mercoledì, 30 gennaio 2008

"In magazzino" (Parte 45° - 46°)

 

(45° Parte)
   Stewart rimase davanti all'ingresso spalancato, osservava ammutolito quel cunicolo immerso nella semi-oscurità. Ma qualcosa di insolito aveva attratto la sua attenzione: ombre sulle piccole finestre del soffitto. Udì passi lenti, cadenzati, numerosi.
    "Cheap?" disse con una certa ansia nella voce, "vieni a vedere...". Il collega sbuffò, non aveva voglia di sentire i suoi piagnistei, voleva capire le intenzioni degli altri. Non era giusta la presa di posizione che avevano già preso: fuggire via dando loro appena pochi minuti per riflettere, senza neanche discuterne. Lui aveva quasi deciso, le armi se le sarebbe riprese, avrebbe cercato un altro mezzo per accaparrarsi delle provviste, chiudersi in quel luogo ed attendere gli aiuti.
   "Vieni qui???" urlò Stewart con tono quasi isterico. Cheap abbandonò quel ragionamento, attirato dal tono insistente. Varcò la soglia del cunicolo e si ammutolì, rimase con la bocca aperta, le parole che stava per pronunciare gli morirono in gola, preso com'era da quei rumori, quelle ombre appena visibili dal vetro opaco e spesso.

(46° Parte)
    A quei rumori di passi e quelle ombre inquietanti si era aggiunto un rombo in lontananza. A Cheap parve trattarsi di un mezzo grosso: si stava avvicinando, attraversando il parcheggio sopra le loro teste.
   "Forse sono gli aiuti" disse a voce bassa, osservando solo per un istante l'espressione incredula del collega. Tuttavia c'era qualcosa che non andava, il fatto che il motore, ad un certo punto, singhiozzasse. Udì anche lo stridio delle gomme, come se il mezzo curvasse ripetutamente. Passò sopra di loro, oscurando l'intero cunicolo in quel punto esatto.
    "Muoviamoci, è tardi" disse Peter alle loro spalle. 
   "Aspetta! Non sentite anche voi?" chiese Cheap ai due ragazzi appena giunti. Silenzio, nessun rumore, persino la scarsa luce tornò in quel cunicolo, mostrando la lunghezza del tunnel fino alla prima curva.
   "Basta con queste cazzo di scuse! Noi ce ne andiamo, raggiungeremo quella dannata Isola con voi, o senza di voi!" disse Peter con tono seccato.
    I quattro si mossero lungo il cunicolo, consci di non incontrare pericoli.
   Uscirono alla luce del giorno, passando al fianco del container, guardando i cadaveri in terra.
  Roger ed Alan erano fuori dalla jeep, il motore ancora acceso e gli sportelli spalancati. Le armi erano poggiate sul sedile posteriore.

Saryo alle 09:33 in: racconti, horror, in magazzino
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domenica, 27 gennaio 2008

"In magazzino" (Parte 43° - 44°)

 

(43° Parte)
   La jeep nera girò immettendosi sulla stretta strada che conduceva verso il magazzino, lo stridio di gomme ne aveva preannunciato il brusco cambio di rotta. Un corpo, solo per qualche istante, si era gettato sul cofano. Le mani aggrappate ai tergicristalli, gli occhi bianchi, quasi privi di colore, scrutavano l'interno del veicolo. Poi quel mostro fu sbalzato contro un'altra macchina parcheggiata.
   Alan guardò dallo specchietto retrovisore: l'orda di zombi, investita durante quella veloce manovra, si era ripresa a fatica. Vide quei corpi ancora più deturpati rimettersi in piedi, ricominciare quella caccia senza arrendersi.
   L'auto scese la prima rampa, toccando il fondo sull'asfalto non appena aveva raggiunto il tratto di strada pianeggiante, provocando delle scintille. In una decina di secondi giunsero davanti all'ingresso del magazzino: era tutto sgombro, come quando erano usciti dal cunicolo.
   "Vado a chiamare gli altri" esordì Peter. Roger si riprese dallo shock e disse: "Dobbiamo andarcene di quà, fra poco rimarremo intrappolati da quei bastardi".

(44° Parte)
   I rumori provenienti dall'esterno avevano messo in agitazione le due guardie. Cheap si affacciò allo spioncino, scrutando l'esterno: vide un auto nera fermarsi alla destra dell'ingresso, proprio nei pressi del container.
   "Ce l'hanno fatta!" esclamò verso il compagno, "hanno preso una jeep". Le due guardie giurate abbandonarono l'ingresso, dirigendosi verso l'uscita di sicurezza, urlando a gran voce, esultando il trionfo dei loro compagni: adesso si poteva pensare a come procurarsi una buona scorta di cibo.
   Thomas attese davanti all'ingresso. Passi veloci di qualcuno rimbombarono nello stretto ed alto cunicolo, Peter giunse davanti alla porta spalancata, il cuore in gola e tanta eccitazione.
   Il ragazzo si ritrovò davanti al collega, curioso di sapere come fossero andate le cose. "Non c'è tempo" spiegò Peter, "dobbiamo muoverci, Roger e Alan ci aspettano in macchina".
    Thomas rimase sconcertato, non era preparato a tanta fretta.
   "Dove vorreste andare?" chiese Cheap appena giunto insieme a Stewart. Peter varcò la soglia a passo spedito, dirigendosi verso l'ingresso, passandogli in mezzo come fossero due spettri. Mentre si allontanava urlò al loro indirizzo: "Vado a prendere la borsa con le provviste. Che fate, non venite?".
   "Non si era parlato di partire! Credevo che alla fine avremmo preso una macchina per trovare scorte sufficienti e nasconderci qua dentro". L'eco delle sue parole si disperse in quell'enorme luogo, senza sortire alcuna risposta.
   Thomas abbandonò le due guardie per raggiungere il collega.
  "E' così grave la situazione là fuori?" gli chiese infine appena lo aveva incontrato. Peter non rispose, strinse solo le labbra annuendo, poi percorse la strada a ritroso, a passo spedito.

Saryo alle 19:42 in: racconti, horror, in magazzino
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mercoledì, 23 gennaio 2008

"In magazzino" (41° - 42° Parte)

 Ricordate quei simpatici magazzinieri? Ricordate il piazzale stranamente sgombro, il cemento calpestato solo da qualche persona che si muoveva in maniera lenta, svogliata. ERA IL 16 AGOSTO 2007!

(41° Parte)
     Ancora dieci metri per la prima auto. Alan stringeva il telecomando nella mano sinistra, nell'altra il fucile. Roger era dietro di lui, al suo fianco c'era Peter: guardingo e silenzioso.
    Un camioncino sostava alla loro sinistra, ma uno strano rumore fece fermare Alan. Gli altri due sopraggiunsero: "Non fermarti!", disse Peter quasi supplichevole, il suo sguardo controllava quanta distanza ci fosse nei confronti delle dieci creature. Erano appena giunte sul tratto pianeggiante e tornarono ad essere completamente visibili: le braccia portate avanti come per afferrarli da lontano.
    Alan spianò il fucile e fece due passi avanti. Una mano, poi un braccio sbucò dal fianco del mezzo, un movimento tanto improvviso da far balzare il cuore in gola a tutti e tre. Istintivamente si spostarono lateralmente, verso i pali e la catena.
    Un altro zombi sbucò dal nulla, attratto dalle voci dei tre ragazzi.
    Peter indietreggiò due passi di troppo e si ritrovò in terra e la sua testa, nella caduta, aveva lambito la parete del grosso negozio. La catena dondolava velocemente a causa dell'urto.
    Roger puntò la pistola, il braccio teso come un ramo d'albero. Fece fuoco in un istante su quel mostro. La testa fece un movimento innaturale, schizzi di sangue volarono sul camion, macchiandolo. Il corpo cadde indietro, come se avesse ricevuto un forte colpo in pieno viso.
    La fuga ricominciò. Le creature li avevano raggiunti a causa di quel contrattempo. Alan puntò il fucile verso quello più vicino. Fece fuoco. Il boato echeggiò sull'alta parete dell'edificio, ed un'ampia ferita sul petto divenne visibile. Il corpo cadde in terra e rimase immobile qualche secondo, per poi rianimarsi. Le mani si contorsero sull'asfalto rosa e liscio per fare presa. La creatura strisciò verso di loro, ancora più lentamente. Gambe e piedi di coloro che sopraggiungevano trovarono un ostacolo improvviso, ed altri caddero in terra in maniera goffa, senza ripararsi dall'urto improvviso.

(42° Parte)
    "Forza! Muoviamoci!". La voce di Roger tradiva lo stato in cui era: terrore e paura allo stadio puro. Peter, dal suo canto, controllava la distanza fra loro e gli inseguitori.
    Le auto parcheggiate sfilavano alla loro sinistra, con i loro colori e modelli. Davanti ai ragazzi la strada appariva sgombra, libera da minacce. Regnava uno strano silenzio, a parte i lamenti che provenivano alle loro spalle, voci che li spronavano a fuggire il più in fretta possibile.
    L'antifurto, ora, si sentiva. Un suono prolungato ed acuto: un auto dal muso grande svettava sulle altre. Un cofano dal colore nero-metallizzato, una jeep, apparve essere ad Alan.
    Si ritrovarono davanti all'auto, l'antifurto che continuava ad emettere quel suono quasi fastidioso e gli inseguitori che ora guadagnavano terreno. Le quattro frecce cessarono di lampeggiare, i tre ragazzi aprirono le portiere: un'ultima occhiata prima di chiudere fuori l'orrore che avanzava.
    Alan si ritrovò alla guida, un'unica chiave stringeva nella mano, una serratura esagonale posta sotto al volante lo invogliò ad inserirla.
   "Ci hanno raggiunto" disse Peter.
   Decine di mani piombarono sul cofano del grande mezzo, quasi all'unisono. Tutti e tre percepirono gli scossoni causati dall'urto. Le sospensioni gemevano, le urla dall'esterno giungevano smorzate, quasi lontane, gli occhi di Roger, seduto a lato passeggero, si dilatarono dal terrore.
    Alan girò la chiave ed il motore si accese dopo una breve vibrazione. Gli zombi avevano circondato l'auto, muovendola con rabbia, cercando un modo per entrarvi. Il sangue ancora fresco aveva imbrattato i fianchi del mezzo, il cofano, i vetri dei finestrini.
    Alan inserì la prima e l'auto si mosse girando bruscamente a destra.

Saryo alle 15:12 in: racconti, horror, in magazzino
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martedì, 15 gennaio 2008

"Uno strano viaggio" (Quinta Parte)

 

 

    Jack guardò Max, aspettando un qualche accenno di protesta. Lo vide solo alzare lo sguardo, si sentì scrutato nell’anima, si sentì scandagliato. Max non disse nulla, il suo sguardo diceva tutto.

     “Per fortuna” aggiunse l’uomo, “Non tutti sono così. Alcuni sopravvivono cacciando, proprio come fai tu su Ethel”.

     Non ti devi giustificare con me, sono solo un curioso ascoltatore.

     “Non credo di aver fatto fare una buona impressione al mio mondo. Mi dispiace, ma non mi sento di raccontare bugie, non mi piace illudere. Spero solo che tu non abbia voglia di seguirmi sulla terra, se mai ci tornerò”. L’espressione del cane mutò: da quella attenta ed incuriosita, divenne confusa ed avvilita. Almeno quella era l’impressione di Jack.

     Max diventò smanioso, sembrava in allerta e spesso fiutava nell’aria qualche tipo di odore: sembrava che fosse in attesa.

     Mi dispiace interrompere  questo dialogo interessante, ma credo che presto avremo visite. Max distolse lo sguardo da Jack e si girò oltre i tre alberi. In lontananza apparvero cinque cani, sembravano hasky, dai peli lunghi e lucidi, alcuni erano neri e marroni.

     “Chi sono?” chiese l’uomo osservandoli. Si muovevano in branco e venivano proprio dalla loro parte, con movenze sicure e senza alcun timore. Quello che sembrava il capo branco guidava gli altri, erano apparsi dal nulla, come spettri irrequieti, forse guidati da un nuovo odore, mai sentito finora.

     Lupi selvaggi disse Max annusando l’aria. Jack udì per la prima volta ringhiare il suo piccolo amico, con estrema aggressività, mentre i cinque lupi si avvicinavano con fare guardingo.

     Mi raccomando, non fare mosse avventate si raccomandò il piccolo quadrupede, potremmo cavarcela.

     Jack non si mosse, ma si ritrovò a toccare il tronco di salice, con le mani che stringevano distrattamente la grossa corteccia. Non emise un solo fiato, si limitò a guardare Max, il suo comportamento.

     I cinque lupi si avvicinarono a loro, forse mossi da curiosità e fame: davanti a loro c’era un nuovo tipo di preda.

     Per l’uomo il tempo era come essersi fermato, di fronte a lui c’era un piccolo cane, ma con un grande cuore. Il branco procedeva come in uno schema: circondare la preda lentamente, con movimenti uniformi e senza offrire vie di fuga.

     Jack non percepiva più alcun pensiero di Max, forse perché era intento a comunicare con i lupi, ma di questo non era sicuro.

     Max non faceva altro che fissare il capo-branco, il lupo più anziano, il più forte. I piccoli muscoli erano tesi, il suo sguardo profondo ed i peli sul dorso erano arruffati. Jack notò come tenesse la bocca aperta per mostrare le file di denti aguzzi e bianchi. Un ringhio prolungato gli usciva dalla sua bocca aperta.

     La miglior difesa è l’attacco, questo pensiero sopraggiunse a Jack e poi divenne tutto caos ed azione.

     Max attese solo una minima distrazione del lupo, poi con un balzo gli saltò addosso, cercando di morderlo in più punti. Jack cercò di difendersi come poteva, la giacca color crema attorcigliata al braccio per bloccare le mascelle del primo lupo che gli si fosse avvicinato troppo.

     Confusione e guaiti ne scaturirono, il sangue macchiò il manto d’erba e poi qualcosa successe.

     Le lune di Ethel si avvicendarono con i tre soli, uno di essi era nero come una eterna eclissi. Qualcosa volò sul lupo più anziano, qualcosa che era giunto dall’alto.

     La battaglia scemò al sorgere dei tre soli e Jack si ritrovò a terra, la giacca ridotta a brandelli, nell’altra mano teneva un mazzo di chiavi intriso di sangue. La scena era agghiacciante, vera e drammatica. Disteso al suo fianco c’era un lupo bianco, il suo pelo, una volta immacolato, era impregnato di sangue. Gli occhi gialli e immobili a fissare un punto vicino ai salici.

     Il capo-branco giaceva morto e dilaniato da molte ferite, gli altri erano fuggiti da dove erano venuti.

     Salve straniero.

     “Va bene Max, mi alzo” disse Jack, cercando di rimettersi in piedi come meglio poteva. Sussultò, Max era disteso su un fianco, immobile. Un’altra creatura se ne stava in piedi tra l’uomo ed il piccolo cane. Jack vide una splendida aquila dalle piume candide come la neve, era lì, sulle sue due zampe poderose e lo fissava con  due occhi color verde smeraldo.

     Mi chiamo Misy, gli disse, sono la principessa di Ethel.

     Jack quasi la ignorò, vedendo lo stato in cui versava il cane. La superò, inginocchiandosi al suo fianco. Il torace di Max quasi non si muoveva più e molto sangue aveva perso a causa delle ferite riportate dallo scontro.

     Mi rincresce per Max disse l’aquila, volgendogli uno sguardo colmo di compassione. La principessa guardò entrambi, aveva le grandi ali richiuse sulla schiena, le zampe artigliate rilucevano fra l’erba.

     Puoi ancora salvare il tuo amico, disse guardandoli, mentre Jack prendeva in braccio il cane, sincerandosi che fosse ancora vivo. Presto, torna nel lago e porta Max con te. Sulla terra potrebbe ancora sopravvivere, su Ethel morirebbe.

      Gli occhi dell’uomo ripresero un guizzo di vita, qualcosa come la speranza pervase il suo cuore, così si diresse verso il lago. Stringeva al petto quel piccolo cane, quel piccolo amico che si era sacrificato per salvargli la vita.           

Saryo alle 14:19 in: racconti, fantasy, uno strano viaggio
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sabato, 12 gennaio 2008

"Uno strano viaggio" (Quarta Parte)

                                                                                                                     

 

L’uomo si alzò aiutandosi con il tronco di salice, troppo a lungo era rimasto seduto e aveva bisogno di sgranchirsi le gambe. Max lo seguì con lo sguardo, annusando l’aria, la brezza che portava nuovi odori da chissà dove.

     Guarda tu stesso, guarda l’armonia di Ethel. Ogni essere bada a se stesso, non c’è nessun padrone che comandi: soltanto la natura. Ma Jack s’insospettì, guardando il lago e gli animali che vi vivevano. Le luci, le tre lune e quell’ambiente paradisiaco gli sembravano uno specchio per le allodole.

     “Allora quella principessa che dovrei incontrare? Non dirmi che non governa” disse Jack incredulo. No, è una creatura al di sopra delle altre. Quando la vedrai, capirai. Jack s’incuriosì oltre modo. I pensieri di Max, i suoi movimenti mentre ne parlava, lo fecero rimanere a bocca aperta. Intuì che c’era del rispetto e ammirazione in ciò che aveva appena detto il cane.

     Quando la vedrai, capirai ribadì Max.

     “Sulla terra è diverso” disse Jack controllando i suoi abiti. Erano quasi asciutti, la brezza era piacevole e asciugava velocemente i suoi vestiti. “Non potrebbe esistere un sistema di vita simile, finché l’uomo governa il suo mondo. Sarebbe bastato che al posto mio fosse giunto qualcun altro. Qualcuno che avesse visto Ethel e avesse deciso di sfruttarlo. Persino tu saresti stato in pericolo” disse guardando Max. “Un classico fenomeno da baraccone, gli sarebbe bastato capire che sai comunicare, per fare carte false e portarti sulla terra”.

     Max lo guardò, aveva la stessa espressione d’ilarità di prima. Proprio ora mi hai confermato quello che dicevo, comunicò all’uomo, se tu fossi crudele e volessi arricchirti con questo mondo…non lo avresti certo detto…

     Jack sorrise: “Già, sarei stato uno stupido” confermò a Max.

     Uno stormo di anatre sorvolò il lago, volavano in formazione ed una di esse guidava le altre verso il centro dello specchio d’acqua. Starnazzavano a gran voce, rompendo l’incantesimo di quiete che c’era stato prima. Il bagliore delle tre lune illuminò quelle creature, le colorò di un azzurro intenso e fece rimanere Jack a bocca aperta. Tutto sapeva di magia, suoni e colori ammaliavano in ogni istante l’uomo, facendolo sentire parte di un nuovo insieme, rendendolo un fortunato spettatore.

     Max osservò la squadriglia di anatre planare nel centro del lago e Jack gli fece una domanda: “Come fanno a volare in perfetto equilibrio fra loro? Sulla terra si dice che usino l’elettromagnetismo terrestre per seguire rotte precise, per darsi le distanze giuste”.

     Parlano fra loro come faccio io con te, poi urlano per dire a tutti che sono arrivate.

     “Una scena così sulla terra mi avrebbe un po’ rattristato…”, Max fu attirato da quella frase così malinconica, “Già…” disse l’uomo rimettendosi appoggiato al salice, “Gli uomini sono spietati cacciatori. Nascosti tra le fronde e armati di fucili, avrebbero atteso il loro arrivo, proprio attirati dai loro versi e poi: PAM”.

     Max deglutì rumorosamente, capì che gli uomini avrebbero fatto del male alle anatre, ignorando il modo. Cosa sono i fucili? Cos’è un PAM? Jack rise amaramente, portandosi una mano sul viso: “Giusto” disse grattandosi il mento. Sospirò guardando le anatre al centro del lago, nuotavano in circolo, una vicino all’altra e si pulivano le penne e i piumaggi.

     Jack fece passare qualche minuto, mentre sentiva lo sguardo arguto di Max su di sé, facendolo sentire un po’ a disagio. “E va bene…” disse con voce arrendevole, “Cominciamo dal principio: l’uomo sulla terra è l’animale più razionale e complesso che ci sia sul mio mondo. Diciamo che lo governa e, a volte, lo fa così male, che riesce a rovinare tutto ciò che lo circonda: compreso natura e animali”.

     Max lo guardò titubante: Evitate che i padroni sbagliati si prendano cura di voi disse il cane scodinzolando. Guardava Jack con sincero interesse, cercando di capire i suoi ragionamenti, come farebbe un uomo sulla terra.

     “Va bene, ho esagerato” ammise accarezzando Max sulla testa, “Non voglio annoiarti con l’etica o la politica del mio mondo. Ti assopiresti in cinque minuti. Torniamo ai fucili, al PAM” disse con un sorriso amaro dipinto sulle labbra.

     Max si sdraiò al fianco dell’uomo, senza però dimostrare di aver perso la curiosità di conoscere il suo mondo, continuando ad osservarlo in faccia.

     “Molti uomini, chi per passione, chi per passatempo e chi per necessità, uccidono altri animali. Usano delle armi che sputano fuoco e quando senti un PAM, qualche animale…muore. E’ un suono inconfondibile e mette i brividi sulla pelle, almeno a me”.

 

Saryo alle 21:42 in: racconti, fantasy, uno strano viaggio
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