme contro chi non conosce virtù, fratellanza e lealtà!”.

Le ultime parole del re vennero sovrastate dall'assordante clangore di lance e spade contro gli scudi. Un boato assordante si levò quel giorno sulla cima della collina. Quelle parole colpirono ogni animo di soldato, la speranza si tramutò in certezza: nessun uomo, quel giorno, avrebbe lasciato proseguire quelle bestie verso la loro amata città, a costo di fermarli perdendo la vita.

Il re mise il cavallo di lato alla numerosa guarnigione, gli occhi si perdevano sulla moltitudine di braccia che si agitavano, le sue orecchie venivano assordate dal rumore provocato dalle sue parole: ne fu felice.


Saryo alle 14:16 in: racconti, fantasy, la stirpe spezzata
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martedì, 25 marzo 2008

"La grotta di Jeckjr" (22° Parte)

 Si tratta dell'ultima parte di questa storia, felice di avervi tenuto compagnia con questo racconto piuttosto lungo, ma secondo il mio punto di vista ne è valsa la pena.

Presto posterò un nuovo racconto dal titolo: "La stirpe spezzata", non vi dirò di quale genere sarà, ma la mia fantasia sta già lavorando...

colline

L'uomo bisbigliò qualcosa che attirò l'attenzione di Barbara, così si avvicinò a lui. I respiri dell'anziano erano come sibili: sembrava fare fatica persino a parlare. Raccolse le forze, i suoi occhi s'inumidirono, ma non versarono alcuna lacrima. Lui sospirò e Barbara vide il suo torace gonfiarsi, poi una flebile voce uscì dalla sua bocca: “Mi dispiace” disse, cercando di fuggire allo sguardo di Barbara, “il tempo, in questa grotta, non scorre come nel nostro mondo. Mi sento un vecchio di ottanta anni, me li sento tutti su queste ossa, queste mani”. L'uomo ricambiò la carezza, osservando quella mano così tremante quasi da sconvolgerlo.

"Non mi resta molto tempo, ma avevo fatto in modo che tu mi trovassi.”. Jeremy esitò per un solo istante, ma gli occhi di sua figlia lo spronarono a proseguire: “Sono dovuto partire anni fa, abbandonandoti a stare con tua madre, senza che tu potessi vivere al mio fianco, senza poterti vedere crescere, andare a scuola, vivere una vita felice con entrambi i genitori.”.

Spostò lo sguardo sulle fiamme arancioni, come se si perdesse nei ricordi di allora.

"Ho dovuto farlo per l'occasione che mi si era presentata, anche se non c'è stato un momento che non abbia volto un pensiero a voi”.

Barbara guardò oltre il viso di suo padre, vide la battaglia avere inizio con lo scontro dei nani contro creature invisibili ai suoi occhi, ma c'erano, nascosti nell'ombra mietevano vittime fra le fila nemiche. Le urla di morte rimbalzavano da una parete all'altra con quell'indicibile violenza, inaudita ferocia.

Lo schieramento di nani si proteggeva ai lati con gli scudi, colpendo quelle ombre grazie a luce ed armi scintillanti.

Barbara sentì toccarsi una spalla, una mano, una voce tentava di riportarla nella realtà: “Dobbiamo andare” disse Christopher guardando entrambi, il tono dispiaciuto per averli interrotti.

"Un attimo ancora” disse il vecchio, con grande sforzo tentò di afferrare il ciondolo di Barbara, lei glielo porse incuriosita. “E' d'argento” disse impugnandolo, cercando un punto ben preciso da toccare. “Non è un semplice gioiello, guarda”, poi schiacciò una leva posta sotto la piccola foto ed una lama ne fuoriuscì.

"Con questa potrai difenderti dalle ombre, le potrai uccidere” le disse. Il tono della sua voce si era fatta alta, non più un sussurro. Le sue mani avevano cercato quelle di Barbara, trovandole, stringendole.

"Addio, è valsa la pena aspettarti, sapevo che ti avrei rivista...” esitò, “...un'ultima volta.”. Barbara non resistette più, i singhiozzi s'impossessarono di lei senza che potesse placarli, mentre Chris e David la tiravano via per portarla al sicuro. Samantha era davanti al gruppo sulla via del ritorno, gli altri tre correvano appena dietro, spostandosi velocemente, correndo.

Alle loro spalle i corpi cadevano come fili d'erba stroncati dalla falce della morte, il sangue scorreva fra le rocce della Grotta di Jeckjr, un'ultima volta, fronteggiando un nemico più forte e più numeroso. Le urla di quella battaglia li avrebbero accompagnati per il resto della vita.

Tornarono al cunicolo e, a una decina di metri, s'intravedeva il portale ancora aperto. Inciamparono su qualcosa, che quasi non li fece cadere in terra. “Mio Dio!” sbottò David puntando la torcia del caschetto su quel piccolo cadavere. “E' Levitt” disse Christopher illuminando il corpo sventrato in più punti. Di cosa erano capaci gli Olnost? Rabbrividirono, perché risuonarono fra loro alcuni bisbigli, sospiri provenienti dall'ombra della caverna: sembravano avvicinarsi.

"Non perdiamo altro tempo” disse David puntando la luce da dove erano venuti.

Corsero senza più voltarsi indietro, le gambe avanzavano una dietro l'altra, veloci, senza alcun tentennamento.

Oltrepassarono il Portale, lo scintillio della Magnetite era confortante. Barbara cercò di ritrovare se stessa perché doveva pronunciare di nuovo le cinque parole, le rune avrebbero richiuso quella porta verso un mondo ormai devastato dalla morte, uno sterminio di una razza intera, che si era sacrificata per salvare il loro mondo.

"JERA!” disse, la prima runa fu invasa da una luce azzurra, magica.

"EHWAZ!” pronunciò. I bisbigli raggiunsero le loro orecchie, si fecero più vicini seguendo le tracce degli umani.

"Puntate le torce nel cunicolo!” ordinò Christopher con una vena di disperazione. I quattro caschetti illuminarono la grotta, quell'oscurità tanto fitta ed impenetrabile.

"KENAZ!”, la terza runa fece il suo dovere. Tutti e quattro guardarono l'ingresso, sgomenti per il terrore che potessero giungere fino a loro.

"JERA!”. Barbara non attese, pronunciò la quinta parola: “RAIDHO!”. Le rocce sussultarono e la terra tremò per alcuni istanti. Videro le rocce richiudersi, ma un'ombra attraversare un fascio di luce: Chris non attese oltre, strappò dalle mani di Barbara il ciondolo d'argento, la lama baluginò nella semioscurità. Ora erano al sicuro dagli Olnost, da quelle ombre che avevano spazzato via i nani.

Un bisbiglio dilaniò i cuori dei ragazzi, un solo bisbiglio che girava intorno a loro, cercando il momento buono per affondare sul nemico. “Dietro di me!” urlò Chris, cercando uno spiraglio in quella intricata fuga, la lama era puntata in avanti come se vedesse il nemico di fronte a lui. Le quattro torce danzavano impazzite, scrutando gli angoli bui della grotta, veloci come i battiti dei loro cuori.

"Attaccherà alle spalle” pensò il ragazzo immedesimandosi nel nemico, “sarebbe il nostro punto debole”. Afferrò due dei suoi amici scaraventandoli dietro di lui, la luce sul suo casco illuminò un'ombra dalla quale uscì un urlo acuto, colmo d'ira. Focalizzò l'Olnost ed affondò la lama in lui, percependo un'aria differente, piena d'elettricità. L'urlo si fece possente, doloroso. Un flash, come un fulmine in un temporale, dilaniò per un secondo l'oscurità della grotta, illuminandola interamente, infine calò il silenzio. Solo il respiro dei quattro ragazzi e lo scrosciare del corso d'acqua erano gli unici rumori nella grotta.

"Siamo vivi” disse David quasi incredulo, spostando lo sguardo su tutto ciò che era oscurità intorno a loro. Rise forte per lo scampato pericolo, quasi preso da isteria.

"Non guarderò più il buio come facevo prima, credo che dormirò con una luce accesa” sottolineò Samantha.

Non attesero oltre, ma iniziarono la risalita verso la superficie: non era un posto dove rimanere, non più, visto che era divenuta una tomba. Ogni membro del gruppo portava i propri pensieri cupi senza esporli agli altri, non era giusto e non aveva senso. Erano riusciti a cavarsela, a restare vivi dopo una simile esperienza, era questo che contava.

La luce del sole li accolse con tutta la sua forza all'uscita del piccolo foro nella roccia, era strano quanto l'avessero sognata nelle ultime ore passate sottoterra.

Di solito ogni avventura, sia positiva che negativa, lascia sempre qualcosa nell'animo di chi l'ha vissuta, ma nel loro caso era difficile trovarne traccia, forse in futuro, chissà. Christopher pensò a quelle piccole creature, al loro sacrificio per fermare una minaccia ben più forte del loro piccolo esercito. Al loro mondo cancellato dalla malvagità degli Olnost. A quelle ombre che bisbigliavano chissà quali segreti.

Barbara ne uscì sconvolta al principio, perché aveva perso il padre per ben due volte, senza poter dire di averlo conosciuto bene. Rimpianse di non essere rimasta là sotto con lui qualche minuto in più, maledisse quelle subdole creature che lo avevano portato via, quelle dannate ombre che li avevano costretti a fuggire. Strinse il libro al petto, quel libro scritto da un autore sconosciuto di nome Noskov.


Saryo alle 14:05 in: racconti, fantasy, la grotta di jeckjr
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lunedì, 24 marzo 2008

"La Grotta di Jeckjr" (21° Parte)

 

"Chi siete!” riuscì a dire David, dopo alcuni minuti di silenzio. Ai loro lati passarono altri gruppi di nani, erano armati fino ai denti, bardati con asce e spade, gli scudi sembravano fatti d'argento, rimandando i riverberi dei focolari accesi tutto intorno a loro. Molti nani trasportavano fiaccole accese per scacciare il buio, l'oscurità. Passando vicino a loro, non li avevano degnati di un solo sguardo.

"Cosa sta succedendo?” incalzò David. Tutti e quattro gli umani attendevano una risposta. Il nano li osservava con sguardo severo, gli occhi scuri emanavano concentrazione e una barba rossiccia usciva dall'elmo che gli copriva la testa.

"Sono Diàgor Ascia D'argento, faccio parte della stirpe Ascia D'argento. Siamo gli ultimi difensori del Monh-Der, la nostra terra. In verità...”, il nano guardò i compagni che aspettavano dietro di lui, ad una decina di metri da loro. “...siamo esuli della nostra terra. La guerra è persa, ma combatteremo fino all'ultimo nano. Gli Olnost ci stanno estirpando dal nostro mondo!”.

"Levitt aveva ragione” mormorò Barbara, “ci aveva avvisati.”.

"Se rimarrete in queste grotte, sarete i responsabili della distruzione del vostro mondo” disse Diàgor con tono irato. “Il varco è rimasto aperto!”.

Chris vide altri nani procedere nella direzione di altri gruppi, unendosi in file e schierandosi ordinatamente. I loro passi erano sincronizzati, come se si muovesse una sola creatura. Nessuno parlava, nella grotta si levava l'eco dei loro spostamenti: alcuni nani avanzavano insieme a decine di unicorni, unendosi agli altri compagni.

In lontananza si udirono urla stridule, agghiaccianti.

"Buona fortuna, ne avrete bisogno” disse il nano, poi si girò verso il suo schieramento.

"Aspetta! Sto cercando un uomo” disse Barbara. Quelle parole fecero fermare Diàgor, che si girò guardandola.

"Molti anni fa è giunto un gruppo di uomini in queste grotte, vero?”. Barbara attese una risposta che non arrivò, così continuò: “Si chiama Jeremy Arthur Skonov.”.

"E' con noi!” rispose, “ma ti sconsiglio di incontrarlo”.

"Si tratta di mio padre, voglio vederlo anche se mi dovesse costare la vita”.

"La tua caparbietà me lo ricorda, seguitemi, ma poi dovete tornare indietro, al più presto!”.

Il nano si avviò verso il gruppo che lo stava aspettando, disse alcune parole nella sua lingua e gli altri si mossero verso l'esercito che si stava radunando. Barbara e gli altri tre seguivano il nano a poca distanza, mentre davano un'occhiata a tutti quei nani radunati fra quattro grossi falò. Sembrava un'illustrazione di un romanzo Fantasy, centinaia di nani radunati per combattere una battaglia, forse la loro ultima battaglia, contro un nemico che gli umani non conoscevano ancora.

"Chi sono gli Olnost?” chiese Barbara mentre procedevano, il terreno che stavano percorrendo accoglieva ossa sparse ovunque, dovevano essere appartenute ad animali, forse anche ai nani che lo difendevano da tempo.

"Dovreste averli incontrati” disse il nano senza girarsi, sembrava assorto nei suoi pensieri, in un compito gravoso che portava avanti da molto tempo. “Sono creature della notte, si nascondono nell'oscurità delle grotte e...uccidono!”.

Samantha ripensò al suo incontro, a quando era caduta nella grotta e, per nemmeno un minuto, era rimasta sola, in balia di quelle creature che le avevano sussurrato parole incomprensibili.

"Laggiù!” indicò Diàgor, il braccio immobile indicava uno dei falò dove stavano alcuni nani, vide anche un'altra creatura differente, aveva una chioma dai capelli argentei, sedeva curvo davanti al focolare crepitante e indossava abiti laceri consumati dal tempo.

Barbara sussultò, qualcosa le diceva che poteva essere...

"Papà...” disse appena raggiunto il falò. Gli occhi di Barbara scrutarono un volto consumato dagli anni, i nani, per rispetto, si erano spostati più in là: qualcuno aveva osservato il nuovo gruppo di umani con curiosità, chiedendosi cosa ci facessero qui, in questo periodo di devastazione e morte.

Christopher, David e Samantha attesero vicino alla parete di roccia, osservando l'amica che parlava con quella persona.

"Mi chiamo Barbara” disse la ragazza mettendosi in ginocchio davanti a quella figura immobile. La creatura non si girò, le stava di spalle, con il viso girato verso il falò. Tutta la semioscurità che li circondava, quello strano ambiente che racchiudeva una specie di magia vecchia di millenni, faceva da contorno alle due creature.

"Barbara Skonov, questa è la mia vera identità” sottolineò lei, mentre alcune lacrime le rigarono le guance sporche e lisce. Con una manica della giacca cercò di bloccarle, di farle desistere dal comparire. Il calore di quel focolare li avvolgeva entrambi.

"Perché ci hai abbandonate?” la domanda rimase sospesa, senza alcuna risposta, ma l'uomo emise dei sospiri rauchi, come se soffrisse d'asma. La ragazza cambiò strategia, doveva sapere, doveva capire!

"Perché non sei rimasto con noi?” chiese spostandosi, mettendosi di fronte all'uomo. Barbara sussultò, l'uomo era talmente invecchiato da renderlo irriconoscibile, eppure...riconobbe i lineamenti del volto, il taglio degli occhi, persino il colore era immutato e ricordava i suoi.

"Papà...” disse, la mano della ragazza si mosse da sola, il dorso sfiorò una guancia, la folta barba bianca e lui spostò lo sguardo dal focolare a lei, inquadrandola: “...che cosa ti è successo!”.

Le urla acute risuonarono nel vasto ambiente, per risposta si levarono gli incitamenti dell'esercito dei nani. Le spade, le asce e le lance venivano percosse contro gli scudi in una cadenza infernale: suoni di guerra echeggiavano nell'intera grotta.

Saryo alle 11:26 in: racconti, fantasy, la grotta di jeckjr
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sabato, 22 marzo 2008

"La Grotta di Jeckjr" (20° Parte)

 

Il Portale riverberò dello scintillio delle rune, per un istante sembrò illuminarsi di luce propria. Si divise in due, una lunga fessura comparve fra i tanti cristalli di cui era composta la magnetite, aprendo un varco di pochi centimetri.

I due battenti vennero verso di loro, un roco rumore lo preannunciava.

Levitt fu preso di forza dai due ragazzi, e portato al sicuro qualche metro più indietro.

"Che cosa avete fatto!” disse strattonando entrambi, le braccia del nano si liberarono dalla morsa: le portò sul viso e sentì un senso di inquietudine strozzargli il cuore.

Davanti a Levitt e ai quattro ragazzi si aprì un vasto ambiente, fatto di altra roccia ed oscurità, ma non c'era il silenzio che prima sovrastava la grotta, strani eco giungevano alle loro orecchie, adesso.

Nessuno chiese nulla a Levitt, fu lui a rispondere ad una ipotetica domanda: “La grande battaglia ha avuto inizio. Adesso che hanno il varco aperto, conquisteranno la vostra terra...”.

Tutti e cinque mossero i primi passi nel nuovo ambiente: sia Christopher che David tenevano in mano due cilindri segnalatori, le luci illuminavano la galleria che sprofondava nella roccia, senza mostrare fine.

"Sono delle trombe?” chiese Barbara che camminava al fianco del nano, facendo quella domanda aveva abbassato lo sguardo, cercando di incrociare il suo. Ma Levitt guardava nell'oscurità che avevano di fronte, a pochi metri da loro. Sembrava che ad ogni passo lui divenisse sereno, come se la paura che aveva provato mentre il portale si apriva, si fosse dissolta nel nulla.

"Almeno io morirò nella mia terra” disse sereno, con voce convinta che tutto sarebbe finito in un attimo.

L'aria della grotta si raffreddò all'istante, i loro respiri si trasformavano in nuvolette di vapore, alcuni bisbigli risuonarono nel cunicolo che stavano attraversando, le rocce e gli spuntoni che affioravano dalle pareti emanavano lugubre ombre.

Levitt si fermò intimorito, in un sussurro disse: “Accendete quante più luci potete”, poi si guardò intorno, persino alle spalle. “Quando ve lo dico, correte e non fate domande!”. La sua voce si disperse nell'ambiente e timori e paure calarono sui quattro ragazzi: davanti a quale nemico si stavano per presentare?

"Ci hanno già trovati!” disse, poi superò i ragazzi senza guardarsi indietro. A lunghe falcate percorse la nuova grotta, qualche metro dietro lo seguivano gli altri, le torce sui quattro caschetti erano accese e dilaniavano il buio che era davanti e intorno a loro.

"Fermati Levitt!” gridò Christopher, il fiato in gola gli aveva fatto uscire una voce roca, consumata dal terrore che opprimeva tutti: il nano li stava distanziando.

Il gruppo dei quattro ragazzi si separò: Chris e Barbara erano davanti, David e Samantha erano rimasti indietro. “Aiutami! Non mi lasciare da sola...”. La ragazza si ritrovò in terra, mentre David non si era accorto della sua assenza, non ancora.

Nel silenzio udì alcuni bisbigli, le sembrò che provenissero dai lati della grotta, dalle pareti non lontane. Il freddo era pungente, giunto troppo all'improvviso. Qualcosa le sfiorò un braccio, così urlò per lo spavento. Samantha ritrasse il braccio, tremò inconsapevolmente perché sentì quelle voci che sussurravano parole sconosciute, le sentiva davanti e dietro di lei: erano ovunque.

Vide una luce tornare verso di lei, sentì la voce di David chiamarla a gran voce, poi, la luce sul casco di David, illuminò qualcosa e ne scaturì un urlo straziante.

"Ti hanno fatto del male?” le chiese, la mano tesa per aiutarla ad alzarsi. Lei era bianca in viso, come se avesse visto uno spettro. “Mi hanno solo toccata, ma non sono riuscita a vederli” disse guardandosi intorno. “Sono ovunque, ma le fonti di luce li tengono lontani, qualsiasi cosa siano, stammi vicino”.

Il cunicolo si allargò divenendo un vasto ambiente, Christopher e Barbara si fermarono per riprendere fiato e non c'era più traccia di Levitt: dileguato nel nulla. In lontananza si udivano rumori, tanti rumori, c'era vita laggiù. Illuminarono ciò che li circondava, enormi stalagmiti arrivavano fino al soffitto della grotta, rendendola affascinante. Colonne di roccia si stagliavano qua e là, seguendo la logica della natura che le aveva create. In quel luogo era assente la Magnetite, ora c'era solo roccia comune, calcarea.

Avanzarono verso la fonte di rumori, diversi focolari erano stati accesi, la legna bruciava, il fuoco illuminava quel nuovo ambiente enorme in cui erano finiti. Videro un gruppo di nani che guardavano dalla loro parte, strabuzzarono gli occhi. “Forse stiamo sognando” disse la ragazza, alcuni nani fecero segno di raggiungerli: Barbara li vide bene, un grosso falò illuminava le armature scintillanti come argento. Gli elmi da guerra che indossavano le avevano ricordato le tante storie Fantasy che aveva letto, le asce e le lance erano tutte dello stesso materiale con cui erano bardati.

"Che mi venga un colpo!” disse una voce da dietro. David e Samantha erano sopraggiunti senza che se ne accorgessero, i nani che avevano ad una ventina di metri, avevano catturato la loro attenzione.

Sentirono dei nitriti lontani, a sinistra c'erano un gruppo di creature dal manto bianco, sulla fronte si vedeva un corno pronunciato, era appena visibile da quella distanza.

Un gruppo di nani comparve dall'oscurità, il rumore delle armature e delle armi li aveva preannunciati. Uno di essi avanzò precedendo gli altri, fino a giungere davanti a loro: “Umani, non siete i benvenuti in questo momento. Avete oltrepassato il confine con il Monh-Der, siete banditi da questa terra! Tornate da dove siete venuti!”.

Barbara rimase a bocca aperta, Christopher e gli altri non emisero un solo fiato, non ne furono capaci.


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mercoledì, 19 marzo 2008

"La Grotta di Jeckjr" (19° Parte)

 

Levitt tirò un sospiro nel silenzio che c'era all'interno della grotta, il cilindro segnalatore illuminava quasi l'intero portale e sfrigolava leggermente per tutte le scintille che ne uscivano fuori.

"Non sono umano, non appartengo alla vostra razza” disse in tono avvilito, triste, meditando come rivelare loro tutta, o quasi, la verità che conosceva. Barbara osservò l'intera figura, il piccolo corpo che stava davanti a quell'ingresso, come se volesse tutta l'attenzione su di sé.

"Sono un nano” ammise. Attese di conoscere le reazioni dei quattro ragazzi, ma non ne riscontrò.

"Dalla statura lo avevamo intuito” ribatté David.

Levitt grugnì, poi il tono di voce si fece forte: “Appartengo alla razza dei nani! Non sono un nano per la statura, provengo da un'altra realtà” spiegò secco. Una sorta di fierezza si animò in lui, nel suo portamento, in come aveva agitato le tozze braccia per dare enfasi al pensiero.

Sorrise divertito osservando le loro facce, poi, compiaciuto, diede due pacche sulle rocce che componevano quel Portale. “Provengo da lì!”.

Christopher avanzò di un passo, le labbra erano serrate in una piccola fessura. “Allora, signor Nano, dove sarebbero le famigerate asce con cui combattereste le vostre battaglie. Non vedo la folta barba, i modi rozzi con cui sareste nati e cresciuti, le armature con cui ti dovresti bardare...credo che non saresti nemmeno in grado di riconoscere una fucina da un forno a legna!”.

Levitt rise, senza degnare più attenzione ai loro sguardi che lo stavano studiando, cercando di capire dove volesse arrivare.

"Chi vi ha detto della grotta?” chiese guardando negli occhi Barbara. Sembrava disprezzare quel gruppo di umani ora che aveva rivelato chi fosse, ma doveva ancora convincerli. Barbara aprì la bocca per parlare, ma l'ometto la zittì con un gesto: “siete liberi di non credermi e potete pensare che io sia un pazzo, un invasato, ma tu...ragazza” disse puntando il dito su di lei, “...avresti tutte le ragioni per aprire questo varco, saresti la persona giusta, ma non ora: saremmo tutti in pericolo, compreso quel ragazzo al tuo fianco. Non farlo se ti sta a cuore!”.

Lo sguardo di lei scivolò su chi gli stava vicino, per un solo istante, ma poi ritornò su Levitt.

"Non cercare di spaventarci con queste allusioni ad una possibile fine del mondo, non mi sei sembrato molto convincente. Forse dovevi preparare meglio la tua parte, studiarla più attentamente.”. David, appena pronunciate quelle parole, disse a Barbara: “Non sono affatto convinto delle sue farneticazioni, ci vuole depistare. Non credo che abbiamo fatto tanta strada per farci convincere da un pazzo che crede di essere un NANO!”.

Samantha fece un gesto per calmare David, aveva una curiosità da placare: “Allora spiegaci cosa vuol dire Olnost. Non credo che sia una parola buttata là, visto che l'hai pronunciata con determinazione, come fosse un'imprecazione”.

"Non so voi, ma io voglio andare avanti”, disse Christopher tagliando corto.

"Mi credete un pazzo? Non vi biasimo, ma io so quello che dico” disse Levitt. “Voi umani non mi siete mai stati simpatici, e credetemi, ne avrei fatto volentieri a meno di vivere la mia vita nel vostro mondo. Ho fatto parte di un progetto grande, che mi ha strappato dalla mia gente per tanto tempo. Lo abbiamo fatto per voi, per proteggervi dal male che vi avrebbe annientato. In questo momento...”, Levitt sospirò, chiuse la mano destra e l'appoggiò al cuore, “...sto fallendo, sto mettendo in discussione ciò che hanno fatto mio padre, mio nonno prima di lui. Sarà tutto vano!”.

Calò il silenzio, gli occhi di Barbara scrutavano Levitt, come quelli degli altri. Sembrava ancora tutto in discussione, nessuna decisione era stata presa, finché le cinque parole non sarebbero state pronunciate e la magia dei minerali e delle cinque rune avrebbero aperto l'accesso.

"Voglio rivedere mio padre” mormorò Barbara, lo sguardo scese fino al ciondolo: scrutò la prima parola, “JERA” disse, e la prima runa scintillò nella semioscurità.

"Pazza!” urlò Levitt, le sue piccole ma robuste mani tentarono di strapparle l'unico modo per aprire quel varco. Christopher e David non aspettavano altro, un solo gesto ostile verso qualcuno del gruppo: bloccarono entrambe le braccia del piccolo uomo, la sua schiena, per l'enfasi della lotta, finì contro il portale. Levitt sentì il fiato spezzarsi, le braccia e i polsi premuti contro i cristalli di roccia.

"Non ti muovere!” lo ammonì David ad un orecchio: la voce del ragazzo era parso a tutti come sibilo.

Barbara si fece perplessa, non immaginava si potesse arrivare a tanto: Levitt cominciò a farle pena. “EHWAZ”, la seconda runa scintillò davanti agli occhi increduli ed eccitati dei ragazzi. “KENAZ”, toccò alla terza. Samantha spezzò l'incantesimo di quel momento, nasceva in lei un certo timore: “Cosa vogliono dire quelle parole?”.

Levitt non rispose al principio, era immobile, con le braccia attaccate al portale. I suoi occhi, la sua espressione preoccupata, erano rivolti alla quarta runa.

"Rispondi! Cosa vogliono dire?” incalzò Chris, ad un paio di centimetri dal suo viso.

Il nano non voltò lo sguardo, ma disse: “Sono solo le iniziali di Jeckjr, ma la lettera 'C' non esiste nella nostra lingua”, era il tono di voce di un essere sconfitto, travolto dai dubbi per il futuro di tutti.

Barbara continuò ciò che aveva iniziato: “JERA”, attese qualche secondo, “RAIDHO”.

La terra iniziò a tremare.

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martedì, 18 marzo 2008

"La Grotta di Jeckjr" (18° Parte)

 

"Tu puoi aprire questo portale!” esclamò David ancora incredulo. Entrambi i ragazzi si erano avvicinati a guardare il ciondolo, le scritte che c'erano all'interno erano identiche a quelle incise sull'arco.

"Tuo padre ha fatto in modo che tu potessi aprire questa porta, hai sempre avuto le risposte con te, ma non sapevi di averle” aggiunse Chris.

"Adesso...” disse Barbara voltandosi verso Christopher, lo sguardo della ragazza si era fatto serio, le lacrime avevano cessato di scendere, ma sentiva le pulsazioni del cuore persino nella tempia. Forse non si sentiva pronta per tutte quelle verità, erano giunte inaspettate, come pugni ben assestati allo stomaco. Si sentiva...

La ragazza contò a mente fino a cinque e il senso di nausea l'abbandonò, almeno per il momento: “Dimmi come sei finito in quella maledetta libreria!”.

Levitt avanzò fra i quattro ragazzi, in mano stringeva nuovamente la pistola e si mise fra loro ed il Portale. “Non penserete mica di recitare le cinque parole, vero?” disse con impeto e rabbia. Puntò l'arma su Barbara, l'espressione che aveva in viso era un misto di incredulità e collera: “Non costringetemi a farlo!” disse armando la pistola senza alcun rimorso.

Christopher e David si misero fra Levitt e lei, Samantha fu spinta lontano dal suo ragazzo per non correre il rischio di essere colpita.

NON POTETE APRIRE QUEL PORTALE!” urlò Levitt. La voce rimbalzò da una parete all'altra, forte ed impetuosa. La canna della pistola iniziò a tremare davanti alle facce incredule dei ragazzi. “Se lo farete, l'intero pianeta correrà il rischio di essere annientato. TUTTI NOI MORIREMO!”, il tono del piccolo uomo scemò, si fece maledettamente avvilito.

Christopher non accettò quelle minacce, gli parvero del tutto infondate, una sorta di scherzo drammatico, perché tutto quello che avevano vissuto sembrava portarli ad aprire quello strano ingresso. Il passato, in qualche modo, era venuto a galla: il padre di Barbara, quel Noskov o Skonov, o come diavolo si chiamava, aveva fatto in modo che la figlia lo potesse aprire.

"Senta, signor Levitt, non credo che se Barbara recitasse quelle cinque parole, il mondo finisca. Ma lei, ci dica, chi è!” disse facendo un passo verso di lui, il braccio era teso con il palmo aperto, avrebbe voluto afferrare la pistola, rendere quell'ometto inoffensivo e stava valutando come agire.

Levitt si sentì minacciato e fece un passo indietro, appoggiò la schiena al portale, come se cercasse delle vie di fuga, ma era pronto a fare l'ultimo sacrificio: sparare.

Il braccio di Levitt fece uno strano movimento verso l'alto, la pistola gli scivolò di mano e si attaccò al portale composto di Magnetite. L'espressione del suo viso era stupefatta, si era fatto disarmare come uno sciocco. Cadde in ginocchio davanti a Christopher, le mani serrate in pugni toccavano la roccia del pavimento, alzò lo sguardo verso di lui: “Non lo fate, vi prego!”. Balbettò alcune frasi incomprensibili, gli occhi erano fissi su quelli di Christopher, erano sofferenti, ma sembravano essere sinceri: Levitt provava terrore per quel gesto, aveva paura che adesso avrebbero recitato le cinque parole incise nel ciondolo.

La luce nella caverna si abbassò d'intensità, finché il segnalatore non cessò di funzionare: nella grotta calarono le tenebre, solo le luci sui caschi illuminavano il portale, come fossero lucciole impazzite.

David corse verso la borsa di Chris e ne prese un altro: la luce tornò e anche Levitt non smise di lottare, perché lui sapeva quello che sarebbe accaduto.

"Se vi raccontassi una storia...” disse il piccolo uomo, osservando intensamente il ciondolo al collo di Barbara, “...forse riuscirei a convincervi.”. La voce era avvilita, come quella di una persona che sa, che conosce i fatti, ma non può contrapporsi ad essi. “Datemi una possibilità, fatemi prima provare...”.

David guardò Levitt, puntando il segnalatore verso il suo viso. L'espressione del ragazzo sembrava divertita perché i ruoli si erano invertiti: lui era disarmato, loro potevano aprire il portale.

La mano di Chris si posò sul cilindro, allontanandolo dal viso di Levitt, poi assunse un'aria di sfida: “Va bene” disse con tono calmo, “impressionaci! Ma sappi che siamo cresciuti, le leggende, i fantasmi, o quello che dirai per spaventarci, non faranno presa su di noi.”. Christopher squadrò le espressioni degli altri, voleva comprendere se erano tutti d'accordo con lui, se erano disposti a credere in ciò che Levitt avrebbe raccontato, in qualsiasi cosa.

Saryo alle 14:40 in: racconti, fantasy, la grotta di jeckjr
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lunedì, 17 marzo 2008

"La Grotta di Jeckjr" (17° Parte)

 

"Esiste un modo per evitare tutto questo, ma sono sicuro che voi non ne siate a conoscenza: nessuno lo è. Ma la domanda ve la farò lo stesso.”. Levitt abbassò il cane della pistola, si sentiva molto sicuro che non lo avrebbero aggredito, ma era pronto a rispondere a qualsiasi azione diversiva avessero in mente di fare.

"Sono il guardiano di questo luogo, da sempre. Vi racconterò di me, tanto so che non andrete in giro a riferirlo.” disse Levitt aprendo una borraccia, poi bevve un paio di sorsi d'acqua. Fece il gesto di offrirlo anche a loro, ma nessuno volle bere, tanto meno dalla sua borraccia.

"Prima di me, a ricoprire questo ruolo, c'era mio padre. Si tratta di un lavoro che va di generazione in generazione: da quando è nato questo parco. Io proteggo questa grotta, questo Portale. Nessuno può accedervi, pochi lo hanno fatto.”.

"Noskov” bisbigliò Barbara. Christopher le fece cenno con la mano di non parlare, Levitt proseguì: “Ora che sapete di me, vediamo se avete una risposta a questa domanda”. Levitt guardò in faccia i ragazzi, scrutandoli uno per uno.

"In realtà si tratta di una fiaba, una vecchia fiaba sugli unicorni. Vorrei sapere i due nomi della tigre e del folletto che salvarono gli unicorni dai cacciatori. Questo avveniva nella Valle, vicino al lago di Scizia. Ho detto tutti i riferimenti, solo chi conosce la storia può rispondermi.”. Levitt attese una risposta.

Barbara sgranò gli occhi, con voce debole disse: “Non è possibile!”, poi cadde in ginocchio. Il gruppo la soccorse, ignorando per qualche istante il piccolo uomo armato.

"Stai bene?” chiese Chris in ginocchio vicino a lei. Ma la ragazza non stava bene, due lacrime solcarono le guance rigandole la pelle liscia. I ricordi d'infanzia le tornarono in mente con prepotenza, senza che lei potesse metterli da parte. Prese fiato, deglutì e disse: “Conosco le risposte”.

I tre ragazzi che l'avevano soccorsa ne rimasero sbalorditi, turbati.

Barbara si fece coraggio e guardò Levitt negli occhi: “La tigre si chiamava Dusme, il folletto Tigon”.

L'espressione di Levitt si trasformò in meraviglia: era la prima volta che udiva la risposta giusta, in tanti anni che gli era capitato di fare quella domanda. “Ma per tutti gli Olnost di questo mondo, come conosci quei nomi, ragazza?”.

Barbara si fece triste, ma rispose ugualmente: “E' l'ultima cosa che mi è rimasta di mio padre, quella fiaba. Non ci ucciderà, vero?”. Levitt non le rispose, ma mise la pistola nella tasca della giacca, poi disse: “Potete tornare al vostro alloggio, prendere i bagagli e tornare da dove siete venuti”.

I quattro ragazzi non accennarono a tornare indietro, tutt'altro: David scrutò i cinque simboli in risalto sull'arco.

Levitt li guardò divertito: “Ragazzi, oggi avete avuto una fortuna sfacciata: approfittatene! Non penserete mica di risolvere anche questo enigma...”. Li scrutò cercando di capire che intenzioni avessero.

Barbara raggiunse Christopher davanti al portale, lo osservò da vicino, quasi a toccarlo. Una forza invisibile catturò il ciondolo della ragazza, attirandolo. David spiegò quello che stava accadendo: “La magnetite possiede una forza elettromagnetica, attira a sé metalli, smemorizza carte di credito e possiede altre virtù”. Barbara osservò il suo orologio, quel minerale doveva aver agito anche sulla sua batteria: da quando erano arrivati là sotto aveva smesso di funzionare.

Prese il ciondolo in mano, quella forza invisibile sembrava volesse strapparglielo. Le braccia di Chris la avvolsero, voleva starle vicino in quel momento, sentiva che lei ne aveva bisogno, probabilmente entrambi.

"E' l'ultimo ricordo che ho di lui” disse a Chris, “avevo due anni quando scomparve di casa, nessuno ebbe più sue notizie.”. Aprì quel gioiello fatto di argento e lo guardò, incisi all'interno c'erano cinque simboli, sotto di essi cinque parole.

"Un momento!” disse osservandoli, il suo sguardo andava dal ciondolo alle rune, dalle rune al ciondolo. Trasalì...

"Ma che diavolo...” disse Christopher, osservando quell'oggetto, quelle belle iscrizioni che sembravano non dire nulla perché a loro erano incomprensibili.

David e Samantha iniziarono ad intuire dal loro comportamento, Levitt cercava di capire cosa stesse accadendo. Era seccato perché voleva tornare in superficie, non stare con quattro mocciosi là sotto a cercare di capire come aprire il portale. Lui sapeva come accedere, ma il suo compito era quello di vegliare che nessuno ci provasse.

Barbara cominciò a capire tutto: “Noskov è mio padre!” disse ad alta voce, come se cercasse di comprendere ciò che stava dicendo, “mio padre si chiamava Jeremy Arthur Skonov, Noskov è l'anagramma del suo vero cognome. Era un antropologo di origini russe, amava esplorare le grotte e scomparve improvvisamente ventidue anni fa”.

Saryo alle 18:46 in: racconti, fantasy, la grotta di jeckjr
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domenica, 16 marzo 2008

"La Grotta di Jeckjr" (16° Parte)

 

L'acqua che proveniva dal lago, ora, s'insinuava alla loro sinistra: c'era un canale scavato nella roccia che la faceva defluire.

"Poco più avanti dovremmo arrivare alla Black Rock” disse Barbara, “Vuol dire che siamo arrivati al capolinea, ragazzi!” continuò Samantha. Le torce montate sui quattro caschi illuminarono il cunicolo che proseguiva, ma si soffermavano sulla parete di sinistra, che sembrava incastonata di diamanti.

"Da come parlate, sembrate due operatrici turistiche – guardate questo, guardate quello – come se ci foste già state” disse David con tono sarcastico.

"Se solo qualcuno amasse leggere libri sulle grotte...” rispose la sua ragazza con lo stesso tono. “Magari l'avrai pure letto, ma chissà quanto tempo fa.”.

Christopher guardò i suoi amici, sembrava divertito dalle questioni sollevate, ma quando si era messo il suo zaino sulle spalle, si fece serio. “Non so voi, ma io muoio dalla curiosità di scoprire questa Roccia Nera!”, avanzò lungo l'unico cunicolo che potessero percorrere.

Il gruppetto si fermò, perché era giunto alla meta. La Black Rock era sulla destra, formata da un arco di roccia differente da quella che avevano trovato per tutta la lunghezza della grotta. Chris ne sembrava attratto e la illuminò, dall'apice fino alla base: notò cinque incisioni scolpite su di essa ed erano indecifrabili.

Rune per Post


"Che diavolo sono?” chiese David osservandole, gli risposero sia Christopher che Barbara, in un coro perfetto: “Sono Rune!”. Cessarono di parlare, le quattro torce si muovevano su quel portale scintillante per scoprire se vi fosse modo di spostarlo: qualcuno lo toccò cercando esili fessure nascoste, ma ogni tentativo fu vano.

"Non è roccia comune questa” disse improvvisamente David, ne staccò un piccolo frammento esaminandolo alla luce: “siamo di fronte ad un minerale, e questa porta è stata fatta con questo.”, disse mostrandola agli altri.

"Che tipo di minerale?” chiese Barbara prendendo il frammento, scintillava alla luce e sembrava avere una forma romboidale.

"Magnetite, questo minerale è Magnetite.” concluse guardando la grande porta che si stagliava davanti a loro. “Siamo di fronte ad un monumento senza precedenti, composto da un minerale particolare” aggiunse.

"Ce ne avete messo di tempo!” disse una voce nell'oscurità. I quattro ragazzi si paralizzarono, dei passi risuonarono nella grotta e la voce continuò: “mi ero quasi preoccupato!”.

Christopher aprì lo zaino e tirò fuori un altro cilindro metallico, girò la parte inferiore e la fiamma che ne scaturì illuminò la grotta, rendendo visibile ciò che prima non lo era.

Una piccola figura divenne visibile ai loro occhi, ed era giunta a pochi metri da loro: in mano stringeva una pistola a tamburo, il suo sguardo si fece duro, i lineamenti del viso si serrarono in una morsa di rabbia.

"Speravo avreste ascoltato i miei suggerimenti” disse facendo un altro passo. “Quelle benedette regole in rosso...”.

"Perché non sono sorpreso? Immaginavo che ci sarebbe venuto a cercare, ma non così presto!” disse David.

"Lasci stare il mio amico, non sa quello che dice, Signor Levitt” disse Christopher per calmare la tensione che stava crescendo. “Ok, non abbiamo seguito le sue regole in rosso, ma non credo sia giusto piombare qui e minacciarci con una pistola. Potremmo risolvere la faccenda in un altro modo, potrebbe espellerci dal parco.”.

Levitt rise, l'eco si disperse per la grotta. “E' quello che sto facendo, ragazzo, vi sto espellendo dal parco.”.

David gettò in terra il suo zaino. Le ragazze si misero dietro lui e Chris, ma Levitt avanzò minaccioso: “Non avete idea di quante persone io abbia espulso, e non erano giunte fin qui.”.

"Poteva anche dircelo in cosa consisteva venire espulsi...” disse David abbassando il tono di voce.

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sabato, 15 marzo 2008

"La Grotta di Jeckjr" (15° Parte)

 

Christopher piantò un paio di picchetti nella roccia, poi ripose il martello nella cintura e guardò dalla parte opposta quella parete così scintillante. Gli abiti erano fradici perché aveva attraversato il canale senza arrampicarsi; tornò a guardare il suo amico.

"E' tutto pronto!” urlò verso David. Agguantò il casco e lo mosse in orizzontale un paio di volte: era il loro segnale a lavoro finito. Vide l'amico scomparire dalla cima della parete per chiamare Barbara e Samantha. Il viaggio, a breve, sarebbe ripreso.

Il falò, vicino alla sponda del fiume, si spense in uno sfrigolio: le due ragazze vi gettarono dell'acqua ed il fumo salì fino alla parte alta della grotta.

"Siamo pronte!” disse Samantha per entrambe.

"Ascoltatemi bene” disse David davanti alla corda tesa che scendeva nell'oscurità, “non c'è niente di cui aver paura perché sarete legate due volte. Non scenderete troppo veloci: ci penserò io a rallentare la discesa.”. Il ragazzo mostrò loro la seconda fune, che sarebbe servita anche per riprendere la carrucola.

"Chi vuole essere la prima?”.

Barbara non disse nulla, ma si avvicinò a David afferrando il moschettone della sua imbracatura.

"Bene!” disse lui, agganciandola: “cerca di non chiudere gli occhi e goditi la discesa!” si raccomandò.

La ragazza si sentì eccitata ed impaurita, adesso toccava a lei scendere nell'oscurità: persino la cascata che scivolava giù, vicino ai suoi piedi, le sembrava un rumore di sottofondo.

In fondo c'era una luce, era quella fissata sul casco di Christopher, immobile presenza che l'avrebbe aiutata all'arrivo, per lei si trattava di un'ennesima sicurezza che sarebbe finito tutto bene.

Il moschettone scattò, Barbara fece due respiri profondi e contò fino a cinque, dando il tempo alla paura di fare il suo corso, gli avrebbe concesso solo cinque secondi, poi avrebbe ripreso il controllo delle sue emozioni, almeno quello era il suo intento.

Le punte delle scarpe stavano oltre il ciglio del baratro, le mani avvinghiate sulla corda.

Barbara si girò con il viso verso David e Samantha, la corda scese di quasi mezzo metro a causa del peso, e vide le luci sui caschi dei due ragazzi allontanarsi.

Durò in tutto tre secondi, ma a lei parvero tre ore. Sentì l'aria, l'acqua della cascata che quasi la sfiorava, poi due mani che l'afferravano fermando la discesa.

"Ti sei divertita?” le chiese Chris staccando il moschettone dalla carrucola. Barbara mise i piedi sulla roccia e sentì una corrente fredda circolare nel bacino della cascata.

"Si!” ammise lei, percepì l'acqua nebulizzata seguire quella corrente, la sentiva sulle mani e sul viso.

"E' stato...divertente” disse lasciando le braccia di Chris, sentendo che i suoi abiti erano fradici. Lei non disse nulla, ma gli passò il suo zaino. “Cambiati, o prenderai la polmonite.”.

Christopher le sorrise, in quel gesto Barbara ci aveva letto anche della riconoscenza. Lo guardò togliersi il caschetto e fare segni luminosi a David: la carrucola cominciò a scorrere lungo il cavo a strattoni. Adesso era il turno di Samantha.

Mentre Chris si cambiava, Barbara aveva avuto il tempo di esaminare il posto in cui erano scesi: il bacino d'acqua, una sorta di lago naturale, doveva essersi creato nel tempo, grazie alla forza del torrente che scendeva laggiù. Il lago aveva un'ampiezza di una decina di metri, e si estendeva lungo tutta la grotta. Loro erano riusciti a passarci sopra senza bagnarsi, tutti tranne Christopher.

"Come hai fatto a bagnarti? Sembra che tu ci sia caduto dentro!”. Lui guardò entrambe le ragazze prima di rispondere: “Avevo visto qualcosa” disse con tono assorto, “qualcosa che meritava la mia attenzione” terminò puntando la torcia sulla parete.

Entrambe osservarono quei bagliori, mentre da dietro era giunto anche David.

Saryo alle 19:05 in: racconti, fantasy, la grotta di jeckjr
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