Mentre avanzavano lasciavano le loro impronte sul pavimento per quanta ce ne era, e Brian disse “Ma qui sono anni che nessuno ci mette piede”. La porta cigolò e si chiuse sbattendo. I tre si immobilizzarono dallo spavento e poi preso coraggio Paul disse: “Sarà stato il vento dopo tutto c’è una finestra aperta di sopra ed una rotta”, Brian disse loro “Guardate che fino a ieri le finestre erano sempre state chiuse”. Fred gli ribatté “Saranno venuti a far cambiare aria a questo posto”, Paul invece guardando in terra “Non vedo altre impronte oltre le nostre !”, ad un tratto udirono dei rumori come se qualcuno stesse grattando qualcosa, e Paul già quasi in preda al panico “Forse sono dei tarli nel legno, i pannelli sono vecchi”. Brian deglutì talmente forte che anche gli altri lo sentirono, andò verso sinistra nella parte vuota del palazzo. In maniera circospetta si diresse verso l’angolo inferiore, la sua andatura era lenta e cauta per via dell’oscurità che lo circondava. Cercava di scorgere qualsiasi cosa, ad un tratto gridò agli altri due “Cristo! Presto, venite a vedere”. I due agenti non ci pensarono due volte e si misero a correre in direzione della voce di Brian. Non lo ammettevano, ma avevano una tale paura di questo posto così sinistro e cupo. Arrivarono da Brian e con sorpresa gli chiesero “Che cavolo è questa roba?”, Brian con voce roca e perplessa “Sembra una specie di totem ”. Paul tirò fuori un accendino (quale accanito fumatore che era) e lo accese vicino a quella specie di scultura. Era alta quasi due metri e mezzo , per poco toccava il soffitto, e sembrava fatta di materiale simile al bronzo, molto pesante e fatta da due travi verticali ed un architrave orizzontale, come quei monumenti megalitici costruiti durante l’età della pietra (monumento di Stonehenge). Le due travi verticali erano ornate con tante piccole facce, tutte diverse fra loro, come dei ritratti tridimensionali. Paul ne toccò una con un dito, seguendo i lineamenti del viso ed esclamando” Che brutto!”. I tre fecero un salto indietro urlando dal terrore. Gli occhi di quella faccia emisero una luce rossa come un laser, sprigionando per la maggior parte dell’edificio un colore quasi infernale. Per la sorpresa e lo sbigottimento Brian e Fred fecero una corsa sfrenata verso la porta d’uscita. Girarono la maniglia della porta ma questa non si aprì, era bloccata. Urlavano come due ossessi dandoci calci, pugni ma senza successo, udirono un urlo provenire dalla parte da dove erano scappati. I due si cercarono e con voce esile dissero in coro ”Dov’è Paul?”, come per risposta “Aiuto! Aiutatemi vi prego! Nooo…. Pietà!”. Si udirono degli spari, poi la porta si spalancò e dovettero chiudere gli occhi per quanta luce solare provenisse da fuori, si misero la mano sugli occhi per ripararsi, poi intravidero delle ombre davanti a loro e si sentirono toccare. Come due fratelli siamesi iniziarono a correre fuori, spalla a spalla, come se qualcuno li avesse cuciti assieme, spinsero via qualunque cosa gli sbarrasse la strada urlando e dicendo parole incomprensibili. In quel momento il loro intelletto li aveva abbandonati, lasciando liberi l’istinto e la paura. Una volta che capirono di non essere più in pericolo, si girarono e videro i quattro colleghi di Fred in terra con lo sguardo sbalordito. Jason si alzò da terra e disse loro “Ma che cavolo succede? Siete impazziti? Abbiamo sentito le urla e gli spari e siamo corsi qui”. Brian disse “Ho idea che le pistole serviranno a ben poco.” Jason con aria di sfida “Perché pulcino ti tremano troppo le mani per sparare? E poi dov’è Paul?” Fred gli rispose ancora tremante “Non lo so, è rimasto dentro e qualcosa lo ha preso”. Dick disse “Ma diamo i numeri? Abbiamo perlustrato tutto il perimetro e non c’è assolutamente niente” e allora Fred iniziò ad alzare la voce “Ma lo vuoi capire che dentro c’è una specie di Totem, Paul lo ha toccato e quello ha aperto gli occhi e noi siamo scappati, poi quelli se lo sono preso” iniziò a piangere istericamente. David lo guardò stupito e chiese “Totem? Aperto gli occhi? Che cosa se lo è portato via?”, Brian si intromise “E’ meglio lasciar perdere ed andarcene via, prima che sia troppo tardi” allora Jason urlò con voce stupita ed incazzata “Ma cosa dite? Noi entreremo lì dentro e cercheremo Paul! Chiaro?” e Brian con lo stesso tono “No! Se ci tieni vacci da solo, io ci tengo alla vita”. I quattro varcarono la soglia con leggera incertezza e scomparirono nell'oscurità.
Brian guardò l’orologio e vide che erano appena le 15:00, a lui sembrò che fosse passato un secolo intero e cominciò a dirsi “ magari è un sogno, sto leggendo un libro ed è solo una storia inventata da qualche scrittore” e poi si diede un pizzico, sperando di svegliarsi sotto le coperte in casa sua, ma non accadde nulla.
I due battenti della porta iniziarono a muoversi provocando un sinistro cigolio e poi, con un forte rumore, si chiusero. Fred e Brian corsero alla porta e tentarono in vano di riaprirla, sembrava che dall’altra parte ci fossero centinaia di persone a fermarla. Fred disse a Brian con voce frignante “Ma che cosa c’è lì dentro?”. Cominciava ad avere crisi di pianto alternate a risatine isteriche, mentre Brian strattonava la porta cercando di aprirla, gli rispose “Non ne ho la più pallida idea ma ho una paura fottuta”.
Jason e gli altri tre avanzavano nella semioscurità a poca distanza l’uno dall’altro, forse per farsi coraggio. David aveva con se una torcia e quando sentì che la porta si era chiusa, esclamò “Ma guarda quei due! Vogliono metterci paura” poi puntò nuovamente il fascio di luce in avanti. All’interno dell’edificio c’era una strana atmosfera e la si poteva respirare, era pesante. Superato il labirinto di cubi andarono a sinistra, verso quella strana scultura che venne illuminata dalla torcia. La guardarono attentamente chiedendosi cosa fosse e che cosa ci facesse in un posto simile. Jason percepì qualcosa, prese con prepotenza la torcia ed illuminò verso destra in terra e vide una pozza rossa quasi asciutta per quanta polvere ci fosse. Si chinò su di essa per esaminarla meglio e poi esclamò “Ehi, questo è sangue! Forse è di Paul” e Dick “Potrebbe essere di chi lo ha aggredito”. David si avvicinò a quello strano “Totem” e con fare diffidente, accarezzò una delle facce che usciva da quella specie di orribile scultura. Ne toccò una in particolare con un naso prominente, occhi sporgenti, gote magre e con la bocca aperta e dei denti affilati. Sentì al tatto le labbra che erano state scolpite grandi e poi gli parve che qualcosa si fosse mosso. Il silenzio fu interrotto da un urlo agghiacciante che rimbombò in tutto l’edificio, gli occhi sporgenti di quel viso si fecero rossi come il fuoco e David urlò “Aiutatemi! Mi sta staccando il dito”. I tre si fecero avanti ed impallidirono di fronte a quello spettacolo. La testa che usciva da quel “Totem” si muoveva ed aveva in bocca il dito di David, il sangue cadeva in terra espandendosi sempre di più ed il colore di quegli occhi si faceva sempre più acceso, mentre quella bocca si chiudeva lacerandolo ancora di più. Jason e gli altri due erano impotenti di fronte a quello che stava accadendo davanti ai loro increduli occhi. David ormai non aveva più la forza di urlare, cadde in ginocchio senza reagire e vomitò in terra e perse i sensi. Gli altri tre in preda al panico si girarono in tutte le direzioni cercando una via di uscita. D’un tratto l’oscurità, che prima aveva la meglio su tutto, dovette lasciar spazio ad un bagliore rosso, prima leggero poi sempre più forte. Iniziarono ad udire lamenti prima deboli che andavano crescendo, e si accorsero che tutte quelle teste stavano prendendo vita. Jason indietreggiò e cadde a terra, poi si rialzò senza riuscire a togliere lo sguardo da quella visione quasi apocalittica. Riuscirono ad arrivare alla porta solo Dick e Jason, mentre James urlava come un pazzo, poi nulla più. Tentarono di aprire la porta ma era bloccata, Dick fu attratto da un rumore come di passi e pensò fossero i colleghi, ma poi entrambi furono circondati da decine di luci rosse, nate o partorite dall’oscurità.
Brian e Fred udirono quelle urla dannatamente colme di paura e di disperazione, tentarono nuovamente di forzare la porta ma senza risultato, poi si accorsero che dall’interno non vi fu più movimento, al contrario un silenzio di tomba.
Ora si poteva “Sentire” che quell’edificio nascondeva un qualche segreto che difficilmente un essere umano ci avrebbe potuto mettere le mani sopra e sia all’interno che all’esterno era circondato da un alone di mistero.
I due non riuscivano ancora a comprendere quello che accadde poco prima, e più ci pensavano più gli sembrava di uscirne pazzi. Fred aveva due occhi fuori dalle orbite, uno sguardo assente. I due erano indecisi sul da farsi e ad un certo punto Brian gli disse “Che facciamo? Proviamo ad entrare lo stesso?” l’altro non ribatté nulla. Brian lo prese per il colletto della divisa scrollandolo da quel sonno ipnotico che sembrava lo avvolgesse, e gli urlò “Se non ci muoviamo ora, quelli saranno spacciati, se già non lo sono!”
La porta era lì, immobile, ferma come fosse un muro di cemento. Non era molto robusta ma non cedeva.
Ad un tratto, si aprì con quei cigolii sinistri, come fosse una bocca. I due timidamente si affacciarono, erano titubanti. Nella loro mente si fece strada un interrogativo e quasi contemporaneamente dissero, “E se entriamo e la porta si richiude?” Fred tirò fuori la pistola dalla fondina, caricò il colpo in canna e guardò Brian.
Aveva uno sguardo cattivo, gli si leggeva in faccia la rabbia e la paura che aveva, ma quella che prevalse fu la rabbia. Corse dentro senza tentennamenti chiamando a gran voce i nomi dei colleghi. All’interno si udiva la sua voce e null’altro.
La porta si richiuse violentemente colpendo in pieno Brian, che cadde a terra privo di sensi. Si sentì muovere prima piano, poi sempre più forte ed aprì gli occhi e vide la faccia di Chester, lo strattonava, chiedendogli con tono preoccupato “Brian che ci fai qui? E le macchine della polizia?” Brian si alzò ancora barcollante, si toccò la fronte dolorante, poi cominciò a spiegargli tutto. Chester gli chiese “Che fine hanno fatto gli agenti?” e Brian con voce quasi da crisi isterica “Non lo so, credo che siano tutti morti!” e l’altro “Morti? Ma che diavolo c’è lì dentro?” Brian lo guardò bene in viso, sembrava ancora più vecchio del giorno prima, le rughe gli mostravano quanta paura ed incertezza avesse. La porta era chiusa ed i due decisero di tornare nell’area in cui prestavano servizio.
Tirando le somme Brian gli spiegò di Mel, di quello che aveva trovato nella sua macchina, delle finestre, dei bossoli e di ciò che aveva vissuto dentro a quell’edificio.
I sei agenti erano morti, lui ne era convinto, come lo era di quello strano “Totem”, non ne aveva mai visto uno così. Con tutte quelle facce che sembravano avere una dimensione, fredde al tatto ma vive allo stesso tempo e come se ti guardassero, la luce proveniente da una di esse e precisamente dai suoi occhi, si accendeva come una lampadina.
Chester non riusciva a crederci ma le macchine della polizia e la scomparsa di Mel ed infine il ritrovamento di Brian svenuto davanti a quella porta, qualcosa doveva essere accaduto, non si poteva essere inventato tutto.
I due non sapevano cosa fare, cosa dire alla polizia e della scomparsa di quei poveri ragazzi. Brian chiese a Chester “Domani è 11?” Chester annuendo “Ma cosa c’entra questo ora?” Brian con aria pensosa “Domani avverrà l’eclissi, giusto?” “Si, e allora? Cosa?” “Conviene avvisare la polizia dell’accaduto”, “Cosa dici? Non ti crederanno mai! Persino io stento a crederci”, “Allora lo vedranno coi loro occhi, già, questa notte!” con espressione incredula Chester “Cosa vuoi fare?”, “Io niente, saranno loro a muoversi, vedrai” “Loro?” Chester non ebbe risposta. Nel frattempo cominciava a farsi più scuro, si stava avvicinando la sera.
La radio delle pattuglie gracchiavano e si udivano le chiamate ma naturalmente non c’erano risposte. Allora Brian chiamò la centrale con il telefono spiegando di mandare parecchie pattuglie per la scomparsa dei sei agenti avvenuta la mattina stessa.
Erano già le sette passate, delle nuvole minacciose cominciavano ad avvicinarsi velocemente, per strada non passava nessuno. Brian telefonò a casa di Jennifer chiedendo a Micheal di tornare a casa presto e di non riuscire, aveva paura, tanta paura. Mentre attaccava la cornetta del telefono Chester chiese “Se vuoi andare a casa vai, aspetto io la polizia”, “No! Lo vuoi capire che stanotte te la potresti vedere brutta?”.
La discussione fu interrotta da una serie di tuoni e saette impressionanti. Il cielo era nero ormai il sole stava lasciando spazio alla giovane notte. Intorno a quell’edificio cominciava ad alzarsi una foschia strana, quasi fosforescente. Le prime gocce d’acqua cominciarono a cadere bagnando i vetri del posto di guardia dove erano chiusi.
Chester disse con voce e con espressione quasi da automa “Che tempo strano”. Guardavano verso l’edificio, che non era molto distante, mentre quella foschia piano piano si faceva più densa e l’illuminazione scarsa della strada si rifletteva su quel muro di nebbia, che aumentava sempre più di volume. Erano attratti da quel fenomeno, quasi fosse ipnotico e i loro sguardi si perdevano nell’aria, dolce e silenziosa, quasi confortevole. Ma chissà cosa nascondeva. Non battevano ciglio, immobili come oggetti. Si destarono all’improvviso per un tuono, talmente forte che fece vibrare i vetri. Rimasero storditi, come uno che si è appena svegliato dopo un lungo sonno. Brian con voce tremolante disse a Chester “Sento che arriveranno presto”, “Chi, i poliziotti?” “No, Loro”.
Videro delle luci avvicinarsi al cancello, mentre la nebbia cominciava piano ad inghiottire ogni cosa trovasse sulla sua strada. Ci furono dei colpi di clacson e Brian capì pur non vedendo che si doveva trattare della polizia, uscirono dalla garitta per andare ad aprire il cancello, si sentì una voce “Sono il commissario Larson, chi è Brian?”. Aprì il cancello, pioveva appena, entrarono cinque pattuglie e richiuse. Scesero dalle macchine e qualcuno disse “Non ho mai visto pioggia e nebbia insieme”. Brian consigliò alle forze dell’ordine di ripararsi dentro un locale antincendio posto quasi ad un cinquantina di metri dal posto di guardia, seguirono lui e Chester e ci si chiusero dentro.
Non era molto confortevole ma c’era una stufa al centro della stanza e qualche sedia vecchia, due finestre ai due lati ed un odore di muffa spaventoso.
Ci furono le presentazioni di rito e poi il commissario chiese a Brian di raccontargli tutto quello che sapeva della scomparsa degli agenti. Brian prese coraggio e gli raccontò l’accaduto. Ci fu una risata generale e poi il commissario, accendendosi una sigaretta, lo guardò negli occhi chiedendogli “Ragazzo, non è che ti sei inventato tutto?”
Larson era un uomo sui quarantacinque anni, di media statura, capelli grigi corti, vestito con abiti civili, giacca grigia, impermeabile della polizia aperto e mocassini marroni. Gli altri otto agenti in divisa, erano tutti giovani e probabilmente poco esperti con le armi.
Uno disse al commissario “Che facciamo?” e Larson “Aspettiamo che il tempo migliori, poi daremo un’occhiata a quel magazzino”. Brian lo ammonì “Commissario glielo sconsiglio vivamente” e lui “Ancora con questa storia? Come pensa che io ci possa credere?”. Brian allora si mise in disparte, vicino alla finestra guardando la nebbia che piano piano si muoveva, come un ballo gioioso di bambini che tenendosi per mano fanno il girotondo.
La finestra all’esterno era un po’ umida a causa di quella foschia così grigia scura, ma per quelle poche luci che c’erano sulla strada dava un senso di chiarore. La stanza in cui si trovavano era illuminata da una lampadina attaccata al soffitto, cominciava ad entrare umidità e faceva più freddo rispetto alle altre notti d’Agosto.
Ormai erano le 21:00 passate e questa nebbia non accennava a diminuire. Un poliziotto si affacciò alla finestra esclamando con sorpresa “Guardate che strana questa nebbia, sembra che ora pulsi”. Si affacciarono tutti e ci fu una voce generale di consensi, fissavano all’interno di essa per scorgere almeno le autovetture, ma nulla di fatto, c’era solo quel colore monotono e spaventoso. Un agente aggiunse “Una foschia così non l’avevo mai vista!”. Sembrava tutto fermo, immobile, come se quel grigiore avesse cancellato tutto il resto del mondo, Brian guardò un punto fisso e si accorse palesemente che all’interno apparivano e scomparivano, ritmicamente dei deboli bagliori di luce, come se fosse la freccia di una macchina. Sembrava che vivesse e respirasse. Poi gli sembrò di scorgere in quel grigiore continuo, una luce rossa, anzi due. Gli venne un brivido per la schiena, guardò meglio, più attentamente e le rivide, erano deboli e ferme, sentitosi osservato indietreggiò barcollante e andò a scontrarsi con un agente che gli disse “Ma che fai! Stai attento!”. Brian farfugliò qualcosa a bassa voce. Quella scena attirò l’attenzione di tutti gli altri che si avvicinarono, lui tremando e balbettando disse “Sono qui. Loro sono qui!”. Chester gli domandò con voce calma e rassicurante “Chi è qui?” e Brian guardando verso quella finestra cominciò ad urlare pieno di sgomento “Eccoli guardate”. Si girarono tutti e da un’espressione di tranquillità generale mutò tutto in confusione. Erano in undici ma sembravano molti di più a causa del panico che subentrò così all’improvviso. Brian sarebbe voluto scappare via, ma le gambe non glielo permisero, era come se qualcuno gliele avesse incollate al pavimento, poi Larson tuonò “Fermi!”, guardò alla finestra e fissò quei due punti rossi che rispetto a prima sembravano più vicine, erano meno fiochi e più accesi. Cominciarono a ragionare e a chiedersi cosa fossero e da dove venissero, erano tutti con le orecchie tese per captare un qualsiasi rumore, un passo o chissà……..
Passarono del tempo a decidere su chi facesse il primo turno di guardia, aspettando che le condizioni migliorassero, due persone alle finestre, e gli altri si potevano riposare, chi sulle sedie e chi in terra. Nessuno aveva il coraggio di uscire da quel piccolo locale, fuori nulla era cambiato tranne l’ora e la guardia. Era mezzanotte passata quando gli agenti del secondo turno si accorsero che il colore del banco di nebbia cominciava a mutare da grigio scuro in verde, una fusione di colori. Per la sorpresa lo fecero notare anche agli altri, per tutti fu una cosa senza precedenti. D’un tratto Brian disse a Chester “Oddio! Attila e Sansone?” ed il commissario gli chiese “Ora chi sono questi due?”, gli rispose Chester “Sono due cani che stanno con noi, sono addestrati alla guardia e chissà che fine avranno fatto.”
Il poliziotto alla finestra ritornò a guardare nella nebbia e vide che quelle due luci erano sparite, volatilizzate oppure spente? Pensò che magari erano solo due luci di posizione di una macchina, ma come facevano a spegnersi ed accendersi da sole? Rabbrividì e poi girandosi piano disse “Ehi! Sapete quelle due luci là nella nebbia?” annuirono tutti con il fiato sospeso, “Non ci sono più, sono sparite”. Si tuffarono tutti verso la finestra per vedere con i loro occhi e rimasero tutti perplessi. Comunque decisero lo stesso che alle due finestre ci sarebbero rimasti di guardia due persone.
Tutto era tranquillo e silenzioso, gli altri dormivano seduti in terra appoggiati alle pareti, Chester dormiva su una sedia con i gomiti appoggiati alle ginocchia. Non era una posizione comoda, nessuno stava comodo ma lo stress accumulato in quelle ore permetteva di riposare. La lampadina emetteva una luce, come quelle che emettono due candele, lasciando in penombra i quattro angoli della stanza. Brian dormiva in uno di quegli angoli, era seduto in terra con le gambe al petto e le bracciaintorno alle ginocchia e la testa china alle braccia. Quel silenzio che regnava là fuori conciliava il sonno, ma più che altro erano la stanchezza e la paura.
I turni di guardia si successero in tranquillità fino ad arrivare a Brian e Chester. Alle 3:00 in punto infatti arrivò un poliziotto da Brian e lo scrollò delicatamente chiamandolo per nome. Si svegliò tirandosi su a fatica sentendo scrocchiare ogni singola vertebra, quindi si diresse barcollando leggermente verso una delle due finestre, ancora in preda al sonno. Appoggiò le mani sul marmo che dava verso l’interno e con lo sguardo ancora assonnato guardò perdendosi nella nebbia. All’altra finestra c’era Chester che invece era già desto.
Brian si mise di fronte alla finestra ed il suo sguardo si perse nella nebbia, Chester prese delicatamente una sedia e la mise di fronte all’altra finestra e si sedette, si sentiva stanco e preoccupato. Si guardò intorno e vide il commissario Larson seduto con la schiena appoggiata al muro, doveva avere un sonno pesante ed era immobile. Poi il suo sguardo si mosse nelle altre direzioni e via via guardò gli altri. Erano tutti immobili e dormivano profondamente, e questo gli tirò un pò su il morale. Avrebbe voluto conversare con Brian ma ciò avrebbe potuto dar fastidio agli altri e così si mise l’anima in pace e mosse lo sguardo fuori.
Tutto taceva ma Brian iniziò a muovere la testa verso destra e poi a sinistra, come per cercare di vedere qualcosa, poi si girò verso Chester e bisbigliando disse “Sento dei rumori sotto la mia finestra ma non vedo niente!” Chester si alzò dalla sedia e si diresse verso Brian. Rimasero entrambi in ascolto, poi udirono dei piccoli battiti veloci, come fossero passi. Brian si alzò sulle punte dei piedi cercando di scorgere sotto il parapetto della sua finestra ma non poté vedere nulla, la nebbia era troppo fitta. Il rumore era cessato ma Brian continuò a guardare in basso e cadde in dietro con un tonfo. Il rumore destò tutti, Chester prese Brian e lo aiutò ad alzarsi ma lui si divincolò e tirò fuori la pistola. Tutti si allarmarono, poi Brian urlò “Guardate fuori cazzo!!! ” e tutti obbedirono a quel comando e subito dopo ci fu un urlo generale, qualcuno cadde in terra, un agente aprì la porta ed uscì fuori senza indugi ma gli altri la richiusero subito. Brian prese bene la mira puntando la sua pistola verso la finestra ed inquadrò nel mirino “quella cosa”.
Era alta una cinquantina di centimetri e di colore scuro, occhi rossi lucenti e denti aguzzi ed emetteva un lamento infernale, si muoveva velocemente e stava lì sul marmo della finestra e con quelle mani piccole cercava di entrare dentro.
Un fragore ruppe la finestra e quella creatura cadde giù e dalla canna della pistola di Brian uscì del fumo. Ci fu nuovamente silenzio, poi il primo a parlare con voce tremolante fu il commissario Larson “Cosa diavolo era quella cosa? Rispondetemi cazzo!” ci fu nuovamente silenzio, poi Brian prese coraggio e disse “Sono quelle cose che ci hanno attaccato in quel capannone, non ho idea di quante ce ne siano”. Brian si affacciò alla finestra e cercò di vedere se quella creatura fosse ancora lì ma non si vedeva, era scomparsa. Chester si guardò intorno e disse “Ehi manca uno di noi” e Larson “un agente è uscito fuori”, Brian aprì la porta e si affacciò ma non udì nulla, si sentì chiudersi uno sportello di una macchina e poi delle urla provenire dalla stessa direzione, infine silenzio. Brian rientrò e chiuse la porta, aveva lo sguardo triste e preoccupato ma poi con vigore disse “Aiutatemi a chiudere quella finestra o ce li ritroveremo dentro”.
Erano rimasti in otto e a quanto pare le pistole facevano ben poco a quei mostri lì fuori, quella maledetta nebbia li proteggeva ed in più quegli sguardi, quegli occhi rosso fuoco facevano accapponare la pelle. Nessuno era al sicuro ma già il fatto di impegnarsi a trovare qualche sorta di materiale per quella finestra rotta, metteva ognuno di loro in condizione di non pensare alla peggio. Fu proprio Brian a dare l’esempio e tutti lo seguirono. Setacciarono ogni angolo in penombra di quel angusto locale e fu Chester a trovare due pannelli di legno e a metterli in corrispondenza delle due ante.
Il problema era stato risolto in parte, ora cosa si poteva fare? Aspettare! Ma chi o cosa? Questa era la domanda che si stava ponendo Brian e anche tutti gli altri. Da dove venivano questi mostri? Brian chiamò Chester e gli disse “Senti, io devo uscire da qui, devo andare da Micheal” ma l’anziano amico gli mise le braccia sulle spalle e lo scrollò dicendogli “L’unica cosa che puoi fare è attendere qui con noi, non puoi uscire là fuori e lo devi fare per tuo fratello. Lui è al sicuro in casa e tu non lo saresti se ora esci”. L’unico punto per vedere l’esterno ora era una sola finestra ed era anche un punto debole quindi spesso ad ognuno di loro veniva spontaneo dare un’occhiata verso l’esterno ma nulla era cambiato, erano tutti chiusi dentro quella maledetta casetta e sempre circondati da quella strana nebbia ormai da tempo.
Due poliziotti chiamarono il commissario e uno gli fece “Abbiamo deciso di uscire a dare un’occhiata e chiamare rinforzi via radio”, il commissario li guardò e con aria perplessa chiese loro “Siete sicuri di quello che dite? Non posso ordinare né di restare qui né di uscire, stiamo rischiando la vita e non so ancora per cosa e cosa ci sia la fuori ma se ve la sentite…….” I due annuirono e si diressero verso la porta. Brian mise la mano sulla maniglia e nell’altra stringeva la pistola, i due coraggiosi impugnarono le pistole e si misero di fronte all’ingresso pronti ad uscire. Tutti e tre avevano paura di affacciarsi e si vedeva da come indugiavano, stavano tutti in silenzio cercando di captare un qualsiasi rumore ma là fuori regnava solo silenzio, poi Brian aprì piano la porta e tutti intravidero quel colore che ormai li circondava da parecchio tempo e poi i due si mossero cercando di fare meno rumore possibile. Una volta usciti Brian li seguì con lo sguardo e l’arma puntata verso terra finché non li perse nella nebbia, poi la richiuse.
Bob e John corsero verso le auto parcheggiate vicino all’entrata, correvano veloci e con tutte due le mani stringevano le pistole d’ordinanza, avevano il fiatone un po’ per la corsa e anche per la paura. Cercavano di sentire qualsiasi rumore e stavano vicini per non perdersi, poi cominciarono ad intravedere le sagome delle auto e non rallentarono la corsa quindi quasi ci si schiantarono contro, John aprì lo sportello dell’auto e Bob ci si tuffò dentro e freneticamente prese in mano il microfono della radio e schiacciò il bottone per parlare. “Centrale, centrale qui auto 31 mi sentite passo…..”, la radio gracchiò ed i due rimasero in attesa di una risposta che non tardò ad arrivare “Avanti auto 31, qui centrale vi sentiamo ma che fine avete fatto tutti quanti?”. Bob fece un sospiro rumoroso scaricando l’ansia accumulata, poi riprese fiato e premette nuovamente il pulsante attendendo pochi secondi “Ci troviamo al deposito di carburanti con il commissario e abbiamo parecchie difficoltà, abbiamo bisogno di rinforzi, molte unità temo”. La voce dall’altra parte gli chiese “Della scomparsa dei sei agenti di questo pomeriggio ne sapete qualcosa?” “Negativo, mandateci almeno una decina di pattuglie, è urgente!”. La voce di Bob si fece più forte, non aveva il coraggio di dire per radio quello che stava accadendo quindi ad ogni domanda tentò di essere più vago possibile, mentre John cominciava ad innervosirsi ed iniziò a guardare in tutte le direzioni. I due si sentivano molto vulnerabili e avevano una paura fottuta. Sedevano entrambi sui posti davanti e l’auto era chiusa, tuttavia non erano tranquilli perché non vedevano nulla solo il grigio che li inghiottiva.