Jack, mentre stava aspettando l’autobus alla fermata, cominciò a guardarsi in torno e sudava sia per il caldo che per l’agitazione che aveva in corpo, si tolse un fazzoletto dalla tasca della giacca e ci si asciugò la fronte bagnata poi si tolse il cappello e si aggiustò i capelli. Era in attesa di quel maledetto autobus che sembrava non arrivasse mai, lo aspettava oramai da diverse decine di minuti. Cominciò a temere di fare tardi all’appuntamento, forse il più importante della sua vita, e non poteva mancare o se ne sarebbe pentito.
Portava un completo grigio topo, una camicia rosa pallido ed una cravatta e teneva con la mano destra una valigetta. Insomma era un perfetto figurino e lui ne era convinto.
Erano quasi le undici di mattina e si doveva recare dall’altra parte della città in poco più di un’ora, difficilmente sarebbe arrivato in tempo. Cominciò a guardarsi in torno sperando di vedere un taxi libero ma non se ne vedeva. Il sole era alto e facevano venti gradi all’ombra ed era proprio una bella giornata primaverile.
Decise di incamminarsi a piedi anche se la strada era molto lunga. Avrebbe dovuto percorrere decine di chilometri in quasi un’ora, una prova molto ardua e lui lo sapeva. Portava ai piedi dei mocassini un po’ scomodi e non adatti per lunghe passeggiate, figuriamoci per tutta quella strada che avrebbe dovuto percorrere, così si mise l’anima in pace ed iniziò a correre lungo il marciapiede. Teneva il cappello con la mano sinistra e con la destra stringeva forte la ventiquattr’ore e saltellava qua’ e la’ schivando le persone che incontrava per la strada, come un ladro inseguito dalla polizia. Aveva appena percorso qualche centinaio di metri e già non ne poteva più, era esausto e zuppo di sudore e si sentiva solcare la fronte ed il collo da quelle fastidiosissime gocce. Sentiva il cuore battere all’impazzata e se lo sentiva in gola, quindi rallentò il passo, anzi si fermò e tolse nuovamente il fazzoletto dalla tasca e si asciugò la fronte appoggiandosi ad un semaforo. Il respiro non accennava a rallentare quindi si accasciò in terra con la mano destra sulla valigetta, sentì scivolare diverse gocce di sudore sulle guance e le vide cadere in terra poi si sentì una mano sulla spalla e udì una voce “ Signore sta bene? ”. Jack si rialzò lentamente e girandosi vide una figura femminile, si passò un braccio sulla fronte e la vide in tutti i suoi contorni e colori. Era bellissima, era una donna sulla trentina con capelli biondi e grossi occhi azzurri, alta e bellissimi lineamenti ed indossava una camicetta bianca di seta e una minigonna mozzafiato. Sembrava una visione e Jack rimase sconcertato da tanta bellezza e non rispose, si limitò ad osservarla. Si destò non appena udì nuovamente quella voce, quel canto che gli richiese “Allora, sta bene? ”. Si schiarì la voce e le confermò “Si grazie signorina sto bene”. “Le chiamo un dottore? Vedo che respira a fatica”, ma senza indugio le rispose “No grazie ora mi sento meglio, devo aver corso troppo”. I due si guardarono negli occhi come se già si conoscessero e poi Jack iniziò a presentarsi “Mi chiamo Jack Poison, piacere”, la ragazza arrossendo “Io sono Elise Mongomeri, molto piacere” e si strinsero la mano.
Si accorse di essere in ginocchio davanti ad una ragazza, la più bella che avesse mai visto e si alzò lentamente con un po’ d’imbarazzo. La guardò negli occhi e le disse
“Ho proprio bisogno di un bicchiere d’acqua”, Elise gli disse “Andiamo in quel bar” e glielo indicò. Entrarono ed andarono al banco ed ordinarono due limonate fresche e si sedettero ad un tavolo. Erano entrambi un po’ imbarazzati, non si conoscevano neanche, sapevano appena i loro nomi e non avevano argomenti. Fu Jack il primo a rompere il ghiaccio con una frase molto banale “Fa molto caldo oggi, vero?” Elise arrossì, era una persona timida e le guance le si accesero di un rosso fuoco, poi prese coraggio e gli chiese “Ma dove correva così di fretta?”. Jack guardò l’orologio e sgranò gli occhi ed esclamò “Oh cacchio! È tardi”. Lei lo guardò e gli chiese “Tardi per cosa?” e Jack “Ho un appuntamento vitale per me e temo che arriverò molto in ritardo, devo raggiungere l’altra parte della città in mezzora e taxi non ne vedo e nemmeno autobus”. Con voce dolce e calda quasi sussurrando Elise disse “Se vuoi ti accompagno io, ho la macchina qua dietro e non ho da fare ora”, udendo queste parole Jack si sentì rinato, ringiovanito e rinvigorito e gli tornò la fiducia. “Non so come sdebitarmi, oggi mi hai salvato due volte Elise ” e lei tornò ad arrossire più di prima. Lasciarono i soldi delle due limonate sul tavolo ed uscirono dal locale a passo spedito, girarono l’angolo del palazzo ed Elise mise la mano nella borsetta per estrarre le chiavi dell’auto, inserì la chiave nella toppa e le chiusure si alzarono. Entrarono nella Nissan Micra verde metallizzato ed uscirono dal parcheggio. L’auto sfrecciava nelle vie della città e durante il viaggio i due rimasero in silenzio come se entrambi fossero intenti alla guida. Jack in ogni caso si sentì orgoglioso di trovarsi in quell’auto con quella ragazza così bella ed affascinante e molto cordiale nei suoi confronti.
Mentre guidava Elise si cominciò a fare molte domande e si sentiva molto confusa, era la prima volta che dava un passaggio ad un perfetto sconosciuto anche se Jack tutto poteva sembrarle tranne che un maniaco o un pervertito, anzi le sembrava un uomo dolce, premuroso ma non ne poteva essere certa. “Senti Jack ma tu non hai una macchina?” gli fece questa domanda con una punta di curiosità e Jack la guardò “Certo che ho una macchina ma purtroppo si è rotta e l’ho portata ad aggiustare, forse ho fuso il motore”. “Non mi hai detto qual’è la via precisa del tuo appuntamento” “Uh che scemo! Mi sono dimenticato” tirò fuori da un taschino della giacca un foglietto e le disse “Via Giulio Cesare 17 e grazie per quello che stai facendo per me, so che è strano, non ci conosciamo nemmeno ma se vuoi possiamo rivederci, scambiare due chiacchiere e prendere due limonate……. ”. Elise si girò verso di lui e sorridendo “E perché no si può fare, non ho nulla in contrario” e gli porse un biglietto da visita “Qui c’è il mio numero del cellulare, chiamami e poi fammi sapere come è andato il tuo appuntamento”. Jack lo prese con sicurezza e si mise a leggerlo.
C’era scritto:
ELISE MONGOMERI
ASSISTENTE SOCIALE
VIA LUDOVICO IL MORO N° 3
Jack lo prese e se lo mise nel taschino, poi si girò verso di lei e le disse “Così fai l’assistente sociale, e immagino che aiuterai molte persone”, lei con aria molto soddisfatta ed orgogliosa gli rispose “Bé veramente faccio quello che posso, non è un lavoro facile e a volte non si riesce a fare quello che si vuole, ci sono molti cavilli burocratici e spesso ci rimettono i miei assistiti. Mi capita di frequente di occuparmi di bambini e sono quelli che poi ci soffrono più di tutti. È un lavoro stressante ma a me piace tantissimo aiutare il prossimo. E tu invece di cosa ti occupi? ”.
La guardò assorto e meravigliato. Quella ragazza gli piaceva da morire, era confuso ormai non pensava più nemmeno all’appuntamento e non sapeva se tutto ciò era un colpo di fulmine oppure una semplice cotta, ‘aiuta pure il prossimo ed è sicuramente altruista’ pensò tra se e se.
“Emh io faccio il rappresentante di armi, lo faccio da circa un anno e molti le comprano, sai viviamo in un mondo di balordi e l’azienda per cui lavoro offre una vasta gamma di articoli per la difesa personale e del proprio patrimonio. Oggi ho un appuntamento con un tizio che dovrebbe acquistarne molte e quindi non posso fare tardi”.
Elise rimase interdetta, non se lo sarebbe mai aspettata. Aveva l’aria di un rappresentante ma non certo di armi, non ne aveva proprio la faccia.
Gli chiese incuriosita “Allora cosa porti in quella valigetta?” Jack se l’aspettò quella domanda prima o poi e senza indugi le rispose “Porto dei depliant e dei campioni di pistole di piccolo calibro, naturalmente sono smontate. Ti turba il lavoro che faccio?” Elise fece no con la testa mentre guidava.
Erano quasi arrivati a destinazione e nell’auto tornò a regnare il silenzio ed entrambi guardavano la strada.
All’improvviso uno squillo di cellulare ruppe il silenzio, Elise accostò l’auto e rispose alla chiamata. Jack riuscì ad udire una voce femminile che stava parlando con la sua nuova amica, ma non poté capire cosa le stesse dicendo, poi Elise iniziò a piangere e Jack non sapendo cosa fare o dire l’abbracciò a se. Passarono pochi minuti, poi prese coraggio e le chiese “Elise mi vuoi dire cosa è accaduto? Non ci capisco niente”. Elise fra un singhiozzo ed un altro gli spiegò che al telefono poco fa era la Tata e che la figlia Jasmin era scomparsa.
Jack la strinse nuovamente a se e poi le disse con voce ferma e convinta “Vedrai che la ritroveremo, te lo giuro! Ora andiamo a casa tua e vedremo il da farsi”. Elise come d’incanto smise di piangere e lentamente si girò verso di lui e con appena un filo di voce “E il tuo appuntamento?” e Jack con tono tranquillo e pacato “Lo rinvierò, possono aspettare, tua figlia no!”. Elise fece inversione e cominciò ad aumentare l’andatura. L’auto verde sfrecciava per le vie della città evitando auto e pedoni, ma Jack non sembrava minimamente impaurito, anzi avrebbe voluto guidare lui stesso, erano entrambi seri e preoccupati per la situazione. Il viaggio non fu lungo ma ai due parve durare un secolo.
Elise non abitava in città ma in un paesino appena fuori, in una graziosa villetta su due piani ed un giardino ben curato in torno. La casa era di colore giallo chiaro e non era circondata da recinti ma da belle siepi verdi e rigogliose che regalavano un aspetto pulito e ben tenuto. Il cancello d’ingresso aveva lo stesso colore delle siepi solo che era in po’ più alto, il prato era molto corto, diciamo all’inglese. La zona in cui viveva la famiglia Mongomeri era tranquilla e silenziosa e le altre case erano state costruite con lo stesso criterio, erano tutte uguali alla loro. Il centro abitato aveva un nome che era tutto un programma: Serenity. Le vie ed i viali erano puliti, gli alberi e le siepi erano potati, foglie in terra non se ne vedevano e né cartacce, le poche macchine che circolavano rispettavano i limiti di velocità. Sembrava di essere in una località perfettamente bella, silenziosa e molto curata.
Jack si pose molte domande, rimase stupefatto ed un posto così bello non lo aveva mai visto. Parcheggiarono l’auto davanti al cancello e scesero, poi Jack chiese ad Elise “Ma da quanto vivete in questo posto?”, Elise ci pensò un po’ “ Da quasi nove anni”, poi aprì la sua borsetta e tirò fuori le chiavi di casa ma non servirono a nulla perché il cancello non era chiuso ma accostato. Lo varcarono in fretta, salirono le scale di corsa ed Elise girò la maniglia della porta d’ingresso e l’aprì. La casa all’interno era buia e silenziosa. Elise gridò a gran voce “Jasmin! Jasmin dove sei? Rispondimi ti prego” ma non ci fu nessuna risposta. A Jack venne un’idea e così chiese a Elise “Ma non avevi parlato con la Tata poco fa? Dove sarà finita?” .
Elise si buttò di peso sul divano che era dietro di lei mettendosi le mani sul viso e cominciò nuovamente a piangere e chiedendosi a gran voce “Ma mia figlia che fine ha fatto? Dov’è mia figlia?”. Jack fu preso da sconforto, si sentiva inutile, era lì impalato di fronte a lei e non sapeva cosa fare, poi d’impulso prese il suo cellulare e disse “Senti io chiamo la polizia, dobbiamo denunciare la scomparsa di tua figlia e della Tata. A proposito quanti anni ha tua figlia?” Elise alzò lo sguardo e con voce rotta dai singhiozzi disse “Ha solo otto anni, la mia bellissima bambina….. solo otto anni”. Jack le chiese “E la Tata come si chiama?”, “Barbara, si chiama Barbara” . Elise si sedette sul divano gomiti sulle ginocchia e con le mani si coprì il viso, Jack la guardò e vide apparire delle lacrime così si sedette sul divano accanto a lei ‘Chiameremo la polizia in un secondo tempo’ pensò. Alzò il braccio e lo appoggiò sulle spalle e la consolò, poi andò in cucina e prese un bicchiere d’acqua e glielo portò. “Grazie Jack per quello che stai facendo, neanche ti conosco!” e lui un po’ commosso le rispose “Veramente non ho fatto nulla e comunque in questa situazione mi sento impotente”. “Ti dispiace se vado un secondo al bagno?” e lei “Fai pure”. Jack si diresse verso la cucina e poi aprì la porta adiacente ed entrò in bagno ma ne uscì subito dopo e con voce preoccupata le disse “Credo di aver trovato Barbara ma è morta”. Elise si alzò di scatto dal divano e si diresse verso il bagno ma fu fermata da una frase : “E’ meglio che non entri, non è un bello spettacolo” . Jack aprì la porta del bagno, accese la luce e vide il corpo della tata riverso sul pavimento e una grossa chiazza di sangue vicino alla testa e pensò ‘devono averla colpita alla testa con qualcosa di contundente’. Sulle pareti c’erano schizzi di sangue e sparsi in terra diversi flaconi di profumi, due spazzolini ed un tubetto di dentifricio, il corpo giaceva a faccia in giù e sicuramente non era passato molto tempo dal decesso. Jack richiuse la porta del bagno e le chiese “Hai dei sospetti su qualcuno? Chi potrebbe volere tua figlia?”, ma non ebbe risposte. La udì nuovamente singhiozzare e piangere e con la coda dell’occhio vide Elise cadere in ginocchio, si girò di scatto e la raggiunse abbracciandola forte accarezzandole i biondi lunghi capelli mentre con l’altra mano le massaggiava la schiena, poi la prese fra le braccia e la posò delicatamente sul divano e le si sedette vicino. Attese pazientemente che Elise si calmasse da quel pianto isterico cercando di rassicurarla.
Si sentiva a pezzi era comprensibile e poi una persona così sensibile, dolce e premurosa come lei, trovarsi davanti dei tali avvenimenti………….
In poco tempo aveva perso tutto, sua figlia e la persona che ne aveva cura in sua assenza! Due punti di riferimento, due assi portanti della sua difficile vita sono scomparsi in brevissimo tempo e soprattutto senza ne segnali e né avvisaglie. Qualcuno le aveva portato via la sua ragione di vita: Jasmin, una bambina dolcissima e bellissima con tantissime qualità!
Jack prese in pugno la situazione, attese che Elise si addormentasse (tanto era lo stress accumulato) e poi cominciò a cercare qualche indizio su chi potesse essere stato a commettere sia un omicidio che un rapimento. Il classico rapimento a scopo di estorsione lo escluse perché collocò Elise e la sua famiglia in una fascia benestante, non di lusso da permettergli di pagare un riscatto chiesto da eventuali rapitori. Entrò nelle stanze e si guardò intorno ma non notò nulla di sospetto, sembrava tutto normale ed in ordine, poi entrò in una stanza, una bella cameretta colorata con un letto, un comodino, un piccolo televisore sulla scrivania e diversi disegni attaccati alle pareti e la maggior parte raffiguranti una bella signora bionda. ‘Questa è la camera di Jasmin’ pensò Jack mentre si guardava intorno cercando chissà cosa. Scese al piano sottostante e si diresse nuovamente in soggiorno e diede un’occhiata ad Elise che dormiva profondamente, sembrava un angelo ed era bellissima con quel viso finalmente rilassato e poi si girò intorno a guardare le diverse fotografie appoggiate sulla mobilia e vide che in diverse c’era un uomo di bell’aspetto, moro e robusto e si disse ‘Forse è il marito di Elise e papà di Jasmin’. Andò in cucina e prese la caffettiera e si disse ‘Quello che ci vuole adesso è proprio un bel caffè caldo e forte per tutti e due’. Attese che uscisse quel liquido denso e profumato poi lo versò in due tazzine e lo portò in soggiorno. Si mise in ginocchio vicino al divano e diede un bacio sulla guancia di Elise, lei si destò aprendo piano gli occhi e gli sorrise. “Bevi un po’ di caffè, ti tirerà su” e le porse la tazzina, Elise si appoggiò sul gomito e si portò la tazzina alle labbra e quel gesto gli parve sensuale e bellissimo, era normale e comune ma a lui scaturì un qualcosa dentro che non era spiegabile a parole e divenne rosso in viso. A quel punto Elise se ne accorse e gli chiese “A che pensi? Sei diventato rosso” e Jack per cambiare discorso “Ho dato un’occhiata alle foto e ho notato che in parecchie c’è un uomo, chi è tuo marito?” ma a quella domanda il suo viso si rattristò. “Era mio marito ma purtroppo è morto in un incidente stradale quattro anni fa, da allora è finita la mia favola”. Jack sarebbe voluto sprofondare…….. “Scusa per la domanda inopportuna, sono stato uno stupido e non dovevo….. ”, Elise si mise seduta e lo rincuorò “Guarda che non ti devi scusare, tanto alla fine lo avremmo toccato quest’argomento e quindi non ti devi sentire così anzi fa bene anche a me ricordare quei momenti”. Si guardarono negli occhi e Jack tornò a sentirsi un po’ a disagio, era una persona di carattere timido. “Chissà dove si trova adesso mia figlia………” disse con voce triste e malinconica, ma Jack scrollandosi di dosso la sua timidezza le rispose con voce ferma e sicura “La ritroveremo, giuro che la ritroveremo ve lo devo e poi l’ho vista in foto, è bellissima proprio come la mamma e la voglio conoscere” questa volta ad arrossire fu Elise.
“La chiamiamo la polizia?” chiese lei cercando di togliere quell’imbarazzo che le si leggeva in viso, Jack riflettendo sul da farsi “E’ meglio attendere che si facciano vivi i rapitori (se lo vogliono) ma forse prima è meglio coprire quel cadavere in bagno, ce l’hai una coperta o un lenzuolo vecchio?” Elise andò di sopra e torno due minuti dopo portando un grande lenzuolo bianco e lo diede a Jack che lo usò per coprirci la tata poi si girò verso di lei le chiese “Perché non mi parli di Jasmin? Quale classe frequenta e dei suoi amichetti, insomma ……… parlami di lei”. Questa domanda la rese felice ed in fondo la rincuorò perché la fece sentire come se Jasmin stesse per rientrare a casa da un momento all’altro e forse perché era stata posta al presente e in ogni caso le piaceva parlare di sua figlia quindi si misero comodi su quel divano ed Elise iniziò a parlare, anche per non pensare tanto ai brutti momenti del suo presente, così incerto. “Mia figlia frequenta la quarta ed è una persona molto speciale, ha un’intelligenza oltre la media ed è spontanea, piena di vita e poi ride sempre……….. certo ha pure lei dei momenti brutti, come tutti del resto, ma penso anzi sono sicura che sia la persona più bella dell’universo”. Jack mentre ascoltava già se la vedeva davanti agl’occhi come una bambina veramente speciale, spiritosa e bella d’animo.
“Ma c’è anche un aspetto di Jasmin che è ancora più fuori dal comune……” prima di finire la frase Elise guardò fisso negli occhi di Jack “Ha dei poteri, delle facoltà che pochi possiedono. C’è anche chi lo chiama ‘un dono’! Lei riesce a muovere delle cose con la forza della mente ed a volte legge i pensieri della gente, non so come faccia e all’inizio non volevo crederlo ma poi ho dovuto cedere. Sai, ero scettica e a queste cose non ho mai creduto” guardò Jack e pensò ‘ecco ora si metterà a ridere e penserà che sono una pazza, una da manicomio!’ ma Jack non fece nulla di tutto questo, anzi sembrò interessato all’argomento o più che altro incuriosito. “Penso che al mondo non siamo soli (almeno lo spero) ed ho sempre sentito di questi fenomeni, alcuni sono ciarlatani ed imbroglioni che approfittano del prossimo ma qualcuno che abbia questi ‘doni’ penso che esista”. Elise lo guardò stupita e meravigliata perché, fra i pochi che lo sapevano, era stato l’unico a non ridere di lei ed a mettere poi del sarcasmo dopo aver affrontato questo argomento particolare. “A scuola come l’hanno presa? Hanno scoperto quello che può fare Jasmin?” chiese incuriosito “Veramente non lo ha mai dimostrato a nessuno altrimenti sarebbe stata isolata da tutti e probabilmente l’avrebbero etichettata come ‘Mostro’ e questo noi non lo volevamo, quindi fin da piccola le abbiamo spiegato di non far mai vedere a nessuno quello che poteva fare” e Jack annuendo le disse “Saggia decisione, la gente è stupida e quando vede qualcosa che non conosce o non capisce la evita e scappa. E’ sempre stato così purtroppo!”.
“Tuo marito che lavoro faceva? Se posso farti questa domanda” Elise ormai era a suo agio e si accorse che parlare le faceva bene e senza indugio acconsentì a cambiare argomento e le andava bene di parlare di Sean il suo ex “Mio marito si chiamava Sean ed era un dottore specializzato in pediatria, quindi faceva un lavoro che si avvicinava al mio, insomma avevamo un lavoro simile. Io mi occupavo di bambini in difficoltà e lui li curava ed era bellissimo poi parlarne a casa la sera, ci faceva sentire vicini ed il fatto di aiutarli il più possibile era affascinante” .
Jack fu incantato da come Elise parlava sia di Jasmin che di Sean, si vedeva che li amava e che non avrebbe mai rinunciato a ritrovare sua figlia, ormai sua unica cosa importante rimastale, e poi sprizzava forza ed orgoglio da tutti i pori mentre la descriveva e fu anche attratto dai movimenti delle sue mani che cercavano di esprimere e descrivere quello che provava in cuor suo. Quell’uomo l’ammirava, anzi cominciava a nascere un forte sentimento per lei anche se si conoscevano da poche ore. Gli piaceva il carattere, l’aspetto fisico e il suo modo di fare e di porsi alle difficoltà e ne era pure attratto. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per quella donna, per vederla felice come quando l’aveva conosciuta. Aveva già perso un cliente importante quella mattina ma a lui non importava tanto ne avrebbe incontrati altri, ora voleva solo aiutare la sua nuova amica e solo questo aveva in mente. Soldi da parte ne aveva messi e quindi anche il lato economico non lo turbava minimamente, si sarebbe preso volentieri anche diversi giorni di ferie per lei e sua figlia. Si conoscevano solo da poche ore e già iniziava ad amare questa famiglia, quello che nasceva in lui proveniva dal cuore ed era tutto nuovo perché sentimenti simili non ricordava di averli mai provati.
Jack all’improvviso fu folgorato da un’idea e chiese ad Elise se il suo telefono di casa avesse il trasferimento di chiamata verso un altro apparecchio, la risposta fu affermativa ma lei dubbiosa gli chiese “Jack che cosa hai in mente?” e lui con fare serio e pensieroso “Non ti preoccupare, non possiamo stare con le mani in mano, ci dobbiamo muovere! Attiva il trasferimento verso il tuo cellulare e andiamo”. Lei obbedì senza fare altre domande ed uscirono di casa. “Lo studio dove lavorava tuo marito è ancora aperto? Ci lavora qualcuno?” ed Elise pensandoci su “Credo che ci lavori ancora il suo socio, si chiama Billy Payton, ma perché vuoi andare là?” “Credo di aver avuto un intuizione, devo fare qualche domanda perché non abbiamo nessuna traccia di tua figlia. Inizieremo proprio da lì”.
I due salirono in auto destinazione studio medico ma Elise non era entusiasta visto che, da quando morì suo marito, non ci mise più piede e ritornarci non le faceva tanto bene. Sapeva che le sarebbero tornati alla mente tanti ricordi e questo non era piacevole, aveva faticato tanto anche per la casa in cui aveva vissuto con Sean per cinque lunghi anni prima di quel fatidico incidente che glielo aveva portato via. Quante volte sarebbe voluta scappare da quella casa e quante volte l’aveva odiata, ogni stanza e ogni centimetro le faceva ricordare tutti i momenti belli e brutti vissuti assieme a lui e a sua figlia. Ora era sola, era rimasta sola!
“A cosa pensi?” chiese Jack e lei trasalì “Niente d’importante sono solo preoccupata, non so proprio dove sbattere la testa e mi manca da morire Jasmin, vorrei tanto che fosse solo un brutto sogno”. I due arrivarono a destinazione e parcheggiarono davanti allo studio, scesero dalla macchina e Jack si guardò intorno. Il sole era ancora alto e faceva caldo erano le cinque passate e la ricerca era molto ardua, era come cercare un ago nel pagliaio ma lui non si sarebbe dato mai per vinto, non era nel suo carattere. Arrivarono davanti all’ingresso di un edificio di otto piani e lo studio era al quinto e la zona in cui stavano era una delle migliori della città, il palazzo era di costruzione recente (dieci anni circa) e l’interno era molto lussuoso. Jack si chiese quanto potesse costare l’affitto di un ufficio in una zona come quella. Si fermarono davanti al citofono ed Elise con l’indice premette l’interruttore alla voce Studio medico Payton e non attesero molto per la risposta “Chi è” una voce femminile chiese ed Elise “Sono la moglie del Dottor Mongomeri e vorrei parlare con il Dottor Payton”. Il portone scattò ed i due entrarono e si diressero verso l’ascensore. “A che piano andiamo?” chiese Jack “Al quinto”, si guardò intorno mentre Elise premeva il tasto cinque e l’ascensore iniziò a salire silenzioso. Uscirono e alla loro sinistra li attendeva un’avvenente segretaria tutta curve e minigonna e scarpe con tacchi, un camice bianco con una targhetta con scritto Samntha. “Buona sera, il dottore vi attende nel suo ufficio, accomodatevi” i due ringraziarono la bella segretaria ed entrarono nell’appartamento adibito come studio medico ormai da anni. Attraversarono la saletta d’aspetto bella ed accogliente con due poltrone, tre sedie e un divanetto, qualche quadro alla parete, un tavolino al centro con qualche rivista ed un appendiabiti. Di fronte tre porte, una portava all’ufficio della segretaria, quella al centro al bagno e quella di destra all’ufficio del Dott. Payton. Bussarono alla porta e Payton li accolse immediatamente “Prego accomodatevi” e Jack si presentò stringendogli la mano. Elise si sedette sulla poltrona posta davanti alla scrivania e così fece anche Jack.
Payton Billy era un dottore di bell’aspetto, alto e castano e per molti anni aveva frequentato la famiglia Mongomeri, fino alla morte di Sean, da allora tutto era finito ed Elise infatti non lo vedeva da parecchi anni salvo che per incontri occasionali. Non aveva fatto neanche una telefonata per sapere come se la passassero lei e la figlia, rapporti finiti.
“Dottore di cosa si occupa?” chiese Jack “Sono dottore del lavoro e generico ma oggi il mio studio riposa, ecco perché non ho pazienti. Solitamente il mio studio è pieno” poi Payton guardò Elise e le chiese “A cosa devo questa inaspettata visita, cara?” Elise non rispose subito ma prese dei secondi, poi gli disse “Mi è successa una cosa brutta, è scomparsa mia figlia”. Payton addrizzò la schiena “Ah! Hai avvisato la polizia?” “Non ancora perché io e Jack pensiamo che sia imminente che si facciano vivi i rapitori, se di rapimento si tratta” poi Elise riprese in mano il discorso “Tu hai tanti amici e mi chiedevo se potevi aiutarmi a trovarla, è importantissimo” Elise crollò nuovamente e non riuscì a trattenere due lacrime che le scendevano sulle guance. Billy Payton se ne accorse e le diede un fazzoletto “Farò quanto è in mio potere te lo prometto”. Jack ed Elise si alzarono dalle poltrone, lo salutarono e lasciarono lo studio. Presero nuovamente l’ascensore e scesero a piano terra, uscirono dal palazzo e Jack aveva una faccia cupa e pensierosa, Elise se ne accorse subito e gli chiese “Cosa c’è che non va?”, ma lui ci pensò su, poi rispondendole “Quel Payton non mi piace per niente, vorrei saperne di più”.
Una sorpresa inaspettata, una farfalla bellissima con ali azzurre si posò sulla spalla destra si Jack e sembrava non avesse paura di quell’essere umano, al contrario. Muoveva le ali ritmicamente come se volesse dirgli qualcosa e poi volò via verso un balcone che stava al quinto piano. “Dovevi piacergli proprio a quella farfalla” apostrofò Elise sorridendo, “Già, perché sei gelosa per caso?” rispose lui con lo stesso tono. I due si avviarono alla macchina ma jack la fermò e le disse “Aspettami in auto, io devo fare una telefonata importante e ti raggiungo”. Jack tirò fuori dalla tasca il cellulare e fece un numero, non attese a lungo la risposta “Pronto Mark, sono Jack, come va? Senti…… ho un lavoretto per te se hai tempo, dovresti seguire i movimenti di un tizio, si chiama Billy Payton. Vorrei sapere dove abita, chi incontra e il più possibile sul suo conto e questa è una faccenda di vitale importanza. Grazie e a presto!”. Rimise il telefono nella tasca e raggiunse Elise.
Mark Jekkins conosceva Jack da diverso tempo, era stato suo cliente e poi nacque una bell’amicizia tra i due e, a parte gli impegni di lavoro, spesso s’incontravano per far due chiacchiere o prendere un caffè al bar. Mark era un investigatore privato e lo faceva da parecchio tempo, era anche uno dei migliori della città. L’incarico che ricevette da Jack lo intrigò non poco, anche perché quel nome lo aveva sentito più volte perciò tornò in ufficio e si diede subito da fare. Andò alla sua scrivania, accese il computer e andò su internet ed iniziò i controlli incrociati su quel tipo: Billy Payton. Tutti i risultati li stampò e su di un foglietto si annotò gli indirizzi in cui viveva e dove lavorava ed infine chiamò la sua segretaria e la informò che di lì a poco sarebbe uscito per fare delle commissioni. Prese il distintivo e la pistola ed uscì dall’ufficio, prese l’auto e si diresse all’indirizzo dell’abitazione di Payton. Rimase a bocca aperta, si aspettava di trovare magari un appartamento a quell’indirizzo invece possedeva una villa bellissima in una zona isolata ed immersa nel verde. Di fronte aveva un cancello in ferro battuto con le iniziali dorate B. P. e poi una recinzione alta circondava la villa ed i giardini (tanti mq). Una strada asfaltata portava fino all’entrata che era mastodontica e davanti ad essa una fontana ed un’aiuola con tanti fiori colorati. La grossa costruzione era suddivisa in quattro piani, uno dei quali era sotto terra ed aveva la stessa metratura del perimetro della villa. Mark pensò ‘Ha buon gusto questo Payton’ poi prese la macchina fotografica digitale e scattò qualche foto all’entrata, alla recinzione ed alla villa stessa.
La nissan Micra partì e Jack ed Elise non parlavano, andavano verso casa di lei, un raggio di sole illuminò il suo viso, Jack ne rimase affascinato ‘E’ proprio una bella donna’ pensò l’uomo. “Allora dove andiamo?” chiese lei “Dirigiamoci alla centrale di polizia e denunciamo l’accaduto, è la cosa più giusta da fare e poi ci aiuteranno a cercare tua figlia”, Elise annuì con il capo e dopo un sospiro ripeté “E’ la cosa più giusta”.
La centrale di polizia si trovava in un edificio su tre piani e per accedervi bisognava fare una rampa di dieci gradini, Jack ed Elise dopo aver parcheggiato l’auto lì fecero e varcarono la soglia e subito un agente in divisa, giovane e molto cordiale gli si fece incontro “In cosa posso esservi utile?”, gli rispose subito Jack “Dobbiamo denunciare la scomparsa di una bambina e la morte di una persona”. “Accomodatevi in questo ufficio” e ce li accompagnò. L’ufficio in questione era un classico, come quelli che si vedono nei film ed era composto da una scrivania, un computer, una poltrona con le rotelle e due sedie in metallo con cuscini in pelle nera. Le pareti erano in vetro oscurato (tu potevi vedere all’esterno ma non si vedeva niente da fuori) e l’ambiente era piuttosto confortevole. La porta si aprì ed entrò un uomo robusto sulla cinquantina, baffi lunghi ed abbastanza calvo, portava gli occhiali da sole “Buon giorno sono il detective Johnson, sarò io ad occuparmi del vostro caso”. Ci furono le presentazioni di rito e poi i due raccontarono l’accaduto nella casa di Elise quel pomeriggio. Furono registrati tutti i dati di Jasmin, l’ora della presunta scomparsa e le circostanze della morte della tata Barbara, poi fu presa la decisione di recarsi presso l’abitazione di Elise Mongomeri.
L’auto con Elise e Jack partì seguita da una pattuglia della polizia con dentro il detective Johnson e due agenti che si chiamavano James e Charles. Arrivarono ed entrarono in casa, tutto era in ordine ed i poliziotti fecero un controllo accurato, presero le impronte in bagno, scattarono delle foto sul luogo del delitto e tutti usavano guanti in lattice per non inquinare possibili prove o indizi. Jack ed Elise attendevano pazientemente in soggiorno mentre gli agenti facevano il loro lavoro. Il villino fu messo sotto sequestro per indagini in corso, quindi Elise dovette trovare un’altra sistemazione per i giorni avvenire. Il telefono fu messo sotto controllo e le indagini per la scomparsa della bambina iniziarono subito con la diramazione dei dati e foto di Jasmin a tutte le auto pattuglie, Elise era stanca e lo si leggeva nel viso, si sentiva giù di morale ed era comprensibile questo stato d’animo che ormai la divorava da ore. “Dove andrò adesso? E se mia figlia tornasse a casa?” Jack la guardò ed era preoccupato per lei, sola e senza un letto ed un tetto dove riposare “Non ti preoccupare, ti porto da dei miei amici, starai lì qualche giorno finché le cose non si saranno aggiustate”. Aveva una voce calda e persuasiva, il timbro di voce era di quelli che ti davano sicurezza e poi la strinse a se cercando di rassicurarla ulteriormente e gli riusciva bene perché Elise smise presto di piangere. Salutarono il detective e salirono in macchina e Jack mise nella tasca della giacca il biglietto da visita di Johnson “Non preoccupatevi mi farò presto vivo e con buone notizie” disse loro prima di salutarsi. L’auto di Elise partì, destinazione casa degli amici di Jack, distava quasi una decina di chilometri ed era accogliente con persone simpatiche e cordiali, amici fidati. Li avvertì prima di partire e loro accolsero la visita con entusiasmo.
Arnold, Jessie e Severino, questi erano i loro nomi e conoscevano Jack da parecchi anni. Arnold era un uomo sui quarantacinque ed era grosso ed alto quasi due metri, un gigante con capelli ricci e mori, forse un po’ rozzo ma simpatico, Jassie era magro, abbastanza alto e con la carnagione quasi mulatta, amava tingersi i capelli con un biondo oro e poi c’era Severino che era un italo – americano ed era calvo ma sembrava che i capelli che aveva perso gli fossero cresciuti sul petto, sulle spalle e dietro la schiena, era piuttosto bruttino però era allegro. Vivevano in un villino su due piani, i posti letto non mancavano e la visita di Jack e la sua amica avrebbe portato loro un po’ di novità nelle loro giornate. Jassie era un patito del computer, era praticamente un “Haker”, si occupava di programmazione ad alti livelli, aveva diversi clienti, tutti dei privati che gli chiedevano programmi che curassero le più svariate faccende oppure calcoli, database e gestioni. In questo campo era uno dei migliori, passava minimo otto ore al giorno davanti allo schermo, percepiva il compenso dopo ogni programma che terminava. Severino ed Arnold erano due amici di Jessie, da qualche mese si erano stabiliti a casa sua dopo che erano stati sfrattati, erano disoccupati e non riuscirono più a pagare l’affitto di casa quindi furono buttati fuori senza tanti problemi.
Elise parcheggiò l’auto davanti ad un cancello marrone, scesero e Jack guardò l’orologio, erano le diciotto passate ed il sole cominciava a nascondersi dietro i palazzi, l’ombra prendeva il posto della luce del sole. “Dove abitano i tuoi amici?” chiese Elise con curiosità “Proprio qui” rispose Jack indicando il cancello affianco alla macchina, Jack aprì il portabagagli posteriore e tirò fuori due valige ed uno zainetto e si diressero verso il cancelletto. Suonarono il campanello e senza risposta scattò la serratura del cancello che si aprì lentamente da sola, Elise rimase stupita e si guardò intorno e vide due telecamere piazzate sopra il cancello, altre due erano sopra le porta d’ingresso e poi guardò in faccia Jack che capì subito dallo sguardo le mille domande che si stava ponendo “Jessie è un mago dell’informatica e della tecnologia, qua dentro è quasi tutto computerizzato, non stupirti vedrai tante cose che non avresti mai immaginato esistere, è un tipo un po’ bizzarro ma vedrai, ti andrà a genio”. Elise avanzò titubante e Jack la seguì. La porta d’ingresso si aprì da sola ed entrarono in casa, furono accolti da Jessie che abbracciò subito Jack “Allora, come ti va? E’ tanto che non ci vediamo, è lei Elise!” esclamò girandosi verso di lei e le strinse tutte e due le mani “Piacere di conoscerti, io sono Jessie e fai come se questa fosse casa tua, cara”. Arrivò Arnold, poi Severino e si presentarono a lei, poi salutarono Jack con strette di mano. Arnold prese subito le valige e disse ad Elise “Seguimi, ti mostrerò la tua stanza, così ti potrai riposare e darti una rinfrescata, ti vedo spossata”, annuendo con la testa Elise lo seguì al piano superiore.
“Mi dispiace per Elise, si vede che sta soffrendo” disse Jessie a Jack, “Già! Tutto questo non lo merita proprio”. I due andarono in cucina e si presero due lattine di birra dal frigo, poi si misero comodi sul divano. Squillò un cellulare, era quello di Jack, lo tirò fuori dalla tasca dei pantaloni e rispose “Pronto! Ah ciao Mark, allora come va? Sono a casa di Jessie. Ok! Ci vediamo dopo. Hai delle novità? Va bene, a dopo” Jack guardò in faccia Jessie e poi disse “Era Mark Jekkins, te lo ricordi? L’investigatore privato!”, Jessie ci pensò su poi si mise una mano in fronte “Certo! Che stupido, Mark Jekkins”. Jack continuò a parlargli della telefonata “Ha detto che deve vedermi, ha delle novità per Elise”, Jessie gli rispose “Non c’è problema, i tuoi amici sono i benvenuti qui”. Jack posò la lattina sul tavolino e disse “Grazie. Ora se permetti, vado in bagno a darmi una rinfrescata”.
Elise posò una valigia sul letto e ne aprì la cerniera, tirò fuori un paio di sleep, un reggiseno bianco, una gonna ed una camicetta, li posò sul letto. Si tolse i vestiti ed andò in bagno, si guardò allo specchio e vide il suo viso, era stanco e stressato, per lei era stata una giornata pesantissima.
Il campanello suonò e Jessie andò subito alla consolle posta su di un tavolo, con due computer si poteva tenere sotto controllo l’intera casa, il perimetro e la porta d’ingresso. Guardò su sei piccoli schermi, un bottone rosso ed uno verde aprivano prima il cancello d’entrata, l’altro la porta d’ingresso.
"E’ arrivato Mark!” urlò Jessie poi tornò a guardare quegli schermi ed a seguire i movimenti del suo nuovo ospite. Mark rimase immobile, attendeva che il cancello si aprisse totalmente, alzò la testa verso una telecamera e gli mandò un gran sorriso.
Varcò la soglia ed entrò, si tolse il cappello e salutò Jessie con un abbraccio. “Dove si è cacciato Jack? Non vedo l’ora di salutarlo, è tanto che non lo vedo”, Mark era impaziente. “Vecchio mio! Come va?” disse Jack uscendo dal bagno, i due si abbracciarono, sembravano due amici di vecchia data che non si vedevano da vent’anni “Ho tante cose da dirti e poi vorrei tanto conoscere Elise” disse Mark “Ora Elise sta riposando, è stremata. La conoscerai più tardi”. Mark poggiò sul tavolo la valigetta e l’aprì, tirò fuori un dischetto di computer ed un blocchetto per appunti e chiese a Jessie “Puoi mettere questo dischetto sul pc, ho delle foto da mostrarvi”, Jessie prese il dischetto e lo inserì nel floppy disk e poi aprì i file, sul video comparvero una decina di fotografie.
L’auto di Mark si accostò presso uno spiazzo della strada. Avevano percorso una trentina di chilometri prima di giungere nei pressi della villa, decisero di parcheggiarla circa duecento metri prima, per non dare nell’occhio.
Grazie alle foto scattate da Mark, si erano studiati l’intero perimetro, le recinzioni, le telecamere e trovarono un punto debole del sistema di sorveglianza. Erano entrambi armati, prima di giungere lì Jack si fece accompagnare nel suo appartamento, prese due pistole (le sue preferite), una di queste aveva proiettili soporiferi, l’altra quelli normali ed entrambe avevano il silenziatore.
Passarono per la boscaglia con due torce, stando attenti a non farsi notare, si diressero verso la parte ovest, era la più vulnerabile perché composta da un muro, le altre zone erano circondate da alte recinzioni e filo spinato. Arrivarono sotto il muro di cinta ed era quasi mezzanotte. Il cielo era sereno, la luna splendeva alta, emanava un bagliore che permetteva loro di vedere abbastanza nell’oscurità della notte. I due optarono per un vestiario scuro per mimetizzarsi meglio. Mark tirò fuori da una sacca che aveva con se, due ancore legate a due corde, le lanciò oltre il muro e poi verificò che avessero fatto presa. All’estremità delle ancore, le due corde erano legate tra loro come una scaletta. Salì per primo Jack, arrivò in cima al muro e si guardò intorno "Dai! Vieni su. E’ tutto libero” gli fece Jack quasi bisbigliando, l’altro ubbidì e salì un po’ impacciato a causa della sua mole abbastanza grossa. Rimasero sul muro per controllare che non ci fosse nessuno nelle vicinanze, dopo qualche minuto saltarono giù ed atterrarono nell’erba ben curata che circondava l’intera villa. Jack sentì sul viso la freschezza delle gocce d’umidità che c’era su ogni singola foglia, era un piacere ed un sollievo, faceva caldo quella notte ed era molto umido. Stava salendo una leggera foschia, segno d’una forte umidità notturna. Mentre erano in attesa di muoversi, Jack si accorse del canto dei grilli, in qualche modo lo confortava, era molto insicuro e sapeva di rischiare grosso entrando in quella villa. Se l’avessero scoperti, probabilmente li avrebbero uccisi senza pensarci due volte.
Aveva conosciuto molte persone come Payton ed erano tutte senza scrupoli, uomini d’affari e politici, tutti dei buoni clienti ma era gente che poteva ottenere quello che voleva, avevano potere, conoscenze, soldi e fama, tutti fattori che potrebbero portare uomini semplici, con dei valori, in persone spietate, arroganti e prepotenti.
La stanza era buia, tutte le finestre erano chiuse e le tende tirate avanti, un tavolino era posto al centro della stanza di quella camera con sopra tre candele messe a triangolo, erano l’unica fonte di luce. Due occhi le fissavano senza batter ciglio, spaventati ed infuriati allo stesso tempo, erano fissi su quelle luci fioche. Le tre fiammelle non si muovevano neppure. Tutto era sigillato e chiuso, l’aria non circolava. Era tutto immobile , fermo. La porta si spalancò ed una folata d’aria investì le tre lucine che si mossero a sinistra poi a destra come in un veloce danzare. Le ombre nella stanza si distorsero tutte. Una voce disse “Sei pronta? Questa notte farai vedere di cosa sei capace”. Una folta chioma bionda brillò nella semi oscurità, una figura seduta sul letto stava immobile e due occhi che prima fissavano le candele, si mossero verso quella figura appena apparsa nella stanza. Non una parola uscì da quella minuta creatura,non un solo bisbiglio.
Mark e Jack stavano immobili circondati da un verde prato,delle luci tenue provenivano dagli angoli di quella possente villa ed illuminavano tutto il giardino. Si accorsero di essere esposti e di essere allo scoperto,corsero chini verso delle siepi e lì attesero nascosti. Jack estrasse una pistola, avvitò il silenziatore ed esclamò a Mark a voce bassa “Proiettili soporiferi” e strisciando si diresse verso l’angolo destro della villa. Si girò verso Mark e con un gesto gli fece segno di avvicinarsi; il compagno senza indugio lo seguì. I due si accostarono alla fine della siepe per dare un’occhiata e videro due figure,due uomini in piedi vicino all’ingresso principale. Parlottavano fra loro,uno di essi teneva una sigaretta nella mano destra e tra una frase e l’altra espelleva nuvole di fumo che piano si disperdevano nell’aria , sospinte da una leggera brezza notturna.
Billy Payton prese una tunica nera sullo schienale della sedia, con una sola mossa. Con le mani la allargò ben bene togliendo le pieghe che si erano formate e poi si mise ad osservarla. Nera come la notte, con le maniche adornate con dei segni fatti con del filo dorato, un tocco di bellezza per la sua divisa da maestro per la dottrina che portava avanti da anni in gran segreto. Era giunto il momento del sacrificio per eccellenza. Una creatura con dei poteri fuori dal comune, innocente e pura. Una chiave per aprire una porta tra due mondi paralleli, tanto vicini quanto scissi tra loro. Due esistenze che in quella notte dovevano avere un punto in comune: una bella fanciulla, la prescelta, la chiave di Mumdol che voleva prepotentemente irrompere in questo mondo e dichiararne l’assoluto ed incontrastato predominio. Il Dio Mumdol, un’entità così malvagia e potente da schiavizzare un uomo e soggiogarlo al suo volere promettendogli fama, ricchezza e potere.
Gli appariva in sogno ogni notte, il luogo dei loro incontri era sempre il medesimo, una verde collina, la più alta di tutte, un luogo tranquillo solcato soltanto da vento tiepido che muoveva l’erba in varie direzioni e ad intervalli. Un mare di verde erba che si perdeva oltre l’orizzonte. Due soli erano in cielo, uno di fronte all’altro e donavano il loro calore a tutte quelle distese verdi e a chi le stesse solcando. Dopo una breve attesa gli veniva incontro in sella ad un cavallo nero. Portava un’armatura dorata che con i riflessi dei due soli, emanava una luce strabiliante, quasi ne veniva accecato. Questi incontri si susseguirono negli anni, Mumdol si faceva chiamare e poi “Il signore dei due mondi”. Per entrare nel nostro aveva bisogno della chiave, questa entità aveva bisogno di un corpo per poi regnare sul nostro piccolo e vulnerabile pianeta, soggiogare con i suoi poteri ed arti malefiche tutti gli esseri viventi che lo abitavano. I sogni che faceva erano così reali da spaventarlo, percepiva tutto persino il calore, l’erba che spesso toccava con le sue mani; una volta strappandola si tagliò leggermente il palmo della mano, al risveglio notò quei tagli leggeri. La voce dell’oscuro signore era sgradevole e profonda quasi venisse da molto lontano ed incuteva terrore. L’elmo che portava gli copriva l’intera testa e solo gli occhi erano visibili di colore rosso. Molte volte Billy pensò che l’intera armatura servisse a coprire una creatura che alla vista avrebbe fatto scappare chiunque. Nell’arco degli anni imparò a temere e servire il suo signore, spesso attraverso tangibili prove che quello che sognava da una parte era la nuda e cruda realtà che stava vivendo.
“Dobbiamo attirarli da questa parte” bisbigliò Mark. Si mise in una posizione più comoda ma muovendosi schiacciò un ramo che fece “Crack”. I due uomini cessarono di conversare e si girarono nella loro direzione, non ci fu tempo per decidere il da farsi, Jack si preparò, attese che si avvicinassero a portata di tiro, non poteva fallire. Erano a due metri da loro, due colpi, uno a testa. Il sonnifero ci mise poco a fare effetto e caddero giù come due sacchi di patate. “Hai avuto una brillante idea di attirarli così, non avrei saputo fare di meglio”. Mark accettò i complimenti dell’amico ed uscirono allo scoperto, presero i due corpi e li nascosero dietro la siepe. “Ed ora cosa facciamo?” chiese Mark, “Presumo che dobbiamo entrare”. Si mossero verso l’angolo destro della villa, si affacciarono prudentemente. Nessuno in vista “Quei due dormivano per almeno due ore, speriamo di non fare altri brutti sogni incontri” disse Jack. A quel punto Mark si sentì di dover confidargli una cosa “Nono lo so come ne usciremo da questa storia, questa gente non scherza io la conosco! Non sarebbe meglio chiamare la polizia?” “Non abbiamo né il tempo né le prove per far venire la polizia, ci arresterebbero, non quel buffone che fin dal primo momento mi ha puzzato di marcio, lo capisci?”. Jack fu chiaro ed esplicito. Era tempo di muoversi, entrare nella tana del lupo. Cambiò il caricatore della pistola, questa volta erano pallottole vere. “Ora si fa sul serio” esclamò Jack al suo amico, “tenteranno di ucciderci, quindi occhi aperti!” Ormai erano andati troppo dentro, non si potevano ritirare. Uno sbatter d’ali attirò l’attenzione di Jack. Una farfalla gli volò vicino l’orecchio sinistro e Jack la fissò e d’istinto allungò la mano destra per afferrarla ma la farfalla visi posò sopra continuando a sbattere le ali ad intermittenza. Aveva due occhi piccoli e neri, le zampe avevano una forte presa sul dito indice e Jack quasi in trance sussurrò “Credo che dovremmo seguirla”. Mark rimase stupefatto “Cosa hai detto? Seguirla? Ma sei impazzito!?” la farfalla si lanciò in volo verso la porta d’ingresso, Jack la seguì. Girò la maniglia della porta ed entrò. Mark rimase fermo per alcuni secondi, non sapeva cosa fare, rivide nella sua mente quella creatura alata poi come svegliatosi all’improvviso da un pesante sonno esclamò “Al diavolo tutto” ed entrò senza esitare in quella enorme dimora.
La maniglia della porta scese, questa si aprì, una mano toccò l’interruttore, la luce illuminò l’intera stanza. La bambina socchiuse gli occhi per il fastidio che gli procurava la troppa luce. Un uomo in tunica nera si avvicinò al bordo del letto fissandola. “Ciao Jasmine, come ti senti? Ti hanno trattato bene spero” La bambina aprì gli occhi e guardò l’uomo in faccia “Tu sei Billy?” l’uomo le sorrise “Non ti sfugge nulla! Sei una bambina sveglia, vedo!” e si sedette sul bordo del letto. Con una mano tentò di accarezzarle la testa ma con un gesto di stizza lei l’allontanò. “Perché mi avete portato qui? Dov’è mamma?”, Billy si alzò dal letto, fece un gesto con la mano e nella stanza entrarono due uomini anch’essi con tuniche nere, però senza disegni. Portarono un cappuccio nero ed a Jasmine mettevano paura. “Preparatela, presto! Abbiamo poco tempo. “Billy uscì dalla stanza. Uno dei due soffiò sulle tre candele e le spense, il fumo salì fino al soffitto provocando un odore sgradevole nell’intera stanza, l’altro tirò fuori una siringa di liquido trasparente. Applicò l’ago, fece uscire qualche goccia di quel liquido “Tienila ferma” urlò all’altro. Jasmine cominciò ad agitarsi, l’uomo l’afferrò per le braccia tenendola ferma sul letto, sgranò gli occhi, fissò il tavolino ai piedi del letto e si concentrò. “Tienila ferma ho detto !” urlò l’uomo con la siringa, il tavolino saltò in alto come se qualcuno gli avesse dato un calcio, uno spigolo urtò violentemente sulla schiena dell’uomo che tentava di tenerla, cadde in terra contorcendosi dal dolore. La bambina di scatto diede un calcio alla mano che teneva la siringa, questa volò contro la parete rompendosi, il liquido si sparse in terra. Billy rientrò nella stanza, in mano teneva un idolo fatto in bronzo, raffigurava una creatura piccola con molti peli ed al posto degli occhi c’erano due smeraldi. “Olof-Patrin-Tuelfe” urlò tenendo stretta la statuetta, la bambina si calmò all’improvviso mentre gli occhi di quella strana statuetta si accesero ed una luce verde illuminò l’intera camera. La bambina perse i sensi e rimase immobile sul letto, l’uomo che giaceva in terra si alzò a stento e dolorante, quello della siringa rimase fermo ed impaurito “Siete degli idioti!” urlò Billy, “Non sapete tenere a bada nemmeno una mocciosa, guarda che ha combinato”. “Adesso preparatela e portatela nella sala della cerimonia, svelti!”. Billy era fuori di se, era anche provato e molto teso, non poteva fallire o per lui ci sarebbe stato scampo.
Il corridoio dell’ingresso era buio, Jack tirò fuori una torcia, così fece anche Mark. Cominciamo a cercare qualche indizio sulla probabile presenza della bambina. Mark illuminò una porta poi il pomelli e vide la farfalla che vi si era posata sopra. Jack avvicinò lentamente la mano e la farfalla riprese a volare, le ali erano azzurre ed a tratti riflettevano la luce delle torce, aprirono la porta ed entrarono senza far rumore. La stanza era piccola e veniva usata come ripostiglio, cerano sedie accatastate sopra a due tavolini e poi altre cianfrusaglie. I due rimasero immobili, la farfalla si posò sulla torcia, udirono delle macchine avvicinarsi alla villa e poi lo sbattere di diverse portiere. Un vociare in lontananza si fece più forte. “Chi erano questi?” si chiese Jack. La porta d’ingresso si aprì e diversi passi per il corridoio si sentirono sempre più vicini. Spensero le luci delle torce ed a tastoni si avvicinarono alla porta. I passi si allontanarono, ed anche le voci. Jack cercò di capire chi fossero, una voce in particolare gli parve famigliare ma non riuscì a farselo venire in mente. Nel corridoio tornò a regnare il silenzio, Mark bisbigliò “Ora possiamo riaccendere le luci”. Tornò un po’ di luce in quella piccola ed angusta stanza. Jack con un po’ di timore aprì nuovamente la porta e si ritrovarono nel corridoio nuovamente buio. Girarono a sinistra e la farfalla tornò nuovamente a volare, si fermarono, il corridoio svoltava a destra ed era prudente controllare se era libero. Tutto bene, era sgombro. La farfalla si posò sulla maniglia della porta di sinistra, jack si fermò “Entriamo a dare un’occhiata”, Mark fece un cenno col capo. Aprirono la porta ed entrarono, videro un letto matrimoniale, tutto in disordine, in terra c’erano tre candele e la cera aveva fatto presa sul pavimento. Un tavolino con le zampe rotte, schegge di legno in giro per la stanza e poi una siringa rotta con del liquido sul pavimento. “Sembra che ci sia stata una colluttazione” disse Mark a voce bassa. “Già! Sono convinto che tenevano qua Jasmine, quelle carogne”, “Proseguiamo per il corridoio, forse dovremo scendere” tornarono sui loro passi. Proseguirono ancora per una decina di metri, una rampa di scale scendeva e portava al piano inferiore della villa. La percorsero in silenzio, erano entrambi nervosi, l’adrenalina pompava a più non posso, le loro fronti erano madidi di sudore ed il battito cardiaco era accelerato.
Quattro uomini in tunica nera sollevarono la bambina ed attraversarono l’intera sala. Due uomini la afferravano per le braccia, gli altri per le gambe come se la portassero in trionfo. I biondi capelli scendevano giù dondolando ad ogni passo, il viso angelico della prescelta era rilassato e sereno in quel profondo sonno in cui era sprofondata. Al centro della sala c’era un tavolo lunghissimo e rettangolare fatto di quercia, ai lati dieci sedie per parte. I muri bianchi e sdrucciolosi avevano un riflesso rosso a causa delle tante torce che rischiaravano questo luogo malefico, in fondo un altare eretto per la venuta di Mumdol. Riti magici ed arcani stavano per essere iniziati dal maestro, unico conoscitore di quest’antica dottrina.
La piccola fu adagiata sull’altare di marmo, coperta da una veste bianca e sui quattro angoli quattro ceri rossi accesi. Al di sopra di essa, in una nicchia nel muro, c’era una statuetta dagli occhi verdi, la quale vegliava che tutto procedesse bene. Tutto era pronto. Il maestro si fece avanti, gli adepti si misero ai bordi del lungo tavolo, uno strano silenzio regnava in quel luogo. Il tempo cominciò a mutare, nuvole nere e dense d’elettricità si ammassarono sopra la grande villa, il vento cominciò a soffiare, il cielo si schiarì per i diversi fulmini che caddero sulla terra. Il borbottio si fece sempre più forte, i vetri delle finestre tremarono. Il maestro di cerimonia alzò in alto il braccio destro, le luci dei quattro ceri si fecero più intense e si respirava un’aria strana perché l’ignoto si stava preparando a svelarsi.
Mark e Jack proseguirono lungo il tetro corridoio, alla fine vi scorsero una luce quindi spensero le torce ed avanzarono con le pistole alla mano. Si avvicinarono sempre di più fino a che non scorsero quella scena, Jasmine sdraiata su quel freddo marmo e quell’uomo vestito di nero che urlava frasi incomprensibili, i tuoni erano boati fragorosi ed i fulmini emanavano dei brevi ma intensi lampi di luce dall’esterno. I dieci adepti non si accorsero della loro presenza perché presi da ciò che stava accadendo davanti ai loro occhi. Jack era confuso e non era preparato ad una simile visione non seppe resistere preso dal panico istintivamente urlò con tutta la voce che aveva in corpo “Jasmine!!”. Quella voce per un istante sovrastò su tutto. Gli occhi della ragazzina si aprirono, quell’oscuro incantesimo si spezzò e gli occhi verdi della statuetta puntarono sui due sventurati testimoni. Una luce verde si sprigionò nella sala e tutti presero coscienza di ciò che stava accadendo notando i due intrusi. Jack e Mark indietreggiarono verso l’oscurità del corridoio mentre i seguaci di Mumdol si facevano avanti minacciosi, i due puntarono le pistole verso i primi che si avvicinavano facendo fuoco colpendo i primi tre che caddero a terra senza vita. “non sprecare i colpi Mark o siamo fregati” urlò Jack mentre a piccoli passi si riparava nell’oscurità. L’azione era frenetica, non c’era tempo per pensare perché ne valeva delle loro vite. Il maestro della cerimonia guardò la fanciulla, era cosciente e desta quindi l’afferrò per le braccia “Tu non ti muovi da qua” le disse con un ghigno.
Jasmine svegliatasi in quel logo così strano e poco accogliente si spaventò, guardò una delle candele che stava vicino al suo piede destro e si concentrò, questa si rovesciò sul vestito nero che prese fuoco. Lasciò la presa e vide con orrore che la veste intera stava prendendo a bruciare, sentì dei dolori lancinanti su braccio destro e poi per tutto il corpo. Corse via urlando come un pazzo e finendo sopra al tavolo di quercia e morì bruciato. Una voce si udì nella sala, non era umana e le parole che tutti udirono erano incomprensibili. Questa veniva da un’altra dimensione e metteva i brividi soltanto ad udirla, Jasmine alzò gli occhi e vide la statuetta, quegli smeraldi verdi, quella luce strana. La prese in mano e la buttò in terra con tutte le sue forze si sbriciolò ed i due smeraldi si dissolsero nell’aria dando vita ad un fumo verde. Visti gli ultimi sviluppi gli adepti che videro morire il maestro e poi la distruzione della statuetta fuggirono da quella villa, non si presero cura dei due intrusi, pensarono solo a salvarsi.
Il tempo fuori si placò d’incanto non appena quegli occhi verdi malvagi scomparirono e la voce si dissolse con la distruzione di quell’idolo. Mumdol cessò di esistere in questa dimensione.
Jasmine scese dall’altare stravolta ed impaurita, ma lieta del ritorno del silenzio e della tranquillità. Jack si fece avanti, si avvicinò piano alla bambina e si mise in ginocchio dinnanzi a lei. “Sono un amico della tua mamma” le disse, la guardò negli occhi e vide sgorgare le prime lacrime che scesero subito lungo le sue delicate guance. “E’ finita, è tutto a posto e presto rivedrai tua madre” Jasmine appena sentì quelle parole così gentili ed amiche, l’abbracciò con tutte le sue forze.
Mark rimase in disparte preferendo guardare quella bella scena molto toccante.
Uscirono dalla villa, il cielo era limpido come non lo si vedeva da molto tempo. Le stelle erano brillanti. Una farfalla seguì in lontananza quelle tre persone, aveva le ali azzurre, poco dopo cambiò direzione ed andò per la sua strada.