venerdì, 20 luglio 2007

Il maniero (prima parte)

                           
 
     Un’ombra furtiva si aggirava nel bosco che cresceva intorno ad una collina. I pini e gli abeti sembravano immobili, rami e foglie erano immersi nella semioscurità del crepuscolo.
     In quel sinistro luogo il silenzio la faceva da padrone, il sole calava presto fra quelle sperdute lande e l’aria diveniva fresca e umida appena faceva sera.
     All’improvviso lo scalpitio di zoccoli di cavallo irruppe alla base della collina ed il silenzio cessò. Cinque cavalli procedevano lentamente verso l’apice della collina, scrutando alcune orme su tappeti di foglie cadute da poco.
     “Non può essere lontano” disse uno dei cinque cavalieri in sella ai cavalli. “Dobbiamo trovare quel piccolo furfante prima che faccia notte” continuò un altro colmo di collera.
     Fra loro tornò il silenzio, l’attenzione verso le tracce che stavano seguendo, non permetteva a nessuno di continuare a parlare. L’unico suono che si udiva era quello prodotto dai loro cavalli, che lentamente salivano il pendio, cercando di seguire le piccole orme nella terra.
     “Maledetto ladro” borbottò uno degli uomini, era l’ultimo dei cinque ed il più lento a causa della sua mole fisica.
     Karmo rallentò l’andatura del suo cavallo ed attese che il goffo Otto lo raggiungesse. “Proprio tu parli, non riusciresti ad acciuffare quel piccolo Leonte nemmeno se ci cadessi sopra”. Le risate degli altri tre quasi coprirono il rumore degli zoccoli fra sassi e terra, Otto mugugnò qualcosa a voce bassa, ma non replicò affatto a quella battuta, si aggiustò il grosso elmo sulla testa e guardò fisso in avanti.
     “La notte incalza, cosa facciamo?” torniamo verso Kardanet?” chiese Bercy scrutando il cielo fra i rami d’albero che li sovrastavano. Le prime stelle si facevano sempre più luminose, mentre il freddo e l’umidità autunnale incalzavano.
     “Niente affatto” esclamò Dunne sollevando la visiera del suo elmo, poi scrutò in terra cercando di distinguere le ultime tracce quasi inghiottite dalla notte.
     Scesero tutti da cavallo e si armarono di torce. Le fioche luci scacciavano l’oscurità per almeno qualche metro e la caccia ricominciò.
 
                                            *   *   *
 
     I cavalieri proseguirono la spasmodica ricerca seguendo le tracce della creatura, esse proseguivano verso la cima della collina, facendolo apparire una continua fuga.
     “Non vi sembra tutto troppo facile?” chiese Storn agli altri, “Sembra quasi che voglia essere seguito”. Un cavallo nitrì improvvisamente davanti ad un banco di nebbia. Gli alberi nelle loro vicinanze sembravano flebili apparizioni.
     Otto rise di gusto osservando il compagno, “Non dirmi che un po’ di nebbia ti spaventa, vuoi recuperare o no la coppa di Eremit?”. Storn tacque, poi passò lentamente fra gli altri quattro, penetrando la nebbia. Il riverbero della sua torcia quasi scomparve, emanando solo un leggero chiarore. Uno ad uno seguirono la sua direzione e l’ultimo fu Otto, che, prima di entrare fra la foschia, esclamò: “Non è mica colpa mia se la gente del nostro villaggio è superstiziosa”.
     Alcune cornacchie gracchiarono sopra le loro teste, poi si udì il battito delle loro ali. I cinque uomini a cavallo proseguirono lentamente a salire il pendio della collina, la terra sotto le zampe dei cavalli somigliava tanto a fanghiglia per l’umidità che aumentava quella notte. Lo scalpitio, adesso, era l’unico e monotono rumore fra la coltre nebbiosa e l’oscurità persistente. Tuttavia le orme che stavano seguendo, proseguivano lungo un sentiero ben largo, verso una direzione precisa.
     “Sentite anche voi questo tanfo?” chiese Dunne, nessuno gli rispose, erano tutti intenti a guardarsi intorno, di fronte a loro la foschia tendeva a diradarsi. Tutti e cinque fermarono i cavalli rendendo quel posto ancora più silenzioso. “Vedo qualcosa là davanti” esclamò Karmo, la visiera del suo elmo cigolò, i suoi occhi scrutavano avanti alla ricerca di sicurezza, perché ciò che vide sembrò solo una specie di miraggio.
     Un mastodontico castello, proprio davanti ai cinque cavalieri, si ergeva cupo e fra le tenebre. La nebbia formava quasi una cortina di protezione su quelle grosse e massicce mura, rendendo quella visione quasi eterea.  
 
Saryo alle 19:09 in: racconti, fantasy, il maniero
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venerdì, 06 luglio 2007

Prefazione di Greenworld

    
 
 
     Greenworld primo romanzo del debuttante autore di Fantasy, scritto in quasi 14 mesi e ricco di personaggi e nuove razze nate dalla sua fantasia. Il luogo in cui si svolge l’intera storia è un’isola ricca di varie ambientazioni. Tre sono le città costruite dalla razza dell’uomo e circondano un luogo di pace in cui vengono seppelliti i loro defunti.
     Tre sono le razze delle creature antagoniste ad essi, crudeli belve che poco hanno di umano. Vivono emarginate nelle zone quasi desertiche del Sud di Greenworld e sporadicamente attaccano le città, spingendosi oltre i loro confini.
     La trama del romanzo cattura l’attenzione del lettore e lo accompagna per 14 avvincenti capitoli, fino al culmine di una delle più aspre battaglie per il dominio di tutta l’isola. Magia, alleanze ed amicizia sono alcuni degli ingredienti di cui è pieno questo romanzo. I vari personaggi e le loro storie vengono svelati gradualmente, come l’alba ogni mattino ci mostra i contorni di tutto ciò che ci circonda. La trama si farà più fitta in ogni capitolo, intricando sempre più la storia che stiamo leggendo, senza toglierci il gusto di una descrizione piuttosto dettagliata, come se stessimo guardando un film. Ciò che l’autore tenta di fare è costruire intorno al lettore un mondo pieno di fantasia, circondarlo completamente con tutto ciò che possiede Greenworld, per accompagnarlo fino all’ultimo capoverso della storia.
 
Saryo alle 14:08 in: greenworld
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venerdì, 06 luglio 2007

L'edificio (parte terza)

Sembrava che fossero sospesi nel nulla ma poi Bob girò le chiavi del quadro e accese le luci anabbaglianti poi quelle abbaglianti e John contrariato gli disse “Ma sei pazzo!! E se li attiri verso di noi?” fece appena in tempo a finire la frase che i due poliziotti udirono un forte colpo contro la fiancata della macchina. Si girarono verso destra e ne udirono un secondo ancora più forte e poi un altro sul cofano davanti, un bagliore rosso li accecò e Jonh per la paura aprì lo sportello e subito sentì un forte dolore alla coscia destra e dopo alla caviglia e gli scappò un urlo e gli cadde la pistola di mano quindi con un ultimo sforzo si buttò verso destra e cadde giù dalla macchina. Bob solo allora si rese conto che cinque di quei mostri stavano assalendo il suo collega e vide una scena raccapricciante, orrenda e indescrivibile. Il sangue iniziò ad uscire a fiotti da quel poveraccio, le mosse convulse che faceva nell’ultimo tentativo di liberarsi da tutti quei morsi, le urla quasi stavano cessando e quelle bestiacce si accanivano su quel corpo ormai quasi privo di vita. Le ferite non erano grandi ma profonde ed il corpo ormai senza vita continuava a muoversi solo perché quelle creature continuavano a farlo a pezzi staccando qua e là brandelli di carne. Bob cominciò a piangere e a ripetersi ad alta voce “Sono fottuto, mi uccideranno, mi uccideranno è la fine” poi si accorse che il silenzio tornò e tirando su con il naso si guardò intorno, in tutte le direzioni. Tremava come una foglia e si asciugò la faccia con la manica destra e caricò la pistola.  
     Brian non si dava pace, era preoccupato per quei due agenti, quei due ragazzi là fuori e così si decise, doveva uscire in loro aiuto ed era rischiosissimo ma in cuor suo doveva agire e non stare lì ad aspettare chissà cosa, forse una sorta di miracolo. Dentro la casetta erano tutti svegli e preoccupati, stavano con le orecchie aperte in attesa……….
“Io non ce la faccio, devo uscire e non mi fermate. Se venisse un altro con me sarebbe meglio”. Si girarono verso Brian ma l’unico che si oppose fu Chester “Ragazzo è meglio che non vai là fuori, non voglio perderti. Lascia che ci vada qualcun altro, non andare” ma Brian ormai determinato non lo sentì neppure, l’adrenalina già pompava a mille e sentiva la fronte perlata, alcune gocce di sudore gli scesero fino al mento e lui se le asciugò con il braccio, lo esaminò poi guardò Chester negli occhi “Ormai ho deciso, devo andare. Chi viene con me?”, si guardò intorno ma non ottenne risposta nemmeno dagli sguardi degli altri quindi se ne fece una ragione “Ok vado solo, copritemi le spalle almeno quando sarò fuori”.
     Bob sedeva al posto di guida, mise una mano in tasca del giubbotto e tirò fuori un pacchetto di sigarette, ne prese una e con la mano tremante l’accese. Vide la nuvola di fumo spandersi lentamente per l’abitacolo e si disse ad alta voce “Sembra questa fottuta nebbia”, poi all’improvviso con uno scatto prese la sua pistola e tirò fuori il caricatore per esaminare quanti colpi aveva e lo rimise dentro. Era sconvolto aveva appena visto morire il suo collega, una morte orribile e non se ne dava ragione. Non aveva neppure tentato di aiutarlo perché era successo tutto così in pochi secondi, ed ormai quella scena gli rimaneva davanti agli occhi come una fotografia, ed ora che fare? Aspettare in auto i rinforzi o raggiungere i compagni di corsa fino alla casetta? Ipotesi rischiose entrambe. Fuori non si vedeva niente, proprio niente. Era buio ed era circondato da quella nebbia che ormai aveva circondato tutto e tutti da diverse ore e chissà fino a dove. Cominciò a riflettere ‘E se tutto il mondo fosse inghiottito da questa nebbia mai vista prima? E se queste piccole creature avessero attaccato tutto il pianeta?’ e questi pensieri cominciarono a balenargli per la testa ma senza potersi dare delle risposte. Qualcosa scattò nella mente di Bob e strinse i pugni sul volante poi girò le chiavi ed accese il motore, poi i fari e quindi mise la prima e partì alla volta della casetta che era quasi a una cinquantina di metri. Sudava freddo e sperava che gli spuntasse uno di quei cosi davanti così lo avrebbe investito e non vedeva l’ora. Si fermò a tre metri dalla porta quando udì dei rumori provenire da quella direzione e spense il motore e si affrettò a spengere le luci per non attirare ancora attenzione. Estrasse prontamente la pistola caricando il colpo in canna e rimase in attesa cercando di captare un qualsiasi rumore. Un leggero sorriso gli comparì sulle labbra, gli sembrò di essere un cieco visto che con questa nebbia la vista poteva servire a ben poco quindi poteva usare giusto gli altri sensi, soprattutto l’udito. Si concentrò nuovamente e riuscì a sentire rumore di passi provenire proprio dalla sua destra e sembravano più vicini, venivano proprio verso di lui perciò puntò la canna della pistola verso il finestrino lato passeggero e si accorse che gli tremava la mano, tenne la pistola con due mani e disse ad alta voce “E’ solo suggestione cazzo, non sono quelle bestiacce, è solo illusione!”. Vide aprirsi lo sportello ed udì una voce urlare “Fermo non sparare sono io, non sparare!” ma Bob ormai quasi piangente e con un filo di voce gli rispose “Che razza di scherzi idioti, mi vuoi far prendere un infarto? Bé ci sei quasi riuscito”. Abbassò l’arma e lo fece sedere ma chiese “Brian che ci fai fuori è pericoloso, quelli non scherzano”, Brian si guardò intorno e non vide il suo collega perciò gli bastò vedere l’espressione di Bob per capire che John non ce l’aveva fatta. Un altro morto a causa di quei mostri usciti dal nulla, anzi da quella nebbia. Bob non riuscì a non domandare a Brian cosa lo avesse spinto fuori dal loro rifugio, finora unico luogo quasi più sicuro e Brian senza giri di parole “Per venirvi a cercare. Ho visto cosa possono fare e non so minimamente quanti ce ne possano essere qui in giro” Bob lo contraddisse “No! Non puoi minimamente immaginare di cosa sono capaci quei piccoli mostri. Hanno ucciso John in pochi minuti ed erano in cinque! Ho veramente paura questa volta di non farcela e non voglio morire come John, è una cosa atroce”. Brian percepì lo stato d’animo di quel poveraccio che aveva appena visto la morte in faccia e soprattutto del suo collega quindi con voce persuasiva tentò di calmarlo “Se restiamo uniti, forse ce la faremo. Sarà la fine sicuramente se ci dovessimo separare”. Bob sentendo quelle parole così sicure si tranquillizzò soprattutto perché in quella macchina non era più solo, ma aveva un compagno. Non rischiava la vita da solo e questo gli risollevava un po’ il morale e gli dava più coraggio. Ora nell’auto 31 della polizia regnava silenzio ed entrambi erano chiusi nei loro cupi pensieri, due corpi fermi quasi come statue nell’attesa di un cambiamento. Non si udiva alcun rumore, nuovamente silenzio ed entrambi non sapevano se tornare nel loro rifugio con gli altri o rischiare rimanendo chiusi in quel piccolo rifugio che però poteva muoversi per andare chissà dove. “Sei riuscito a chiedere aiuto?” fu Brian a rompere questo agghiacciante silenzio con questa domanda ma a voce molto bassa “Si, ho chiamato la centrale ed ho chiesto un decina di pattuglie ma non so quanto ci metteranno ad arrivare e non ho spiegato cosa sta succedendo, non mi avrebbero creduto. E’ una storia assurda e ancora stento a crederci”. A questo punto tornò il silenzio e la preoccupazione. Non passò tanto tempo che i due udirono piccoli passi e numerosi allora Brian bisbigliò a Bob “Eccoli arrivano” e lui annuì con un gesto, Brian con voce bassa e preoccupata “Che facciamo?” “Aspettiamo, forse non ci notano” rispose Bob con voce tremolante. Sentirono un tonfo sul tetto della macchina poi uno sul cofano proprio davanti a loro e ai due scappò un grido soffocato quindi videro quella creatura alta circa mezzo metro, girata di schiena. Si girò lentamente verso di loro e quegli occhi piccoli scuri piano si accesero di rosso sempre più intenso, li aveva visti ormai erano scoperti. Bob e Brian contemporaneamente estrassero le pistole guardando fissi quella cosa la sul cofano, la paura cominciava a invaderli sempre di più ed il fatto di non sapere cosa fare amplificava tutto. Udirono tantissimi passi tutto intorno a loro, erano circondati ma lo potevano solo percepire mentre continuavano a fissare ciò che stava sul cofano.
Era tutto fermo e statico, Brian e Bob non osavano muovere un muscolo e aspettavano solo di vedere cosa volessero fare quei mostri là fuori. La creatura che stava ferma sul cofano, aprì la bocca mostrando loro i denti che erano lunghissimi ed affilatissimi e sporchi di sangue e questo li impressionò tantissimo quindi Brian chiese a Bob continuando a guardare quella cosa orrenda “Cosa facciamo ora?” ma Bob non rispose, girò le chiavi del quadro ed accese l’auto senza pensarci due volte e partì all’improvviso facendo sbattere quel mostriciattolo contro il parabrezza. L’auto iniziò la sua corsa squarciando il silenzio che finora era il padrone di quel luogo e si diresse a tutta velocità in direzione dei serbatoi. A causa della nebbia Bob aveva tantissime difficoltà a vedere dove stesse andando ma per loro l’importante era scappare lontano da quei denti così aguzzi e quegli occhi rosso fuoco, per la velocità l’auto andò a sbattere contro un muro di cemento che serviva a separare un serbatoio dall’altro. Il motore si spense e il cofano si fracassò ed il parabrezza andò in mille pezzi e così anche l’ultimo loro riparo. I due uscirono dall’auto illesi ma storditi dall’urto e non sapevano in che direzione fuggire. Tutto intorno si udirono passi e poi si intravidero tante lucine rosse che venivano velocemente verso di loro. Che fare? Brian impugnò la pistola caricò il colpo in canna e puntò nella direzione di quei mostri e preso dal panico sparò dei colpi verso quelle luci che si facevano sempre più vivaci e forti. Tutto negativo, ormai erano circondati da una quindicina di quelle creature che si stavano avvicinando da tutte le direzioni ed a Brian e Bob non rimaneva che stare spalla a spalla per proteggersi. Bob disse con voce fiera al suo nuovo compagno “E’ stato un piacere conoscere un ragazzo così coraggioso come te” e Brian lo apprezzò molto ma non si diede ancora per spacciato. All’improvviso il colore della nebbia iniziò a cambiare soprattutto dall’alto, cominciava a diventare più chiara, quasi illuminata da una luce come quella di un faro e Bob se ne accorse ed indicò verso l’alto, Brian lo imitò e vide che dal cielo proveniva veramente un fascio di luce ma potentissimo e rischiarava tutto intorno a loro. Rimasero entrambi a bocca aperta e non pensarono più a quei mostri che ormai li avevano circondati e stavano a due metri, con fare minaccioso. Brian guardò rapito quella scena tanto fantastica, dal cielo stavano scendendo lentamente quindici luci potenti che venivano giù proprio verso di loro e queste luci erano così forti che si notavano anche in quella fitta nebbia.
     Alla vista di quelle luci le creature iniziarono ad emettere strani suoni e lamenti, si misero le piccole braccia alla testa e si contorsero tutti e fu allora che Brian riuscì a contarli tutti: erano quindici creature. Iniziò a cambiare qualcosa in loro, le voci da stridule e acute cominciavano a divenire voci basse e gutturali, pure i loro corpicini iniziarono a crescere e ad ingrandirsi. Era uno spettacolo spaventoso ed ora Brian iniziò a preoccuparsi ancora di più e Bob aveva gli occhi sgranati dall’incredulità. Brian approfittò di questo momento e prese il braccio di Bob e lo tirò a se ed i due iniziarono a correre nella direzione da cui erano giunti con la macchina, lasciandosi dietro tutti quei lamenti e quei versi che emettevano quei mostri, ogni minuto che passava diventavano sempre più grossi. Mentre correvano via Bob, guardando verso l’alto, gridò a Brian “Guarda quelle luci in cielo stanno venendo qui” e Brian col fiatone ed il cuore in gola “Non guardare su, pensa a correre”. Ritenuto di essere ad una distanza di sicurezza e abbastanza vicino alla casetta Brian si fermò e si girò per cercare di capire quello che stava succedendo e vide quelle luci che stavano venendo dal cielo, avevano toccato terra e rimase esterrefatto e con gli occhi imbambolati e Bob vedendo l’espressione del compagno si girò ed esclamò “Ma quelli che cosa sono?” e Brian con un filo di voce “Sembrano ………” e con le mani si stropicciò gli occhi. Brian disse a Bob “Senti tu vai alla casetta per ora non corriamo pericoli, io devo andare….. mi devo avvicinare” ma Bob non acconsentì “Tu non vai solo, vengo con te” “Ok” ed i due si avvicinarono ulteriormente verso quelle luci. Eccole, ad una ventina di metri. Erano luci brillanti e toccarono terra e Brian cercò di scrutare nella nebbia ancora fitta, vide quella scena e la vide pure Bob ed erano proprio rapiti ed ipnotizzati. Le immagini migliorarono ulteriormente e le contarono, erano proprio quindici ed ora iniziò a diventare più nitido, tutto più chiaro e delineato, i contorni e le facce, tutte quelle ali. Erano proprio angeli, quindici angeli con le ali, alti e belli ed emanavano una luce fortissima e nella mano stringevano tutti una spada argentata. Erano tutti schierati in fila, fieri e forti con i loro capelli lunghi biondi e mori, erano uno spettacolo. Brian e Bob rimasero rapiti da quelle figure bellissime che emanavano tutte le più belle virtù che il genere umano avesse mai avuto. Si avvicinarono ulteriormente, tanta era la curiosità ormai cresciuta in loro, e fu allora che videro i due schieramenti: a destra c’erano i quindici angeli e di fronte a loro c’erano quindici mostri con ali nere ed occhi rosso fuoco, braccia enormi ed alti almeno due metri e mezzo. Bob con un filo di voce disse a Brian “Mio Dio, questo è da Apocalisse! E’ lo scontro tra il male ed il bene” l’altro non gli rispose nemmeno. Una scena apocalittica, il bene contro il male. Queste creature stavano le une di fronte alle altre in uno spazio grande (vicino ai serbatoi) e la nebbia le circondava, ma la luce che emanavano quelle figure angeliche la rendeva meno fitta a chi era nei paraggi.
     Chester aveva sentito gli spari e come lui anche gli altri. Erano tutti nelle vicinanze della finestra nella speranza di vedere cosa stesse accadendo fuori ed anche se non lo davano a vedere tutti avevano paura. Ormai erano trascorse diverse ore da quando era cominciato questo assedio e poi avevano perso la vita molte persone, era tutto confuso ed incerto. Gli occupanti della casetta ormai erano cinque e di Brian, Bob e John non si sapeva più nulla. Qualcuno fu preso da crisi isteriche subito placate da Chester che era il più anziano e saggio lì dentro. Il nervosismo e la paura erano i loro compagni.
     “Cosa faranno adesso?” chiese a bassa voce Bob a Brian. Erano entrambi sdraiati nell’erba per non farsi notare, tutti e due bagnati ed infreddoliti dall’umidità che c’era nell’aria e nel terreno.
     I quindici angeli sguainarono le spade, erano bellissime con la lama argentata ed i manici dorati ed emettevano una luce propria e fu il caos totale. Le due fazioni si scontrarono senza esclusione di colpi, tutti potevano volare quindi la battaglia non avveniva solo a terra ma anche in aria. Il primo Demone cadde a terra con un frastuono assordante trafitto da una spada di un angelo ed il corpo dopo qualche secondo si polverizzò. Bob e Brian rimasero immobili e occhi fissi sulla scena scioccante e poi ripresisi dallo shock tornarono a seguire quelle creature che in cielo ed in terra si davano battaglia. Un angelo inseguito da due demoni cercò di sfuggire girando intorno ad un folto albero ma fu raggiunto dai lunghi ed affilati artigli, perse un’ala e precipitò giù dissolvendosi nel nulla e la spada cadde in terra disintegrandosi. Le scene correvano veloci davanti ai loro occhi, con la loro inaudita ferocia, le spade degli angeli si infrangevano contro gli artigli dei demoni provocando scintille.     
     Angeli di luce contro Demoni neri ecco da chi era combattuta questa feroce battaglia, e due ignari spettatori che si trovavano nel mezzo. Era pericoloso stare là ma Brian e Bob non potevano scappare, non volevano scappare, volevano assistere sperando di non essere scoperti. Uno spettacolo insolito, una guerra tra il bene ed il male e poi qualcosa cambiò: iniziarono a partire palle di fuoco lanciate dai demoni. Una nuova arma e tutto intorno focolari accesi e Brian disse ad alta voce “Potrebbe saltare tutto qua, ci sono tre serbatoi”. I due indietreggiarono, sempre pancia a terra e videro che gli angeli cambiarono tattica di attacco, andavano alti su nel cielo per poi piombare in picchiata sui demoni. Luci candide e splendenti si levavano dal suolo per poi scendere velocemente a terra, argento e oro facilmente distinguibili nella nebbia si muovevano in tutte le direzioni scontrandosi con l’oscuro colore di quegli artigli così affilati dei demoni, quei ghigni, denti aguzzi ed ali nere si muovevano contro il candore e quelle belle luci che al solo guardarle ci si sentiva confortati. Questo scenario ormai regnava da diversi minuti e non si vedevano ne vinti, né vincitori. “Senti Bob, io so da dove vengono questi mostri, ho visto da dove sono usciti” disse Brian folgorato da un’idea, “Da dove arrivano?” chiese Bob incuriosito. I due mentre parlavano non staccavano gli occhi dalla scena che gli si presentava davanti, “C’è un edificio qua vicino, è abbandonato e dentro c’è un totem, da lì sono usciti questi mostri e se andassimo a distruggerlo forse quelli scompariranno!” “E se ci vedessero?”, attese la risposta invano perché Brian iniziò ad indietreggiare ulteriormente e lui lo seguì. Mentre Brian indietreggiava pensava a quel totem ‘deve essere una specie di porta per l’inferno’. Guadagnati metri e più sicurezza i due si alzarono ed iniziarono a correre in direzione della casetta e arrivati davanti alla porta l’aprirono ed entrarono.
     “Ma che diavolo………” esclamò il commissario. Si girarono tutti verso l’entrata “Ah siete voi!” esclamò Chester. Andò subito ad abbracciare Brian e lo strinse forte a se dicendogli ad un orecchio “Sono contento che tu stia bene, eravamo preoccupati per voi”, il commissario vide che mancava un suo agente e chiese a Bob “E John che fine ha fatto?”, gli rispose scuotendo la testa e tutti capirono che non ce l’aveva fatta.
Brian iniziò a raccontare quello che era accaduto da quando era uscito, quello che era successo a Bob e poi raccontarono delle luci e tutto quello che ne conseguì, rimasero tutti interdetti ed increduli a quelle parole, poi disse solennemente “Forse abbiamo trovato un modo per uscirne tutti sani e salvi. Dobbiamo tornare a quell’edificio e distruggere il totem” ma il commissario chiese “E con quelle creature là fuori come la mettiamo? Sono diventate più grosse” ma Brian non si scoraggiò a quella domanda “Quelle non mi preoccupano più di tanto, hanno il loro da fare adesso che pensare a noi”. Prese la parola Bob e disse “Dobbiamo uscire almeno in quattro con torce e una tanica di benzina, vedrete sarà un gioco da ragazzi”, rimasero un po’ tutti perplessi ed esitanti tranne Chester che con entusiasmo disse “Ok, sono dei vostri! Cosa stiamo aspettando?”. Un altro si fece avanti, era Sullivan un altro giovane agente che forse per la prima volta decise di rischiare. Non aveva mai partecipato ad azioni pericolose, preferiva una vita alla scrivania piuttosto che uscire di pattuglia con gli altri colleghi ma questa volta si superò e tutti, compreso il commissario, rimasero stupefatti della scelta. Bob gli si avvicinò e lo abbracciò rassicurandolo “Coraggio, non ti accadrà niente Sul”.
     I quattro uscirono dalla casetta richiudendo in fretta la porta, si fermarono per qualche istante ed udirono rumori in lontananza, pure strani bagliori nella nebbia alla loro destra, si diressero verso il cancello d’entrata. Tutti erano armati e avevano una torcia, si fermarono presso un auto della polizia e aprendo il cofano posteriore, presero una tanica vuota ed un tubo. Mentre Chester e Sullivan stavano con le pistole spianate e le orecchie aperte, Brian e Bob inserirono il tubo nel serbatoio dell’auto e succhiarono diversi litri di benzina. Ripartirono tutti in fretta verso il cancello, torce accese e cercando di non fare rumore. Il cancello si aprì emettendo un leggero cigolio, uscirono dall’area a passo svelto e restando vicini, la nebbia era ancora molto fitta, e seguirono la stradina che passava a fianco alla recinzione di quella costruzione. “Ci siamo” li ammonì Brian con voce un po’ tremolante “Questo è il cancello e lì davanti c’è l’entrata”. Seguirono tutti Brian, tenevano stretti in una mano la torcia e nell’altra la pistola invece Brian portava la tanica di benzina, un fruscio dietro di loro li fece bloccare, si girarono tutti e quattro di scatto verso la fonte del rumore e puntarono le pistole. Bob rise istericamente “Un gatto, è solo un gatto” un sospiro generale uscì dalle loro bocche, i loro cuori si potevano sentire battere forte in petto, e la paura li accompagnava passo passo verso la meta.
“Che facciamo, entriamo?” chiese Chester dopo aver ripreso fiato, i quattro si misero di fronte alla porta e Brian diede un calcio e la spalancò. Puntarono i fasci di luce verso l’interno e poi entrarono esitando un poco. Era buio, polveroso e un ambiente enorme. “Laggiù in fondo c’è il totem” disse con sicurezza Brian, lo seguivano senza parlare ed era l’unico che lo aveva visto quindi si fidavano. “Come facciamo a distruggerlo soltanto con la benzina?” chiese Sullivan a Brian “Bella domanda, alla nostra destra ci sono dei cubi di legno che erano uffici una volta, prendiamoli e accatastiamoli sul totem, il fuoco farà il resto”, si diressero verso le infrastrutture in legno e a calci ne fecero dei piccoli pezzi, ormai il legno era poco resistente ma secco. Brian si diresse verso il fondo del palazzo, lo vide in lontananza e gli puntò il fascio di luce della sua torcia. Rabbrividì rivedendolo, era brutto e metteva paura solo a guardarlo, non voleva neanche toccarlo dopo quello che era successo a quel poliziotto davanti ai suoi occhi. Si affrettò a raggiungere gli altri, presero tutti i pezzi di legno, erano parecchi. “Ora faremo un bel falò” disse Sullivan ridacchiando ed iniziò ad accatastare la legna su quella strana scultura. Era tutto pronto e Brian con impazienza prese la tanica e bagnò tutti i legni con la benzina, Bob prese l’accendino e gli diede fuoco. Una fiammata enorme, alta un paio di metri e iniziò a bruciare tutto e abbastanza velocemente, il calore raggiunse alte temperature e quel manufatto iniziò a inclinarsi, sciogliersi e a piegarsi su se stesso. Iniziò a tremare tutto con una scossa sismica e poi dei forti lamenti uscirono da quella specie di statua che piano si scioglieva, mutò colore e divenne rossa, come quegli occhi che tanto avevano spaventato Brian e i suoi compagni. Corsero verso l’uscita un po’ per paura e perché iniziava a crollare tutto, non appena fuori si girarono appena in tempo per vedere tutto il fabbricato cadere in pezzi, sbriciolarsi in una grande nuvola di fumo. La nebbia iniziava a sparire lentamente aumentando così la visibilità ed i quattro se ne accorsero subito, iniziava ad albeggiare ed un nuovo giorno stava per cominciare e Brian, Bob, Chester e Sul si abbracciarono urlando di gioia. Tornarono alla casetta per dare la bellissima notizia agli altri e quando ci arrivarono la nebbia era quasi totalmente scomparsa. Perlustrarono tutta l’area ma di quei mostri non c’era più traccia, nemmeno delle creature di luce, spensero gli ultimi focolari che fortunatamente erano lontani dai serbatoi di carburante. Tutto era tornato alla normalità, non c’era più traccia di niente, era scomparso tutto come quella nebbia tanto strana e Brian non vedeva l’ora di tornare a casa da suo fratello e Chester se ne accorse così gli disse “Vai pure a casa, ci penso io qua, non ti preoccupare” e Brian ancora euforico di come fosse finito tutto bene abbracciò nuovamente il suo anziano collega “Grazie a Dio è finito tutto bene, non ci speravo proprio”.
     “Micheal sono a casa, dove sei?” Brian corse in camera del fratello e lo vide nel letto, dormiva profondamente. Gli uscì un sospiro di sollievo e quindi andò in camera sua e si sdraiò sul letto e mise le mani dietro la nuca, gli tornarono in mente tutti i momenti belli e brutti, la paura, quella nebbia e poi quelle creature prima piccole poi trasformatesi in Demoni, infine quelle figure di luce tanto belle e forti, forse venute dal cielo per proteggerli, sarà stato tutto vero o un’allucinazione? Si addormentò profondamente.
                                                                                                                                          
 
Saryo alle 14:02 in: racconti, un uomo qualsiasi
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martedì, 03 luglio 2007

L'edificio (parte seconda)

Mentre avanzavano lasciavano le loro impronte sul pavimento per quanta ce ne era, e Brian disse “Ma qui sono anni che nessuno ci mette piede”. La porta cigolò e si chiuse sbattendo. I tre si immobilizzarono dallo spavento e poi preso coraggio Paul disse: “Sarà stato il vento dopo tutto c’è una finestra aperta di sopra ed una rotta”, Brian disse loro “Guardate che fino a ieri le finestre erano sempre state chiuse”. Fred gli ribatté “Saranno venuti a far cambiare aria a questo posto”, Paul invece guardando in terra “Non vedo altre impronte oltre le nostre !”, ad un tratto udirono dei rumori come se qualcuno stesse grattando qualcosa, e Paul già quasi in preda al panico “Forse sono dei tarli nel legno, i pannelli sono vecchi”. Brian deglutì talmente forte che anche gli altri lo sentirono, andò verso sinistra nella parte vuota del palazzo. In maniera circospetta si diresse verso l’angolo inferiore, la sua andatura era lenta e cauta per via dell’oscurità che lo circondava. Cercava di scorgere qualsiasi cosa, ad un tratto gridò agli altri due “Cristo! Presto, venite a vedere”. I due agenti non ci pensarono due volte e si misero a correre in direzione della voce di Brian. Non lo ammettevano, ma avevano una tale paura di questo posto così sinistro e cupo. Arrivarono da Brian e con sorpresa gli chiesero “Che cavolo è questa roba?”, Brian con voce roca e perplessa “Sembra una specie di totem ”. Paul tirò fuori un accendino (quale accanito fumatore che era) e lo accese vicino a quella specie di scultura. Era alta quasi due metri e mezzo , per poco toccava il soffitto, e sembrava fatta di materiale simile al bronzo, molto pesante e fatta da due travi verticali ed un architrave orizzontale, come quei monumenti megalitici costruiti durante l’età della pietra (monumento di Stonehenge). Le due travi verticali erano ornate con tante piccole facce, tutte diverse fra loro, come dei ritratti tridimensionali. Paul ne toccò una con un dito, seguendo i lineamenti del viso ed esclamando” Che brutto!”. I tre fecero un salto indietro urlando dal terrore. Gli occhi di quella faccia emisero una luce rossa come un laser, sprigionando per la maggior parte dell’edificio un colore quasi infernale. Per la sorpresa e lo sbigottimento Brian e Fred fecero una corsa sfrenata verso la porta d’uscita. Girarono la maniglia della porta ma questa non si aprì, era bloccata. Urlavano come due ossessi dandoci calci, pugni ma senza successo, udirono un urlo provenire dalla parte da dove erano scappati. I due si cercarono e con voce esile dissero in coro ”Dov’è Paul?”, come per risposta “Aiuto! Aiutatemi vi prego! Nooo…. Pietà!”. Si udirono degli spari, poi la porta si spalancò e dovettero chiudere gli occhi per quanta luce solare provenisse da fuori, si misero la mano sugli occhi per ripararsi, poi intravidero delle ombre davanti a loro e si sentirono toccare. Come due fratelli siamesi iniziarono a correre fuori, spalla a spalla, come se qualcuno li avesse cuciti assieme, spinsero via qualunque cosa gli sbarrasse la strada urlando e dicendo parole incomprensibili. In quel momento il loro intelletto li aveva abbandonati, lasciando liberi l’istinto e la paura. Una volta che capirono di non essere più in pericolo, si girarono e videro i quattro colleghi di Fred in terra con lo sguardo sbalordito. Jason si alzò da terra e disse loro “Ma che cavolo succede? Siete impazziti? Abbiamo sentito le urla e gli spari e siamo corsi qui”. Brian disse “Ho idea che le pistole serviranno a ben poco.” Jason con aria di sfida “Perché pulcino ti tremano troppo le mani per sparare? E poi dov’è Paul?” Fred gli rispose ancora tremante “Non lo so, è rimasto dentro e qualcosa lo ha preso”. Dick disse “Ma diamo i numeri? Abbiamo perlustrato tutto il perimetro e non c’è assolutamente niente” e allora Fred iniziò ad alzare la voce “Ma lo vuoi capire che dentro c’è una specie di Totem, Paul lo ha toccato e quello ha aperto gli occhi e noi siamo scappati, poi quelli se lo sono preso” iniziò a piangere istericamente. David lo guardò stupito e chiese “Totem? Aperto gli occhi? Che cosa se lo è portato via?”, Brian si intromise “E’ meglio lasciar perdere ed andarcene via, prima che sia troppo tardi” allora Jason urlò con voce stupita ed incazzata “Ma cosa dite? Noi entreremo lì dentro e cercheremo Paul! Chiaro?” e Brian con lo stesso tono “No! Se ci tieni vacci da solo, io ci tengo alla vita”. I quattro varcarono la soglia con leggera incertezza e scomparirono nell'oscurità.
          Brian guardò l’orologio e vide che erano appena le 15:00, a lui sembrò che fosse passato un secolo intero e cominciò a dirsi “ magari è un sogno, sto leggendo un libro ed è solo una storia inventata da qualche scrittore” e poi si diede un pizzico, sperando di svegliarsi sotto le coperte in casa sua, ma non accadde nulla.
         I due battenti della porta iniziarono a muoversi provocando un sinistro cigolio e poi, con un forte rumore, si chiusero. Fred e Brian corsero alla porta e tentarono in vano di riaprirla, sembrava che dall’altra parte ci fossero centinaia di persone a fermarla. Fred disse a Brian con voce frignante “Ma che cosa c’è lì dentro?”. Cominciava ad avere crisi di pianto alternate a risatine isteriche, mentre Brian strattonava la porta cercando di aprirla, gli rispose “Non ne ho la più pallida idea ma ho una paura fottuta”.
         Jason e gli altri tre avanzavano nella semioscurità a poca distanza l’uno dall’altro, forse per farsi coraggio. David aveva con se una torcia e quando sentì che la porta si era chiusa, esclamò “Ma guarda quei due! Vogliono metterci paura” poi puntò nuovamente il fascio di luce in avanti. All’interno dell’edificio c’era una strana atmosfera e la si poteva respirare, era pesante. Superato il labirinto di cubi andarono a sinistra, verso quella strana scultura che venne illuminata dalla torcia. La guardarono attentamente chiedendosi cosa fosse e che cosa ci facesse in un posto simile. Jason percepì qualcosa, prese con prepotenza la torcia ed illuminò verso destra in terra e vide una pozza rossa quasi asciutta per quanta polvere ci fosse. Si chinò su di essa per esaminarla meglio e poi esclamò “Ehi, questo è sangue! Forse è di Paul” e Dick “Potrebbe essere di chi lo ha aggredito”. David si avvicinò a quello strano “Totem” e con fare diffidente, accarezzò una delle facce che usciva da quella specie di orribile scultura. Ne toccò una in particolare con un naso prominente, occhi sporgenti, gote magre e con la bocca aperta e dei denti affilati. Sentì al tatto le labbra che erano state scolpite grandi e poi gli parve che qualcosa si fosse mosso. Il silenzio fu interrotto da un urlo agghiacciante che rimbombò in tutto l’edificio, gli occhi sporgenti di quel viso si fecero rossi come il fuoco e David urlò “Aiutatemi! Mi sta staccando il dito”. I tre si fecero avanti ed impallidirono di fronte a quello spettacolo. La testa che usciva da quel “Totem” si muoveva ed aveva in bocca il dito di David, il sangue cadeva in terra espandendosi sempre di più ed il colore di quegli occhi si faceva sempre più acceso, mentre quella bocca si chiudeva lacerandolo ancora di più. Jason e gli altri due erano impotenti di fronte a quello che stava accadendo davanti ai loro increduli occhi. David ormai non aveva più la forza di urlare, cadde in ginocchio senza reagire e vomitò in terra e perse i sensi. Gli altri tre in preda al panico si girarono in tutte le direzioni cercando una via di uscita. D’un tratto l’oscurità, che prima aveva la meglio su tutto, dovette lasciar spazio ad un bagliore rosso, prima leggero poi sempre più forte. Iniziarono ad udire lamenti prima deboli che andavano crescendo, e si accorsero che tutte quelle teste stavano prendendo vita. Jason indietreggiò e cadde a terra, poi si rialzò senza riuscire a togliere lo sguardo da quella visione quasi apocalittica. Riuscirono ad arrivare alla porta solo Dick e Jason, mentre James urlava come un pazzo, poi nulla più. Tentarono di aprire la porta ma era bloccata, Dick fu attratto da un rumore come di passi e pensò fossero i colleghi, ma poi entrambi furono circondati da decine di luci rosse, nate o partorite dall’oscurità.
         Brian e Fred udirono quelle urla dannatamente colme di paura e di disperazione, tentarono nuovamente di forzare la porta ma senza risultato, poi si accorsero che dall’interno non vi fu più movimento, al contrario un silenzio di tomba.
         Ora si poteva “Sentire” che quell’edificio nascondeva un qualche segreto che difficilmente un essere umano ci avrebbe potuto mettere le mani sopra e sia all’interno che all’esterno era circondato da un alone di mistero.
         I due non riuscivano ancora a comprendere quello che accadde poco prima, e più ci pensavano più gli sembrava di uscirne pazzi. Fred aveva due occhi fuori dalle orbite, uno sguardo assente. I due erano indecisi sul da farsi e ad un certo punto Brian gli disse “Che facciamo? Proviamo ad entrare lo stesso?” l’altro non ribatté nulla. Brian lo prese per il colletto della divisa scrollandolo da quel sonno ipnotico che sembrava lo avvolgesse, e gli urlò “Se non ci muoviamo ora, quelli saranno spacciati, se già non lo sono!”
         La porta era lì, immobile, ferma come fosse un muro di cemento. Non era molto robusta ma non cedeva.
         Ad un tratto, si aprì con quei cigolii sinistri, come fosse una bocca. I due timidamente si affacciarono, erano titubanti. Nella loro mente si fece strada un interrogativo e quasi contemporaneamente dissero, “E se entriamo e la porta si richiude?” Fred tirò fuori la pistola dalla fondina, caricò il colpo in canna e guardò Brian.
         Aveva uno sguardo cattivo, gli si leggeva in faccia la rabbia e la paura che aveva, ma quella che prevalse fu la rabbia. Corse dentro senza tentennamenti chiamando a gran voce i nomi dei colleghi. All’interno si udiva la sua voce e null’altro.
         La porta si richiuse violentemente colpendo in pieno Brian, che cadde a terra privo di sensi. Si sentì muovere prima piano, poi sempre più forte ed aprì gli occhi e vide la faccia di Chester, lo strattonava, chiedendogli con tono preoccupato “Brian che ci fai qui? E le macchine della polizia?” Brian si alzò ancora barcollante, si toccò la fronte dolorante, poi cominciò a spiegargli tutto. Chester gli chiese “Che fine hanno fatto gli agenti?” e Brian con voce quasi da crisi isterica “Non lo so, credo che siano tutti morti!” e l’altro “Morti? Ma che diavolo c’è lì dentro?” Brian lo guardò bene in viso, sembrava ancora più vecchio del giorno prima, le rughe gli mostravano quanta paura ed incertezza avesse. La porta era chiusa ed i due decisero di tornare nell’area in cui prestavano servizio.
         Tirando le somme Brian gli spiegò di Mel, di quello che aveva trovato nella sua macchina, delle finestre, dei bossoli e di ciò che aveva vissuto dentro a quell’edificio.
I sei agenti erano morti, lui ne era convinto, come lo era di quello strano “Totem”, non ne aveva mai visto uno così. Con tutte quelle facce che sembravano avere una dimensione, fredde al tatto ma vive allo stesso tempo e come se ti guardassero,  la luce proveniente da una di esse e precisamente dai suoi occhi, si accendeva come una lampadina.
         Chester non riusciva a crederci ma le macchine della polizia e la scomparsa di Mel ed infine il ritrovamento di Brian svenuto davanti a quella porta, qualcosa doveva essere accaduto, non si poteva essere inventato tutto.
         I due non sapevano cosa fare, cosa dire alla polizia e della scomparsa di quei poveri ragazzi. Brian chiese a Chester “Domani è 11?” Chester annuendo “Ma cosa c’entra questo ora?” Brian con aria pensosa “Domani avverrà l’eclissi, giusto?” “Si, e allora? Cosa?” “Conviene avvisare la polizia dell’accaduto”, “Cosa dici? Non ti crederanno mai! Persino io stento a crederci”, “Allora lo vedranno coi loro occhi, già, questa notte!” con espressione incredula Chester “Cosa vuoi fare?”, “Io niente, saranno loro a muoversi, vedrai” “Loro?” Chester non ebbe risposta. Nel frattempo cominciava a farsi più scuro, si stava avvicinando la sera.
         La radio delle pattuglie gracchiavano e si udivano le chiamate ma naturalmente non c’erano risposte. Allora Brian chiamò la centrale con il telefono spiegando di mandare parecchie pattuglie per la scomparsa dei sei agenti avvenuta la mattina stessa.
         Erano già le sette passate, delle nuvole minacciose cominciavano ad avvicinarsi velocemente, per strada non passava nessuno. Brian telefonò a casa di Jennifer chiedendo a Micheal di tornare a casa presto e di non riuscire, aveva paura, tanta paura. Mentre attaccava la cornetta del telefono Chester chiese “Se vuoi andare a casa vai, aspetto io la polizia”, “No! Lo vuoi capire che stanotte te la potresti vedere brutta?”.
         La discussione fu interrotta da una serie di tuoni e saette impressionanti. Il cielo era nero ormai il sole stava lasciando spazio alla giovane notte. Intorno a quell’edificio cominciava ad alzarsi una foschia strana, quasi fosforescente. Le prime gocce d’acqua cominciarono a cadere bagnando i vetri del posto di guardia dove erano chiusi.
         Chester disse con voce e con espressione quasi da automa “Che tempo strano”. Guardavano verso l’edificio, che non era molto distante, mentre quella foschia piano piano si faceva più densa e l’illuminazione scarsa della strada si rifletteva su quel muro di nebbia, che aumentava sempre più di volume. Erano attratti da quel fenomeno, quasi fosse ipnotico e i loro sguardi si perdevano nell’aria, dolce e silenziosa, quasi confortevole. Ma chissà cosa nascondeva. Non battevano ciglio, immobili come oggetti. Si destarono all’improvviso per un tuono, talmente forte che fece vibrare i vetri. Rimasero storditi, come uno che si è appena svegliato dopo un lungo sonno. Brian con voce tremolante disse a Chester “Sento che arriveranno presto”, “Chi, i poliziotti?” “No, Loro”.
         Videro delle luci avvicinarsi al cancello, mentre la nebbia cominciava piano ad inghiottire ogni cosa trovasse sulla sua strada. Ci furono dei colpi di clacson e Brian capì pur non vedendo che si doveva trattare della polizia, uscirono dalla garitta per andare ad aprire il cancello, si sentì una voce “Sono il commissario Larson, chi è Brian?”. Aprì il cancello, pioveva appena, entrarono cinque pattuglie e richiuse. Scesero dalle macchine e qualcuno disse “Non ho mai visto pioggia e nebbia insieme”. Brian consigliò alle forze dell’ordine di ripararsi dentro un locale antincendio posto quasi ad un cinquantina di metri dal posto di guardia, seguirono lui e Chester e ci si chiusero dentro.
         Non era molto confortevole ma c’era una stufa al centro della stanza e qualche sedia vecchia, due finestre ai due lati ed un odore di muffa spaventoso.
         Ci furono le presentazioni di rito e poi il commissario chiese a Brian di raccontargli tutto quello che sapeva della scomparsa degli agenti. Brian prese coraggio e gli raccontò l’accaduto. Ci fu una risata generale e poi il commissario, accendendosi una sigaretta, lo guardò negli occhi chiedendogli “Ragazzo, non è che ti sei inventato tutto?”
         Larson era un uomo sui quarantacinque anni, di media statura, capelli grigi corti, vestito con abiti civili, giacca grigia, impermeabile della polizia aperto e mocassini marroni. Gli altri otto agenti in divisa, erano tutti giovani e probabilmente poco esperti con le armi.
         Uno disse al commissario “Che facciamo?” e Larson “Aspettiamo che il tempo migliori, poi daremo un’occhiata a quel magazzino”. Brian lo ammonì “Commissario glielo sconsiglio vivamente” e lui “Ancora con questa storia? Come pensa che io ci possa credere?”. Brian allora si mise in disparte, vicino alla finestra guardando la nebbia che piano piano si muoveva, come un ballo gioioso di bambini che tenendosi per mano fanno il girotondo.
         La finestra all’esterno era un po’ umida a causa di quella foschia così grigia scura, ma per quelle poche luci che c’erano sulla strada dava un senso di chiarore. La stanza in cui si trovavano era illuminata da una lampadina attaccata al soffitto, cominciava ad entrare umidità e faceva più freddo rispetto alle altre notti d’Agosto.
         Ormai erano le 21:00 passate e questa nebbia non accennava a diminuire. Un poliziotto si affacciò alla finestra esclamando con sorpresa “Guardate che strana questa nebbia, sembra che ora pulsi”. Si affacciarono tutti e ci fu una voce generale di consensi, fissavano all’interno di essa per scorgere almeno le autovetture, ma nulla di fatto, c’era solo quel colore monotono e spaventoso. Un agente aggiunse “Una foschia così non l’avevo mai vista!”. Sembrava tutto fermo, immobile, come se quel grigiore avesse cancellato tutto il resto del mondo, Brian guardò un punto fisso e si accorse palesemente che all’interno apparivano e scomparivano, ritmicamente dei deboli bagliori di luce, come se fosse la freccia di una macchina. Sembrava che vivesse e respirasse. Poi gli sembrò di scorgere in quel grigiore continuo, una luce rossa, anzi due. Gli venne un brivido per la schiena, guardò meglio, più attentamente e le rivide, erano deboli e ferme, sentitosi osservato indietreggiò barcollante e andò a scontrarsi con un agente che gli disse “Ma che fai! Stai attento!”. Brian farfugliò qualcosa a bassa voce. Quella scena attirò l’attenzione di tutti gli altri che si avvicinarono, lui tremando e balbettando disse “Sono qui. Loro sono qui!”. Chester gli domandò con voce calma e rassicurante “Chi è qui?” e Brian guardando verso quella finestra cominciò ad urlare pieno di sgomento “Eccoli guardate”. Si girarono tutti e da un’espressione di tranquillità generale mutò tutto in confusione. Erano in undici ma sembravano molti di più a causa del panico che subentrò così all’improvviso. Brian sarebbe voluto scappare via, ma le gambe non glielo permisero, era come se qualcuno gliele avesse incollate al pavimento, poi Larson tuonò “Fermi!”, guardò alla finestra e fissò quei due punti rossi che rispetto a prima sembravano più vicine, erano meno fiochi e più accesi. Cominciarono a ragionare e a chiedersi cosa fossero e da dove venissero, erano tutti con le orecchie tese per captare un qualsiasi rumore, un passo o chissà……..
         Passarono del tempo a decidere su chi facesse il primo turno di guardia, aspettando che le condizioni migliorassero, due persone alle finestre, e gli altri si potevano riposare, chi sulle sedie e chi in terra. Nessuno aveva il coraggio di uscire da quel piccolo locale, fuori nulla era cambiato tranne l’ora e la guardia. Era mezzanotte passata quando gli agenti del secondo turno si accorsero che il colore del banco di nebbia cominciava a mutare da grigio scuro in verde, una fusione di colori. Per la sorpresa lo fecero notare anche agli altri, per tutti fu una cosa senza precedenti. D’un tratto Brian disse a Chester “Oddio! Attila e Sansone?” ed il commissario gli chiese “Ora chi sono questi due?”, gli rispose Chester “Sono due cani che stanno con noi, sono addestrati alla guardia e chissà che fine avranno fatto.”
         Il poliziotto alla finestra ritornò a guardare nella nebbia e vide che quelle due luci erano sparite, volatilizzate oppure spente? Pensò che magari erano solo due luci di posizione di una macchina, ma come facevano a spegnersi ed accendersi da sole? Rabbrividì e poi girandosi piano disse “Ehi! Sapete quelle due luci là nella nebbia?” annuirono tutti con il fiato sospeso, “Non ci sono più, sono sparite”. Si tuffarono tutti verso la finestra per vedere con i loro occhi e rimasero tutti perplessi. Comunque decisero lo stesso che alle due finestre ci sarebbero rimasti di guardia due persone.
         Tutto era tranquillo e silenzioso, gli altri dormivano seduti in terra appoggiati alle pareti, Chester dormiva su una sedia con i gomiti appoggiati alle ginocchia. Non era una posizione comoda, nessuno stava comodo ma lo stress accumulato in quelle ore permetteva di riposare. La lampadina emetteva una luce, come quelle che emettono due candele, lasciando in penombra i quattro angoli della stanza. Brian dormiva in uno di quegli angoli, era seduto in terra con le gambe al petto e le bracciaintorno alle ginocchia e la testa china alle braccia. Quel silenzio che regnava là fuori conciliava il sonno, ma più che altro erano la stanchezza e la paura.
         I turni di guardia si successero in tranquillità fino ad arrivare a Brian e Chester. Alle 3:00 in punto infatti arrivò un poliziotto da Brian e lo scrollò delicatamente chiamandolo per nome. Si svegliò tirandosi su a fatica sentendo scrocchiare ogni singola vertebra, quindi si diresse barcollando leggermente verso una delle due finestre, ancora in preda al sonno. Appoggiò le mani sul marmo che dava verso l’interno e con lo sguardo ancora assonnato guardò perdendosi nella nebbia. All’altra finestra c’era Chester che invece era già desto.  
         Brian si mise di fronte alla finestra ed il suo sguardo si perse nella nebbia, Chester prese delicatamente una sedia e la mise di fronte all’altra finestra e si sedette, si sentiva stanco e preoccupato. Si guardò intorno e vide il commissario Larson seduto con la schiena appoggiata al muro, doveva avere un sonno pesante ed era immobile. Poi il suo sguardo si mosse nelle altre direzioni e via via guardò gli altri. Erano tutti immobili e dormivano profondamente, e questo gli tirò un pò su il morale. Avrebbe voluto conversare con Brian ma ciò avrebbe potuto dar fastidio agli altri e così si mise l’anima in pace e mosse lo sguardo fuori.
         Tutto taceva ma Brian iniziò a muovere la testa verso destra e poi a sinistra, come per cercare di vedere qualcosa, poi si girò verso Chester e bisbigliando disse “Sento dei rumori sotto la mia finestra ma non vedo niente!” Chester si alzò dalla sedia e si diresse verso Brian. Rimasero entrambi in ascolto, poi udirono dei piccoli battiti veloci, come fossero passi. Brian si alzò sulle punte dei piedi cercando di scorgere sotto il parapetto della sua finestra ma non poté vedere nulla, la nebbia era troppo fitta. Il rumore era cessato ma Brian continuò a guardare in basso e cadde in dietro con un tonfo. Il rumore destò tutti, Chester prese Brian e lo aiutò ad alzarsi ma lui si divincolò e tirò fuori la pistola. Tutti si allarmarono, poi Brian urlò “Guardate fuori cazzo!!! ” e tutti obbedirono a quel comando e subito dopo ci fu un urlo generale, qualcuno cadde in terra, un agente aprì la porta ed uscì fuori senza indugi ma gli altri la richiusero subito. Brian prese bene la mira puntando la sua pistola verso la finestra ed inquadrò nel mirino “quella cosa”.
          Era alta una cinquantina di centimetri e di colore scuro, occhi rossi lucenti e denti aguzzi ed emetteva un lamento infernale, si muoveva velocemente e stava lì sul marmo della finestra e con quelle mani piccole cercava di entrare dentro.
          Un fragore ruppe la finestra e quella creatura cadde giù e dalla canna della pistola di Brian uscì del fumo. Ci fu nuovamente silenzio, poi il primo a parlare con voce tremolante fu il commissario Larson “Cosa diavolo era quella cosa? Rispondetemi cazzo!” ci fu nuovamente silenzio, poi Brian prese coraggio e disse “Sono quelle cose che ci hanno attaccato in quel capannone, non ho idea di quante ce ne siano”. Brian si affacciò alla finestra e cercò di vedere se quella creatura fosse ancora lì ma non si vedeva, era scomparsa. Chester si guardò intorno e disse “Ehi manca uno di noi” e Larson “un agente è uscito fuori”, Brian aprì la porta e si affacciò ma non udì nulla, si sentì chiudersi uno sportello di una macchina e poi delle urla provenire dalla stessa direzione, infine silenzio. Brian rientrò e chiuse la porta, aveva lo sguardo triste e preoccupato ma poi con vigore disse “Aiutatemi a chiudere quella finestra o ce li ritroveremo dentro”.
      Erano rimasti in otto e a quanto pare le pistole facevano ben poco a quei mostri lì fuori, quella maledetta nebbia li proteggeva ed in più quegli sguardi, quegli occhi rosso fuoco facevano accapponare la pelle. Nessuno era al sicuro ma già il fatto di impegnarsi a trovare qualche sorta di materiale per quella finestra rotta, metteva ognuno di loro in condizione di non pensare alla peggio. Fu proprio Brian a dare l’esempio e tutti lo seguirono. Setacciarono ogni angolo in penombra di quel angusto locale e fu Chester a trovare due pannelli di legno e a metterli in corrispondenza delle due ante.
       Il problema era stato risolto in parte, ora cosa si poteva fare? Aspettare! Ma chi o cosa? Questa era la domanda che si stava ponendo Brian e anche tutti gli altri. Da dove venivano questi mostri? Brian chiamò Chester e gli disse “Senti, io devo uscire da qui, devo andare da Micheal” ma l’anziano amico gli mise le braccia sulle spalle e lo scrollò dicendogli “L’unica cosa che puoi fare è attendere qui con noi, non puoi uscire là fuori e lo devi fare per tuo fratello. Lui è al sicuro in casa e tu non lo saresti se ora esci”. L’unico punto per vedere l’esterno ora era una sola finestra ed era anche un punto debole quindi spesso ad ognuno di loro veniva spontaneo dare un’occhiata verso l’esterno ma nulla era cambiato, erano tutti chiusi dentro quella maledetta casetta e sempre circondati da quella strana nebbia ormai da tempo.
       Due poliziotti chiamarono il commissario e uno gli fece “Abbiamo deciso di uscire a dare un’occhiata e chiamare rinforzi via radio”, il commissario li guardò e con aria perplessa chiese loro “Siete sicuri di quello che dite? Non posso ordinare né di restare qui né di uscire, stiamo rischiando la vita e non so ancora per cosa e cosa ci sia la fuori ma se ve la sentite…….” I due annuirono e si diressero verso la porta. Brian mise la mano sulla maniglia e nell’altra stringeva la pistola, i due coraggiosi impugnarono le pistole e si misero di fronte all’ingresso pronti ad uscire. Tutti e tre avevano paura di affacciarsi e si vedeva da come indugiavano, stavano tutti in silenzio cercando di captare un qualsiasi rumore ma là fuori regnava solo silenzio, poi Brian aprì piano la porta e tutti intravidero quel colore che ormai li circondava da parecchio tempo e poi i due si mossero cercando di fare meno rumore possibile. Una volta usciti Brian li seguì con lo sguardo e l’arma puntata verso terra finché non li perse nella nebbia, poi la richiuse.
       Bob e John corsero verso le auto parcheggiate vicino all’entrata, correvano veloci e con tutte due le mani stringevano le pistole d’ordinanza, avevano il fiatone un po’ per la corsa e anche per la paura. Cercavano di sentire qualsiasi rumore e stavano vicini per non perdersi, poi cominciarono ad intravedere le sagome delle auto e non rallentarono la corsa quindi quasi ci si schiantarono contro, John aprì lo sportello dell’auto e Bob ci si tuffò dentro e freneticamente prese in mano il microfono della radio e schiacciò il bottone per parlare. “Centrale, centrale qui auto 31 mi sentite passo…..”, la radio gracchiò ed i due rimasero in attesa di una risposta che non tardò ad arrivare “Avanti auto 31, qui centrale vi sentiamo ma che fine avete fatto tutti quanti?”. Bob fece un sospiro rumoroso scaricando l’ansia accumulata, poi riprese fiato e premette nuovamente il pulsante attendendo pochi secondi “Ci troviamo al deposito di carburanti con il commissario e abbiamo parecchie difficoltà, abbiamo bisogno di rinforzi, molte unità temo”. La voce dall’altra parte gli chiese “Della scomparsa dei sei agenti di questo pomeriggio ne sapete qualcosa?” “Negativo, mandateci almeno una decina di pattuglie, è urgente!”. La voce di Bob si fece più forte, non aveva il coraggio di dire per radio quello che stava accadendo quindi ad ogni domanda tentò di essere più vago possibile, mentre John cominciava ad innervosirsi ed iniziò a guardare in tutte le direzioni. I due si sentivano molto vulnerabili e avevano una paura fottuta. Sedevano entrambi sui posti davanti e l’auto era chiusa, tuttavia non erano tranquilli perché non vedevano nulla solo il grigio che li inghiottiva.
Saryo alle 15:26 in: racconti, un uomo qualsiasi
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