venerdì, 28 dicembre 2007

"Uno strano viaggio" (Terza parte)





MaxyEcco la creatura, ecco Max!

  "Adesso cosa stiamo aspettando?” Max si grattò un orecchio con la zampa posteriore: Fra poche ore sorgeranno i tre soli, la luce inonderà tutto e sarà tempo per presentarti ad una mia conoscenza. Ma tu non temere straniero.
  Jack sospirò, appoggiandosi al tronco di uno dei salici.
  Ethel.
  Jack sobbalzò: “Cosa?”
  Sei finito sul mondo di Ethel, sottolineò Max.
  L’uomo pensò a quel nome e a chi avrebbe dovuto incontrare, la fantasia gli si accese come un fiammifero: rifletté su una persona, forse una donna…oppure un uomo.
  Una principessa, sarà curiosa di conoscerti, immagino.
 Jack sorrise e si guardò intorno e, quando il suo sguardo s’incrociò con quello di Max, il cane scodinzolò.
  Cosa c’è di più bello nell’entrare in un mondo nuovo e scoprirne la bellezza, il fascino. Jack non rispose, si limitò a fissare il piccolo cane capace solo di stupirlo con frasi che neppure la maggior parte degli esseri umani che aveva conosciuto, erano in grado di pensare. La quotidianità del suo mondo era di una sciattezza tale, che, di fronte a frasi dette con il cuore oppure con l’anima, si poteva rimanere solo che impressionati.

  "Ma tu…” disse Jack osservando altre due lune che si levavano in cielo, “Qui a Ethel, siete tutti come te?”. I colori dei tre astri cominciarono a fondersi nel cielo e ne scaturì una luce strana ed affascinante: mai vista sulla terra, in nessuna delle città in cui era stato. Persino l’aurora boreale sembrava un semplice gioco di luci, rispetto a ciò che si andava a creare davanti ai suoi occhi.
  Alcuni si, altre creature invece…sarebbe meglio non incontrarle, tenersi alla larga. Le parole di Max entravano nella sua testa fluide, quasi fossero suoi pensieri. Tuttavia, qualche istante prima che il cane gli mandasse i suoi messaggi, la sua mente diventava sgombra, vuota e pronta a recepire. A Jack gli parve una cosa naturale, forse indotta proprio da Max stesso e per lui ne era una prova tangibile. Non stava affatto sognando, accadeva tutto veramente.

  "Lo sai cosa si dice dei cani nel mio mondo?” Max scodinzolò, poi si mise a terra, assumendo la posizione della sfinge. Jack notò quanto fosse bello, avrebbe detto che fosse di razza York-Shire, il muso pieno di peli biondi gli scendevano come baffi lunghi. I suoi occhi trasparivano dolcezza. L’uomo catturò l’attenzione del piccolo amico e disse: “Il migliore amico dell’uomo”. Prese fiato e: “Solo che…a volte molti cani vengono abbandonati a se stessi”.
 Max emise un sospiro profondo, allungò avanti le zampe anteriori e vi appoggiò il muso. L’erba gli arrivava quasi all’altezza degli occhi, senza però dargli alcun fastidio. Jack gli appoggiò una mano sulla testa, lo accarezzò lentamente giungendo fino alla coda. Max ne rimase turbato, un fremito percorse il suo corpo, come una sorta di brivido. Cosa mi stai facendo? chiese. “Sono solo carezze” disse Jack quasi sbalordito, guardò Max e vide che ne voleva ancora, poi ancora e ancora.
  Nessuno mi ha mai fatto una cosa simile. Jack scese con la mano fino alle zampe distese, poi gli massaggiò il collo e sotto il muso e vide che il cane socchiudeva gli occhi, fino a ridurli a due fessure. “Ti piace?”, ma Max non rispose perché sembrava assente, lasciando il corpo e i muscoli rilassati al piacere.
  Parlami ancora dei cani del tuo mondo, disse Max lasciandosi ancora accarezzare dall’uomo. Jack osservò il cielo terso e pieno di colori, le tre lune erano alte e rischiaravano tutto il mondo di Ethel, donando forme e colori alle cose, alla vegetazione. La natura era colma di vita nuova, perfino l’aria sembrava diversa da quella della terra.
  Jack accarezzò Max sopra le orecchie provocando in lui nuovo piacere, ma la voce dell’uomo parve senza tono: “I cani” disse, “Non parlano nel mio mondo, magari lo facessero”. Max si svegliò dal torpore e si sgrullò rumorosamente, poi si allungò tutto, sbadigliando.

  "Sulla terra abbiamo tante razze di cani e di varie grandezze. Tu dovresti appartenere a quella media” disse Jack guardandolo negli occhi.
  Come comunicate con loro?

  "Bhé…spesso si fanno capire, assumono alcuni comportamenti da essere compresi. Poi sta ai loro padroni capirne il significato”. Max si girò sulla schiena contorcendosi, grattandosi il dorso sull’erba appena bagnata dall’umidità. Andò avanti così per alcuni minuti e senza badare alla presenza dell’uomo. Successivamente tornò vicino a Jack.
  Vuoi dire che nel tuo mondo i cani hanno un padrone?, Jack rimase di sasso e ci pensò su: “Si. Anche se alcuni, dopo averne avuto uno, vengono messi in alcune strutture, finché non ne trovano un altro”. Jack fece una pausa, forse alquanto lunga, per tutte le informazioni non belle che stava dando.

  "Non tutti gli uomini sono buoni, non tutti sono in grado di amare i cani, oppure altri animali”. Max recepì il messaggio, lo si poteva leggere nei suoi occhi, nella sua espressione intelligente. Guaì per qualche istante, come farebbero i cani sulla terra. Entrambi si fecero silenziosi.
  Le luci e le fluorescenze delle tre lune s’infransero sul lago. Quei magnifici riflessi giunsero a Jack e Max quasi colpendoli. Gli astri cominciavano il lento declino, la lenta discesa verso la fine della notte e l’inizio del giorno, a cui Jack non aveva ancora assistito.
  Manca ancora tempo…perché non mi fai ancora un po’... Jack interruppe il suo pensiero: “Carezze?”. Max si leccò il muso con la lingua rosa e umida, come farebbe un cane terrestre davanti ad una ciotola colma di cibo. Il cane si avvicinò a Jack, il suo alito era caldo ed umido, ma era piacevole quel calore sulla mano in una notte come quella.

  "D’accordo” assentì l’uomo e prese in braccio la creatura confortandola con le sue attenzioni
  Certo che…mi domandavo come facessero tutti i cani della terra a comunicare fra loro. Non che siano inferiori a me, questo mai. “Già” disse Jack e poi rise guardando Max. “Pensa se mi vedesse qualche terrestre, qualcuno del mio mondo…immagina cosa direbbe di me – guarda quel mentecatto che parla da solo come un cane – e invece io sto parlando con un cane”. Jack rise più forte e Max digrignò i denti, forse era il suo modo per esprimere ilarità.
  Entrambi si ammutolirono e Jack si asciugò alcune lacrime scese lungo le guance e si fece serio. E dimmi, come passano il tempo i cani terrestri, non certo a raccontarsi quello che hanno fatto durante il giorno. Jack si sfregò una mano nell’altra e fece scendere Max dalle sue gambe: “Bhè, cosa fanno?” chiese ad alta voce l’uomo, come se lo stesse chiedendo a qualcun altro.
  "Mangiano, dormono, sognano e fanno i bisogni per tracciare il loro territorio”. Fanno soltanto questo? Chiese Max, seduto proprio davanti a Jack. Solo il tono che il cane aveva usato verso di lui, l’indispettì inducendolo a rivedere ciò che aveva detto.

  "Ricapitolando” mugugnò Jack facendo mente locale, “I cani della terra fanno molte cose: per esempio aiutano persone che hanno perso la vista, guidandoli verso un tragitto. Altri cercano persone scomparse fra boschi, montagne o quando avvengono disastri naturali. Ci affidiamo al loro fiuto e all’istinto, ci affidiamo a loro per cose che noi non riusciremmo mai a fare”.
  Facciamo così disse Max, non nascondo che sono curioso del tuo mondo…poi, se tutti gli uomini fossero come te, non si dovrebbe vivere male sulla terra.
  Jack sorrise alla proposta e fu lusingato dalle sue parole, tuttavia rispose: “Come puoi conoscermi, sono qui da quanto tempo? Pensi veramente che io sia una buona persona?”. Il cane si mosse, fiutò le sue mani, il suo avambraccio e poi si mise seduto.
  Ho fatto un controllo gli disse, se il mio fiuto non m’inganna…sei una persona socievole, a volte timida. Hai pregi e difetti come qualsiasi creatura, hai buon cuore: si dice così?
  Jack stava per interromperlo, ma Max abbaiò con una voce possente, per un cane della sua taglia. Quando vide di aver attirato la sua attenzione disse: So che non hai mai fatto del male a nessuna creatura, o animale, come li chiamate nel vostro mondo. Ogni cane capisce queste cose, solo che sulla terra non conosce modi per farvelo sapere. Puoi fidarti delle mie parole.


Saryo alle 19:40 in: racconti, fantasy, uno strano viaggio
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giovedì, 27 dicembre 2007

"Uno strano viaggio" (Seconda parte)

 
 





 Il formicolio s’impossessò del suo corpo, una corrente strana lo afferrò trascinandolo via. L’uomo s’irrigidì temendo fosse arrivata la sua ora, ma tenne chiusa la bocca e trattenne il respiro.
 Uscì fuori dall’acqua in un solo impeto. Tutto ciò che c’era in quella via svanì nel nulla, persino le luci arancioni e la fontanella.
 Jack fu inghiottito da uno strano silenzio e si ritrovò in un placido lago. Rimase immobile e sbigottito. Il suo respiro non accennava a diminuire, ma almeno il cuore pompava ancora sangue nelle vene, era ancora vivo.

  ‘Dove sono’ si domandò incredulo, ‘Dov’è finita Roma’.
  Jack passò alla fase successiva: studiare il nuovo luogo dove era capitato, capire in quale modo ci fosse finito. L’acqua era quieta e dolce, perciò ne dedusse che si trovava in un lago; toccava con i piedi un fondo morbido e fangoso.
 Avanzò verso la riva osservandosi intorno, un paio di cigni bianchi nuotarono verso il centro del lago. “Scusate l’intrusione” urlò verso di loro, “Giuro che non l’ho fatto apposta. Non volevo spaventarvi”. I cigni si voltarono verso di lui e, come per risposta, diminuirono l’andatura.
 Jack uscì dal lago e si tuffò sulla sabbia asciutta. Era notte in quel posto e non c’erano luci a sostegno della sua vista, solo ombre scure distanti qualche decina di metri.
 Prese coraggio e andò avanti, i suoi abiti erano bagnati, la giacca gocciolante era stretta nella mano, si sentiva sporco di sabbia ovunque e non aveva la benché minima idea di dove si trovasse. Avanzò e le ombre scure si tramutarono in tre enormi salici, tronchi larghi e radici grosse quanto un suo braccio.
  Jack, ormai, si era abituato all’oscurità e riusciva bene o male a distinguere sagome o altro. Notò qualcosa di piccolo alla base dell’albero centrale, qualcosa che gli parve peloso: una piccola creatura.

  Salve straniero
 Jack trasalì, quelle due parole toccarono la sua mente sovrastando i suoi cupi pensieri.
  Salve straniero. Mi chiamo Max.
  L’uomo cercò la sagoma della creatura, ma invano: era sparita. Si sentì toccare delicatamente un polpaccio ed egli indietreggiò inciampando su una delle radici. Si ritrovò a terra, le sue mani tastarono il terreno e capì che era caduto su un folto prato.
  Rimase immobile, due piccoli occhi lo scrutavano nell’oscurità e un piccolo muso annusò il dorso della sua mano.

  “Cosa sei?” chiese Jack parlando all’oscurità. La risposta non tardò a giungergli sotto forma di pensiero: Cosa credi che sia? Sono un cane. Max continuò ad annusarlo: vestiti, braccia e gambe. Si fermò proprio davanti al viso dell’uomo e Jack fissò i suoi occhi, erano stranamente scintillanti.
  “Un cane telepatico” disse ad alta voce, come per conferma di ciò che aveva percepito.
  Il mio nome è Max! questa volta il pensiero parve seccato, oppure alquanto offeso. “Perdonami Max, ma non riesco a credere ai miei occhi…anzi, alla mia mente” disse l’umano con tono affabile ed irrequieto.
  Max gli leccò una mano e Jack ne rimase stupito. L’uomo non parlò, non disse una sola parola perché stava rimuginando, si appoggiò solo con la schiena al salice tenendo gli occhi sul piccolo cane.
  Attendi ancora qualche minuto e vedrai ciò che ti circonda lo ammonì Max. Attesero entrambi senza dirsi nulla e un leggero ma piacevole vento mosse i rami dei tre alberi, un piacevole fruscio ne scaturì, come il rumore delle spighe di grano mosse dalla brezza.
  Jack guardò davanti a sé, oltre il lago: una catena montuosa divenne visibile, una luce color zaffiro cominciò ad illuminare la vetta dei monti più alti. Era uno spettacolo inenarrabile, di questo Max ne era cosciente. Sta sorgendo una luna gli comunicò il cane e l’umano rimase affascinato da quei colori che timidamente sovrastavano le alte vette montuose.
  L’uomo ora poté vedere Max, un adorabile cane dai peli color oro, piccole ma graziose orecchie e occhi color nocciola. Un’espressione simpatica si disegnò sul volto di Max ed entrambe le creature si ritrovarono ad osservarsi alla luce della luna nuova, che diveniva ogni minuto sempre più sgargiante.
  Jack mosse lo sguardo qua e là, spinto dalla curiosità di vedere i luoghi vicini al lago: molti uccelli di varie specie nuotavano sullo specchio d’acqua quasi immobile. Tutto intorno alla riva crescevano alberi grandi e piccoli cespugli verdi, i colori mutavano a causa della luce lunare, ma questo era uno spettacolo nuovo per l’essere umano e ne parve molto compiaciuto.

  “Perché prima hai detto che sarebbe sorta una luna?” chiese Jack al suo nuovo amico, il cane distolse lo sguardo dall’astro e fissò lui: Abbiamo tre lune che illuminano la notte, di giorno ci sono tre soli per dare luce al nostro mondo. E’ così da sempre rispose Max.
  Una volta, quando Jack era ancora piccolo, un uomo gli disse: “Quando crescerai, quando diventerai grande e maturerai, vedrai il mondo in maniera diversa. Il destino potrà prendersi gioco di te, sarà compito tuo contrastarlo, oppure soccombere ad esso. Ricorda Jack…noi siamo artefici della nostra vita, il destino, oppure il fato, potrà farci cambiare il percorso, ma la via che dovrai seguire…quella che hai nella mente, nel cuore, dovrai trovarla tu stesso”.
  Quelle parole gli tornarono in mente, guardando i tre salici. Un piccolo cane dalla peluria dorata gli sedeva accanto, in un mondo sconosciuto. Telepatia…profumi intensi e mai sentiti, lo circondavano e quelle parole, così strane un tempo, divennero per lui di vitale importanza.


Saryo alle 21:08 in: racconti, fantasy, uno strano viaggio
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mercoledì, 26 dicembre 2007

"Uno strano viaggio" (Prima parte)

  La vita di Jack era cambiata in un solo istante, come uno schioccare di dita. Si trovava a Roma, una città antica e mistica allo stesso tempo, meta di molti pellegrini e turisti: mischiati in un solo essere, come uno sciame di molte farfalle di svariati colori. Libere di visitare e curiosare per le varie vie che sapevano di antico.
  Una notte di maggio, una delle tante notti calde ed afose che presagivano il sopraggiungere dell’estate, l’aria in quella città era densa di umidità. Jack si aggirava per una via silenziosa: Borgo Pio. Il silenzio era quasi opprimente alle due di notte ed un chiaro bagliore arancione illuminava l’intera via. Qualche falena sbatteva le ali rumorosamente sul vetro di un lampione e l’umidità rendeva quel luogo un po’ magico.
  Jack si fermò ad un incrocio, alle sue spalle c’era il cancello per accedere alla Città del Vaticano, grandioso per la sua struttura centenaria e gli era piaciuto subito appena l’aveva visto.
  Si tolse la giacca leggera color crema e le chiavi all’interno della tasca tintinnarono: la ripiegò su se stessa diligentemente. Non sapeva dove recarsi, il suo albergo era distante e lui non aveva sonno, doveva visitare luoghi, curiosare in giro. Ma l’uomo non sapeva che aveva un appuntamento con il destino, un viaggio da compiere ed incontri da fare. Tutto questo a sua insaputa.
  Lo scrosciare continuo dell’acqua attirò Jack verso una vecchia fontana e all’improvviso gli venne sete. Un gatto striato sbucò da dietro un auto parcheggiata e si fermò in mezzo alla via. Osservò l’uomo per qualche istante, spostando successivamente l’attenzione sulle proprie zampe: una pulizia accurata degli arti posteriori.
  “
Hei, bel micio” disse Jack, il felino si fermò impietrito come una statua, mentre i suoi occhi mettevano a fuoco l’uomo chinato quasi su di lui. Il gatto osservò la sua mano avvicinarsi lentamente, poi un forte rumore di fusa partì quasi distrattamente dall’animale, abbandonandosi alle carezze dell’essere umano.
  L’incontro fra Jack ed il gatto durò poco, forse qualche minuto e l’uomo si avviò di nuovo verso quella fontanella. L’acqua era rumorosa, quasi una nenia continua.
 “
Ma che diavolo…”, le parole gli uscirono di bocca spontaneamente, soffocandosi in gola mentre Jack scrutava la fontanella. Un misterioso bagliore ne fuoriusciva. Un’unione di azzurro e viola coloravano il marmo sporco di cui era fatta quella piccola fontana.
  Distrattamente gli cadde la giacca in terra, la raccolse senza distogliere lo sguardo. Egli era affascinato ed intimorito da quello strano fenomeno, qualcosa che non aveva mai visto.
  “
Non può essere vero” disse a se stesso. Prese coraggio ed avanzò e l’acqua divenne più rumorosa, più colorata. Jack si affacciò su di essa, vide la sua immagine riflessa e mossa dall’altra che cadeva. Le piccole onde correvano s’infrangevano sul bordo di marmo, il viso dell’uomo era azzurro e viola, il suo sguardo attratto da quel connubio affascinante.
 All’improvviso la sua mente prese una decisione, doveva comprendere ciò che stava accadendo. Le sue mani tremanti s’immersero nel liquido lentamente e non accadde nulla. Jack non percepì alcuna fine, sembrava che quella vasca di marmo non terminasse mai e sentì uno strano formicolio alle sue braccia. Perse l’equilibrio sporgendosi troppo e tutto il suo corpo fu attraversato da quello strano formicolio.

* * *


Saryo alle 22:01 in: racconti, fantasy, uno strano viaggio
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mercoledì, 19 dicembre 2007

"In magazzino" (39° - 40° Parte)

Queste sono le ultime due parti che pubblico su questo blog, mi rincresce per qualsiasi persona, magari solo incuriosita da questa fantasiosa vicenda. Il racconto sta prendendo una forma lunga e prolissa, non idonea alla pubblicazione in rete. Tuttavia la mia storia sta andando avanti, e chissà in un futuro...
Grazie per aver seguito il sentiero di questi personaggi.
 
(39° Parte)
  "Se ci muoviamo adesso..." disse Alan ancora affacciato. Sospirò guardandosi attorno. Fissò un auto alla volta per alcuni istanti. Nella mano destra stringeva il telecomando e pensò...il tasto rosso fatto di gomma. Lui ci giocò con il pollice, distrattamente, mentre i suoi occhi osservavano quelle creature che si aggiravano fra le auto.
  Alan allungò la mano che stringeva il piccolo apparecchio. Lo puntò come fosse un'arma e premette il tasto.
  Nulla. Nel parcheggio giacevano auto di diverse marche, utilitarie per lo più, di piccole dimensioni ed inservibili per ciò che avevano in mente.
  "Sentite anche voi?" chiese Peter, poi tacque.
  In lontanaza, come fosse un miraggio acustico, un allarme suonava. Un suono inusuale, adesso.
  Alan schiacciò nuovamente il bottone...tornò il sielzio.
  "Trovata" bisbigliò Roger. Un lieve sorriso nacque sulle sue labbra. "Fallo suonare ancora, ci porterà da lei" suggerì infine.
  L'antifurto tornò a suonare, come una sirena che, con il suo soave canto, voleva attirare su di sè l'attenzione.
  L'entusiasmo s'impadronì dei loro cuori. Una sorta di euforia, una possibilità di sopravvivere a questa catastrofe.
  Alan si mosse verso i due compagni, sempre a carponi. Le creature giravano nel piazzale, senza avere una meta precisa. Attesero il momento migliore, quando quelle erano girate da un'altra parte, quando potevano non essere scorti.
  "Ora!" disse Alan. A quel comando si alzarono all'unisono e corsero girando intorno alla Golf. Il suono dell'allarme indicava dove dirigersi, ma non era vicino.
  Puntarono verso il muro di cinta, che delimitava il parcheggio con la strada esterna. Essa conduceva dritta anche al magazzino sottostante.
  Un paio di zombi si girarono, forse attratti dal rumore della loro folle corsa: il loro sguardo li seguiva, spronando quella fame da troppo assopita, così mossero i primi passi verso i fuggitivi. Quello strano interesse attirò anche gli altri, e quella decina di creature prima li osservò, poi si spostò verso le nuove prede, verso carne ancora viva.     
 
(40° Parte)
  Quasi duecento metri li separavano da un'altra rampa, che conduceva verso il punto vendita. Un luogo costruito sul livello della strada, fatto di ferro: un capannone enorme.
  Roger era in testa, Alan e Peter erano appena dietro di lui. Correvano senza fermarsi, anche se con la coda dell'occhio avevano sbirciato. Il movimento dietro di loro non poteva essere ignorato. Le urla degli zombi si fecero più forti, quanto la voglia di prendere le nuove prede cresceva in ogni creatura. Braccia protese e passi lenti ma costanti.
    "Ci vengono dietro!" urlò Peter, con il cuore in gola.
  "Non guardare! Pensa a correre" rispose Alan con pari enfasi. Le tempie battevano veloci, il respiro affannato e la canna del fucile che si muoveva ad ogni suo passo. I rumori delle scarpe sull'asfalto rovente si espandevano per quel luogo, come per risposta si levò l'eco di lamenti.
  "Saliamo, presto!" disse Roger. Seguirono i suoi passi, imboccando un'altra rampa dall'asfalto color rosa. I lamenti si facevano più lontani ad ogni loro falcata.
  Numerose auto parcheggiate a spina di pesce si fecero visibili: sportive, berlina ed utilitarie. Un paio di furgoni sostavano, come grosse sculture.
  Alla loro destra diversi paletti di ferro pitturati di bianco con strisce rosse delimitavano uno stretto passaggio pedonale. Una catena ben tirata passava su ogni singolo palo.
  I tre ragazzi rallentarono la corsa, osservandosi intorno. I toraci si muovevano assecondando i loro respiri e Peter, ad un certo punto, si fermò per riprendere fiato: si voltò indietro per assicurarsi della distanza dai lenti ma tenaci inseguitori.
  Alcune teste si materializzarono quasi all'apice della salita, poi il resto dei corpi che, lentamente, avanzavano. Peter riprese a camminare a passo svelto, voleva raggiungere gli altri due compagni.
Saryo alle 15:20 in: racconti, horror, in magazzino
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mercoledì, 12 dicembre 2007

"In magazzino" (37° - 38° Parte)





(37° Parte)
  "Sicuri?" chiese Thomas guardando le facce dei tre ragazzi. Alan annuì con un gesto e caricò il colpo in canna: la porta era aperta ed un tenue chiarore illuminava il cunicolo esterno del magazzino.
  "So cosa cercare" disse Alan ai tre compagni, "spero solo che la troviamo in fretta".
  Roger, Alan e Peter varcarono la soglia, immergendosi nella semi-osurità. Percorsero l'intero corridoio fino alla prima svolta quasi correndo: pericoli al momento non c'erano.
  Uscirono alla luce del giorno, fermandosi vicino al container. Peter posò lo sguardo sui cadaveri riversi in terra, voltandosi poi verso il grande cancello dell'ingresso: era tutto sgombro. Grottescamente sembrava non essere mai accaduto nulla, se non si faceva caso a tutto il sangue versato sull'asfalto, oppure ai corpi immobili delle creature.
  Alan avanzò verso il centro del parcheggio, superando gli altri due. Inquadrò subito la donna e le si fermò sopra. Con una scarpa immobilizzò il braccio, la mano del cadavere si aprì per la pressione, lasciando scivolare un piccolo oggetto nero: un telecomando.
  Il ragazzo se ne appropriò, osservando schifato l'altro arto, la ferita alla testa, il corpo insanguinato...
  Il suo sguardo fu subito catturato dal nuovo oggetto che stringeva in mano, per fortuna lo aveva distratto da ciò che giaceva in terra.
  "Seguitemi" disse agli altri due, più risoluto che mai.

(38° Parte)
  I tre ragazzi si guardarono intorno, il piazzale era sgombro: poche macchine erano parcheggiate lì. Il blindato delle due guardie giurate giaceva rovesciato davanti alla porta serrata del magazzino. Ai loro occhi sembrava una scenografia da film: sangue in terra, cadaveri sull'asfalto ed auto danneggiate. Gli sguardi vagavano quà e là, volgendo verso una speranza che non fossero costretti a spostare le ricerche altrove.
  Senza dire una sola parola si mossero verso la rampa, verso l'uscita calpestata dalla morte sotto forma di zombi. I respiri affannati, armi in pugno e sguardi impauriti verso un parcheggio più ampio situato sopra il magazzino.
  Il tetto dell'edificio dove ora aspettavano le due guardie insieme a Thomas, era proprio il parcheggio che Alan e i suoi amici stavano lentamente attraversando. A passo incerto, osservavano le varie auto parcheggiate fra le strisce bianche e Alan impugnò il telecomando. Ad un delizioso ciondolo vi era aggrappata una sola chiave nera.
  Tutti e tre si bloccarono, immobili come statue. Una decina di persone si aggiravano per l'enorme spiazzo. Camminavano lenti, trascinando le gambe ed il corpo come presi da una stanchezza cronica. Erano ancora distanti e non si curavano della loro presenza. Vagavano come persone prive di una volontà, guidate da una misteriosa forza che li obbligava a spostarsi. Movimenti goffi, visi pallidi.
  Senza alcun commento, tutti e tre si accucciarono giù, dietro la fiancata di una Golf bianca.
  "Ci hanno visto?" chiese Peter. Il terrore traspariva dal suo sguardo. Alan sbirciò dal cofano posteriore, appoggiandosi al paraurti. "No, non credo. Altrimenti ci sarebbero venuti incontro".
  Roger strinse il calcio della pistola, se ne stava in ginocchio, aspettando. Era nervoso, aveva paura.
Saryo alle 14:29 in: racconti, horror, in magazzino
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sabato, 08 dicembre 2007

"In magazzino" (35° - 36° Parte)





(35° Parte)
  Tutti si misero a guardare.
  Una sequenza di quattro minuti che mostrava una città, la loro. Macchine incidentate, immobili ed abbandonate. Le esplosioni si susseguivano continue, le urla si disperdevano raramente nei dintorni del coraggioso cameramen improvvisato.
  Le immagini erano mosse, perché chi le faceva era in continuo movimento: raramente si fermava. Gli zoom si susseguivano su particolari agghiaccianti: chiazze di sangue sull'asfalto, persino sui vetri risparmiati delle auto. 
  Il gruppo osservò con attenzione ogni fotogramma, ogni singolo secondo.
  Un tizio correva dalla parte opposta da cui venivano fatte le riprese, superandolo in una manciata di secondi, come se stesse correndo per una maratona.
  Giunse ad un incrocio fra due strade, i semafori erano spenti e le strade sporche di cartacce, buste ed oggetti di vario genere.
  Le riprese continuavano fluide, mentre dei lamenti lontani si udivano appena.
  Chi riprendeva si fermò all'istante, i secondi scorrevano alla destra del video: inesorabili. Youtube mostrava quanto tempo rimaneva alla fine del filmato.
  La telecamera tremò, le immagini andavano indietro: ripercorreva il marciapiede a ritroso, ed inquadrò un gruppo di persone che spuntavano dalla strada alla sua destra.
  Un orda di morti viventi, a centinaia si riversavano verso di lui, protendendo le braccia nella sua direzione.
  Il suo respiro si fece veloce, i lamenti erano vicinissimi, quasi urla che stordivano.
  "Cazzo!" si udì nel filmato, era la sua voce mentre indietreggiava sempre riprendendo tutte quelle persone, che ormai nulla avevano di umano.
  Qualcosa lo strattonò e la telecamera si mosse di lato. Da una piccola via altri zombi si erano uniti alla lunga fila che lo seguivano, quasi circondandolo. Si videro mani entrare prepotentemente nella visuale, troppo all'improvviso.
  Tutto precipitò. La telecamera cadde in terra, mettendosi di lato ma continuando a riprendere ciò che aveva davanti: un uomo che urlava, centinaia di mani che lo avevano afferrato, strappando gli abiti, pur di tenerlo fermo, fino ad arrivare alla sua pelle, al suo intero corpo.
  Il filamato terminò, mostrando l'ultimo fotogramma agghiacciante.

  


(36° Parte)

  "Siete ancora decisi a fuggire?"
  La domanda l'aveva posta Cheap, a tutti. Guardò ognuno di loro con espressione seria, cercando d'interpretare i loro sguardi persi nel vuoto.
  "Quì siamo in una zona poco abitata, avremmo giusto bisogno di cibo. Ecco il piano...". La guardia giurata si mise seduto su una pedana vicino alla postazione del computer. Fuori dal piazzale regnava un irreale silenzio: nessun rumore prodotto dall'uomo ormai da qualche ora. Il mondo stava mutando.
  "Dobbiamo solo trovare cibo, chessò...un supermercato nelle vicinanze andrebbe bene". Dalla tasca del giubbotto leggero tirò fuori un pacchetto di sigarette e ne accese una. Il fumo azzurro salì verso il soffitto in una piccola nube.
  "Ma abbiamo bisogno di un mezzo" s'intromise Alan, "cosa ci costa tentare. Io opterei per raggiungere l'isola. So come procurarmi una macchina".
  Qualcuno dei presenti non disse una parola, tenendosi per sè i propri pensieri. Roger, tuttavia, avvallò l'idea di Alan: tentare di raggiungere l'isola. Restare in quel luogo era troppo rischioso.
  "Se dobbiamo uscire per cercare del cibo, tanto vale tentare la fuga. I militari presiedono una zona sicura e sono ben armati". Roger guardò i colleghi, sembravano ancora insicuri.
  Stewart frugò nella borsa con le provviste e si appropriò di una bottiglia d'acqua. Ne bevve due sorsi. Poi disse la sua: "Io sto con lui" ed indicò Cheap, "chi vi da tanta sicurezza che l'isola esista ancora. E' passato del tempo...e se quei maledetti li avessero uccisi tutti? Avete visto anche voi cosa sta succedendo in città, in tutte le parti del mondo".
  Alan si spazientì. Quel tizio non gli andava a genio, con quel suo fare da servetto al collega.
  "Vuoi sapere una cosa?" urlò furibondo verso di lui, "me ne frego delle tue idee!!! Volete rintanarvi qua dentro senza provviste, sperando che qualcuno vi raggiunga per salvarvi? Hai visto dove siamo? E' un fottuto magazzino costruito sotto la strada. Nessuno verrà quì, a parte quei maledetti morti viventi. Siamo soli in questo posto e, per di più, tagliati fuori dal mondo". Alan si calmò per alcuni istanti, raccolse altre idee prima di esporle: "Io dico di andarcene il prima possibile. Recuperare un mezzo e squagliarcela".
  "Alan ha ragione" disse Peter vicino al computer. Aveva sbirciato lo schermo, ripensando a quel video. Le ultime immagini gli erano rimaste impresse nella mente.
  "Muoviamoci allora" disse a tutti Roger. Prima di riprendere l'arma si era affacciato alla finestrella, controllando l'esterno.
Saryo alle 09:56 in: racconti, horror, in magazzino
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mercoledì, 05 dicembre 2007

"In magazzino" (33° - 34° Parte)





(33° Parte)
  Stewart si staccò dal gruppo, dirigendosi all'ingresso e si accucciò allo spioncino: "E' tutto libero! Il piazzale è sgombro" disse.
  Un rumore di vetri infranti mise in allarme tutti, proveniva alle spalle del gruppo. Tutti si voltarono guardando Alan, che con sguardo mortificato si giustificò: "Ho recuperato qualcosa da mangiare, merendine e cioccolate, un po' di bottiglie d'acqua".
  La macchina per la distribuzione cibo e bevande aveva tutti i vetri rotti ed era stata vuotata.
  "Qualcuno di voi ha una borsa? Con tutta questa roba in braccio non saprei come muovermi...".
  Roger prese una borsa appesa nei pressi del computer e l'aprì davanti ad Alan, qualcuno li aiutò prendendosi una bottiglia d'acqua, passandone altre a tutto il gruppo: spartendole con gli altri.
  "La questione cibo...è risolta al momento" disse Thomas, "come recuperiamo una macchina adesso?"
  Alan si affacciò dallo spioncino con una velocità che sorprese tutti. Spostò quasi di peso Stewart, osservando l'esterno, cercando qualcuno o qualcosa.
  Vide un cadavere in particolare, quello della donna senza una mano: era rimasto in quella stessa posizione e, nell'unica mano ancora attaccata al suo corpo, strigeva un piccolo oggetto nero.
  "Ci siamo" disse, "forse abbiamo un mezzo per andarcene"

(34° Parte)
  "Va bene! Chi se la sente di uscire con me?" chiese Alan sempre osservando il piazzale, riflettendo come muoversi successivamente.
  "Esco anche io!" disse Roger.
  "Sono con voi!" si aggiunse Peter, "La mazza di Thor la prenderò io". Il ragazzo stringeva già in mano l'arma e sembrava concentrato per quello che andava a compiere.
  Cheap e Stewart si appostarono all'ingresso, spiando l'esterno. Gli altri si mossero verso l'uscita di sicurezza, con passo svelto. Volevano sbrigarsi vista la calma che c'era all'esterno.
  Alan caricò il fucile con sicurezza disarmante, come se lo avesse già fatto milioni di volte. Roger controllò il caricatore della pistola: aggiunse un paio di proiettili. Thomas e Peter spostarono i comò di qualche metro, la porta era libera per essere aperta.
  "Aspettate!" disse una voce dall'altra parte del magazzino.
  Cheap li raggiunse, quasi non riusciva a parlare a causa della corsa.
  Riprese fiato, poi disse: "C'è una cosa che non avete visto su internet: un filmato di Youtube fatto qualche ora fa!".
  Tornarono alla postazione del computer, incuriositi.
  Cheap li ammonì: "Chi ha girato questo video è morto, lo si capisce dalle immagini. Qualcun'altro deve aver recuperato il filmato, immettendolo in rete".
  "Il video era in fondo alla pagina" aggiunse Stewart.
  Cliccò sull'icona youtube ed il filmato cominciò...
Saryo alle 19:23 in: racconti, horror, in magazzino
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sabato, 01 dicembre 2007

"In magazzino" (31° - 32° Parte)





(31° Parte)
  La porta si aprì verso l'esterno, Peter li attendeva con impaziente curiosità, quasi fosse un maggiordomo ossequioso.
  "Com'è andata la caccia?" chiese al loro ingresso. Il trio entrò nel magazzino a passo spedito, quasi correndo. Una sorta di calma invase gli animi solo a porta serrata: per sicurezza vi appoggiarono dei comò davanti.
  "Quattro su quattro" disse Thomas.
  "Ma...non erano in tre?" fece Peter contando a mente le creature che aveva visto gironzolare per il piazzale.
  "Erano in quattro!" ribadì Alan quasi seccato. "Un bambino, c'è mancato poco...". Gli ultimi attimi di quel ricordo lo sfiorarono, facendogli attraversare un brivido per la schiena.
  "Pensiamo ad altro! Ecco la password" esordì Roger, sventolando un piccolo foglio bianco come un trofeo.
  Il gruppo si riunì all'ingresso, anche Cheap e Stewart si unirono a loro. Le armi le avevano appoggiate su una pedana di reti per letti, subito a portata di mano.
  "Dai, leggimi la password..." disse Peter, già davanti al pc, con la finestra d'inserimento aperta ed il cursore che lampeggiava impaziente.
  "Il codice è: zero...". Roger lesse meglio, strabuzzando gli occhi, infine disse quasi sconsolato: "quattro volte zero".
  "Quattro volte zero?" chiese Peter, come se avesse sentito male. "Ma che cazzo di codice è..." s'intromise Thomas.
  Roger fece spalletta, lo sguardo ancora incredulo diceva tutto, anche che avevano rischiato la vita per un codice che avrebbero sicuramente provato ad inserire, magari al primo tentativo.
  Peter digitò...
  Attesero qualche istante e la finestra di Windows Explorer si aprì.

(32° Parte)

                                               BENVENUTI
QUESTO E' UN MESSAGGIO PER TUTTI COLORO CHE SI FOSSERO SALVATI DAL VIRUS. QUI SOTTO POTRETE LEGGERE UN ELENCO
DI ZONE PROTETTE, DENOMINATE ISOLE.
VI CONSIGLIAMO DI PROCURARVI UN MEZZO E RAGGIUNGERLE AL
PIU' PRESTO.

  Peter scarrellò la rotella del mause, quasi con spasmodica frenesia. Nessuno emise un fiato, tutti intenti a leggere il messagio scritto sul video: nero su bianco. Nessun'altra finestra era visibile, niente di niente era come prima, persino Explorer era come un foglio bianco con poche scritte in grassetto.
  Il puro sconforto si lesse nei loro volti, quasi increduli, demoralizzati. Stava accadendo tutto per davvero, nessun trucco, nessuno scherzo.

Peter si fece portavoce di tutti e trovò la località in cui erano. Lesse:

  "Port Sigmunt: Isola 5/7. Percorrere strada regionale 21 in direzione mare. Attualmente sottocontrollo. Evitare qualsiasi contatto con infetti, perimetro controllato dal 35° RGT Fanteria".
  "Sono 30 chilometri. Come ci andiamo". La voce di Peter si fece cupa, preoccupata.
  "Avremmo usato volentieri il blindato...saremmo stati al sicuro lì dentro, ma..." disse Cheap muovendo un braccio, facendo segno di lasciar perdere.
  "Ok, ok. Procuriamoci una macchina, nei parcheggi ci saranno, no?" propose Alan.
Saryo alle 12:50 in: racconti, horror, in magazzino
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