sabato, 29 settembre 2007

"In magazzino" (quinta parte)

  Un auto scese lungo il leggero pendio, attraversando il varco enorme per giungere in magazzino. Era una passat verde metallizzato e si trattava del primo cliente che giungeva a prendere la merce acquistata.
  Il grande negozio di mobili stava a lato di una via a senso unico, per la verità, la zona era detta Industriale: molti negozi e poche case abitate. Si trattava di una zona di transito, ma molti erano i clienti che, prima di tornare alle proprie case, si fermavano per guardare, fare preventivi e, nel caso, acquistare arredamenti per le proprie abitazioni. Il magazzino stava sotto il negozio, con un ingresso laterale.
  La passat arrivò davanti la porta centrale, parcheggiando lungo le strisce bianche. Scesero due tizi, un ragazzo e una ragazza, sembravano intimi, oppure, potevano apparire come fratello e sorella.
  Roger si riprese dal suo stato quasi paranoico, convintosi di aver avuto un abbaglio. Uscì incontro alla coppia, portandosi dietro la merce dei clienti, "Buon giorno" li salutò cordialmente.
  "Ma quale buon giorno!" sbottò il ragazzo irritato fino al midollo spinale, Roger li guardò meglio e sgranò gli occhi, notando il singolare abbigliamento.
  Lei indossava una gonna blue e una maglietta rosa, con su scritto "Gamberetta", in un blu intenso. Portava delle deliziose scarpette dalla tonalità che riprendeva il resto. Appariva, agli occhi del magazziniere, come una ragazza giovane e spaventata, lo diceva il suo sguardo. Dalla manica destra, che aderiva al longilineo corpo, gli colava un rivolo di sangue, non sembrava accorgersene.
  "Avete bisogno d'aiuto?" chiese Thomas, sopraggiunto dall'interno del magazzino. Egli scese dal muletto andandogli incontro, anche l'altro ragazzo non aveva l'aria di chi stesse molto bene.
  I capelli neri gli cadevano giù fino alle spalle, come spaghetti troppo cotti e troppo unti. L'abbigliamento era trasandato, con jeans strappati sulle ginocchia, la maglietta sudicia, un tempo bianca, aveva una scritta che non si dimenticava facilmente: "Stupido è, chi lo stupido fa" e sotto portava la firma di Forrest Gump.
  "Vado a prendere del disinfettante, non vorrei che s'infetti" balbettò Roger all'indirizzo della ragazza. Lei quasi cadde dalle nuvole, come se fosse tornata sulla terra da un lungo viaggio, aveva gli occhi lucidi, come una che avesse la febbre alta. Distrattamente tirò su il braccio insanguinato, portandosi indietro una ciocca di capelli, alquanto fastidiosa. Thomas s'irrigidì per il gesto, i capelli biondo oro si tinsero un po' di rosso, a macchie, come colpi di sole. La ragazza perse i sensi, cadde giù come un sacco di patate, il suo accompagnatore non mosse un solo dito verso di lei, si comportava come se non fosse mai esistita.
  Così, tutti e quattro i magazzinieri, si ritrovarono sul piazzale, i muletti fermi qua e là, come se fossero usciti per un'emergenza improvvisa.
  "Che cosa fate a mia sorella?" biascicò lui vedendo portarsela via, i quattro ragazzi lo ignorarono, portando lei all'interno, per capire cosa avesse. Lui tentò di seguirli, di raggiungerli, inciampando sulla tavoletta per il gabinetto, rovinando a terra a sua volta e, anche lui, perdendo i sensi.
Saryo alle 14:12 in: racconti, horror, in magazzino
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mercoledì, 26 settembre 2007

"In magazzino" (quarta parte)

  "Eh allora! Non era morto, questa è l'unica spiegazione" disse Thomas all'improvviso. Uscì fuori dal magazzino e guardò il cielo, il piazzale sgombro ed il manto di cemento pulito. Il sole illuminava tutto e già faceva un gran caldo.
  "Ho sentito degli spari" ammise Roger, "Ho guardato dallo specchietto laterale, ho visto...". Roger si mise seduto sulla sedia, davanti a lui lo schermo del pc lampeggiava, una finestra diceva:
  NUOVO CLIENTE IN ARRIVO
  PREPARARE LA MERCE PER LA CONSEGNA

  Guardò l'orologio sullo schermo: erano le 09:16 di mattina.
  "Vado io, hanno comprato una tavoletta del cesso" disse Mark, salendo sul muletto e dirigendosi verso le ultime file del magazzino.
  Davanti all'ingresso rimasero in tre, Roger continuava a fissare il monitor, rimuginando, per lui il discorso non era terminato, doveva dire proprio tutto: "...ho visto il cadavere, gli avevano sparato in testa".
  Thomas sorrise, capendo lo stato d'animo del collega, gli appoggiò una mano sulla spalla. "Credi di aver visto, deve essere successo dell'altro. Poi l'hai detto tu che stavi guardando dallo specchietto".
  "Forse hai ragione, mi sono immaginato tutto. Non mi sono fermato per capire. Figurati...".
  Mark tornò con il prodotto imballato, lo posizionò davanti all'ingresso e non aveva una gran voglia quella mattina, avrebbe preferito essere altrove.
Saryo alle 15:31 in: racconti, horror, in magazzino
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sabato, 22 settembre 2007

"In magazzino" (terza parte)





   Roger cambiò frequenza con una certa impazienza, quel bollettino mai andato in onda lo turbava oltre modo.
  "Non funziona più!" disse agli altri, che fecero capannello attirati più dalla curiosità, che forse dalle ultime notizie.
   Roger era l'ultimo addetto alle operazioni nel magazzino, questo era il nome della mansione che avevano in ambito lavorativo.
   Poi...un fruscio, un nuovo rumore, una voce che quasi urlava per farsi sentire. Mark aggrottò la fronte: "Questo è uno scherzo, è tutto uno scherzo idiota che stanno facendo". Tuttavia Roger lo contraddisse, perché lui sapeva più degli altri, aveva visto qualcosa che non andava e aveva lanciato solo delle ipotesi, magari cretine per i suoi gusti.
  "Ho visto..." disse con voce incerta, perché tutta quella faccenda era una cosa assurda, forse solo un caso isolato. "...ad un incrocio ho visto diverse persone, per la verità forse era un incidente successo da poco". Il ragazzo degludì, il suo viso si fece serio, che quasi gli altri non lo riconoscevano e pensò a quello che avevano visto gli occhi per pochi istanti.
  "Un uomo disteso a terra, un lenzuolo bianco copriva il cadavere. La polizia aveva chiuso una corsia intera e le macchine rallentavano davanti a quello...spettacolo".
  "Cosa c'è di strano, gli incidenti capitano continuamente" s'intromise Peter, cercando di abbassare la tensione in lui. Roger si portò le mani in faccia, come in un ultimo tentativo di non vedere più quell'atroce scena. Roger alzò la voce senza accorgersene, la radio tornò al solito fruscio di sottofondo, anche quella voce era sparita nel nulla.
  "Che cazzo! Quel cadavere si è alzato" urlò, come per togliersi una grossa spina nel fianco, quel segreto che si portava da minuti, ore: non sapeva nemmeno lui da quanto.
  Osservò i colleghi intorno a lui, le loro espressioni incredule, le loro bocche che non dicevano nulla, le voci che non uscivano nemmeno per consolarlo, magari dissuaderlo da quello che aveva visto.
Saryo alle 11:06 in: racconti, horror, in magazzino
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mercoledì, 19 settembre 2007

In magazzino (parte seconda)





  Giunse il quarto uomo, il quarto collega. Portava con sè un vassoio con alcuni cornetti ancora caldi. Era un rituale che facevano a turno, l'ultimo che avesse attacato, portava qualcosa da mangiare, qualcosa di gustoso da mettere sotto i denti. Non importava se fosse stata pizza, oppure cornetti caldi ripieni di cremosa cioccolata. Quel giorno, quello dopo ferragosto, Roger si era fermato in un bar e aveva scelto otto cornetti morbidi per tutti.
  Così si presentò con un sorriso a quarantadue denti, il vassoio in mano e varcò la soglia del magazzino, attraversando la larga ed alta porta a saracinesca. I tre colleghi lo videro subito, erano ancora intenti a sistemare alcune pedane ai loro posti. Il rumore dei muletti elettrici danzava per il magazzino, come fosse l'eco di creature che vivevano in quel grosso antro illuminato da luci al neon. Si fermarono per accogliere il collega, ma soprattutto perché era giunto del cibo, qualcosa di buono.
 "Ecco i cornetti" disse Roger poggiando il vassoio sul tavolo porta-computer all'entrata. Aveva già una mano occupata da un cornetto, l'altra provvedeva ad acciuffare il bicchiere con del caffé.
   Le cavallette circondarono quel povero vassoio, come fossero persone che non mangiavano da tempi memorabili, quel dannato lavoro metteva fame.
  La radio emise un segnale, l'ultimo brano trasmesso venne interrotto all'improvviso, lasciando gli ascoltatori ammutoliti.
  "E che cazzo!" esclamò Peter mentre tornava verso l'ingresso con il suo muletto. Era in piedi sulla piattaforma in plastica e con una mano muoveva il manubrio del mezzo per dargli una direzione. Si fermarono un po' tutti, non era normale che la radio facesse così.
  Una voce alterata comunicò che tra breve sarebbe stato diramato un bollettino. L'ultima frase che disse quella voce..."Che Dio ci perdoni per tutti i nostri peccati".
  La radio però tacque, solo un fruscio continuo si udì su quella frequenza, come se qualcuno avesse lanciato una bomba da dove stavano trasmettendo. Come se tutto ciò che era elettronico, avesse smesso di funzionare.
  Roger lasciò il suo muletto all'ingresso, cercando di capire che diavolo avesse quell'arnese.
Saryo alle 16:34 in: racconti, horror, in magazzino
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domenica, 16 settembre 2007

"In magazzino" (prima parte)

16 agosto 2007 ore 05:50

   Due auto giunsero davanti al grosso cancello di ferro, scorreva su due grosse ruote lungo binari ben puliti ed oliati. Due ragazzi scesero ancora in preda al sonno, una nuova dura giornata stava per incominciare per loro e gli altri colleghi, che di lì a poco sarebbero giunti.
  Maglietta rossa e pantaloncini blu, scarpe marroncine proggettate contro gli infortuni: questa era la loro divisa estiva.
 Mark sbadigliò rumorosamente mentre frugava nelle tasche dei pantaloni. Un tintinnio, la chiave nella serratura del lucchetto ed i due spinsero il cancello verso l'esterno.
  Un leggero chiarore si affacciava ad est, le stelle e la luna erano scintillanti sopra di loro, sembrava quasi che li stessero osservando nei loro gesti consueti, aprire il magazzino per cominciare una nuova giornata di lavoro.
  "Allora" esordì Mark verso il collega, "Che hai combinato a ferragosto?", l'altro lo osservò incupito mentre si avviava verso l'auto, lo sportello ancora aperto ed una tenue luce blu gli illuminò il viso. La radio era accesa a basso volume mentre la voce dello speaker aggiornava gli ascoltatori mattinieri sulle ultime novità del giorno.
  "Te lo dico dopo un buon caffé" rispose quasi con tono scontroso.
  Un enorme magazzino diviso in decine di file, enormi pali in ferro blu e arancione e centinaia di posti per accogliere pedane di legno, sulle quali giacevano svariati articoli di mobilia. La merce era tanta, dalle più svariate categorie e tipologie per ogni gusto.
  Thomas, un robusto ragazzo dalla muscolatura ben visibile, si aggirò lungo la prima fila, situata proprio davanti all'ingresso principale. La grossa saracinesca bianca salì cigolando e lui fu investito da una brezza fresca. Si stiracchiò e si concentrò per scegliere quale tipo di caffé bere. La macchinetta a monete era lì, pronta per essere usata.
  Sorseggiò il caffé assorto dai suoi pensieri, mentre il collega avviava il computer alloggiato all'ingresso principale. Il piazzale era immerso nella penombra, poche e fioche luci inondavano quel deserto di cemento, rendendolo ancora più deprimente.
  "Ieri non sono andato al mare, non mi andava. Piuttosto sono stato con mia moglie, qualche lavoretto quà e là, sai com'é". Mark era girato di schiena, intento a vedere gli ordini di consegna da portare sul piazzale, il monitor mostrava tutto ciò di cui avessero bisogno e fra poco sarebbero venuti i primi camion a caricare.
  "Anche a ferragosto lavori?" chiese girandosi dalla sua parte, si mise in ascolto, i primi camioncini si stavano avvicinando, preceduti da quell'inconfondibile rombo del motore.
  "Portiamo fuori le pedane" disse Mark con tono di chi non ne avesse alcuna voglia.
  La radio del magazzino era accesa, scandiva il tempo che trascorrevano lì dentro con brani musicali, uno dopo l'altro. Verso le sette tutte le pedane erano state messe in fila, per tutta la lunghezza del piazzale. I magazzinieri erano in tre, si era aggiunto Peter, portando al gruppo un pizzico di vivacità in più, sempre pronto a tirar fuori battute in ogni momento.
  Seduto sul muletto giallo e le forche di ferro rialzate di un metro, lo usava a mo' di sedia. Beveva il suo caffé in compagnia dei due colleghi. Gli addetti al trasporto dei mobili, intanto, caricavano i propri camion furgonati con perizia, controllando che non fossero rovinati.
  "Sapete perché le donne, quando si svegliano, si stropicciano gli occhi?" chiese Peter a bruciapelo. Mark e Thomas si prepararono all'ennesima battuta di quel mattino, tuttavia l'umore si era alzato in quel lasso di tempo. Peter attese ancora qualche attimo...
  "Perché non hanno le palle" terminò.
  I due colleghi risero, anche gli altri, quelli più vicini, e che lo avevano sentito.
  Qualcuno zittì tutti, la radio del magazzino con il volume piuttosto alto, aveva dato delle strane notizie. L'ilarità cessò quasi all'improvviso, sentendo lo speaker che parlava: "Stanotte in città sono avvenuti degli strani incidenti, aggressioni tra persone per futili motivi. La cosa che ha incuriosito la redazione..." continuò la voce alla radio, "...è che ne siano successi molti"
  I tre colleghi si guardarono, Peter seduto sulle forche del suo mezzo di lavoro sorrise, schiacciò con la mano il bicchierino di plastica e lo gettò nel cestino, imitando i migliori giocatori di basket, come se stesse facendo un favoloso tiro a canestro.
  La musica riprese come se niente fosse accaduto, mettendo le note dei Guns'n Roses: Welcome to the giungle.
  "Non mi stupisce più niente ormai" disse Thomas. "Che ore sono? Le sette e mezzo e già fanno 25 gradi. Porca puttana...di questo passo dove andremo a finire? Il caldo da alla testa, lo sappiamo tutti".
  "Non lo dire a me" rispose Mark seduto davanti allo schermo del pc. "Mia suocera non fa altro che rompermi le palle, abbiamo l'orto che si secca, mi tocca stare due ore ad innaffiarlo e le zanzare che mi fanno la festa. Torno in casa gonfio come una palla".
  "E allora..." s'intromise Peter con uno sguardo da pazzo, "Impazziremo tutti, aspettiamo i primi clienti che scendono in magazzino. Oggi è il 16 agosto, ne verranno tanti qua sotto".
  Sorrisero tutti e due all'idea d'impazzire di fronte a clienti sfrontati. Alcune volte sembrava che avessero aperto le porte dell'ultimo manicomio, e che tutti i pazzi scendessero in magazzino per provocarli, per mettere alla prova la loro resistenza psicologica.   
 

 
Saryo alle 18:32 in: racconti, horror, in magazzino
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martedì, 11 settembre 2007

11 settembre 2001





   Una splendida mattina dell’undici Settembre anno 2001 a New York, Stati Uniti D’america, il cielo era terso ed azzurro, su quest’enorme metropoli abitata da milioni di persone. Il sole, ormai alto, riscaldava tutto con gli ultimi tiepidi raggi solari estivi; l’estate stava lasciando posto ad un autunno ancora addormentato, presto si sarebbe affacciato con i suoi venti più freddi e le abbondanti piogge su questa parte del nostro pianeta. La città, ormai desta da ore, era popolata da tutte quelle miriadi di persone, riversate sulle grandi strade e superstrade di cui era composta. Le automobili e le persone d’ogni razza e religione, calpestavano il suolo Newyorkese per dirigersi ai propri luoghi di lavoro, dando un senso di frenesia a posti che, qualche ora prima, sembravano essere dormienti ed assonnati.
  Peter O’Neill, impiegato di banca, si doveva recare al suo ufficio, al 47° piano del Word Trade Center. Ci andò in taxi, quel giorno non aveva voglia di prendere la metropolitana oppure i mezzi di superficie, sempre caoticamente pieni di persone, soprattutto nelle ore di punta. Chiamò comodamente da casa la compagnia di taxi, attese fuori, in strada, per cinque minuti e poi vide quell’auto gialla comparire da dietro l’incrocio. Salì dal fianco destro e si sedette comodo in uno dei posti posteriori. “Buon giorno” esclamò il conducente del mezzo pubblico, aveva un sorriso smagliante ed ottimista, gli trasmise un po’ di buon umore. “Dove la porto?” gli chiese gentilmente, Peter contraccambiò il saluto con un modesto sorriso, non era un buon giorno per lui, non lo era da due mesi. Giunse di fronte alle torri gemelle, due dei più alti grattacieli del mondo, fatti di cemento armato e vetri.
   Erano un monumento nazionale, vanto dei Neworkesi e del quartiere di Manhattan. L’altezza di ben 431 metri ed il panorama mozzafiato che si poteva gustare dalla terrazza panoramica della torre Sud, alimentava ogni giorno migliaia di visitatori e turisti.
    Peter arrivò alle otto in punto all’entrata principale della torre Nord (la più alta delle due se si considerava l’altezza dell’antenna), scese dal taxi e pagò l’autista, lasciandogli cinque dollari in più per la mancia. Non lo ammetteva, ma quel fare così cordiale, gli mise un po’ di buon umore per affrontare la giornata. Entrò all’interno del mastodontico edificio e si recò verso uno dei numerosi ascensori. “Buon giorno, Peter” esclamò una voce alle sue spalle, si girò di scatto e vide il suo collega d’ufficio, “Mi vuoi far prendere un colpo? Che scherzo idiota!”, sottolineò con tono serio. Il suo collega si chiamava Ben Povalsky, era per metà americano e metà polacco. Il padre, anni prima, emigrò negli Stati Uniti, come fecero tante persone, conobbe una giovane donna e da quest’incontro nacque il giovane Ben.
  Ben e Peter si conoscevano da cinque anni, da quando iniziarono a lavorare per quella Banca, furono selezionati fra tanti e si ritrovarono nel medesimo ufficio: piano 47° delle Torre Nord nel World Trade Center. Peter amava recarsi prima in ufficio, almeno mezz’ora, si sedeva alla sua scrivania ed alzava le tendine della sua finestra, ammirando il panorama: la statua della Libertà, il traffico caotico che rumoreggiava a quasi duecento metri sotto di lui, tutto era minuscolo, quasi una miniatura del mondo e faceva uno strano effetto trovarsi a quell’altitudine, nel mezzo di una città come New York. I mille colori che poteva vedere, tutte le terrazze degli altri grattacieli più bassi del piano in cui si trovava, lo facevano rimanere lì, attonito ad osservare tutte quelle vite che continuavano ad andare avanti.

    “Che ne dici se andiamo a prendere un caffè?” gli chiese Ben seduto di fronte a lui, “No grazie. Vai pure tu, oggi non mi và. Comunque grazie”. Peter tornò con lo sguardo verso la città, a guardare tutte quelle formiche che si muovevano lentamente. “Ok. Io vado allora! Ci vediamo fra un po’” disse Ben sconsolato, aprì la porta dell’ufficio, richiudendosela dietro le spalle. Nella stanza tornò un opprimente silenzio, per Peter era una giornata nera. Si sentiva depresso, perciò spesso tornava con lo sguardo sul panorama che, con quella maestosità, lo faceva sentire meglio. Udì bussare alla porta, “Avanti” urlò un po’ seccato, era Ben e portava con se due caffè in bicchierini di plastica. “Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto” esclamò trionfante, “Ora ce li gustiamo qua” sottolineò Ben. Conosceva bene il suo collega ed amico, quando una giornata cominciava storta, doveva spronarlo, farlo sorridere.
   Peter alzò lo sguardo sull’orologio che gli stava di fronte, segnava le 08:40, squillò il telefono, era quello sulla sua scrivania, alzò il ricevitore portandolo all’orecchio, “Pronto? Parla Peter O’Neill”. Il suo viso sbiancò e Ben se n’accorse subito, osservò la sua espressione e non capì cosa stava accadendo. “Ma chi parla!” urlò infuriato Peter, “Questi scherzi sono di pessimo gusto!” sentenziò. Ben udì una voce femminile dall’altro capo del filo, così si avvicinò incuriosito. “Ma con chi stai parlando?” gli chiese Ben quasi bisbigliando. Peter lo zittì con un gesto della mano e guardò fuori della finestra, verso la statua della libertà, come se verificasse un ipotesi. Notò una macchia scura nell’azzurro del cielo. “Cos’è quello?” ed indicò con la mano per farlo notare anche a Ben, posò la cornetta sul tavolo. “Mi sembra un aereo”, azzardò verso Peter aguzzando la vista per capire meglio cosa fosse. Peter afferrò il suo amico per un braccio, trascinandolo verso la porta. “Dobbiamo uscire di qui, forza! Scendiamo” ma Ben non capiva cosa stava accadendo, “Perché? Cosa sta succedendo?” chiese quasi supplicando, mentre faceva resistenza Peter lo spinse con forza verso l’ascensore più vicino e caddero entrambi a terra. La situazione stava precipitando, se solo si fossero chiariti…..Non c’era tempo, niente parole, niente perdite di tempo! Peter scattò in piedi, Ben lo imitò. La porta dell’ascensore si aprì, sembrava lenta, come se il tempo stesse rallentando ma non ce n’era molto, qualcosa stava per accadere! Entrarono all’interno e non erano soli, c’erano altre dieci persone con loro. “A che piano andate?” chiese un uomo “Dobbiamo uscire da questo edificio” urlò Peter. Il tono della sua voce era alterato, tutti lo notarono e l’aspetto suo e del suo amico, non erano dei migliori. Avevano le cravatte messe male, le giacche e le camicie erano stropicciate: pochi istanti prima avevano avuto una colluttazione e Peter non ci andò leggero. Avevano il fiatone ed il cuore in gola. Ben si sentì osservato ed era a disagio, Peter era in ansia, non voleva che quelle persone uscissero dall’ascensore, se non per abbandonare la torre nord. Non poteva disubbidire a quella voce, doveva fare quello che gli era stato chiesto. L’ascensore riprese a scendere, destinazione 5° piano. Ci mise quasi un minuto, rallentò la corsa fino a fermarsi. Le porte si aprirono ma Peter si mise davanti all’uscita con le braccia che bloccavano il passaggio. “Ma non capite! Non potete uscire. Dobbiamo abbandonare il World Trade Center”, urlò. Questa volta Peter urlò. Gli occhi fuori delle orbite, il respiro affannato ed il suo torace si gonfiava e sgonfiava. Ammutolirono tutti. Ben premette il tasto zero, le porte si chiusero e l’ascensore scese.
    Ore 08:46, un fortissimo boato si levò sulla metropoli di New York. Un aereo si schiantò sulla Torre Nord del World Trade Center. Ne scaturirono fiamme e fumo, pezzi di cemento caddero giù ferendo ed uccidendo ignari passanti ed auto di passaggio. Peter, Ben e quelle dieci persone uscirono indenni ed inconsapevoli di ciò che stava accadendo. Forse Peter lo sapeva, quella voce al telefono, quelle frasi che aveva udito…..ora era confuso. Uscirono in strada ed alzarono lo sguardo in cielo, una colonna di fumo si levava dalla Torre Nord, interi piani erano distrutti. Sembrava una scena di un film catastrofico, ma invece era la realtà. “Un aereo… un aereo si è schiantato” urlò qualcuno. Erano poche le persone che potevano reagire, pensare di fare qualcosa, molte erano rigide ed immobili, quasi ipnotizzate da quell’immagine. “Peter! Ma chi era prima al telefono? Che cosa stava dicendo?” chiese Ben. Peter si svegliò dal torpore in cui era entrato “Era Eveleen” gli urlò. Ben rimase a pensarci un paio di secondi, poi sbottò “Ma non può essere Eveleen! E’ morta due mesi fa” Peter corse verso l’entrata della Torre appena colpita, sembrava stesse oscillando. Forse appariva e basta. Era tutto confusione e caos, le sirene dei soccorsi diventavano sempre più forti, stavano arrivando. Centinaia di persone uscivano fuori come potevano, molti erano bloccati ai piani alti, erano affacciati e si vedevano appena. Sembrava che il grattacielo stesse bruciando, il fumo continuava a levarsi in cielo scurendo la luce del sole. Ben seguì Peter e si ritrovarono all’interno, aiutarono tutte le persone che poterono, li guidarono verso una probabile salvezza nel caos totale.
    Giunse l’autopompa dei vigili del fuoco, era una delle tante. La squadra 18, capeggiata da un comandate, Donovan Cube che era di colore. Prepararono l’attrezzatura per entrare in sicurezza e capire come agire. Alle 09:03 in cielo notarono un altro aereo a bassa quota. Un’ennesima esplosione potente si diffuse per la metropoli americana, questa volta colpì la Torre Sud del World Trade Center. I feriti non si contavano, i morti neppure. Squadre di polizia e pompieri entrarono come potevano, spostavano i detriti dai corpi riversi in terra, cercarono i superstiti. Donovan cominciò a salire con altri due colleghi, chi poteva camminare con le proprie gambe, scendeva per mettersi in salvo, altri avevano bisogno d’aiuto ed assistenza medica. Arrivarono al terzo piano, le urla disperate si levavano da ogni singolo angolo, qualcuno stava zitto per lo shock ed il terrore. Nella semioscurità, in un angolo di due pareti, Donovan notò una persona. Gli occhi erano aperti e fissi, sembrava guardasse nel vuoto. Ad attirare la sua attenzione fu proprio lo scintillio di quelli con la luce della torcia elettrica. Era una bambina, stava seduta ed immobile, con le piccole ginocchia portate al petto. Cominciò a dondolare fermandosi con la schiena contro le pareti, per poi ricominciare. I lunghi capelli biondi stavano appoggiati sulle spalle, sembravano sporchi di polvere e sangue. Non parlava, né reagiva ai richiami di Donovan. La sollevò di peso e la prese in braccio, lei si strinse forte forte, come se avesse paura che la lasciassero lì. “Qual è il tuo nome?” le chiese il capo squadra dei vigili del fuoco, passò qualche secondo, forse una decina, poi rispose balbettando “Melissa”. Due lacrime le rigarono le delicate guance, cominciava ad uscire dallo shock lentamente. “Portiamo giù tutte le persone che riusciamo ed in fretta. Non è sicuro qua” ordinò ai suoi uomini, cominciarono a scendere. Durante la discesa incontrarono altri colleghi, oltre ad agenti della polizia. Molti feriti furono sgombrati, e portati all’ospedale più vicino, il lavoro sembrava non cessare mai. Donovan si ritrovò fuori, per strada, continuava a tenere quella bambina fra le braccia. Peter e Ben uscirono in quell’istante ed erano le 10:07, la Torre Nord si piegò su se stessa, sbriciolandosi. Un immensa nube di polvere inghiottì tutto e tutti. Alle 10:28 la Torre Sud seguì il medesimo destino della gemella. Il World Trade Center scomparve seppellendo circa 3752 persone.

Ho scritto questo racconto basato su avvenimenti realmente accaduti e che conosciamo tutti. I personaggi, i dialoghi e tutti i contorni, sono frutto della mia fantasia. Ho scritto tutto ciò semplicemente per non dimenticare……. Sono morte 3752 persone circa, a causa di quegli attentati terroristici. Desidero ricordarle, come vorrei ringraziare tutti quei Vigili del Fuoco, tutti gli agenti di polizia e gli addetti alla sicurezza che persero la vita nel tentativo di salvare altri innocenti che si trovavano nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Vorrei ricordare inoltre, tutte le vittime degli altri attentati che, da quel giorno, furono fatti contro tutte le Democrazie del nostro pianeta.

                                                                                     Saryo



Saryo alle 16:23 in: racconti, 11 settembre 2001
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lunedì, 10 settembre 2007

L'oscura foresta (parte dodicesima)

   Dor guardò ognuno dei suoi compagni, sguardi d'intesa, piccoli gesti: si divisero in due gruppi per girare intorno ai cespugli e quella voce...."Forza, sono già sulle vostre tracce".
   Si ritrovarono dietro i cespugli e videro una figura avvolta da un oscuro mantello, il volto celato da un cappuccio e le mani color latte s'illuminavano per la luce della luna.
   "State nascosti, niente domande. Abbiamo poco tempo, se ci tenete a restare in vita"
   Si guardarono e si alzarono accucciati, tutti e sei con il cuore in gola, senza capire, senza poter chiedere.
   "Nessuna domanda" ribadì l'essere a Dor, egli aveva solo aperto la bocca senza far uscire la voce, ma la domanda era pronta, come forse anche per gli altri.
     "Un gruppo di Stouk vi ha fiutati, hanno visto ciò che c'è nel vallo, non sono mica stupidi". Dor pensò alla sua ingenuità, lasciare i tre corpi in vista non era stata una mossa astuta. Gli Stouk sono creature spregevoli e vendicative: sangue chiama sangue.
     "Andremo a sud, costeggiando ciò che la natura ci offre come riparo. Non ci sono altre alternative"
   Il vento tagliava la piana di Reve da nord a sud, i fili d'erba nella penombra si agitavano per l'intensità delle raffiche. L'essere dal mantello guidava il gruppo di sopravvissuti attraverso nascondigli occasionali, qualsiasi cosa potesse dar loro un rifugio, in zone scoperte essi avanzavano strisciando.
  Colui che li guidava, ad un tratto si fermò dubbioso. L'orecchio appoggiato al terreno, il mantello scuro lo rendeva meno visibile. "Fermi!" disse, la sua mano aperta come per monito a quelli più indietro.
  Dor fu il primo a capire quello che stava accadendo, mise mano all'ascia ed attese le nuove vibrazioni nel terreno, questa volta più violente. Alcune agghiaccianti risate si levarono alle loro spalle, ai loro fianchi...
   "Ci hanno trovati" qualcuno mormorò, la voce un flebile suono.
    Una freccia s'infilzò nel terreno, ad annunciarla un sibilo.
  Le risa si fecero più forti tutte intorno a loro, piccoli passi s'interruppero improvvisamente. Gli uomini si avvicinarono gli uni agli altri, come a formare un drappello compatto e le cotte tintinnarono appena. La paura s'impossessò di alcuni, per altri era un modo per controllare l'adrenalina.
   Spaar vide degli occhi rossi e colmi d'ira. Con un ginocchio a terra impugnò il giavellotto, il corpo rigido e movimenti lenti prese la mira...il suo corpo accompagnò il tiro in tutta la sua potenza e precisione. L'arma roteò scintillante ai magici bagliori della luna, si conficcò in un altro corpo, una decina di metri più avanti. Un rantolio, quegli occhi si chiusero per sempre ed il tonfo a terra.
    La battaglia iniziò così, le creature divennero visibili ai loro occhi.
   L'essere dal mantello si alzò incurante e si mise davanti ai sei, come per fare da scudo. Il braccio destro sollevato, il palmo rivolto verso gli Stouk. Quel gesto così impavido provocò timore nei nemici, ritardò l'attacco imminente.
   Dal suo palmo di pelle candida ne fuoriuscì luce, un bagliore accecante per quelle dannate creature, esse temevano le luci intense, i loro occhi ne venivano momentaneamente danneggiati.
   "Cosa state aspettando?" urlò l'essere, le grida di rabbia degli Stouk quasi coprivano la sua voce, i piccoli Leonti fuggirono alla vista di quella nuova arma. Tutto era quasi in stallo, gli uomini rimasero affascinati da quello che stava accadendo; "Non potrò trattenerli a lungo" ruggì, "Fuggite a sud, il più in fretta possibile".
   Qualcuno azzardò la fuga, avvicinandosi a quel fascio di luce così potente da fermare decine e decine di creature bellicose. Poi si mossero tutti, passando a fianco all'essere, guardandolo forse per l'ultima volta, mandandogli segnali di riconoscenza.
                                        *   *   *
   Il soggiorno era pacatamente illuminato da deliziose luci soffuse. Le sei persone sedute intorno ad un grande tavolo di quercia stavano seguendo con estrema attenzione ciò che diceva il vecchio. Egli era seduto a capotavola e leggeva con voce forte e precisa ciò che c'era scritto nel testo.
    Il titolo era curioso: "I villaggi della Piana di Reve"
    Si trattava di un grosso libro dalla copertina in cuoio, il titolo inciso era di colore dorato: non c'era scritto altro. All'inizio le pagine si erano presentate completamente bianche, nessun capitolo, niente di niente. Quando l'anziano signore aveva aperto la prima pagina, come per magia, l'inchiostro aveva cominciato a diventare visibile: così, parola per parola e sillaba per sillaba, il primo capitolo veniva letto dall'incredulo lettore. Ogni volta che si era fermato ad una frase, l'inchiostro sulla pagina s'interrompeva...
    Le cose che più avevano sconvolto tutti erano i personaggi, sei in tutto ed il settimo che si era unito al gruppo durante la lettura del secondo capitolo. Le descrizioni dei soldati erano fedeli ai partecipanti, talmente fedeli che ci si rispecchiavano perfettamente.
   Il vecchio lesse davanti a tutti, tra brevi sorsi di un tè caldo e fumante, la fuga dei sei uomini. Il personaggio, l'anziano dallo straordinario potere di luce, stava morendo. Perdeva le forze di minuto in minuto, così rimase in apprensione per ciò che stava accadendo nel capitolo.
 La sua voce mutò, mentre la forza dell'essere veniva meno, spengendosi piano piano, come una candela senza più ossigeno. Il signore anziano lesse tremando, poi gli occhi si chiusero ed il libro cadde sul tavolo richiudendosi. Si accasciò su di esso lentamente, la barba folta e bianca appoggiata al grosso e pesante tavolo, il viso rilassato se ne stava piegato sulla guancia destra. I capelli argentati e lunghi scivolavano sulle spalle: fermi, immobili.
   Nessuno fiatò, ma tutti lo guardarono, poi rivolsero uno sguardo al libro.
     Cosa stava succedendo?
   Charly, il più vicino a lui, gli mise una mano sul collo, l'appoggiò delicatamente, come per non destarlo: "E' morto" disse con voce incredula. A tutti e sei venne automatico osservare quella copertina, quelle pagine avvolte dal mistero, quella storia che aveva preso un po' tutti.
   Gli sguardi atterriti s'incrociarono, che segreto celava mai quello strano libro anonimo?
     La morte dell'uomo, così improvvisa e repentina, c'entrava con quella storia?
     Queste domande, altre ancora più strane, avevano invaso la mente di Charly e dei suoi compagni.
    Charly allungò una manò su quel testo, rivolse uno sguardo sul loro vecchio amico, seduto a capotavola, sembrava che stesse solo dormendo, poi sfogliò il libro sul secondo capitolo: "La fuga".
Saryo alle 16:30 in: racconti, fantasy, loscura foresta
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domenica, 09 settembre 2007

L'oscura foresta (parte undicesima)

     Durgan avanzò per primo, era uno degli arcieri rimasti vivi, un soldato abile con arco e spada. L'erba sotto il suo corpo era bagnata dalla rugiada, sentiva le vesti leggere impregnarsi d'acqua, ma almeno era ancora in vita e sarebbe stato volentieri fra fango e sporcizia pur di rimare tale. La temperatura scendeva, dalla sua bocca uscivano brevi nuvolette di vapore ad ogni mentro che percorreva, il suo respiro era veloce e le orecchie pronte a captare un qualsiasi rumore sospetto.
    I nemici più vicini distavano un centinaio di metri, quanto quegli arbusti, unico scudo che potessero usare per non essere visti. Le ronde nemiche aumentavano in cerca di sopravvissuti, percorrevano il canale sotto le mura di Enit, miracolosamente intatte e settacciavano zone limitrofe al villaggio. I barbari, quelle digustose creature, non uccidevano i prigionieri, ci giocavano come il gatto con il topo, usando brutali torture per conoscere dell'esistenza di altri sopravvissuti. Le urla si sentivano lontane, urla di dolore e richieste di pietà, di una morte veloce.
   La luna sembrava osservare tutto e tutti con il suo magico candore, alta e scintillante emanava quel colore sulle scene cruenti che si andavano a sfumare. Non c'erano più tracce di altri esseri umani nei d'intorni, soltanto in sei erano sfuggiti alla cattura e quella terra non era più loro, soltanto i ricordi a loro più cari. Esuli dalla loro patria, soltanto per vivere ancora un po' e sperare di raggiungere altri luoghi prima che un nuovo sole sarebbe apparso a est.
    Una fila di cespugli lunga una decina di metri cresceva solitaria. Le foglie lunghe ed appuntite circondavano i contorti rami, come per proteggerli da chissà quali minacce. La natura si difendeva come poteva, le creature deboli studiavano nuovi metodi per non soccombere a quelle più forti: così girava il mondo.
     Gli eserciti degli Stouk e dei Leonti si erano uniti, il villaggio di Enit era stato cancellato dalla loro brutale forza.
      Durgan strisciava silenziosamente lungo la Piana di Reve, seguito via via dagli altri. Il confine di questa prateria immensa partiva dal villaggio stesso fino a divenire un deserto d'erba verde, qua e là crescevano alberi solitari e cespugli.
      Il gruppo di uomini si mosse tra i fili d'erba, strisciando, sperando di non attirare l'attenzione. Le cotte di maglia, le armi e parte dei loro corpi toccavano la terra. La luna illuminava tutto con un colore quasi azzurro velato.
     "Ci siamo quasi" bisbigliò Durgan, i gomiti si muovevano quasi tirando l'intero corpo, proseguivano paralleli mentre le creture se ne stavano riunite intorno ad un falò, le agghiaccianti risa degli Stouk si levavano per tutta la piana, ricordavano tanto i versi delle iene prima del pasto.
     Dor trasalì, davati a lui piccole orme avevano schiacciato l'erba, le sue mani erano entrate in orme ancora più grandi, in solchi profondi. Un brivido gli attraversò la spina dorsale: un cattivo presagio.
    Tutto intorno a loro si fece silenzioso, persino le creature non si udivano più e Dor non ebbe il coraggio di guardare, chiuse gli occhi. Un vento gelidò si levò da nord, spazzando l'immensa prateria: orrendi odori li raggiunsero. Strinse l'impugnatura dell'ascia quasi inconsapevolmente, forse per non pensare al peggio...
      "Per di qua".
   Gli uomini si fermarono davanti ai cespugli, quella voce li fece immobilizzare tutti. Passi nella notte, le vibrazioni si ripercuotevano sul terreno. Il silenzio aveva invaso tutto, solo i loro respiri erano udibili: le creature erano sparite, il falò crepitante tremolava per il vento.
Saryo alle 11:43 in: racconti, fantasy, loscura foresta
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venerdì, 07 settembre 2007

L'oscura foresta (parte decima)

    Giunsero a pochi metri da loro, il tanfo dei loro respiri si univa a quello dell'incendio. I muscoli dei sei uomini erano tesi fino allo spasmo, la concentrazione per strappare la vita nel più breve tempo possibile era molta. Agirono in silenzio e quasi all'unisono: tre creature piccole arrivarono nei pressi di Dor e l'azione partì fluida.
    Dor, appogiato di schiena sul fianco esterno del vallo, fece partire un fendente sui nemici. Tre frecce sibillarono nell'aria all'unisono e colpirono i bersagli. Due delle tre torce caddero in acqua spengendosi, gli uomini circondarono i leonti infirendo sui piccoli corpi in vari punti. L'acqua del vallo si tinse di sangue scuro, scendendo a valle.
    "Maledetti" disse Spaar, guardando i tre cadaveri che giacevano sul terreno umido, ormai inermi e non più una minaccia per la loro stessa vita. Proseguirono scavalcandoli, senza osservarli più, come fossero feccia che sporcava il sentiero che dovevano percorrere.
      Il vallo in un punto si alzava e, secondo alcuni di loro, era giunta l'ora di uscire per lasciare in fretta quel luogo di morte.
    Salirono il vallo, una collina breve ma irta, e si affacciarono cauti dall'apice: Tutto intorno falò accesi, ne videro a centinaia. Le creature erano divise in gruppi numerosi ed erano accampati lungo le mura del villaggio.
    I sei uomini non emisero un fiato, si limitarono ad osservare chi avevano di fronte, come erano collocati sul campo di battaglia. Dor cercò di studiare un piano, 'Sgombra la mente' si disse guardandosi intorno, contando il numero di nemici più vicini a loro.
     "Se aspettiamo troppo, rischiamo di essere scoperti" bisbigliò agli altri, "Una rapida sortita fra quei cespugli laggiù, sarebbe l'ideale" disse indicando alcune fronde ad un centinaio di metri. "A nord la via di fuga è tagliata" costatò Ruyn, "poi ci dovremmo addentrare nella foresta, con il rischio d'incontrare il resto del loro esercito".
     "Andiamo a sud" disse di slancio Spaar, "Lì c'è la piana di Reve, poi il villaggio di Salvar".
     "Dovremo strisciare come vermi" si raccomandò Dor, "Senza mai alzare la testa" continuò Ruyn avvallando il suo piano e continuò: "Raggiungeremo quegli arbusti, minimo rumore possibile e armi alla mano, ci stiamo giocando la vita". Il suo tono calò bruscamente, non avendo la massima sicurezza che il piano sarebbe riuscito. Tuttavia era l'unico piano sensato che avessero, il tempo scorreva inesorabile ed il sole non avrebbe atteso a lungo: sarebbe sorto comunque.
Saryo alle 16:56 in: racconti, fantasy, loscura foresta
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lunedì, 03 settembre 2007

L'oscura foresta (parte nona)

    "Così si fa" urlò Spaar verso gli altri. Tutti lo guardarono ammutoliti, mentre il varco per uscire era aperto come una bocca senza denti. Oltre quel passaggio...oscurità, la luce accecante delle fiamme erano tutte dietro di loro ed avanzavano divorando tutto.
    Dor oltrepassò la soglia con una certa titubanza, l'ascia era pronta per mietere vittime, gli altri lo seguivano a pochi metri e con le armi in pugno. C'era la possibilità di fare brutti incontri, ognuno di loro lo sapeva.
   Il fossato intorno alle mura di Enit sembrava la via di fuga migliore, buia e silenziosa e profonda: le creature avevano altro a cui pensare ora. Dor avanzò seguendo l'umido sentiero, sotto i suoi piedi due dita d'acqua. Il fetore di ciò che bruciava sopra le loro teste, a pochi metri da loro, si espandeva veloce.
   Qualcuno non ce la fece e si fermò. Qualcuno non si trattenne dal dolore per le perdite, la famiglia distrutta in poco tempo. La rabbia montò nei loro cuori, la paura di morire...nessuno diceva una sola parola.
    Proseguirono tra stenti. La creatura luminosa si era dissolta, sparita, il suo compito era terminato e gli uomini erano ancora vivi, ma tra i nemici.
  Della terra scivolò a valle, alcuni sassi rotolarono giù, precipitando nell'acqua. Dor si fermò all'istante e gli altri fecero lo stesso; voci indistinte venivano verso di loro, i passi nell'acqua ne erano la prova. Tre arcieri s'inginocchiarono a terra, tesero l'arco e incoccando le frecce. Ruyn bisbigliò: "Sono leonti, le spie nemiche". Dor si girò verso i compagni "Non lasciate che scappino" si raccomandò, "O siamo morti".
   Li attesero, i loro passi erano più vicini e lo scontro inevitabile. La notte li avvolgeva con il nero mantello, le spie nemiche, piccole creature spregevoli, avanzavano ignare di tutto. Questa volta la sorpresa era dalla parte loro.
Saryo alle 16:44 in: racconti, fantasy, loscura foresta
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